E se avessimo conservato il proporzionale?

novembre 12, 2018

elezioni

Una cosa però va detta: non c’è più Berlusconi. Non si sa cosa fa, cosa pensa. A nessuno interessa la strategia di Forza Italia. L’uomo che dal 1994 al 2018 ha tenuto in ostaggio l’Italia è relegato nell’anticamera della politica italiana. Si dirà che è merito (o colpa) di Salvini, dei cinquestelle, dell’età, del destino. O chissà di che altro. In realtà la causa primaria sta nella legge elettorale prevalentemente proporzionale, che confina ogni leader nell’alveo del suo reale consenso, senza premi artificiali che ne ingigantiscono la presa sulle istituzioni.

Vale allora la pena di fare una riflessione sulla ossessione per le leggi elettorali che ci affligge fin dalla fine dell’era democristiana. Si cominciò con i referendum di Mario Segni e con la retorica del bipolarismo, che produssero la legge Mattarella. Un sistema uninominale maggioritario utilizzato nelle elezioni 1994, 1996 e 2001. Poi arrivò la legge Calderoli, un sistema maggioritario con premio alla coalizione (dichiarato incostituzionale), con il quale abbiamo votato nel 2006, nel 2008 e nel 2013. Anno in cui si è cominciato a parlare del cosiddetto Italicum, che della legge Calderoli era solamente una lieve modifica. Tutti questi sistemi avevano un denominatore comune: lo spirito coalizzante, la necessità di coagulare attorno a un leader una pletora di formazioni, con il risultato di creare agglomerati politicamene eterogenei uniti solamente dall’interesse elettorale. A riprova esemplare di ciò, va ricordata la legislatura 2001-2006, nella quale il centrodestra a quattro componenti (Forza Italia, Lega nord, Centro democratico ed Alleanza nazionale) ottenne una maggioranza schiacciante ma il relativo governo non produsse alcunché di politicamente rilevante. Un quinquennio sprecato, sol che si pensi che la Grande crisi era di là da venire e si sarebbe potuto intervenire strutturalmente sul debito pubblico.

Di questi lustri dominati dalla logica maggioritaria e bipolare ci resta quindi una sola cosa: la frattura fra berlusconismo e antiberlusconismo. L’ossessione per la governabilità, per la democrazia efficace, per i parlamenti non più ostaggio dei partiti ha prodotto l’esatto contrario: proliferazione dei micropartiti, trasformismo, coalizioni deboli, governi paralizzati. E propaganda, soprattutto propaganda. La propaganda pro-Berlusconi e quella contro Berlusconi. Cinque lustri sono trascorsi così.

Viene allora da farsi la domanda “e se…?” E se avessimo mantenuto un sistema elettorale proporzionale? Non sto a scomodare Tolstoj sulla controfattualità nella storia, ma nulla ci vieta di chiederci cosa sarebbe accaduto se avessimo mantenuto lo spirito proporzionalista saggiamente voluto dai costituenti.

Alle elezioni del 1994 Forza Italia ottenne circa il 22% dei voti ma, grazie alla spregiudicata doppia alleanza con Lega ed Alleanza Nazionale, Berlusconi ottenne la maggioranza parlamentare. Con fatica immane venne creato uno schieramento avverso, che riuscì faticosamente ad arginare B. fra il 1996 ed il 2001. Quindi, con il circa 30% dei voti, l’allora Cavaliere si riprese il governo del paese. Con leggi elettorali proporzionali non sarebbe successo. Egli avrebbe avuto certamente un numeroso gruppo parlamentare, ma senza poter mettere le mani sull’Italia, risparmiandole la venticinquennale guerra fra pro-B. ed anti-B.

Tali argomenti mi paiono sufficienti a perorare per l’oggi e per il domani il ritorno ad una legge elettorale schiettamente proporzionale, eventualmente corretta con il solo sbarramento al 5%, come ebbe ad auspicare (chissà se qualcuno se lo rammenta) l’allora Presidente Pertini durante una visita di Stato in Germania. Venendo per questo subissato di critiche.

È proprio vero che, talvolta, la miglior riforma è conservare.


Il Grande Rattoppo

settembre 26, 2014

Conflitto-310x310

La notizia lanciata da un sito web di una possibile fusione fra Partito democratico e Forza Italia non mi stupisce affatto. Mettiamoci nei panni dei dirigenti del Pd. Come sarebbe stata più facile la vita, in tutti questi anni, se non ci fosse stata la potenza di fuoco di Mediaset sparata contro di loro. Come sarebbe stato più agevole governare (spartendosi poltrone) senza doversi scontrare ogni giorno con le agguerritissime destre. Preoccupandosi pure di accontentare i residui di sinistra. E dal lato di B. Non era meglio stare fin dal principio con il centrosinistra? Senza contare che erano e sono più organizzati, si sarebbe risparmiata una lunga e tormentata alleanza con quel bifolco di Bossi, con un giuda come Fini e con quelle nullità di Casini e Buttiglione. Molto più seri gli altri. Più solidi. Più strutturati.

Sarebbe stata un’alleanza a prova di bomba. L’oratoria di D’Alema, il kennedismo Veltroni, l’esperienza di Napolitano, amplificati e gonfiati dalla forza mediatica di Silvio. Imbattibili.

Ma così non andò. C’era De Benedetti, nemico giurato di B., che da quelle parti la faceva da padrone. E c’era il terribile partito dei giudici, il manipolo di ex magistrati infiltrati nei ds guidati dal perfido Luciano “Vyzinskij” Violante, amico nientemeno che di Giancarlo Caselli. Proprio non si poteva andare con quelli lì: chi glielo spiegava a dell’Utri che si era alleati di un amico di Caselli.

E le cose sono andate come sappiamo, con anni e anni di battaglie parlamentari. Inutili, visto che avrebbero potuto andare d’accordo e spartirsi la Repubblica in santa pace.

La metamorfosi di Violante me la spiego proprio così. Me lo vedo contrito, mentre gli altri del pd lo guardano storto: ma ti rendi conto che per colpa tua Silvio ci ha preferito Fini, Bossi e Casini? Che adesso l’Italia sarebbe nostra? E lui, poverino, cerca di rimediare. Più di ogni altro si sforza di favorire il Grande Rattoppo: mettere insieme Silvio e la sinistra con vent’anni di ritardo.

Lo facciano. Sarebbe quantomeno un atto di chiarezza. Facciano il “Forza partito democratico italiano” o come vogliono chiamarlo. Così a Ballarò potranno limitarsi a mangiare pasticcini e noi ci risparmiamo le loro oscene gazzarre.


Il Pd celebra la vendetta di B.

agosto 8, 2014

B_carcere

E così il partito democratico ha entusiasticamente celebrato la vendetta di Silvio B. sull’assemblea del Senato, che pochi mesi fa lo espulse, decretandone la decadenza dalla carica per effetto della condanna per frode fiscale. Non mi meraviglia che egli abbia tenacemente voluto il voto di oggi, col quale sancisce che, se non può essere senatore lui, non lo sarà più nessuno di quelli che gli hanno votato contro. E che un’assemblea che vota contro di lui è destinata a scomparire. E’ nella natura vendicativa del personaggio. E’ incredibile (o forse no) la disciplina con la quale i senatori pd hanno obbedito al pregiudicato, il quale si sta scopertamente servendo del segretario pd per regolare i suoi conti con la Politica e con la Giustizia. E’ meno incredibile se si torna con la mente alla cosiddetta “congiura dei 101”, che fu in realtà una prova di assoggettamento a B. da parte del Pd; la prova che il partito democratico è di fatto berlusconiano, organico agli stessi poteri che governano Forza Italia.

Ora si attende la preannunciata “riforma della Giustizia”, ovvero la vendetta di B. contro i magistrati, che egli imporrà come precondizione per confermare il voto di oggi nei successivi passaggi parlamentari. Un panino di votazioni che imprigiona Renzi in una morsa letale e impegnerà il Parlamento nel varo di leggi inutili o dannose, sottraendolo all’indispensabile azione normativa di cui avrebbe urgente necessità l’Italia, come pure ha appena comunicato la Bce. La quale ha invocato riforme in materia di fisco, concorrenza e giustizia; e non di assemblee elettive.

Il partito democratico accompagna il paese lungo il piano inclinato del declino. Economico, politico e morale.

 

 

 


Processo Ruby: il delirio non si arresta

luglio 23, 2014

delirio

Sono passati alcuni giorni e ancora leggo gente gridare allo scandalo. Prima condannato e poi assolto: orrore, vergogna ed ignominia!

Ma, scusate, il fatto che esistano il giudizio di primo grado e quello d’appello, emessi da collegi diversi, prevede ontologicamente che possono aversi sentenze diverse. Se i giudici d’appello non avessero la libertà e la possibilità di riformare la sentenza del Tribunale, che senso avrebbe l’appello in sé?

State calmi. La condanna di primo grado non ha avuto nessuna conseguenza sull’imputato. E attendiamo anche la Cassazione, che non mica finita qui.

 


Processo Ruby e leggi ad personam

luglio 22, 2014

7-ruby-rubacuori-karma-milano-07

Il processo Ruby racchiude alcune delle peggiori degenerazioni della giustizia penale italiana, effetto della legislazione prodotta da una classe politica dedita alla commissione del delitto anziché alla sua repressione.

  1. La proliferazione dei riti. Il rito del processo penale dovrebbe essere uno solo, per tutti i reati e per tutti gli imputati. In Italia, invece, si è perso il conto dei riti alternativi: patteggiamento, abbreviato, immediato, per direttissima, per decreto, citazione diretta. Una conseguenza è stata l’incomprensibile scelta della Procura di processare B. separatamente da Fede, Mora e Minetti; duplicazione antieconomica e foriera di possibili conflitti di giudicato.
  2. “Giusto processo”. La riforma dell’art. 111 della Costituzione (centrosinistra, anno 2000) ha stravolto il regime della testimonianza nel processo penale. Pensata per neutralizzare i processi di Tangentopoli (e centrò l’obiettivo) tale riforma toglie valore processuale alle testimonianze raccolte nel corso delle indagini da Polizia Giudiziaria e Pubblico Ministero, rinviando la formazione della prova al dibattimento. In tal modo l’indagato ha anni di tempo per subornare i testimoni e questi di “dimenticare” i fatti. Gli investigatori perdono in tal modo interesse a svolgere indagini accurate e la prova testimoniale perde la sua caratteristica principale: la genuinità.
  3. Indagini difensive. Se B. ha potuto inquinare il processo Ruby fin dalla sua genesi, lo si deve anche all’orrenda legge sulle indagini difensive (anno 2000, centrosinistra), che trasforma i difensori dell’indagato in investigatori di fatto autorizzati per legge a raccogliere testimonianze false fin dall’inizio delle indagini. Combinando “giusto processo” e indagini difensive, i PM hanno di fatto le armi spuntate.
  4. Gli italiani si sono ormai assuefatti all’idea che il Parlamento legiferi su un reato penale per salvare un politico sotto processo. Un’aberrazione che fa inorridire, ma la comunione di intenti fra Pd e Forza Italia l’ha ormai resa una prassi accettata. Mi riferisco in particolare alla modifica del reato di concussione che ora risulta di difficile punizione in tutti i casi.

Analizzando altri processi a personaggi pubblici, troveremmo mille altri casi in cui la legislazione di favore a consentito a qualche imputato eccellente di farla franca. Non senza ricordare che di tali leggi criminogene beneficiano anche i delinquenti comuni, i signori nessuno che godono di riflesso dei delitti altrui.

Ciò premesso, in punto di diritto la sentenza assolutoria è probabilmente giusta. Perché da quel che si è letto manca o è insufficiente la prova dei rapporti sessuali fra l’imputato e la ragazza nonché della sua consapevolezza della di lei minore età; perché la concussione (o l’induzione indebita) non è un reato pensato per punire un capo di governo; soprattutto perché la riforma Severino del reato di concussione è stata fatta apposta.

Resta la desolazione di vedere un paese ormai assuefatto alla conquista delle istituzioni da parte di chi pratica sistematicamente la violazione della legge.


E’ ignorante anche Marco Travaglio

luglio 20, 2014

Marco Travaglio in Promemoria

A farmi saltare sulla sedia è stata questa frase (da “Innocente a sua insaputa” Fatto quotidiano del 19 luglio 2014, Marco Travaglio):

E non osiamo immaginare che accadrà se nel processo Ruby-ter si accerterà che le Olgettine, principali testimoni del bunga-bunga, sono state corrotte dall’imputato del Ruby-uno per mentire ai giudici: ce ne sarebbe abbastanza per una revisione del processo principale, inficiato dalle eventuali false testimonianze di chi avrebbe potuto provare ciò che, a causa delle loro menzogne, non fu ritenuto provato.

Te lo dico io, illustre giurista Marco Travaglio: se nel processo Ruby-ter si accerterà che le Olgettine, principali testimoni del bunga-bunga, sono state corrotte dall’imputato del Ruby-uno per mentire ai giudici, il corruttore verrà condannato per corruzione in atti giudiziari (e forse frode processuale, subornazione, intralcio alla giustizia e chissà cos’altro) ma non ci sarà alcuna “revisione del processo principale”, poiché, come chiunque dovrebbe sapere, la revisione è istituto ammesso sono in caso di condanna definitiva e non in caso di assoluzione. Se l’assoluzione di B. nel processo Ruby-uno passerà in giudicato (se non impugnata o se confermata dalla Cassazione), non esiste prova che possa cambiare la decisione: se anche Ruby e lo stesso B. (con tutte le Olgettine al seguito) confessassero di aver commesso i reati di prostituzione minorile e di concussione, l’assoluzione rimarrebbe comunque inattaccabile e non ci sarebbe alcuna revisione, perché, per il principio del ne bis in idem, questo dice il nostro codice (v. art. 629 c.p.p.), che ogni tanto andrebbe anche letto.

 


B. assolto nel processo Ruby

luglio 18, 2014

7-ruby-rubacuori-karma-milano-07

Adesso tutti a commentare sui massimi sistemi della Giustizia. Tutti esperti, tutti a trarre cascate di conseguenze.

Ma bisognerebbe fermarsi almeno un secondo e ricordare alcune cose.

1. Il reato di prostituzione minorile non dovrebbe nemmeno esistere e non esisteva fino al 2009, quando il governo Berlusconi lo introdusse a scopi meramente propagandistici. Senza quella legge (Carfagna) non ci sarebbe stato alcun processo Ruby, né uno, né bis né ter.

2. Il reato di concussione è stato ridefinito nel 2012 con una legge ad hoc, e la nuova formulazione sembra fatta apposta per garantire l’assoluzione di B.

3. Decine e decine di testimoni dei fatti oggetto del processo sono stati lautamente pagati per anni dall’imputato, il quale, non a caso, è per questo indagato insieme ai suoi difensori ed ai testimoni stessi. E già una volta (processi All Iberian) si è salvato grazie a una testimonianza falsa comperata (Mills).

Basterebbero queste poche righe a indurre tutti a maggior prudenza, nei commenti.


NO a riforme di serie B.

luglio 13, 2014

caos-urbano-l

Auspicando che gli italiani preferiscano dedicarsi ai bagni di sole e non alla politica (e l’eliminazione dell’Italia proprio non ci voleva!), il governo sta imponendo al Parlamento l’avvio del riassetto istituzionale concordato da Renzi e Berlusconi col patto del Nazareno.

Su sito di Libertà e Giustizia (http://www.libertaegiustizia.it/) trovate autorevoli pareri secondo i quali l’insieme delle modifiche costituzionali in discussione prefigurano una autentica “svolta autoritaria”. E’ possibile che sia così, ma devo dire che attribuire a Matteo Renzi la paternità di un disegno “piduista” e autoritario potrebbe essere una sopravvalutazione delle sue doti, dal momento che non può escludersi che neppure lui abbia idea di quello che sta facendo. Il quadro complessivo delle riforme, infatti, è caratterizzato da una totale disomogeneità ed estemporaneità; mancano un visione di insieme e un’ispirazione generale. Le proposte di legge sembrano il frutto di estenuanti mediazioni e ritocchi ad una base priva di senso compiuto.

Quello che è certo è che le riforme attualmente in discussione sono pessime. E’ incomprensibile la prefigurata modifica del Senato, che per come viene ridisegnato rischia di diventare un istituto inutile e dannoso, dando ragione a chi giudica preferibile la sua totale abolizione. E’ pessimo lo schema di legge elettorale previsto per la Camera, che restringe gli spazi di partecipazione democratica (con altissime e differenziate soglie di sbarramento), regala premi di maggioranza spropositati in maniera incongrua (un partito del venti per cento potrebbe finire per avere il 55% dei deputati) e ripropone l’incostituzionale sistema delle liste bloccate.

Senza invocare i foschi presagi dei costituzionalisti di L&G, mi limito a immaginare quello che sarebbe il risultato, in un quadro che già ora vede il Parlamento di fatto svuotato delle sue prerogative e trasformato in organo di ratifica dei provvedimenti del governo. Governo che, a sua volta, si limita ad attuare direttive e imposizioni che provengono da altre istituzioni o entità: organismi esteri o sovranazionali (Commissione europea, Bce, Fmi, governo tedesco), lobby economiche e multinazionali, giù giù fino alle corporazioni nazionali (dalle assicurazioni ai taxisti, dalle banche ai notai).

Il nuovo assetto istituzionale pensato da Silvio&Matteo pare perfettamente funzionale al consolidamento e perfezionamento di tale sistema. Il governo riceve gli ordini dai veri detentori del potere politico ed economico, li trasforma in provvedimenti (leggi o decreti) ed un Parlamento addomesticato li ratifica supinamente.

Ancor prima della svolta autoritaria io vedo questo: lo svuotamento del meccanismo della rappresentanza e del processo democratico di formazione delle leggi e del governo.

Bocciatura, quindi, nel merito. E passando al metodo la critica deve essere ancor più radicale. Questo complesso di riforme trae origine da un colloquio semiclandestino, opaco nelle forme ed avvolto dal mistero sui alcuni suoi contenuti, fra l’attuale premier e Silvio Berlusconi. E’ fondato sospetto che esso sia il frutto di un immondo baratto: il voto in Parlamento in cambio del salvacondotto giudiziario. Un obbrobrio che ogni italiano dovrebbe rigettare con ribrezzo e che rende lo stesso iter costituzionale, oltre che riprovevole, del tutto incerto, essendo esso esposto alle reazioni di B. alle sentenze della magistratura. Non è un caso che in questi giorni la stampa berlusconiana (Libero e Il Giornale) scriva di tutto tranne che delle riforme in corso: su di esse nemmeno una parola. Segno che quella parte politica si tiene libera di appoggiarle o di affossarle, a seconda della convenienza del momento. Subordinare la vita politica del governo e della legislatura a tali variabili incontrollate pare un azzardo sconsiderato.

Per queste ragioni è legittimo etichettare le riforme in discussione come di serie B. B. come la categoria cui appartengono (scadente), B. come Silvio B., loro beneficiario ed ispiratore.

Pur apparentemente minoritari, e sfidando l’accusa di essere “frenatori”, “conservatori” o “professoroni”, rivendichiamo il diritto di dire “no” a queste pessime riforme.

Di ben altre leggi avrebbe bisogno l’Italia. Riforme del fisco e del lavoro che stimolino l’impresa produttiva di valore aggiunto (agricoltura e industria) e non più l’ipertrofico settore terziario; riforme della giustizia che consentano di stroncare le mafie e la corruzione; riforma del sistema scolastico ed universitario per innalzare il livello culturale del paese.

Ma, purtroppo, i renziani stanno sprecando il grande consenso di cui godono in una inutile (se finirà in nulla) e dannosa (se andrà in porto) modifica costituzionale. Ahinoi.

 


Silvio mi risponde (quasi) di persona

febbraio 22, 2014

pedagogia

Il 19 febbraio scrivevo qui

https://sentieriepensieri.wordpress.com/2014/02/19/tre-cose-tre/

che attendevo di conoscere il nome dei ministri della giustizia e dello sviluppo, con delega alle telecomunicazioni, per giudicare il governo e Renzi stesso.

Oggi Il Giornale mi risponde “bene solo Giustizia e Sviluppo”:

http://www.ilgiornale.it/news/interni/diffidenza-cavaliere-bene-solo-giustizia-e-sviluppo-994951.html

Ho finito.


Tre cose tre

febbraio 19, 2014

tre

Nel mare di parole inutili e vuote, saranno tre i fatti che qualificheranno la fase politica che sta per avviarsi: la scelta del ministro delle telecomunicazioni, quella del ministro della giustizia e la riproposizione o meno di un indulto/amnistia contenente un provvedimento pro-B.

Da questi tre fatti capiremo se le voci di un sostegno del gruppo Gal-Verdini-Cosentino al futuro governo Renzi sono fantasie o il segno della sostanziale alleanza fra il nuovo Pd ed il vecchio Silvio. Vecchio nel senso di solito. Il solito B. che usa le istituzioni contro le istituzioni; la politica per i fatti propri. Se il nuovo presidente del consiglio accontenterà l’eterno dominus della politica italiana, avremo la prova che il significato dell’espressione “cambiare verso” è in realtà quello di orientare il pd agli interessi di Berlusconi, al quale Forza Italia non basta più ed ha bisogno del partito di Renzi per sistemare i suoi affari ed i suoi processi.

Il fu partito azienda ormai non esiste più. La sconfitta di Cappellacci è l’ennesima tappa del disfacimento a livello locale di una coalizione che sta perdendo progressivamente regioni e città, una dopo l’altra. Venendo meno le poltrone da distribuire ai suoi, B. sa di poter contare su una struttura sempre più debole. La soluzione è quindi mantenere un manipolo di pretoriani(e) in parlamento ed infiltrare lo schieramento avverso quel tanto che basta a spuntare le armi dei suoi sempre meno numerosi nemici. L’esperienza gli insegna che gli è riuscito di piazzare alcuni dei colpi migliori grazie alle maggioranze di centrosinistra e quindi poter condizionare un governo di quella parte può essere una soluzione eccellente, in attesa di tempi migliori.

Un governo Renzi con Verdini come pilota occulto può essere l’avvio ideale di una navigazione sicura per molti anni a venire.

Silvio non è né di destra né di sinistra, uno schieramento vale l’altro se tutela i suoi interessi, ed in cuor suo Silvio pensa che se nel 1994 avesse puntato sul centrosinistra forse avrebbe avuto vita più semplice, senza quei balordi di Fini, Bossi e Casini a far da contorno.

Sono fantasie? Svegliatemi quando avremo risposta ai tre punti che ho scritto sopra e ne riparliamo.


Il decaduto ritrovato

febbraio 16, 2014

ricchezza

Nel tragicomico passaggio di questa crisi di governo vengono improvvisamente alla luce i tanti inganni che la propaganda politica ci ha imposto e imposturato per anni. Come se un relitto venisse a galla all’improvviso svelando in un attimo tutti i segreti che per secoli ha tenuto nascosti.

Uno è quella della presunta dicotomia fra “prima” e “seconda” repubblica. Espressioni mutuate dalla politica francese dove l’ordinale sanciva una modifica costituzionale. Da noi la costituzione non è cambiata ed infatti siamo ancora qui con i riti partitocratici da era democristiana.

Ma quel che salta agli occhi – e nessuno lo ha rimarcato – è che ad essere finalmente smentita è la tesi secondo la quale in questi anni il centrosinistra avrebbe fallito perché “non fece la legge sul conflitto di interessi”. Vero che avrebbe potuto e dovuto farla, ma ho l’impressione che nella mente di troppi ci sia l’idea che sarebbe stato possibile votare una legge tale da escludere B. dalla vita politica. Come se fosse stato possibile creare una norma che obbligava il Cavaliere a scegliere se fare politica e regalare tutto ai poveri oppure rinchiudersi nelle sue aziende in attesa del fallimento o dell’arresto.

L’ipotesi più aggressiva di legge sul conflitto di interessi formulata a suo tempo prevedeva l’ineleggibilità dei titolari di concessioni pubbliche. Applicata a B. gli avrebbe impedito di sedere in Parlamento. Beh, ora vediamo cosa sarebbe successo: B. è attualmente decaduto ed ineleggibile, ha una consistenza politica e parlamentare modesta e si trova all’opposizione, ma continua a tenere in mano le briglie della politica nazionale.

Anche votando la tanto invocata legge sul conflitto di interessi, B. avrebbe fatto lo stesso, magari da casa sua, ed avendo un argomento in più contro i “comunisti illiberali”.


La fine delle ideologie

febbraio 13, 2014

Psichedelico

Tanto celebrata da anni, eccola plasticamente rappresentata.

Un profittatore avido e sprezzante di ogni regola, maschera da rappresentanti della nazione una pletora di mediocri arrivisti, ammaestrati a tramutare in insulse cantilene le fallimentari formule difensive escogitate dai suoi altrettanto mediocri avvocati. Un ex battutista televisivo traduce in formulette di facile consumo le bislacche congetture di uno stratega sociopolitico da bar. Ed infine gli eredi di quelli che furono i partiti della resistenza antifascista vengono fulminati dall’irresistibile fascino dell’idiozia, affidandosi ad un buffone in giacca e cravatta che confonde le istituzioni della repubblica con l’assemblea di classe della scuola per parrucchieri che avrebbe dovuto frequentare per guadagnarsi da vivere.

Lo spettacolo che ci viene offerto fa rimpiangere i vertici di maggioranza con Craxi, Forlani, La Malfa (Giorgio), Altissimo e Cariglia. I quali avevano frequentato in gioventù uomini politici veri e tentavano almeno di salvare le apparenze.

Verrebbe da chiedere di sospendere l’attività parlamentare e di governo, di chiedere al Presidente della Repubblica un decreto che imponga l’autogestione delle istituzioni statali, dalle scuole alle caserme, dagli ospedali alle camere di commercio, e di lasciare che il paese si arrangi da solo. Funzionerebbe tutto meglio.


Lo schifezzum*

gennaio 29, 2014

quadro_astratto1

In dicembre ci sono state le primarie del pd. Il blog non ne ha scritto nemmeno una riga perché il dibattito congressuale (lo chiamano ancora così) è stata la consueta fiera delle chiacchiere e mi sono da tempo ripromesso di giudicare un soggetto politico non per quello che dice ma per quello che fa. Anche perché in questi anni ne abbiamo sentite di tali e di tante che solo a ripensarci viene mal di testa. Di certo alle parole non sono mai seguiti i fatti, anzi, sono seguiti fatti opposti alle parole. Leggendario resta lo slogan “certezza della pena” sventolato da chi, appena eletto, votò l’indulto.

Quindi – che fossero Fonzie-Renzi, Alien-Cuperlo o Bambi-Civati – non ho perso un minuto per ascoltarli. Le loro mozioni congressuali giacciono unzipped nella cartella del download.

Ma ora siamo ai fatti. Ed il primo fatto che ci confeziona Fonzie-Renzi e la bozza di legge elettorale per la Camera dei deputati che approda all’aula domani.

La versione peggiorata della legge Calderoli.

Del sistema precedente conserva gli aspetti peggiori: il premio di maggioranza, l’assenza di preferenze, le candidature plurime ed il doppio sbarramento, con innalzamento della soglia per chi non ha alleati, in modo da scongiurare l’eventualità che nascano nuovi partiti. Per tacere della norma salva-Lega, che conferma la cronica propensione della nostra politica a legiferare nel contingente e non in generale.

Una legge che non è né innovativa, né coraggiosa. Non cambia o cambia in peggio.

Una legge dettata da Silvio Berlusconi e modellata sulle sue esigenze. Che frustra le aspettative di coloro (e fra di essi molti elettori del pd) che aspiravano ad una ventata di vera democrazia. Una legge ancora schiava della logica del voto utile, con gli elettori chiamati a votare sotto ricatto (“altrimenti comandano gli altri”). Che liscia il pelo ai potenziali alleati di Forza Italia e sbatte la porta in faccia ai partiti di sinistra.

E tutto ciò mentre la Fiat ha abbandonato definitivamente l’Italia, mentre le fabbriche continuano a chiudere e gli italiani diventano sempre più poveri e rassegnati.

Il verso, caro Fonzie-Renzi, non è cambiato.

* PS. Il nome schifezzum è di A. Scanzi.


Lo strano senso di Travaglio per Matteo

gennaio 28, 2014

dipinto_001

Se si venisse a sapere che D’Alema incontra segretamente Verdini per concordare la legge elettorale e una qualche riforma istituzionale, Marco Travaglio esonderebbe indignazione fino a far scoppiare il suo giornale. Ed invece, siccome lo fa un certo Renzi, ne tace. Oggi se la prende con il giudice del caso Scajola, reo di averlo assolto dopo che il Fatto aveva guidato la campagna contro il politico ligure.

Notizia importante, l’assoluzione di Scajola, ma da chi tuona contro l’inciucio sinistra-Berlusconi da venti anni, ci si aspetterebbe una parola su questo obbrobrio di legge elettorale, voluta dal Cavaliere ed adottata dal Pd renziano con il più classico degli argomenti dalemiani: “B. ha i voti, quindi con lui si deve trattare”.

Ed infatti Renzi tace sul conflitto di interessi, sullo scempio della giustizia penale e sulle leggi vergogna. Ma va bene così. Con quella faccia può dire (o non dire) ciò che vuole?


La mia sulla legge elettorale

gennaio 27, 2014

pallacorda003

Come sa anche uno studente del primo anno, i sistemi bipolari funzionano nei paesi ad elevata coesione ideologica. Paesi cioè dove gli elettori la pensano allo stesso modo su quasi tutti gli argomenti ed i programmi dei partiti differiscono solo per qualche particolare. L’esempio degli Stati Uniti è lampante. Lì due partiti sono più che sufficienti, perché trovare le differenze fra democratici e repubblicani è impresa ardua e non si capisce a cosa potrebbe servire un terzo partito. Negli USA esiste una piccola fetta di elettorato che vota sempre democratico, una altrettanto piccola che vota sempre repubblicano ed una grande fascia intermedia che sceglie l’uno o l’altro a seconda delle persone che si presentano e della congiuntura. Così si realizzano il ricambio e l’alternanza. L’Italia è un paese opposto, con una formidabile sperequazione ideologica che va dai trotzkisti ai neofascisti, passando per una varietà di soggetti ideologico-geografico-confessionali che non ha eguali al mondo. La suddivisione forzosa di questo mosaico di formazioni in due soli schieramenti crea artificialmente due blocchi elettorali enormi, uno che vota sempre a sinistra e uno che vota sempre a destra, mentre la fascia oscillante è minima e non produce né alternanze né ricambi, perché insufficiente a spostare gli equilibri. Ed infatti, da quando l’Italia ha optato per sistemi bipolari, il personale politico si è blindato e l’alternanza è stata determinata dalla capacità o meno di creare cartelli elettorali più o meno ampi.

Questo vale a smentire l’idea (ma sarebbe opportuno chiamarla fissazione) che l’Italia deve mantenere un assetto bipolarizzato e bipolarizzante.  La legge elettorale non può essere disegnata in astratto, ma deve tenere conto della realtà cui si applica.

Le ragioni addotte dai sostenitori dell’impianto bipolare sono essenzialmente due: stabilità della maggioranza parlamentare e governabilità, ovvero sintonia fra potere esecutivo potere legislativo.

Analizzando gli ultimi venti anni ci si rende conto che si tratta di illusioni.

La frammentazione ideologica impone inevitabilmente la formazione di coalizioni. Anche se mascherate da partito unico, si tratta comunque di agglomerati eterogenei. Si pensi ai radicali eletti nel 2008 col pd ed alla componente di AN tuttora viva in Forza Italia. Questo risvolto fa venir meno la pretesa stabilità, perché il potere di veto delle piccole formazioni ricompare come potere di veto della corrente o dell’alleato. Non è poi detto che le coalizioni siano destinate a mantenersi nel corso della legislatura. Il centrosinistra si è ripetutamente sfaldato e ricompattato dando l’impressione di essere tutto meno che stabile. L’unica coalizione che si è mantenuta per una intera legislatura è stata la Casa delle Libertà nel 2001-2006, periodo nel quale non ha prodotto nulla. E qui veniamo alla questione governabilità. Maggioranza ampia non vuol dire governo efficace. Quella coalizione, che aveva stravinto le elezioni, viene ricordata per la patente a punti, per la legge antifumo e per una riforma costituzionale bocciata dai suoi stessi elettori al referendum. Zero. E la sua stabilità non è ascrivibile alla legge elettorale, ma alla posizione di dominus di Silvio Berlusconi, unico soggetto in grado di coartare la volontà di intere formazioni politiche.

Si prefigura allora, in questi giorni, un sistema che soffochi i “piccoli partiti”. E siamo all’assurdo, perché saranno sì piccoli, ma messi insieme costituiscono una fetta enorme dell’elettorato ed escluderli produrrebbe un parlamento cronicamente estraneo alla società.

Guardando retrospettivamente il quarantennio democristiano, nel quale vigeva una legge rigorosamente proporzionale, scopriamo che le maggioranze erano stabili e non soffrivano del bicameralismo, poiché il proporzionale assicura identiche maggioranze nelle due camere. I governi erano instabili, ma solo in apparenza. Le crisi di governo, infatti, altro non erano che rimpasti, nei quali la carica di presidente del consiglio entrava nel giro di ricambio delle poltrone. Come è naturale che sia in un sistema che configura il capo del governo come un primus inter pares. Inoltre i rapporti di forza parlamentari erano limpido riflesso del voto degli italiani, del voto vero. Non delle intenzioni di voto o del “voto utile” espresso contro qualcuno e non per qualcosa.

Vero è che il sistema proporzionale ha mille difetti, come inevitabilmente li  ha ogni sistema elettorale. Ma resta il più adatto al corpo elettorale italiano, come avevano ben intuito i costituenti. I quali, oltre a conoscere la società italiana, sapevano di avere a che fare con elettori in maggioranza incapaci di elaborazione politica anche a livello elementare. Di qui la scelta di una legge elettorale che producesse in Parlamento una fotografia del paese, in tutte le sue articolazioni. E credo che dal ‘48 i progressi in tal senso siano stati scarsi.

In conclusione ritengo che il sistema elettorale che meglio si adatta all’Italia sia il proporzionale, senza premi di maggioranza di alcun tipo, con soglia di sbarramento (4-5%) uguale per tutti e preferenza unica (e senza doppie preferenze di genere, per carità). In due parole, modello tedesco.

Il fatto che “dall’alto” venga il continuo richiamo a formule variamente maggioritarie fa pensare che esse siano funzionali, appunto, all’”alto”.


Indovinello

gennaio 27, 2014

pensatore

E’ l’anno xxxx ed il presidente del consiglio X, di centrosinistra, guida un debole governo con esigua maggioranza parlamentare. Y, segretario del PD eletto trionfalmente alle primarie e nemico giurato di D’Alema e dell’apparato, si propone di eliminare i piccoli partiti, puntando ad una dicotomia secca fra il suo partito e quello di Berlusconi. Ma il risultato è di causare la crisi di governo e le elezioni anticipate. Ed a vincerle è Berlusconi.


Il ventennio

gennaio 19, 2014

alfio_presotto_l'inganno_svelato

Se c’è qualcosa che caratterizza politicamente questi ultimi due decenni, non è la persona di Berlusconi (non solo almeno) ma l’idea che i “problemi del paese” sono ascrivibili alle resistenze che la società, nelle sue varie articolazioni, oppone alle “riforme”, al progresso verso la modernità. Resistenze indefinite, che ciascuno, secondo la propria visione o convenienza, ha attribuito a questo o quel soggetto. I partiti, i sindacati, le corporazioni, i poteri forti, la burocrazia, i meridionali, i radical chic, l’italica indolenza, e via via antropologizzando. Resistenze che non è stato possibile superare perché è mancata la “governabilità”. E’ ormai infusa nelle menti l’idea che sia necessario affidare ad un unico soggetto – partito, coalizione, persona – il compito di strappare le reti che intrappolano la società italiana.

In quest’ottica il Parlamento è descritto come il simbolo della palude di interessi che frenano l’opera risolutiva del Leviatano riformatore, e nasce da ciò l’ossessione per una legge elettorale che “garantisca la governabilità”, formula che cela la volontà di privare il Parlamento delle sue prerogative (già ormai in prassi ridotte a simulacro), realizzando la fusione dei poteri legislativo ed esecutivo in applicazione dell’ordalia elettorale, ridotta ad acclamazione del Grande Soggetto Riformatore, finalmente libero dai condizionamenti politici.

E’ la riproposizione in chiave moderna dell’atavico odio verso il parlamentarismo, che periodicamente investe le democrazie europee, e che cela l’incapacità – o anche l’impossibilità – della politica di dare risposte sostanziali.

Ma è anche la raffigurazione plastica di un alibi. L’alibi di una classe politica che per vent’anni non è riuscita a riformare le pensioni, non ha avuto il coraggio di sfidare nemmeno i taxisti e si è limitata a gestire malamente l’eredità lasciata dai quaranta anni di governo della Democrazia Cristiana. Quaranta anni nei quali governi deboli ed uomini mediocri, trattando con i trinariciuti comunisti, hanno fatto di un paese rurale, analfabeta e materialmente distrutto, un potenza industriale (e diplomatica) di livello planetario. Senza grandi riforme, senza maggioranze oceaniche, senza mega stipendi e supermanager; utilizzando la Costituzione contrattata coi trinariciuti, la struttura statale – farraginosa e bislacca – ereditata dal fascismo, la timida classe imprenditoriale nazionale, l’arte di arrangiarsi degli italiani. E, detto per ultimo, una legge elettorale iperproporzionale con bicameralismo perfetto.

Il mio giudizio sull’incontro Renzi-Berlusconi nasce da qui. Ha consacrato l’idea, l’illusione. Che dopo Silvio sarà Matteo a salvare il paese, a “fare le riforme”.

Quindi non è successo nulla, salvo il fatto che – stando alla lettura dei quotidiani – a decifrare l’inganno sembra non sia rimasto più nessuno.


I barbari

ottobre 18, 2013

800px-sandro_botticelli_0751

Dopo tanto tempo ho visto una puntata di Servizio pubblico, la trasmissione di Santoro. E l’ho trovata quantomeno stucchevole. Stretto fra le gigionerie di Cacciari e i pettegolezzi della Bonev anche Travaglio è risultato non meno che penoso.

Non mi meraviglia quindi che i difensori di B. sparino a zero contro la “barbarie” di una trasmissione del genere. Da un certo punto di vista hanno ragione. Come ha ragione chi difende la prassi di segretezza per il voto sulla decadenza dello stesso B.

In un paese civile non si fanno trasmissioni televisive per mettere in piazza le debolezze di un cittadino, chiunque esso sia; e sulle questioni personali il voto segreto è una scelta di civiltà.

Quindi, in astratto, dovrei dire che Servizio pubblico è una porcheria e che il voto in Senato dovrebbe essere segreto. Facendolo, però, mi ritroverei a fianco di gente come Brunetta o Santanché. E mi chiedo come può essere. Qualcosa che non va c’è di sicuro.

Non va che B. è l’uomo delle leggi ad personam, l’uomo che ha sovrapposto la diffamazione all’informazione (lo chiamano metodo Boffo), che ha trasformato le istituzioni repubblicane in cose sue, private, piegate ai suoi interessi.

E chi di leggi ad personam ferisce, di leggi ad personam perisce. Per quanto riprovevole, siamo costretti a vedere le armi di costui usate contro di lui.

Comunque sia, è colpa sua.


Faranno l’amnistia. Per B., ma pure per A., C., D….

ottobre 14, 2013

ubriachi

Alla fine faranno l’amnistia e l’indulto. Per B., ma anche per A., C., D. eccetera eccetera. Diranno che non volevano, ma che, pur di alleviare le sofferenze dei detenuti, spinti da sentimento umanitario, sono stati costretti a subire le condizioni del PdL, che altrimenti non avrebbe votato.

Lo voterà il Pd, per obbedienza a Napolitano e per salvare i suoi tanti Penati. Lo voteranno i piddini col mal di pancia, magari turandosi il naso o dicendo di aver sbagliato pulsante. Lo voterà il PdL, che imporrà le clausole salva-Silvio. Lo voterà l’inutilissimo partito Sel, che ormai va a rimorchio perfino di Renzi. Lo voterà il centrino di Monti, che non sa nemmeno più cosa ci sta a fare in parlamento.

Diranno che nulla cambia per cittadini, anzi. Che la giustizia sarà più veloce perché i Tribunali saranno sgravati da milioni di processi inutili.

Diranno che non si poteva fare diversamente, che ce lo imponeva l’Europa.

Tutte cazzate.

La sola verità è che decine di migliaia di ladri, truffatori, bancarottieri, riciclatori, corrotti, corruttori, violenti, stupratori, assassini, mafiosi, spacciatori, evasori fiscali eccetera faranno festa. Continueranno a delinquere, consapevoli che l’indulto è diventata prassi periodica, che alla fine non pagheranno. Mai. Nemmeno se dovessero delinquere per quarant’anni in fila. Brinderanno a san Silvio, grazie al quale l’indulto è diventato permanente. E brinderanno al Pd. Che perderà altri milioni di voti, riuscendo ad apparire ancora una volta come il partito che salva i delinquenti.

Votate pure questo obbrobrio. E una volta tanto, andate affanculo.


Voto palese! Voto segreto!

settembre 14, 2013

votosegreto

Che sulle questioni che riguardano una singola persona si possa (e talvolta si debba) votare a scrutinio segreto è una forma di rispetto, di educazione e di contegno istituzionale. Serve a garantire alle persone che per anni hanno diviso la quotidianità con l’interessato, quella forma di pudìca riservatezza che consente loro di votare secondo coscienza, senza passare per traditori dell’ex amico, dell’ex avversario, dell’ex compagno. Quando un’assemblea vota pro o contro una persona, è elementare norma di decoro e civiltà che questi non sappia chi ha votato per lui e chi contro di lui.

Ma nell’arena belluina che è diventata la politica italiana non c’è più spazio per  tutto ciò. Il voto segreto diviene scudo della menzogna, della viltà, dell’opportunismo.

Decoro, civiltà, rispetto, educazione, contegno.  Sono lussi che non ci possiamo più permettere.