Telefono Rosa.

marzo 21, 2008

Qualche tempo fa il Ministero per le Pari Opportunità promosse una campagna di spot televisivi per incentivare le donne vittime di violenza endofamiliare a denunciare i reati subiti. Ora Telefono Rosa rilancia: traggo la notizia da repubblica.it.

Telefono Rosa, il nuovo spot
(21 marzo 2008)
“I panni sporchi non si lavano in casa”. E’ lo slogan della campagna per esortare le donne a denunciare le violenze subite in famiglia
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Violenza sessuale fra coniugi

marzo 8, 2008

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Nel giorno dell’otto marzo è doveroso ricordare i grandi progressi che la società ha compiuto nei tempi recenti sul piano dei diritti delle donne. Mi concentro in questo post su alcuni dettagli che riguardano uno degli aspetti più delicati: la violenza sessuale, con particolare riferimento alla violenza endofamiliare che, come ci dicono le statistiche, costituisce un universo sommerso di violazioni di legge e che, a giudicare dai contatti al blog, riscuote un certo interesse.

Tutti sappiamo che la riforma della normativa penale in materia di violenza sessuale è relativamente recente, essendosi realizzata con la Legge 66 del 15 febbraio 1996. Con essa venne soppresso l’intero Capo I (dei delitti contro la libertà sessuale) previsto dal Titolo IX (dei delitti contro la moralità pubblica e il buon costume) che si componeva degli articoli da 519 a 526 del vecchio codice penale del 1930 (violenza carnale, atti di libidine violenti, ratto a fine di matrimonio, ratto a fine di libidine, eccetera). Vennero introdotti contestualmente dieci nuovi articoli (609 bis-decies) nel Capo III (dei delitti contro la libertà individuale) previsto dal Titolo XII (dei delitti contro la persona).

Vale la pena di raffrontare il testo degli articoli principali.

Art. 519 c .p. (abrogato) Violenza carnale.
Chiunque, con violenza o minaccia, costringe taluno a congiunzione carnale è punito con la reclusione da tre a dieci anni.
Alla stessa pena soggiace chi si congiunge carnalmente con persona la quale al momento del fatto:
1. non ha compiuto gli anni quattordici;
2. non ha compiuto gli anni sedici, quando il colpevole ne è l’ascendente o il tutore, ovvero è un’altra persona a cui il minore è affidato per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia;
3. è malata di mente, ovvero non è in grado di resistergli a cagione delle proprie condizioni d’inferiorità psichica o fisica, anche se questa è indipendente dal fatto del colpevole;
4. è stata tratta in inganno, per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.

Art. 521.c.p. (abrogato) Atti di libidine violenti.
Chiunque, usando dei mezzi o valendosi delle condizioni indicate nei due articoli precedenti, commette su taluno atti di libidine diversi dalla congiunzione carnale soggiace alle pene stabilite nei detti articoli, ridotte di un terzo.
Alle stesse pene soggiace chi, usando dei mezzi o valendosi delle condizioni indicate nei due articoli precedenti, costringe o induce taluno a commettere gli atti di libidine su se stesso, sulla persona del colpevole o su altri.

Art. 609-bis. (in vigore) Violenza sessuale.
Chiunque, con violenza o minaccia o mediante abuso di autorità, costringe taluno a compiere o subire atti sessuali è punito con la reclusione da cinque a dieci anni.
Alla stessa pena soggiace chi induce taluno a compiere o subire atti sessuali:
1) abusando delle condizioni di inferiorità fisica o psichica della persona offesa al momento del fatto;
2) traendo in inganno la persona offesa per essersi il colpevole sostituito ad altra persona.
Nei casi di minore gravità la pena è diminuita in misura non eccedente i due terzi.

Art. 609-quater. (in vigore) Atti sessuali con minorenne.
Soggiace alla pena stabilita dall’articolo 609-bis chiunque, al di fuori delle ipotesi previste in detto articolo, compie atti sessuali con persona che, al momento del fatto:
1) non ha compiuto gli anni quattordici;
2) non ha compiuto gli anni sedici, quando il colpevole sia l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, il tutore, ovvero altra persona cui, per ragioni di cura, di educazione, di istruzione, di vigilanza o di custodia, il minore è affidato o che abbia, con quest’ultimo, una relazione di convivenza.
Al di fuori delle ipotesi previste dall’articolo 609-bis, l’ascendente, il genitore, anche adottivo, o il di lui convivente, o il tutore che, con l’abuso dei poteri connessi alla sua posizione, compie atti sessuali con persona minore che ha compiuto gli anni sedici, è punito con la reclusione da tre a sei anni .
Non è punibile il minorenne che, al di fuori delle ipotesi previste nell’articolo 609-bis, compie atti sessuali con un minorenne che abbia compiuto gli anni tredici, se la differenza di età tra i soggetti non è superiore a tre anni.
Nei casi di minore gravità la pena è diminuita fino a due terzi.
Si applica la pena di cui all’articolo 609-ter, secondo comma, se la persona offesa non ha compiuto gli anni dieci.

Oltre alla misura della pena, con la riforma cambia la natura della condotta incriminata, svanendo la distinzione fra violenza carnale e atto di libidine violento, ora ricompresi nella figura di atti sessuali imposti alla vittima. Non si tratta di una distinzione formale, poiché ad essere modificata è la natura del bene tutelato dalla norma incriminatrice: non più la morale pubblica ed il buon costume, bensì la libertà personale del singolo, ovvero la libertà di vivere la sfera sessuale della propria personalità.

La cronaca e le statistiche ci informano che la maggior parte delle violenze si consumano all’interno del nucleo familiare o comunque della coppia (fra conviventi, fidanzati o ex tali eccetera ) e mi soffermo su questo tema. Tralascio l’aspetto procedurale che ha tuttavia particolare importanza per via della difficoltà che la vittima incontra nel riferire all’Autorità Giudiziaria episodi tanto intimi e delicati. Mi dedico semplicemente alla punibilità del reato in senso stretto.

Chi ha memoria del dibattito su questi temi ricorda bene quanto sia stato faticoso far penetrare nel senso comune il principio che con il matrimonio non si acquista un diritto reale sul corpo del coniuge, ma solamente un diritto all’assistenza reciproca ed alla condivisione dell’esistenza, ivi compresa la sfera sessuale. Ma ciò non dà diritto ad esigere in maniera violenta la prestazione del corpo del coniuge.

Rammento un’intervista televisiva rilasciata da Indro Montanelli, che si diceva orripilato all’idea che Pubblici Ministeri o Carabinieri potessero entrare nelle camere da letto per perseguire mariti o mogli intenti in rapporti sessuali, paventando uno sconvolgimento epocale della vita privata degli italiani. I fatti non gli hanno dato ragione e le poche nozioni che illustro nel seguito, quantunque possano sembrare ora del tutto naturali, hanno una portata in un certo senso rivoluzionaria.

Le norme che ho riportato – evidentemente – non toccano il tipo di rapporto intercorrente fra attore e vittima e non disciplinano la punibilità della violenza sessuale consumata all’interno della coppia. Tuttavia, contemporaneamente alla riforma, la magistratura ha adeguato i propri riferimenti giurisprudenziali affermando in maniera oggi in equivoca che la violenza sessuale è reato punibile anche se commessa in danno del coniuge. Si tratta di una conquista non da poco che deriva dalla riforma del diritto di famiglia e dalla mutata collocazione del reato all’interno del codice. Non più fattispecie delittuosa contro la moralità pubblica ed il buon costume ma contro la persona (sia essa coniugata o no con l’autore, ovviamente).

In precedenza, infatti, la disciplina del diritto di famiglia e la nozione di debitum coniugale (in base al quale con il matrimonio si acquisisce un generico diritto alla congiunzione sessuale) tendeva a riconoscere il diritto ad esigere un rapporto sessuale, disconoscendo il simmetrico diritto a rifiutarlo. Ciò ingenerava una sorta di esimente (inesistente nel codice) che metteva al riparo dall’accusa di violenza carnale chi la esercitava sulla moglie o sul marito.

Già negli anni settanta, tuttavia, la Cassazione aveva negato la sussistenza di tale esimente con una sentenza del 1978 ove si legge, in particolare che

L’esercizio del diritto di congiungersi carnalmente con il proprio coniuge, quale effetto del matrimonio, non comprende il potere di imporre con la violenza (fisica o morale) il congiungimento al coniuge dissenziente, ma, in caso di dissenso ingiustificato, costituente ingiuria reale e violazione degli obblighi di assistenza coniugale verso il coniuge respinto, questi può ricorrere al giudice civile per ottenere sentenza di separazione personale per colpa dell’altro coniuge. Ma non può mai farsi ragione da sé esercitando il preteso diritto a detta prestazione, di natura incoercibile, in forma minacciosa e violenta. (Cass. Pen. Sent. n. 73, 1978 )

Questo brano rivela innanzitutto una cosa: è la legge sul divorzio (che qualcuno voleva abrogare) che ha reso pianamente perseguibile lo stupro in danno del coniuge. Infatti si stabilisce che il rifiuto a congiungersi col marito (o la moglie) costituisce condotta contraria ai doveri coniugali che dà solamente diritto a chiedere la separazione, ma perché ciò avvenga occorre che tale possibilità sia prevista dalla legge. Altrimenti, per sottrazione, risulterebbe implicitamente riconosciuto il diritto a pretendere la copula in dispregio del rifiuto del coniuge.

Da allora la disciplina è evoluta e la punibilità dello stupro endomatrimoniale, o comunque all’interno della coppia, è divenuta pacifica, anche sulla scorta della riforma del 1996.

Vi sono stati casi in cui il marito accusato di violenza sessuale sulla moglie ha comunque invocato indirettamente come ragione di non punibilità il rapporto matrimoniale. Adducendo la tenuità dell’azione violenta o minatoria utilizzata per costringere la vittima al rapporto, alcuni avvocati hanno sostenuto che nell’ambito del matrimonio, in virtù appunto del principio del dovere coniugale, una particolare condotta che, se adottata da un estraneo, configurerebbe il reato, se estrinsecata dal coniuge non lo integra pienamente. A tal riguardo una pronunzia della Cassazione del 2004 ha dissolto ogni dubbio.

La Corte ritiene di dovere con fermezza ribadire che ogni forma di costringimento fisio-psichico, idonea in qualche modo ad incidere sull’altrui libertà di autodeterminazione, se finalizzata al compimento di un atto sessuale costituisce – anche all’interno del rapporto di coppia, coniugale o paraconiugale che sia – condotta punibile ai sensi della norma incriminatrice in epigrafe. Sul tema va scandito che il concetto di violenza sessuale, nella oggettiva tutela apprestata dalla previsione normativa, ha una sua sostanziale ed immodificabile unitarietà, che non consente di distinguere fra violenza sessuale consumata fra estranei e violenza sessuale consumata all’interno del rapporto coniugale. … Nel paradigma della fattispecie incriminatrice in esame (art. 609-bis c.p.) la qualità di coniuge è del tutto sterile ai fini dell’apprezzamento della condotta vietata. Non esiste una “quantità” di violenza sessuale tollerabile fra coniugi e non pure fra estranei. (Cass. Pen. III sent. n. 14789, 26 marzo 2004)

Fonti.
A. Ancheschi, Reati in famiglia e risarcimento del danno, Giuffrè,
F.M. Zanasi, Violenza in famiglia e stalking, Giuffrè,
http://www.altalex.com.


Art. 649 c.p.

gennaio 10, 2008

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Da tempo medito di scrivere un post sulla violenza in famiglia, ma mi rendo conto che non è possibile: il tema è talmente complesso che non si può che rimandare ai trattati disponibili in libreria.

Alcune cose però vorrei sottolinearle, in un periodo in cui di violenza familiare si parla spesso sotto l’incalzare delle notizie di cronaca nera. La violenza familiare assume svariate forme che possiamo suddividere in quattro gruppi: fisica, sessuale, psicologica ed economica. Le violenze fisiche (che comprendono ovviamente l’omicidio) e sessuali sono quelle che maggiormente ci colpiscono e che finiscono sui giornali. E’ infatti difficile immaginare qualcosa di più aberrante di un assassinio o di uno stupro commesso in danno di un proprio congiunto; ma il verificarsi di simili fatti rientra comunque nel quadro della devianza. Appartengono invece alla sfera della “quotidianità” i fenomeni di violenza psicologica ed economica, nel senso che esse si verificano anche in famiglie apparentemente normali. Ma non va per questo sottovalutata la loro gravità.

La denigrazione, l’ingiuria, la diffamazione reiterate all’interno di un nucleo familiare (questi alcuni fra gli strumenti con cui si esplica la violenza psicologica) possono diventare vere e proprie armi di tortura, tali da danneggiare il soggetto che li subisce sotto il profilo relazionale, professionale ed affettivo, fino a comprometterne la qualità dell’esistenza in maniera anche irrimediabile. Il padre che irride e denigra il figlio, il marito sprezzante ed offensivo verso la moglie, sono esempi di comportamenti che, se reiterati nel tempo, abbinati o no ad episodi di violenza fisica, hanno il potere, come sappiamo, di annientare la personalità di chi le subisce, condannandolo ad una vita più o meno infelice.

Ma, a mio modo di vedere, la “madre” di tutte le violenze domestiche resta la violenza economica, intesa estensivamente, come strumento di potere utilizzato da un membro della famiglia contro gli altri. E’ evidente che il soggetto che dispone di una propria forza economica può sottrarsi a tutti gli altri tipi di violenza, mentre chi si trova a dover dipendere per la propria sussistenza dall’autore delle violenze non ha tale facoltà. Il reato di maltrattamenti in famiglia si verifica sovente in tali casi, quando il dominus economico del nucleo, abusando del potere che ha sugli altri, infligge ad essi vessazioni di vario tipo, nella consapevolezza che le vittime non possono emanciparsi, non avendone la possibilità materiale. Se tal fatto assume un rilievo autonomo nei casi in cui la situazione familiare è stabile sotto il profilo patrimoniale (per esempio un marito facoltoso unito ad una moglie che non lo è), esiste un problema ulteriore quando membri del nucleo familiare competono per conquistare una posizione di potere economico rispetto agli altri. Ciò può apparire erroneamente anomalo, ma non lo è, se si pensa che fra coniugi, fratelli, genitori e figli, zii e nipoti, possono intercorrere conflitti di carattere economico di ogni genere. Per esempio nella gestione dei beni familiari costituiti da proprietà immobiliari, da partecipazioni azionarie, da società familiari e così via. E’ plausibile ed accade che tali dissidi sfocino in fatti costituenti reato, sì da interessare l’autorità giudiziaria.

Se per l’omicidio (per esempio) la relazione di parentela fra vittima ed autore costituisce un’aggravante, per i reati di carattere economico accade un fenomeno opposto. Il codice penale in vigore nel nostro paese prevede limitazioni alla punibilità del reo per i delitti contro il patrimonio, specificate nell’articolo che riporto.

Art. 649 c.p.
– Non punibilità a querela della persona offesa, per fatti commessi a danno di congiunti –
Non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dallo stesso titolo (art. 624 e seguenti) in danno:
1) del coniuge non legalmente separato;
2) di un ascendente o discendente o di un affine in linea retta, ovvero dell’adottante, o dell’adottato;
3) di un fratello o di una sorella che con lui convivano.
I fatti preveduti da questo titolo sono punibili a querela della persona offesa, se commessi a danno del coniuge legalmente separato, ovvero del fratello o della sorella che non convivano coll’autore del fatto, ovvero dello zio o del nipote o dell’affine in secondo grado con lui conviventi.
Le disposizioni di questo articolo non si applicano ai delitti preveduti dagli articoli 628, 629 e 630 e ad ogni altro delitto contro il patrimonio che sia commesso con violenza alle persone.

Per capirci, rientrano nel novero dei reati contemplati dall’art. 649 c.p. il furto, la truffa, l’appropriazione indebita, l’usura, la circonvenzione di incapace, il danneggiamento, la ricettazione ed in generale tutti i reati contro il patrimonio non commessi con violenza sulle persone. Restano escluse fattispecie come l’estorsione, la rapina ed il sequestro di persona a fine di estorsione.

Avete capito bene: non è punibile il marito che deruba la moglie, il padre che truffa il figlio, il nonno che presta denaro a strozzo al nipote, il fratello convivente che danneggia i beni della sorella. Beninteso (si veda il commento al post di Fulvio), i fatti in sè sono comunque illeciti e quindi il danneggiato ha diritto a chiedere la riparazione del danno in sede civile, ma l’autore non può essere penalmente perseguito. Ma non è tutto. Oltre alle esimenti totali previste dai punti 1, 2, 3, l’articolo 649 c.p. prevede limiti di procedibilità anche per i delitti commessi da fratelli (sorelle) e zii (zie) non conviventi, richiedendo la querela per tutti i reati di cui parliamo. Questo fatto può apparire marginale ma non lo è: a differenza di ciò che avviene con la denuncia, chi propone querela per un reato da lui patito si espone ad un procedimento per calunnia qualora il fatto non risulti provato (e l’indagato prosciolto). Conseguentemente, oltre alle remore che naturalmente frenano la vittima nel denunciare un congiunto, oltre alle difficoltà nel reperire le prove quando i reati sono commessi in ambito familiare, oltre ai limiti temporali per la proposizione della querela (va depositata entro novanta giorni dalla commissione del fatto), la persona offesa dal reato è scoraggiata dal rivolgersi all’autorità giudiziaria per il timore di subire conseguenze penali (e quindi anche civili e patrimoniali) in caso di esito infelice della sua querela. Oltre al danno la beffa.

Ma al di là di tali aspetti, che sono solo tracce di un esame della complessa questione, l’articolo 649 c.p. è una spia di quanto sia antiquato il nostro ordinamento. Infatti esso risale al 1889 (codice Zanardelli) con le modifiche apportate da Rocco nel 1930. Da allora è stato solo minimamente emendato, e si vedono le conseguenze. A quale società mai può appartenere una famiglia nel quale lo zio convive con il nipote? Forse ciò poteva accadere nelle famiglie patriarcali del secolo diciannovesimo, o forse nelle famiglie di immigrati clandestini che vivono ammassate negli scantinati affittati abusivamente. Ma di mezzo c’è stata un’evoluzione della società con la quale l’idea di una convivenza fra zio e nipote è diventata impensabile. E d’altronde l’articolo 649 c.p. stabilisce la non punibilità da parte dei tribunali, ma certo non autorizza i reati all’interno della famiglia. Intendo dire che rimette la questione ai rapporti familiari stessi, ovvero invita implicitamente i soggetti coinvolti (autore e vittima) a regolare la questione da sé. A legnate. In questo senso si può ben dire che è una norma giuridica che genera violenza, anzichè prevenirla o reprimerla. Essa propone un modello comportamentale adatto ad una società contadina, dove il denaro ed i beni mobili ed immateriali non esistono, basata sul baratto, sull’autorità maschile del più forte, dove il lavoro produce a malapena i mezzi essenziali di sostentamento (e quindi in famiglia non c’è alcunché da rubare). Un modello comportamentale inconciliabile con la moderna funzione del denaro e con l’attuale nozione di patrimonio e di ricchezza. Eppure l’articolo 649 c.p., questo rudere del passato, viene applicato nei nostri tribunali. Ed il giudice che, volente o nolente, pronunzia sentenze basate su di esso, assomiglia ad un tecnico radio che ripara un apparecchio sostituendo le valvole, o ad un ferroviere addetto al vagone del carbone per alimentare la caldaia del locomotore.