Quote rosa e posto fisso

febbraio 2, 2012

Quando sento qualcuno esaltare la flessibilità, ovvero legittimare la precarietà, non posso far altro che chiedermi se costui è ottuso o in malafede. L’universo del lavoro dipendente è diviso in due, fra lavoratori assunti a tempo indeterminato e lavoratori precari. Aspirare a far parte della prima categoria è quasi obbligatorio, come ben sa chi ha chiesto un mutuo per comperare casa.

Ma la cosa che più mi lascia perplesso ogniqualvolta si discute di “superamento abolizione del posto fisso” è il silenzio “delle donne”. Le donne in politica, intendo, quelle che dovrebbero difendere i diritti delle donne, di tutte le donne.

Se in Italia vi è stata una qualche forma di emancipazione femminile, non lo si deve alle proteste delle femministe, ai cortei, e tanto meno alle quote rosa. Lo si deve alla conquista del posto fisso. Nell’impresa privata, nella scuola, nella pubblica amministrazione. Solo con la sicurezza del posto di lavoro a vita, e del conseguente trattamento di pensione, milioni di donne hanno potuto affrontare lo studio, il lavoro, la carriera, la maternità, il matrimonio senza dover dipendere da una qualche autorità maschile.

Non serve essere esperti di diritto del lavoro per comprendere che la precarietà colpisce proprio le donne, più vulnerabili degli uomini nella competizione per il mantenimento di un impiego perennemente a rischio.

Eppure, proprio una donna, Elsa Fornero, sembra voler imbracciare il fucile contro l’odiato posto fisso (sarebbe interessante sapere se lei ne ha uno oppure no). E così come avvenne ai tempi del varo della legge Biagi che introdusse varie forme di precarizzazione, non vedo provenire dal mondo politico femminile alcuna protesta specifica.

Ci si preoccupa invece di tuonare contro la pronuncia della Cassazione sulle misure cautelari per gli stupratori, giudicando aberrante l’ultima sentenza. Senza averla letta, come si usa di solito.