L’illogicità del rito abbreviato

ottobre 28, 2018

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Il rito abbreviato si celebra su richiesta dell’imputato, il quale con esso accetta come prove gli atti dell’indagine preliminare, rinunciando al dibattimento, ed in cambio, in caso di condanna, ottiene l’automatico sconto di un terzo della pena. Il processo si celebra davanti al Giudice per l’udienza preliminare, ed il vantaggio per l’amministrazione della Giustizia è l’accorciamento dei tempi del giudizio. Minori garanzie processuali e tempi più rapidi in cambio di uno sconto di pena. La ratio dell’istituto è questa.

Una domanda però sorge spontanea: che accade quando gli indagati per il medesimo reato, realizzato in concorso, sono due (o più) e solo uno di essi opta per l’abbreviato? Essendo un diritto della difesa, non può negarsi al richiedente la celebrazione del rito alternativo, ma non lo si può imporre all’altro, negandogli l’altrettanto riconosciuto diritto al contraddittorio. Quindi la conseguenza è obbligata: si celebrano due processi: uno davanti al GUP, con il rito abbreviato, l’altro davanti al Giudice di merito, con rito ordinario. In tal modo il rito cosiddetto abbreviato finisce per non abbreviare un bel nulla; anzi, dovremmo parlare di rito raddoppiato. Tempi doppi, doppie spese di giudizio, doppio lavoro per magistrati e per cancellerie. Ma soprattutto, ed è questo l’aspetto a mio parere più critico, si celebrano due processi diversi per lo stesso fatto! Due processi davanti a giudici diversi, e con prove diverse. Perché in quello abbreviato le prove sono gli atti dell’indagine preliminare, mentre nell’altro le prove si producono nel corso del dibattimento.

In alcun caso un architetto fa due progetti per la stessa casa, o un docente due programmi per lo stesso corso. Ma in Italia capita che si facciano due processi per lo stesso fatto.

Nella notte di Halloween del 2007 una studentessa inglese (M.K.) venne uccisa nel suo appartamento di Perugia. Dopo frenetiche (ed un po’ confuse) indagini morbosamente seguite dagli organi di informazione, gravati da indizi pesantissimi, vennero arrestati tre giovani, accusati di aver commesso l’omicidio in concorso fra loro: R.G., A.K. e R.S. Il primo di essi chiese di essere processato con rito abbreviato e venne condannato dal GUP a trenta anni di reclusione, poi ridotti a sedici in appello. Gli altri due optarono per il rito ordinario innanzi alla Corte d’Assise di Perugia e, dopo una serie di riforme ed annullamenti, vennero assolti per non aver commesso il fatto dalla Corte d’Assise di Firenze. Ora costoro possono proclamarsi perseguitati dalla Giustizia, mentre R.G. sconta la pena per aver commesso il delitto in concorso con essi (sentenza di primo grado) ovvero in concorso con ignoti (sentenza d’appello).

Si potrebbe pensare che questo è un caso limite, una rarità, ma non è così. Lo spacchettamento dei processi in più di uno, in ragione del rito scelto dagli indagati è frequentissimo, e lascio immaginare il caos che si genera nei procedimenti per fatti complessi (reati ambientali, crack finanziari) con decine di imputati e decine di capi di imputazione, nei quali ciascun indagato può scegliere per ciascun reato con quale rito essere processato.

Bene: io non sono nessuno per dirlo, la mia opinione vale nulla in confronto a quella degli insigni giuristi che hanno scritto il codice di procedura penale e le successive modifiche. Ma ad essi chiedo: come si fa a tollerare ed a difendere un sistema del genere? Non si tratta di “garantismo” o di “giustizialismo”, ma di semplice e mera logica. Come può un sistema giurisdizionale prevedere due procedimenti distinti (e ripeto: con prove differenti!) per lo stesso fatto?

Non mi dilungo neppure sulle altre anomalie del rito abbreviato (che pure esistono), perché questa è talmente macroscopica da esser sufficiente ad affermare che tale forma processuale va semplicemente abolita. Punto e basta.


Riti alternativi e garantismo

ottobre 27, 2018

riti alternativi

Il procedimento penale celebrato con rito ordinario si articola nelle seguenti fasi: indagine preliminare, udienza preliminare e dibattimento, che termina con la sentenza del primo grado di giudizio. In caso di impugnazione seguono il processo d’appello e il giudizio di Cassazione.

L’indagine preliminare è una vera e propria istruttoria e l’udienza preliminare è divenuta, nella prassi, una sorta di grado zero di giudizio. Nel corso del dibattimento, in contraddittorio fra le parti, si formano le prove ed esso è, proprio per questo, lungo ed articolato e già in fase di stesura del codice di procedura in vigore emerse che il nuovo rito avrebbe comportato processi molto lunghi. Per tale ragione vennero introdotto i cosiddetti riti alternativi, finalizzati a definire il procedimento in maniera più spedita, quando possibile. Tali opzioni si sono andate via via arricchendo nel corso degli anni, ed ora il ventaglio è ampio: giudizio direttissimo, immediato, a citazione diretta, per decreto. Casi in cui, per la natura del fatto o per l’evidenza della prova, il rito viene privato di una delle fasi ordinarie. Ma i riti alternativi più significativi sono il patteggiamento ed il rito abbreviato, la cui adozione dipende da una scelta dell’indagato.

Il patteggiamento è un accordo fra difesa e Pubblico ministero che si perfeziona prima dell’inizio del dibattimento con il quale, prescindendo dall’accertamento dei fatti, si “applica una pena” all’indagato (prima che questi divenga appunto imputato). Il Giudice si limita a verificare l’impossibilità del proscioglimento e la congruità dell’accordo stesso. Il vantaggio per la difesa è uno sconto di pena, mentre per l’accusa è la definizione in tempi brevi del procedimento. Il rito abbreviato viene richiesto dalla difesa, e consiste nell’accettazione degli atti dell’indagine preliminare quali prove a tutti gli effetti, con rinuncia al contraddittorio. Anche in questo caso avviene uno scambio fra accusa e difesa: uno sconto di pena in cambio di un processo più veloce. A differenza del patteggiamento, tuttavia, si celebra un processo, con conseguente eventuale condanna (e non l’”applicazione della pena”), basato sugli atti del Pubblico ministero, e la sentenza può essere impugnata in appello (cosa non consentita per il patteggiamento).

Una prima domanda è: se il maggior garantismo del sistema accusatorio risiede nel contraddittorio fra le parti, riti come questi, nei quali il contraddittorio non c’è, sono ugualmente garantisti?

In astratto, chi patteggia lo fa perché, sapendo di essere colpevole, opta per un processo veloce con sconto di pena. Purtroppo, in realtà, avviene spesso che a patteggiare sia chi non ha mezzi economici per pagare il difensore in un lungo e difficile (e quindi costoso) rito ordinario. Il patteggiamento, peraltro, è un istituto mutuato dal sistema americano, che tutto è tranne che garantista. Ispirarsi alla Giustizia statunitense e dirsi garantisti, infatti, mi pare una contraddizione. Gli Usa sono il paese dei tre milioni di detenuti (a pari percentuali, noi ne avremmo circa mezzo milione, contro i circa 60mila attuali); della pena di morte; degli errori giudiziari scoperti a distanza, con il condannato riabilitato dopo decenni di carcere; dei verdetti emessi dalla giuria popolare senza dover motivare, cosicché non è possibile appellarsi se non per ragioni procedurali. Qualsiasi cosa venga dagli Usa, tutto è meno che garantista.

Diverso è il caso del rito abbreviato, che a me pare illogico. Va innanzitutto ricordato che è proprio grazie allo sconto automatico da esso previsto che gravissimi delitti vengono puniti con pene alquanto miti. L’omicida, anche efferato, che dopo meno di dieci anni torna in libertà (evento tutt’altro che raro) deve tale trattamento proprio alla scelta di tale rito. Il quale trasforma l’udienza preliminare in un vero e proprio processo sulle carte, in una via di mezzo fra un dibattimento ed un atto di ratifica. Una procedura a metà fra rito inquisitorio e rito accusatorio; un ibrido che si concretizza nello scambio fra minori garanzie processuali ed una pena più bassa.

Sintetizzando, sia il patteggiamento che il rito abbreviato si riducono ad un baratto: meno garanzie per l’indagato/imputato in cambio di una pena più mite. Sarà forse una scelta di celerità, ma non mi pare che possa dirsi garantista. Garantisce pene basse ai colpevoli, questo sì, ma non adeguati diritti di difesa.

Ed infatti il patteggiamento, in origine, era previsto per i reati di minore gravità (quelli con pena inferiore a tre anni di carcere, più o meno), ma poi lo si è esteso anche ad altri più gravi, con conseguenze discutibili. L’abbreviato, al contrario, è sempre possibile, ma la sua nefasta illogicità si è manifestata clamorosamente in alcuni casi di cronaca divenuti celebri (continua).


Ancora sul rito abbreviato.

gennaio 17, 2009

A Perugia la Corte d’Assise dovrà giudicare due imputati di omicidio dopo che il GUP ha già condannato per il medesimo reato un altro imputato: due processi per lo stesso fatto. Già questo è assurdo, ma da esso nasceranno altre incongrenze: se la ricostruzione dei fatti operata nel secondo processo dovesse essere diversa da quella del primo, che riflessi avrebbe l’un processo sull’altro? Se dal secondo processo dovesse emergere che l’imputato già condannato in realtà è innocente? E la cosa si ripeterà in appello, quando ci saranno ancora due processi.

Mi meraviglia che nessun organo di stampa (vabbè..) e nessun giurista punti il dito contro l’anomalia del rito abbreviato, che in realtà, come questo esempio di Perugia illustra chiaramente, non abbrevia un bel nulla, ma anzi complica le cose e, alla fine, risulta solo essere un regalo ai colpevoli.


L’ennesimo caso.

gennaio 9, 2009

Dopo i casi di Niero e di tanti altri arriva quello di Delfino.

Da corriere.it:

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Ha potuto usufruire della riduzione di pena per il rito abbreviato
Luca Delfino condannato a 16 anni
più 5 in ospedale psichiatico
Per l’omicidio volontario premeditato dell’ex fidanzata Maria Antonietta Multari

SANREMO – Luca Delfino è stato condannato a 16 anni e otto mesi di carcere, più altri 5 anni di ricovero in una struttura psichiatrica. Delfino è stato riconosciuto colpevole dell’omicidio volontario premeditato dell’ex fidanzata Maria Antonietta Multari, massacrata per strada a Sanremo il 10 agosto 2007 con decine di coltellate. I giudici hanno accolto la tesi dell’accusa, ma hanno riconosciuto la semi infermità mentale dell’imputato che, nel conteggio degli anni di condanna, ha bilanciato di fatto l’aggravante della premeditazione. Il pm aveva chiesto l’ergastolo.

RITO ABBREVIATO – Delfino ha potuto usufruire della riduzione di pena per il rito abbreviato. Alla lettura della sentenza la madre della vittima, Rosa Tripodi, è svenuta in aula e quando si è ripresa ha continuato a ripetere «l’avete ammazzata due volte». Poi ha chiesto di essere accompagnata in ospedale per accertamenti. Il padre di Maria Antonietta, in lacrime, ha commentato «bisogna farsi giustizia da soli».

09 gennaio 2009

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Un altro esempio che mostra come il rito abbreviato costituisca un insensato “regalo” ai criminali.


Abolire il rito abbreviato/3.

ottobre 29, 2008

Oggi il blog e’ preso d’assalto dai lettori che cercano sui motori di ricerca informazioni sul rito abbreviato. Immagino che sia dovuto all’esito dell’udienza preliminare al Tribunale di Perugia nel caso Kercher. Uno degli imputati e’ stato condannato con rito abbreviato, per gli altri due ci sara’ processo con rito ordinario.
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Il rito abbreviato. Libro VI, Titolo I c.p.p.

maggio 22, 2008

La condanna definitiva di Annamaria Franzoni induce in me una sola riflessione, riguardante il rito processuale adottato su richiesta dell’imputata: “abbreviato”, in accordo con il dettato del titolo I del Libro VI del codice di procedura penale. Mai nome fu più inappropriato, stante che, come tutti hanno rilevato, il processo è stato tuttaltro che breve, nonostante la rilevanza pubblica e mediatica del fatto abbia indotto nella magistratura una solerzia sconosciuta per i procedimenti che non suscitano l’interesse della stampa e dell’opinione pubblica.
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Abolire il rito abbreviato.

aprile 7, 2008

Da corriere.it
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