Processo Ruby: il delirio non si arresta

luglio 23, 2014

delirio

Sono passati alcuni giorni e ancora leggo gente gridare allo scandalo. Prima condannato e poi assolto: orrore, vergogna ed ignominia!

Ma, scusate, il fatto che esistano il giudizio di primo grado e quello d’appello, emessi da collegi diversi, prevede ontologicamente che possono aversi sentenze diverse. Se i giudici d’appello non avessero la libertà e la possibilità di riformare la sentenza del Tribunale, che senso avrebbe l’appello in sé?

State calmi. La condanna di primo grado non ha avuto nessuna conseguenza sull’imputato. E attendiamo anche la Cassazione, che non mica finita qui.

 

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Processo Ruby e leggi ad personam

luglio 22, 2014

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Il processo Ruby racchiude alcune delle peggiori degenerazioni della giustizia penale italiana, effetto della legislazione prodotta da una classe politica dedita alla commissione del delitto anziché alla sua repressione.

  1. La proliferazione dei riti. Il rito del processo penale dovrebbe essere uno solo, per tutti i reati e per tutti gli imputati. In Italia, invece, si è perso il conto dei riti alternativi: patteggiamento, abbreviato, immediato, per direttissima, per decreto, citazione diretta. Una conseguenza è stata l’incomprensibile scelta della Procura di processare B. separatamente da Fede, Mora e Minetti; duplicazione antieconomica e foriera di possibili conflitti di giudicato.
  2. “Giusto processo”. La riforma dell’art. 111 della Costituzione (centrosinistra, anno 2000) ha stravolto il regime della testimonianza nel processo penale. Pensata per neutralizzare i processi di Tangentopoli (e centrò l’obiettivo) tale riforma toglie valore processuale alle testimonianze raccolte nel corso delle indagini da Polizia Giudiziaria e Pubblico Ministero, rinviando la formazione della prova al dibattimento. In tal modo l’indagato ha anni di tempo per subornare i testimoni e questi di “dimenticare” i fatti. Gli investigatori perdono in tal modo interesse a svolgere indagini accurate e la prova testimoniale perde la sua caratteristica principale: la genuinità.
  3. Indagini difensive. Se B. ha potuto inquinare il processo Ruby fin dalla sua genesi, lo si deve anche all’orrenda legge sulle indagini difensive (anno 2000, centrosinistra), che trasforma i difensori dell’indagato in investigatori di fatto autorizzati per legge a raccogliere testimonianze false fin dall’inizio delle indagini. Combinando “giusto processo” e indagini difensive, i PM hanno di fatto le armi spuntate.
  4. Gli italiani si sono ormai assuefatti all’idea che il Parlamento legiferi su un reato penale per salvare un politico sotto processo. Un’aberrazione che fa inorridire, ma la comunione di intenti fra Pd e Forza Italia l’ha ormai resa una prassi accettata. Mi riferisco in particolare alla modifica del reato di concussione che ora risulta di difficile punizione in tutti i casi.

Analizzando altri processi a personaggi pubblici, troveremmo mille altri casi in cui la legislazione di favore a consentito a qualche imputato eccellente di farla franca. Non senza ricordare che di tali leggi criminogene beneficiano anche i delinquenti comuni, i signori nessuno che godono di riflesso dei delitti altrui.

Ciò premesso, in punto di diritto la sentenza assolutoria è probabilmente giusta. Perché da quel che si è letto manca o è insufficiente la prova dei rapporti sessuali fra l’imputato e la ragazza nonché della sua consapevolezza della di lei minore età; perché la concussione (o l’induzione indebita) non è un reato pensato per punire un capo di governo; soprattutto perché la riforma Severino del reato di concussione è stata fatta apposta.

Resta la desolazione di vedere un paese ormai assuefatto alla conquista delle istituzioni da parte di chi pratica sistematicamente la violazione della legge.


E’ ignorante anche Marco Travaglio

luglio 20, 2014

Marco Travaglio in Promemoria

A farmi saltare sulla sedia è stata questa frase (da “Innocente a sua insaputa” Fatto quotidiano del 19 luglio 2014, Marco Travaglio):

E non osiamo immaginare che accadrà se nel processo Ruby-ter si accerterà che le Olgettine, principali testimoni del bunga-bunga, sono state corrotte dall’imputato del Ruby-uno per mentire ai giudici: ce ne sarebbe abbastanza per una revisione del processo principale, inficiato dalle eventuali false testimonianze di chi avrebbe potuto provare ciò che, a causa delle loro menzogne, non fu ritenuto provato.

Te lo dico io, illustre giurista Marco Travaglio: se nel processo Ruby-ter si accerterà che le Olgettine, principali testimoni del bunga-bunga, sono state corrotte dall’imputato del Ruby-uno per mentire ai giudici, il corruttore verrà condannato per corruzione in atti giudiziari (e forse frode processuale, subornazione, intralcio alla giustizia e chissà cos’altro) ma non ci sarà alcuna “revisione del processo principale”, poiché, come chiunque dovrebbe sapere, la revisione è istituto ammesso sono in caso di condanna definitiva e non in caso di assoluzione. Se l’assoluzione di B. nel processo Ruby-uno passerà in giudicato (se non impugnata o se confermata dalla Cassazione), non esiste prova che possa cambiare la decisione: se anche Ruby e lo stesso B. (con tutte le Olgettine al seguito) confessassero di aver commesso i reati di prostituzione minorile e di concussione, l’assoluzione rimarrebbe comunque inattaccabile e non ci sarebbe alcuna revisione, perché, per il principio del ne bis in idem, questo dice il nostro codice (v. art. 629 c.p.p.), che ogni tanto andrebbe anche letto.

 


Il ridotto del Senato

agosto 25, 2013

ridotto

Gli alleati dilagavano nella pianura padana, i tedeschi ripiegavano, veloci ed ordinati. Mussolini chiese: “quanto potremo resistere?” Pensava gli rispondessero in termini di settimane o di mesi. Gli risposero “fra le sei e le dodici ore”. Si riferiva al ridotto della Valtellina, un ipotetico scampolo d’Italia incastonato nella Svizzera dove trentamila immaginarie camicie nere avrebbero dovuto trincerarsi per resistere agli invasori ed immolarsi. E salvare l’onore del fascismo e del Duce.

Nella sua fantasia, il ventennio di Mussolini avrebbe dovuto concludersi così, con una eroica ed anacronistica difesa all’arma bianca, come se fosse ancora stato possibile combattere alla baionetta.

Il ventennio di Berlusconi non gli somiglia in nulla, ma ha anch’esso il suo ridotto: il Senato della repubblica.

La discesa in campo del 1994 aveva finalità chiarissime, esplicitate in privato da Berlusconi e pubblicamente da Confalonieri: creare uno schermo politico alle attività illegali delle sue imprese.

Ed infatti, da allora, la vita pubblica nazionale è stata occupata dall’accavallarsi delle indagini delle procure e dalle leggi criminogene votate dal parlamento per neutralizzarle. Votate, si badi bene, sia dal centrodestra che dal centrosinistra.

Ma chi vive nell’illegalità (e la sentenza Mediaset questo sancisce in riferimento alle attività televisive di Fininvest) non può sfuggire all’infinito all’accertamento della verità. Come Butch Cassidy, può solo allontanare il giorno della resa dei conti.

Le parole di Alfano all’uscita dal “supervertice di Arcore” sono rivelatrici dell’unica reale ossessione del Cavaliere. Disposto ad accettare tutto ma non la decadenza da parlamentare, carica che ricopre ininterrottamente da quasi venti anni. La decadenza, ci fa sapere Alfano, è per lui “inaccettabile ed incostituzionale”.  E sostenere l’incostituzionalità di una blanda legge “anticorruzione” votata pochi mesi fa dallo stesso PdL, ha la stessa natura comica e straniante della pretesa di Mussolini di resistere agli americani.

E ho già scritto quelle che credo essere le vere ragioni (https://sentieriepensieri.wordpress.com/2013/08/17/larresto-di-b/). Dal giorno successivo alla decadenza, Silvio Berlusconi perderà le guarentigie di parlamentare, e, in particolare, sarà possibile intercettare le sue utenze telefoniche, perquisire le sue (innumerevoli) abitazioni ed aziende e financo arrestarlo.

E finalmente emergerà la verità, o perlomeno una grossa fetta, sulla sua storia. Dai rapporti coi boss di Cosa nostra agli assegni per le olgettine.

Per questo il Cavaliere si aggrappa al seggio senatoriale, ultimo riparo dietro cui occultare le prove dei suoi delitti. Il Senato è l’ultimo ridotto suo e delle sue truppe, di quelle che gli rimarranno fedeli fino all’ultimo. Come svanirono le trentamila camicie nere, probabilmente svanirà anche l’esercito di Silvio. Che in queste ore mi immagino guardarsi intorno e chiedere: “quanto possiamo resistere?”


Ruby uno, due e.. ?

maggio 25, 2013

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Il caso Ruby ci accompagnerà a lungo. Ci sono già il processo Ruby uno (a Berlusconi) e Ruby due (a Fede, Minetti e Mora). Seguiranno i relativi appelli, i giudizi di legittimità, i possibili riti di rinvio o di revisione, eccetera. Molto probabilmente si celebreranno altri processi (Ruby tre, quattro, cinque …) per la gigantesca corruzione dei testimoni che è stata messa in piedi per inquinare i primi due.

Nel merito giudiziario c’è poco da dire. Sono fatti privati di cui si discuterà all’infinito (a vuoto) per convincersi se costituiscono reato oppure no, se ci sono le prove oppure no, se esse  sono genuine e credibili oppure no.  Se ce ne deve importare qualcosa oppure no.

Ai miei occhi il caso dimostra una sola cosa: fra gli italiani e Berlusconi sussiste un permanente, irredimibile incancellabile stato di infatuazione. Non lo chiamerei consenso e nemmeno fiducia. E’ un sentimento che attanaglia tutti (compresi gli oppositori veri o presunti) e che fa sì che a Silvio tutto venga concesso, a prescindere. A dispetto di tutto e di tutti.

Basta provare ad immaginare cosa accadrebbe se in una vicenda analoga quella di Ruby fosse coinvolto un altro personaggio pubblico. Che so, Romano Prodi; o Mario Monti. Proviamo a chiederci che reazioni susciterebbe sapere che uno di essi si sollazza invitando in casa propria prostitute dedite alla messa in scena di “spettacolini” a sfondo erotico. Cadrebbero nell’oblio più totale nel giro di un secondo e nessuno oserebbe nemmeno proporli per una qualsiasi carica pubblica. Sbaglia chi sostiene che “in qualsiasi altro paese lo scandalo Ruby avrebbe cancellato qualsiasi politico dalla scena pubblica”. Sbaglia perché così sarebbe anche in Italia per chiunque non si chiami Silvio Berlusconi.

 Il Cavaliere domina la scena politica da quasi vent’anni. Ma non vi è una sola legge a lui riconducibile per la quale gli italiani gli possano essere grati; non un’opera pubblica di cui lui possa vantar merito; non un provvedimento, non un decreto, non un atto politico nazionale o internazionale di cui si possa dire: “beh, almeno questo lo ha fatto”. Niente. Ma gli italiani continuano a concedergli tutto.

Compresi coloro che dicono di avversarlo.


Va bene.

febbraio 15, 2011

Va bene, sono stato zitto in tutto questo tempo per lasciare che si sfogassero gli istinti, ma adesso sarebbe anche ora di dire due parole. Visto che chi le dovrebbe dire (io non faccio nomi, vero Bersani?) non lo fa.

Cominciamo osservando un paio di cose.

Berlusconi, recentemente, ha strillato di non aver mai pagato per prestazioni sessuali, di non aver mai frequentato minorenni, di aver organizzato solo elegantissime serate mondane. Gli atti della Procura di Milano (che via sia condanna o no) dimostrano che invece ha pagato fiumi di denaro per prestazioni sessuali, che ha frequentato minorenni, che nelle sue residenze si tengono abitualmente festini hard. Insomma ci ha raccontato una caterva di menzogne.

Ricordo che, a proposito del processo Mills, B. ha sempre strillato di non aver mai corrotto nessuno. Lo stesso nel processo Mondadori, in quello “tangenti Guardia di Finanza” ed in quello SME. Ha sempre negato di aver pagato tangenti a Craxi falsificando bilanci e frodando il fisco (processi All Iberian 1 e 2). Ha sempre affermato di non essersi mai ingerito di questioni interne alla RAI, di non aver beneficiato della legge Gasparri (ed infatti si vedono i risultati) e del potere di nomina dei vertici aziendali. Ha sempre negato di aver avuto rapporti con Cosa nostra, accusando come minimo di follia chi rivelava fatti evidenti, uscendo sempre con archiviazioni dubitative dai processi per riciclaggio e per concorso in strage (aspettiamo gli esiti delle indagini in corso a Firenze, a Palermo e a Caltanissetta). Ha sempre negato di aver voluto “leggi ad personam” per uscire indenne dai suoi processi, quando in verità ha beneficiato largamente della depenalizzazione del falso in bilancio e della decurtazione della prescrizione contenuta nella legge ex Cirielli. E mi fermo per non risultare noioso.

Insomma. Le stesse astronomiche fandonie che ci rovescia addosso ora le urla fin dal primo giorno in cui è apparso sulla scena politica. Oggi che l’argomento è comprensibile a tutti (prostituzione minorile, lo capisce chiunque) si potrebbe far comprendere agli italiani che viviamo nel regno della menzogne, governati da un tizio che ci seppellisce di balle da sedici anni.

Questo per dire che se mai Berlusconi dovesse cadere per via del “caso Ruby”, ciò non è dovuto (non dovrebbe essere dovuto) alla pervicacia della Procura di Milano nel perseguire ogni reato che commette, ma alla presa di coscienza da parte del paese (almeno di una porzione considerevole) che egli non è la persona che vuol far credere di essere, che la sua politica non è quella che rappresenta, che le leggi che ha voluto sono uno scempio. E questo è un fenomeno tutto politico, non è una scorciatoia giudiziaria per sopperire alla pochezza di iniziativa politica dell’opposizione. Se un primo ministro dimostra di essere politicamente indegno (anche come riflesso indiretto di indagini giudiziarie), la sua caduta non è un “golpe giudiziario” come troppi ammettono implicitamente e come a sinistra si teme venga ribadito a scopi elettorali. E’ un fatto che appartiene alla naturale dinamica politica, nella quale anche le evidenze giudiziarie concorrono a formare l’opinione collettiva su un primo ministro.

Se questo inciampo della prostituzione minorile servirà a far cadere il governo, a restituirci un parlamento un po’ più decente, dobbiamo esserne felici. Ma poi dovremo continuare ad occuparci di tutto il resto. A partire dall’assetto del sistema televisivo per arrivare ai processi sulle stragi di mafia del ’92-’93. Se mai quella verità verrà alla luce, allora sì che questo processetto di Ruby ci apparirà per la sciocchezza che effettivamente è. Anche se forse passerà alla storia come la trappola che fece cadere il grande B.


Ruby, salvaci tu.

gennaio 16, 2011

Donne, giovani ed immigrati salveranno l’Italia, si sente dire. E allora chi meglio di Karima El Mahrough (Ruby), giovane donna figlia di immigrati, rappresenta la nostra salvezza? Ed infatti se alla Repubblica italiana sarà risparmiata la iattura di una presidenza di Silvio Berlusconi lo dovremo probabilmente a lei ed alla spregiudicatezza della sua infantile condotta, che ha spalancato davanti ai nostri occhi la realtà preilluministica di un potere di coloritura medievale, premoderno, basato sull’arbitrio, sul sopruso e sul disprezzo di ogni legge. L’immagine di un premier che la sera, anziché partecipare ad impegni istituzionali, o prepararli, si ritira nella propria reggia, contornato da biechi cortigiani, per abusare sessualmente (ed analmente?) di una minorenne sbandata e senza famiglia, approfittando della sua precaria condizione esistenziale con promesse e donazioni in denaro, ci fa precipitare in un lugubre antro culturale, dove potere, arbitrio, abuso, dominio sessuale, disprezzo dei più deboli e oscena esibizione della perversione raffigurano una società ispirata a vieti modelli feudali scevri di moralità.

E’ la rappresentazione esemplare del primato del privato sul pubblico, dell’imprenditorialità sulla politica, dell’individualismo sullo spirito collettivo. Il lento ma inesorabile cammino intrapreso da tempo dall’intellettualità e dalla politica nostrane, finalizzato a convincerci che i principi cardine della Costituzione repubblicana sono (erano?) cascami social-comunisti da superare per lasciare spazio al primato dell’interesse privato – celebrato e voluto come unico motore del mondo – ci ha condotto a questa oscena rappresentazione orgiastica dell’egoismo più smodato e sfrontato che, paradossalmente, finisce per travolgere perfino le alte cariche della Stato nei gorghi di una legislazione pensata ipocritamente per “ripulire le strade“ da quella che ci si vuole descrivere come la feccia barbarica che immonda la nostra società.

Non è un caso che Berlusconi rischi di finire vittima delle tagliole giudiziarie introdotte nella legislazione penale con il cosiddetto decreto sicurezza, perché quando il disprezzo della legge diviene l’unico criterio di selezione della classe dirigente, è quasi automatico che il Capo finisca impigliato nelle sue stesse leggi. Come il bracconiere di mare che, calando reti a strascico, finisce inevitabilmente per pescare una specie protetta dalla legge.

Appaiono inutili e probabilmente non serviiranno le innumerevoli barriere che, in nome di un falso garantismo criminogeno, il legislatore ha introdotto in questi ultimi lustri nella legislazione penale. Non la legge sui (in realtà contro) i collaboratori di giustizia (nel caso Ruby non ci sono pentiti, finora); non la legge Cirami (inapplicabile); non i lodi Schifani e Alfano (incostituzionali); non la legge sulle rogatorie internazionali (decaduta per decisione della corte europea di giustizia); non la depenalizzazione del falso in bilancio (le prostitute non sono libri contabili); non la legge Pecorella (incostituzionale); non la sostanziale depenalizzazione della falsa testimonianza (ci sono ancora le intercettazioni telefoniche, grazie al cielo); non l’orribile legge sulle indagini difensive (le innumerevoli testimonianze fasulle raccolte dal povero Ghedini sembrano non servire a nulla, salvo forse a inguaiare chi le ha rese); non ancora (per il momento) l’oscena legge Cirielli sulla prescrizione breve; non l’indulto del 2006 (che non copre i reati commessi successivamente); non le tante e cavillose modifiche procedurali introdotte in omaggio al “giusto processo” inserito addirittura in Costituzione; non il nuovo fallimento e concordato preventivo. E nemmeno, grazie ad un tardivo rigurgito di coscienza di qualcuno, la mostruosità mai entrata in vigore del processo breve, mentre altri obbrobri come la legge Boato-Simeone sulle pene alternative non eviteranno al premier la catastrofe di immagine di una condanna per un fatto tanto vergognoso.

Ma ciò non toglie che l’elenco (parziale) di leggi criminali e criminogene che ho riepilogato sia stato pensato, voluto, votato e applicato ad un’intera generazione di delinquenti grandi e piccoli, che grazie ad esse hanno fatto dell’Italia un paese di malviventi assurti a rango di feudatari dell’economia e di loro vassalli, governati dall’alto dal più spregiudicato di tutti. L’oscenità del bunga bunga è la stessa dei bilanci falsi, delle frodi fiscali, dei fondi esteri, dei capitali esportati illecitamente, del colossale riciclaggio del denaro mafioso, dei mafiosi entrati in politica, del traffico di stupefacenti usato come fonte di finanziamento, della bancarotta come naturale operazione economica, della corruzione dei pubblici ufficiali, degli amministratori locali senza scrupoli, della privatizzazione dei servizi pubblici intesa come rapina dei cittadini, dell’uso del lavoro nero, della contraffazione, dei laboratori clandestini, dello sfruttamento selvaggio dei lavoratori immigrati e della prostituzione, appunto.

La divisione fra chi sta dentro o fuori la villa di Arcore è il paradigma della divisione fra chi rispetta la legge (faticosamente, da tanto è complessa e talvolta capziosa), condannandosi con ciò ad una vita da stupido e povero illuso (povero anche materialmente), e chi invece rompe il diaframma della legalità per entrare nel circuito della ricchezza economica. A prezzo però della propria corruzione morale e dell’esposizione al rischio di precipitare nel baratro, sull’orlo del quale sembra ora più che mai Silvio Berlusconi.

La cifra del declino del nostro paese è in questa obbligatoria sintonia fra illegalità e guadagno, in questo legame sempre più stretto e quasi necessario fra affermazione personale e illiceità. In una frase, nella coincidenza fra immoralità e successo. Un successo che può però trasformarsi in rovinoso fallimento.