Larghe intese? Immorale

aprile 23, 2013

Se la legge elettorale Calderoli è incostituzionale (e secondo molti lo è), il governo di larghe intese che sta nascendo è immorale, per una considerazione planarmente elementare basata sulle dichiarazioni di oggi di Nichi Vendola, che non lo sosterrà.

Il Partito democratico dispone alla Camera di 292 seggi, su 340 della coalizione “Italia bene comune”, ottenuti grazie al premio di maggioranza che deriva dal vantaggio di 125mila voti sulla coalizione di centrodestra. Vantaggio che si è generato grazie ai voti  ottenuti da Sinistra Ecologia e Libertà (oltre un milione) che non farà parte della maggioranza in via di costituzione. Se il Pd non si fosse alleato con SEL, di deputati ne avrebbe circa un centinaio e l’alleanza con il centrodestra avrebbe tutt’altri connotati. E’ evidente che gli elettori di Vendola, votando la coalizione di Bersani, tutto volevano tranne che si facesse un governo con Berlusconi, ma di fatto il loro voto ha garantito l’elezione di quasi 200 deputati che sosterranno un governo con il PdL, mentre i loro rappresentanti se ne staranno all’opposizione.

Basterebbe questo, a disgustarci ed a farci dire no all’obbrobrio che si sta apparecchiando. Ma c’è ben altro e ben di peggio. A presto.


Che trionfo?

novembre 26, 2012

Un trionfo della democrazia?

In tutta franchezza non riesco ad entusiasmarmi per la celebrazione delle elezioni primarie del centrosinistra, celebrate da taluni ed irrise da altri.

E’ vero che la grande partecipazione degli elettori è un bel segno di vitalità democratica (e taccia Grillo con le sue sparate), ma la domanda è: per cosa o contro cosa hanno votato quei tre milioni di persone? Per quale prospettiva politica e culturale? Io non l’ho capito.

Ho letto ed ascoltato Bersani, Vendola, Renzi e gli altri due ed ho sentito le consuete parole d’ordine, sempre le stesse da anni. Lavoro, questione morale, scuola ed istruzione, diritti civili, ovviamente declinate con diverse sfumature. Ma alla fin fine si è trattato di una lunga elencazione di slogan. Non ci sono più i ponderosi programmi ulivisti, ma li hanno rimpiazzati con la litania delle parole d’ordine.

In realtà queste primarie sono la versione sinistrorsa della personalizzazione della politica impressa ormai da anni dal prevalere della comunicazione sull’elaborazione contenutistica. E gli elettori hanno votato per sagome di cartone dietro le quali non vi sono idee (e non parliamo di programmi, per carità!) ma solo distinti porzioni di apparato in lotta fra loro per il controllo delle amministrazioni statali e locali.

Bersani ha dalla sua il grosso dell’apparato pd, consolidato soprattutto a livello locale da decenni di governo amministrativo degli enti locali e delle strutture pubbliche e/o parapubbliche collegate. Renzi pilota la massa degli emergenti, vogliosi di farsi largo. Il suo smaccato profilo di arrivista è il miglior ritratto del gruppo di micropotere partitico diffuso che egli guida. Il distacco dei due su Vendola misura la scarsa consistenza della sinistra estrema negli organigrammi di potere.

Purtroppo questa tornata ripropone il vizio originario del partito democratico, ovvero che esso ha scelto i suoi dirigenti prima di nascere, così precludendosi la possibilità di estendere il proprio consenso elettorale al di fuori dei bacini dei due partiti costituenti. La sfida Bersani-Renzi è di fatto un dramma edipico fra il padre ed il figlio ribelle, quando invece sarebbe stato necessario, fin dal 2007, utilizzare il partito per accogliere tutte le componenti che non avevano trovato posto nei vecchi (ed inadeguati, per stessa implicita ammissione dei loro dirigenti), contenitori: ds e margherita.