Analfabetismo al potere

novembre 9, 2019

 

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Ora che la crisi dell’Ilva di Taranto è deflagrata, prolifera l’irrisione per il già ministro dello sviluppo economico Di Maio, additato per la sua proclamata presunzione di aver risolto il problema in pochi mesi, dopo anni di vani tentativi dei predecessori. Pensosi editoriali ci illustrano l’assurdità di aver posto a capo di un dicastero tanto importante “un ragazzino che distribuiva le bibite allo stadio”. Vero. Ma si tratta del singolo aspetto di un problema ben più vasto.

La politica nazionale recente ha avuto come protagonisti principali Di Maio, Renzi e Salvini (in rigoroso ordine alfabetico). Tre fulgidi esempi del fenomeno che potremmo chiamare analfabetismo politico al potere. Dimostra analfabetismo politico un ministro che proclama di aver risolto un problema senza sapere nemmeno quale fosse, soprattutto per averlo fatto rivolgendosi non agli italiani ma solamente ai suoi elettori. Ma il medesimo analfabetismo è quello del ministro dell’Interno che fa propaganda utilizzando le sue funzioni, per salire al paradosso di un Presidente del Consiglio che impegnò il governo e la maggioranza parlamentare in una demenziale riforma costituzionale arrivando a dire che in essa “ci giochiamo tutto”. Ma cosa? Ma chi? Chi si gioca tutto? L’impotenza di un intero paese davanti allo strapotere di soggetti di tal misero spessore è l’esito di decenni di crisi culturale prima che politica. Interi lustri in cui l’Italia non ha mai guardato a fondo i suoi problemi sfruttando le proprie risorse senza saperle valorizzare.

E dire che non sarebbe stato difficile evitare il peggio. Sarebbe bastato, in tanti anni dedicati a riforme costituzionali inutili e dannose, introdurre l’unica che servirebbe: l’incompatibilità del ruolo di ministro con ogni altra funzione, prima fra tutte quella di parlamentare. In Francia, dove la separazione dei poteri è stata concepita fin dai tempi di Montesquieu, così avviene, onde evitare che le cariche di governo siano utilizzate a fini elettorali. E anche per garantire il buon funzionamento dell’esecutivo. Il ministro deve stare lì, al ministero, a far funzionare l’apparato dello Stato, non in giro a fare propaganda o addiritturaa svolgere una professione. Come ebbi già a scrivere qui, se si fosse provveduto a introdurre questa banale ed ovvia modifica della Carta, non ci troveremmo nelle attuali misere condizioni.

Nella passata legislatura assistemmo al triste spettacolo del ministro della Giustizia (Orlando) che invece di stare alla scrivania per affrontare gli enormi problemi del sistema giudiziario (non dico risolverli, ma almeno affrontarli) se ne andava in giro per l’Italia a fare campagna elettorale per se stesso in vista delle elezioni alla segreteria del suo partito! E ci si domanda perché i Tribunali non funzionano? E che dire di quella presidente della commissione Giustizia della Camera dei deputati che, reggendo la carica, continuava a esercitare la professione di avvocato?

Non sarebbe (stato) difficile. Chi assume la carica di ministro deve fare il ministro. E basta. Non il professionista, il parlamentare o il capopopolo. È facile.

 


Incompatibilità fra parlamentare e ministro

ottobre 17, 2018

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Tutte le critiche alla manovra economica in corso d’elaborazione e, più in generale, all’attività del Governo, cozzano contro un dato di fatto: Movimento 5 Stelle e Lega godono di grande consenso, e con essi i rispettivi leader “populisti” Di Maio e Salvini, i quali si fanno forza dei risultati elettorali e dei sondaggi. Ma la stampa ad essi ostile non si dà pace, prefigurando la catastrofe che ci attende a causa della scelleratezza della maggioranza.

Hanno ragione i primi, nel rivendicare la guida del Governo, ma hanno ragione pure i secondi, nel denunciare l’anomalia di un Ministro dell’Interno che utilizza la sua carica a fini propagandistici e le molteplici contraddizioni fra i proclami elettorali del M5S e la prassi di Governo.

Questo conflitto è figlio di una delle nostre tante malattie: la cronica e malsana compenetrazione fra maggioranza parlamentare e Governo, fra gruppi parlamentari e Ministeri. La Repubblica è nata nello spirito resistenziale, ed era logico pensare che il Governo avrebbe dovuto essere formato dai leader dei principali partiti. Questo principio però, negli anni, ha perso la sua valenza positiva, finendo per inquinare il funzionamento delle istituzioni. Fin dal primo dopoguerra, infatti, i vertici dei partiti hanno sommato la funzione propagandistica in chiave elettorale e quella di gestione della cosa pubblica, utilizzando le cariche di Governo per conquistare e consolidare il consenso. La situazione attuale, che vede Salvini e Di Maio impegnati a varare misure economiche rivolte alle rispettive basi elettorali, è la stessa che si ripete da sempre. I capi dei partiti che vincono le elezioni corrono ad occupare i ministeri di spesa per ricompensare gli elettorati.

Lo si poteva evitare, o quantomeno limitare? Forse sì. Con l’unica riforma costituzionale che ci avrebbe giovato ma che nessuno mai ha provato neppure a proporre: l’incompatibilità fra la carica di parlamentare e quella di Ministro o sottosegretario, esattamente come avviene in Francia, paese dove, guarda caso, hanno inventato la separazione dei poteri (in questo caso legislativo ed esecutivo).

In un sistema del genere, il capopartito che raccoglie voti promettendo di buttare a mare i migranti, non può poi (far credere di) farlo realmente utilizzando la carica di ministro dell’Interno. E chi ha fatto campagna elettorale promettendo di regalare caramelle a tutti, non può utilizzare la sua posizione in Consiglio dei Ministri, in posizione sovraordinata a quella del Ministro dell’Economia, per farlo veramente.

Chi si presenta alle elezioni, se eletto, viene votato per stare in Parlamento, dove appunto si parla. Non per fare il Ministro. Così dovrebbe essere. E se nei decenni passati avessimo avuto Governi composti da persone competenti, indicate sì dai partiti, ma non direttamente coinvolte nella raccolta del consenso, forse ora avremmo un debito pubblico un po’ più basso. Perché un Ministro non parlamentare, indicato dai partiti ma nominato dal Capo dello Stato, avrebbe (avuto) forse la forza di dire “no”, almeno qualche volta. “No, non si può fare perché i soldi non ci sono”.

In più i Ministri dovrebbero stare al Ministero, a far funzionare la macchina statale, e non altrove a fare politica. Mi sovviene il triste esempio del Ministro della Giustizia Orlando, il quale, invece di lavorare in via Arenula (dove ce ne sarebbe assai bisogno, visto lo stato della nostra Giustizia) se ne andava in giro a far campagna per se stesso al congresso del suo partito. Non è un caso vedere poi i processi celebrati nei tendoni del cortile del tribunale (come a Bari), perché la sede è inagibile.

Ma una simile riforma mai è stata neppure proposta, e siamo qui, a pagare miliardi in interessi, a dolerci dell’Italia che non funziona ed a discutere di baggianate.


Nani e ballerine

settembre 19, 2017

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La Francia ha appena scelto Macron, la Germania sta per rieleggere la Merkel. E noi? Passeremo da Renzi a Salvini o Di Maio? L’incrocio fra le pagine di politica estera e quelle di politica interna ci offrono questo desolante contrasto, ma sarebbe un errore pensare che lo iato fra la statura dei leader europei ed i nostri politicanti sia un dato recente. E’ sempre stato così. Se oltre le alpi avevano Adenauer, Brandt, Khol, De Gaulle, Giscard d’Estaing, Mitterrand, noi ci sopportavamo Rumor, Andreotti e Berlusconi ed anche i pochi possibili statisti nostrani hanno avuto vita (e morte) infelice, vedi Aldo Moro.

Viene da chiedersi perché, e le risposte sono tante, complesse, confuse. Tanto che rinuncio a perdermi nelle analisi dei nostri mali.

Poi accendo la tv, mi appare Lilli Gruber, e ripercorro mentalmente gli ospiti della sua trasmissione in questi primi giorni di settembre 2017. Oltre alle solite mummie (Cacciari, Mieli, Pansa, Severgnini), mi vengono in mente Anna Falcone, Deborahahah Serracchiani, Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti. E la rassegnazione si fa strada: ci toccheranno Renzi-Salvini-Di Maio per vent’anni.

La selezione del ceto politico da parte del corpo elettorale avviene grazie al filtro dell’informazione, e se i risultati sono scadenti, la responsabilità non è degli elettori, ma dei mezzi di informazione. A loro dovremmo chiedere conto di chi ci hanno offerto e di come ce li hanno rappresentati. Il fatto che un personaggio come Giulio Tremonti, che dal 1994 calca le platee politiche, possa pontificare in televisione senza la benché minima contestazione delle sue passate responsabilità, è sintomatico della pochezza del nostro sistema informativo.

Impegnati a compiacere il titolare o a rincorrere vendite o ascolti, giornali, telegiornali, opinionisti non si sono mai preoccupati di offrire una informazione completa e selettiva.

Il risultato è la desolazione che ci si offre alla vigilia delle prossime elezioni, ben rappresentata dalla quaterna degli aspiranti premier: Di Maio, Berlusconi, Salvini e Renzi.


Non toccate la legge elettorale

aprile 13, 2015

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Se la parola democrazia ha un senso, chiunque ragioni di leggi elettorali dovrebbe dare uno sguardo al panorama partitico attuale, a poche settimane dalle elezioni regionali. I soggetti politici riconoscibili sono i seguenti:
– il partito di Renzi, ovvero quello che fu il pd;
– la dissidenza interna del fu pd, un agglomerato estraneo alla segreteria;
– la sinistra che fu SEL e che ora vede nella coalizione sociale di Landini la possibilità di schiodarsi dalle percentuali irrisorie cui è abituata;
– il Movimento cinque stelle, stabile sul 20%;
– la Lega Nord, fortissima nelle regioni settentrionali, ma solo lì;
– la frazione di centrodestra fedele a Berlusconi;
– la frazione di centrodestra (Ncd, fittiani) che ambisce a superare la figura dell’ex cavaliere.

Anche trascurando quello strano oggetto che si chiama Fratelli d’Italia, che sinceramente non saprei dove collocare e come qualificare, sono almeno sette i soggetti politici riconoscibili che risulta quasi impossibile inquadrare in due schieramenti contrapposti. Il venir meno della figura aggregante di Berlusconi (aggregante pro e contro), ci riporta alla tradizionale geografia politica nazionale, fatta di una molteplicità di partiti distinti, come è sempre stato dal dopoguerra ad oggi.

Prendere atto di questo è un dovere di chi pretende di scrivere le leggi elettorali, e la conseguenza è il riconoscimento che l’Italia non può sottrarsi al proporzionalismo. Una legge elettorale proporzionale, cancellando l’orrido concetto di “voto utile”, restituisce all’elettore la libertà piena di votare per il partito a lui più vicino, favorendo il recupero della partecipazione al voto, che era uno dei pochi vanti nazionali. Leggere di una quota di astensione vicina al 50% in un paese che esibiva una affluenza ai seggi superiore al 90% è uno dei segni peggiori di questi tempi.

A chi obietta che il proporzionalismo penalizza la “governabilità”, subordinando la formazione dell’esecutivo alle trattative fra gruppi parlamentari, rispondo che già ora è così. Con la differenza che i meccanismi premiali (che derivino dal sistema uninominale alla Mattarella o dal maggioritario alla Calderoli) costringono i partiti a mercanteggiare seggi e incarichi prima delle elezioni, quando i rapporti di forza sono dati dai sondaggi e non dai voti reali. E d’altronde chi afferma che i meccanismi premiali garantiscono coerenza fra voto popolare e maggioranza di governo dice una solenne empietà, sol che si osservi come l’attuale maggioranza sia un ibrido inimmaginabile prima del voto del 2013.

E’ quindi venuto il momento di dire che le prossime elezioni dovranno tenersi con la legge elettorale attualmente in vigore: un proporzionale puro. Dando poi ai partiti il compito di misurarsi in parlamento sulla base del consenso reale. E dando a noi poveri elettori bistrattati la possibilità di esprimerci, infine, liberamente.