Analfabetismo al potere

novembre 9, 2019

 

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Ora che la crisi dell’Ilva di Taranto è deflagrata, prolifera l’irrisione per il già ministro dello sviluppo economico Di Maio, additato per la sua proclamata presunzione di aver risolto il problema in pochi mesi, dopo anni di vani tentativi dei predecessori. Pensosi editoriali ci illustrano l’assurdità di aver posto a capo di un dicastero tanto importante “un ragazzino che distribuiva le bibite allo stadio”. Vero. Ma si tratta del singolo aspetto di un problema ben più vasto.

La politica nazionale recente ha avuto come protagonisti principali Di Maio, Renzi e Salvini (in rigoroso ordine alfabetico). Tre fulgidi esempi del fenomeno che potremmo chiamare analfabetismo politico al potere. Dimostra analfabetismo politico un ministro che proclama di aver risolto un problema senza sapere nemmeno quale fosse, soprattutto per averlo fatto rivolgendosi non agli italiani ma solamente ai suoi elettori. Ma il medesimo analfabetismo è quello del ministro dell’Interno che fa propaganda utilizzando le sue funzioni, per salire al paradosso di un Presidente del Consiglio che impegnò il governo e la maggioranza parlamentare in una demenziale riforma costituzionale arrivando a dire che in essa “ci giochiamo tutto”. Ma cosa? Ma chi? Chi si gioca tutto? L’impotenza di un intero paese davanti allo strapotere di soggetti di tal misero spessore è l’esito di decenni di crisi culturale prima che politica. Interi lustri in cui l’Italia non ha mai guardato a fondo i suoi problemi sfruttando le proprie risorse senza saperle valorizzare.

E dire che non sarebbe stato difficile evitare il peggio. Sarebbe bastato, in tanti anni dedicati a riforme costituzionali inutili e dannose, introdurre l’unica che servirebbe: l’incompatibilità del ruolo di ministro con ogni altra funzione, prima fra tutte quella di parlamentare. In Francia, dove la separazione dei poteri è stata concepita fin dai tempi di Montesquieu, così avviene, onde evitare che le cariche di governo siano utilizzate a fini elettorali. E anche per garantire il buon funzionamento dell’esecutivo. Il ministro deve stare lì, al ministero, a far funzionare l’apparato dello Stato, non in giro a fare propaganda o addiritturaa svolgere una professione. Come ebbi già a scrivere qui, se si fosse provveduto a introdurre questa banale ed ovvia modifica della Carta, non ci troveremmo nelle attuali misere condizioni.

Nella passata legislatura assistemmo al triste spettacolo del ministro della Giustizia (Orlando) che invece di stare alla scrivania per affrontare gli enormi problemi del sistema giudiziario (non dico risolverli, ma almeno affrontarli) se ne andava in giro per l’Italia a fare campagna elettorale per se stesso in vista delle elezioni alla segreteria del suo partito! E ci si domanda perché i Tribunali non funzionano? E che dire di quella presidente della commissione Giustizia della Camera dei deputati che, reggendo la carica, continuava a esercitare la professione di avvocato?

Non sarebbe (stato) difficile. Chi assume la carica di ministro deve fare il ministro. E basta. Non il professionista, il parlamentare o il capopopolo. È facile.

 


Un voto ben proporzionato

ottobre 13, 2017

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Il triste rito cui assistiamo per l’approvazione della nuova legge elettorale dimostra, se che ne fosse ancora bisogno, il fallimento del renzismo. All’alba della sua parabola, il primo proclama di Matteo Renzi fu proprio questo: la priorità è una nuova legge elettorale. In verità, eravamo nel pieno della crisi, tutti pensavano che le priorità fossero altre: il lavoro, la disoccupazione, la difesa del welfare, la salvaguardia dell’economia nazionale. Invece no, secondo lui la priorità era la legge elettorale, a riprova della genesi tutta endopolitica della nuova leadership democratica.

Nulla di strano: Renzi era lì non per meriti propri o capacità politica, ma per scelta dell’informe corpo del PD (non del suo elettorato, ma del vasto esercito di eletti, dirigenti e soggetti contigui che ne costituisce la cosiddetta nomenclatura diffusa) allo scopo di portare a compimento il progetto iniziale del primo segretario Walter Veltroni: chiudere la stagione del centrosinistra per dare vita a quella delle larghe intese con Berlusconi. Un progetto fallito con la rovinosa sconfitta del 2008, che consegnò la maggioranza al centrodestra, ma rimasto privo di alternative vincenti, dal momento che la restaurazione dalemiana (e quindi antiveltroniana) incarnata da Bersani e dalla coalizione Italia Bene Comune si era spiaggiata nella non-vittoria del 2013.

Renzi era stato quindi issato al comando per chiudere i conti con D’Alema e Bersani (ed in effetti almeno in questo è riuscito: metterli alla porta), ma si era trovato di fronte un problema inatteso: il grande consenso elettorale del Movimento cinque stelle che privava l’agognata alleanza del titolo di Grande coalizione. Di qui nasce l’idea del cosiddetto Italicum, congegno elettorale finalizzato ad annientare il consenso elettorale grillino. Ma in questo Renzi ha dato il suo peggio, producendo una legge obbrobriosa, falcidiata dalla Corte costituzionale, e soprattutto incaponendosi a volerla incastonare in una riforma della Carta talmente malscritta da far inorridire anche i più benevoli dei suoi sostenitori.

Come risultato, si ritrova ora con un partito mutilato a dover far approvare ad altri (il Governo) una legge con la medesima finalità di soffocare il M5S, ed a farlo a ridosso delle elezioni per non dare tempo alla Corte costituzionale di pronunciarsi.

Una sovrapposizione di forzature istituzionali mai vista in tutta la storia repubblicana, ed a rendere ancor più folkoristicamente mesto il quadro, è l’aver scelto come front man un campione di sconfitte elettorali come Ettore Rosato, battuto due volte su due nelle elezioni a presidente della provincia ed a sindaco di Trieste.

A questo triste passaggio arriviamo, non casualmente, dopo decenni spesi a riporre nella legge elettorale virtù taumaturgiche che essa, ovviamente, non può avere. Non può dipendere dalla legge elettorale avere buoni o cattivi parlamentari, maggioranze stabili o no, o addirittura la possibilità di avviare processi riformatori virtuosi. La legge elettorale, comunque sia scritta, può fare due cose solamente: pesare il consenso dei partiti e contribuire a selezionare i parlamentari. La bontà delle politiche dipende dalla capacità dei partiti di selezionare persone oneste, capaci, e sinceramente dedite al bene collettivo.

Per questo motivo va ribaltato il senso stesso del dibattito degli ultimi cinque lustri. La legge elettorale non deve e non può essere un meccanismo che il ceto politico utilizza per risolvere i propri problemi, ma il canale che consente all’elettore di esprimere al meglio il proprio sentire politico. Mai come oggi si avverte il bisogno di una legge scritta pensando all’elettore e non all’eletto. I nefasti esempi della Gran Bretagna, con l’insensato voto sulla Brexit, e della Catalogna sono le spie di quel che accade quando l’elettore non dispone di strumenti idonei per integrarsi collettivamente nelle istituzioni.

In questa fase, l’Italia ha bisogno di un grande bagno di proporzionale, che restituisca al cittadino il sano potere di votare per il partito a lui più vicino, con atto scevro da calcoli sull’utilità del voto e su quote, listini e collegi.

Si dice che con il proporzionale non nascono maggioranze. Beh, neppure con gli altri sistemi è certo che ciò avvenga, e va detto che alcune delle maggioranze che ci hanno regalato le vecchie leggi ce le saremmo volentieri risparmiate. Anche in Germania (dove, guarda caso, hanno il proporzionale) sono senza una maggioranza elettoralmente espressa e privi di governo (ad alcune settimane dal voto), ma ciò non impedisce loro di essere l’attuale superpotenza economica e politica europea.

Il mio auspicio è quindi di votare con una legge proporzionale, e, se non si formerà un governo, di rivotare dopo un anno, o dopo sei mesi. In fondo, il voto è l’acqua della democrazia, e non capisco perché non abbondarne.

 


Nani e ballerine

settembre 19, 2017

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La Francia ha appena scelto Macron, la Germania sta per rieleggere la Merkel. E noi? Passeremo da Renzi a Salvini o Di Maio? L’incrocio fra le pagine di politica estera e quelle di politica interna ci offrono questo desolante contrasto, ma sarebbe un errore pensare che lo iato fra la statura dei leader europei ed i nostri politicanti sia un dato recente. E’ sempre stato così. Se oltre le alpi avevano Adenauer, Brandt, Khol, De Gaulle, Giscard d’Estaing, Mitterrand, noi ci sopportavamo Rumor, Andreotti e Berlusconi ed anche i pochi possibili statisti nostrani hanno avuto vita (e morte) infelice, vedi Aldo Moro.

Viene da chiedersi perché, e le risposte sono tante, complesse, confuse. Tanto che rinuncio a perdermi nelle analisi dei nostri mali.

Poi accendo la tv, mi appare Lilli Gruber, e ripercorro mentalmente gli ospiti della sua trasmissione in questi primi giorni di settembre 2017. Oltre alle solite mummie (Cacciari, Mieli, Pansa, Severgnini), mi vengono in mente Anna Falcone, Deborahahah Serracchiani, Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti. E la rassegnazione si fa strada: ci toccheranno Renzi-Salvini-Di Maio per vent’anni.

La selezione del ceto politico da parte del corpo elettorale avviene grazie al filtro dell’informazione, e se i risultati sono scadenti, la responsabilità non è degli elettori, ma dei mezzi di informazione. A loro dovremmo chiedere conto di chi ci hanno offerto e di come ce li hanno rappresentati. Il fatto che un personaggio come Giulio Tremonti, che dal 1994 calca le platee politiche, possa pontificare in televisione senza la benché minima contestazione delle sue passate responsabilità, è sintomatico della pochezza del nostro sistema informativo.

Impegnati a compiacere il titolare o a rincorrere vendite o ascolti, giornali, telegiornali, opinionisti non si sono mai preoccupati di offrire una informazione completa e selettiva.

Il risultato è la desolazione che ci si offre alla vigilia delle prossime elezioni, ben rappresentata dalla quaterna degli aspiranti premier: Di Maio, Berlusconi, Salvini e Renzi.


È tardi

giugno 30, 2017

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Improvvisamente, nel cosiddetto e sedicente centrosinistra, scoprono il valore della “coalizione”. Prima Veltroni, ieri Franceschini, oggi Prodi, domani mi aspetto Rosato. A cosa si deve questa improvvisa folgorazione? Quale misterioso rigurgito ideale ha improvvisamente resuscitato lo stendardo ulivista?

I dati delle recenti elezioni comunali hanno confermato quello che è evidente da anni e comunque almeno dal novembre 2014, quando le elezioni regionali dell’Emilia Romagna videro un’affluenza ai seggi inferiore al 40% degli aventi diritto. Con le sconfitte del Pd ai recenti ballottaggi anche il più distratto degli osservatori non può che giungere alla conclusione che senza il voto dell’elettorato tradizionale di sinistra, storicamente concentrato nelle “regioni rosse” dell’Italia centrosettentrionale, il sedicente centrosinistra è destinato al dissolvimento.

Ed ecco che, a pochi mesi dalle elezioni politiche, l’esercito dei democristiani (veri, post- e cripto-) esce allo scoperto e corre ai ripari, sventolando la fede ulivista dietro cui hanno fino ad oggi nascosto il piano di prendere i voti a sinistra per poi fare politiche di centro o centrodestra.

Per quanto mi riguarda, la reazione è semplice. Ci hanno chiesto il voto per venti anni tondi (1994-2013) agitando lo spettro di Berlusconi, salvo svelare che sognavano di farci ogni genere di larga intesa. Ci hanno riempito le orecchie di formule progressiste, di programmi sinistrorsi, per poi appiattirsi su grotteschi liberismi nostrani, dalla riforma Treu fino ai voucher, dalle privatizzazioni dalemiane fino agli intrighi bancari di oggi. Hanno proclamato la loro fede nella scuola pubblica e nel valore della Cultura, per poi accodarsi senza alcuna vergogna alle politiche morattiane e gelminiane.

Non vado oltre e mi limito a dire che, a costo di non recarmi alle urne, non mi farò sfottere oltre. Non sarà una bandierina rossa, uno spauracchio post-fascista o populista, l’ennesima “minaccia per la democrazia”, la riesumazione di un qualche feticcio della grande speranza che fu a farmi mettere una croce sulla scheda.

Vi accorgete ora che il Pd di Renzi è la perfetta evoluzione del progetto veltroniano? Che D’Alema è stato di destra quanto e forse più di Renzi? Vi accorgete ora che l’ansia di battere Berlusconi vi ha svuotato di ogni idealità, consegnandovi ad un leaderismo vuoto e farsesco? Vi accorgete ora che la gente non vi crede neppure quando dite il vostro nome?

Peggio per voi.

 


Il Pd visto da Trieste

dicembre 11, 2016

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Mentre Matteo Renzi, convinto che il 40% di Sì al Referendum sia consenso personale, si prepara a ri-scalare il partito di cui è segretario, vale la pena tentare di leggere il futuro del Pd dall’osservatorio di Trieste e del Friuli Venezia Giulia.

Trieste è capoluogo della Regione governata dalla vicesegretaria Pd Serracchiani (già europarlamentare e segretaria regionale), è la città del capogruppo alla Camera Ettore Rosato (già candidato alla provincia nel 2001, al Comune nel 2006, e due volte sconfitto dai candidati di centrodestra) ed è la città di Gianni Cuperlo, esponente della sinistra dem talmente considerato che per poter comparire in tv ha dovuto farsi un selfie con il ministro Boschi e dichiararsi favorevole al Sì.

Verrebbe da chiedersi perché mai un partito che prende i voti in Emilia Romagna va a scegliersi i dirigenti a Trieste, ma è più interessante rileggere alcuni risultati elettorali del 2016.

In primavera il Pd ha perso Trieste e Pordenone, completando l’opera, in autunno, con la sconfitta di Monfalcone ad opera della candidata leghista. Oltre a questi centri maggiori, ha perso comuni minori come Codroipo, Cordenons, Ronchi dei Legionari, Grado ed altri ancora.

I candidati del Pd hanno perso praticamente ovunque, sia che fossero renziani o (ex) bersaniani, giovani o anziani, uomini o donne. Ma non hanno perso contro i candidati del Movimento cinque stelle, come accaduto a Roma ed a Torino, evento che avrebbe potuto essere letto come voglia di cambiamento dell’elettorato: hanno perso contro i candidati di un centrodestra che, in questa regione, è malandato quanto (se non di più di) quello nazionale.

Per finire, nella Trieste di Rosato e di Cuperlo, ma anche del presidente di Ixé Roberto Weber, che il 26 novembre annunciava su Facebook la grande rimonta del Sì, la bocciatura della riforma Renzi-Boschi ha totalizzato il 63,5%.

Tutto ciò nella regione governata da tre anni dalla vicesegretaria del Pd, Serracchiani, che ha voluto essere più renziana di Renzi, forzando l’abolizione delle province, con legge regionale, prima ancora dell’entrata in vigore della riforma Boschi. Ha miscelato le apparizioni televisive con un’attività amministrativa che ha scontentato tutti, provocando la crisi di rigetto manifestatasi nelle elezioni comunali.

Nonostante i rovesci elettorali, nonostante le molteplici richieste di cambiamenti di linea, i vertici locali del Pd restano inchiodati al loro posto, a partire dalla segretaria regionale Antonella Grim, che Serracchiani impose per la sua successione.

Senza voler in alcun modo riabilitare le vecchie gerarchie, emerge di che pasta sia fatta la nuova classe dirigente del partito democratico, composta da soggetti che, molto più dei predecessori, paiono “imbullonati alle poltrone”, sordi alle critiche, incapaci di analisi e di sguardo verso il futuro.

Fatti che dovrebbero essere tenuti in considerazione dalle teste d’uovo del Pd e da chi con esso medita di ricostruire un centrosinistra ulivista e vincente. Perché, se i risultati elettorali di questa regione vengono letti come anticipazioni di quel che sarà a livello nazionale, il voto del 4 dicembre, al confronto, sembrerà un successo.


Renzi, Berlinguer e la “democrazia decidente”

maggio 23, 2016
Enrico Berlinguer al 43° Congresso del PSI

11 Maggio 1984, Verona, 43° Congresso Partito Socialista Italiano durante il quale si sancì la rottura con il PCI. Enrico Brlinguer segretario del Partito Comunista Italiano accolto con ostilità dai delegati socialisti con una selva di fischi.

Per dare l’avvio alla campagna del Sì al referendum di ottobre, Matteo Renzi ha temerariamente evocato la memoria di Enrico Berlinguer, iscrivendolo postumo ai sostenitori della deformazione del Senato (non so come altrimenti chiamarla) prevista dalla riforma appena approvata dal Parlamento. Riforma che il premier pone a base di quella che ha testualmente definito “democrazia decidente”, opposta ad un presunto “paradiso degli inciuci” che sopravvivrebbe in caso di vittoria dei No.

Vale allora rammentare alcuni fatti storici, così da poter misurare la cultura politica del nostro Presidente del Consiglio.

L’undici maggio 1984, un mese prima di morire, Berlinguer fece il suo ingresso nel Palasport di Verona, dove era in corso il congresso del Psi del segretario Craxi, il quale era da nove mesi a capo di quel governo che, in un colpo solo, sancì il tramonto definitivo della fase della solidarietà nazionale, l’eclissi definitiva della prospettiva del compromesso storico e la fine della speranza di un governo delle sinistre, consolidando la stagione del governi di pentapartito che si infrangerà nel 1993 sotto il peso della crisi del debito, della fine della guerra fredda e delle inchieste di Mani pulite.

La delegazione del Pci fu sommersa dai fischi dei delegati, incuranti dei richiami della presidenza, e subì a lungo la (preordinata?) ostilità del congresso, per udire infine il segretario Craxi criticare i fischi se rivolti “alla persona” del segretario del Pci, ma approvandoli se rivolti “alla politica” del Pci.

Fu la plastica rappresentazione della rottura consumatasi con il decreto di San Valentino sulla scala mobile (14 febbraio 1984) e, prima ancora, con il patto di governo fra il Psi e la Dc di Ciriaco De Mita.

Il titolo di quel congresso, spettacolarmente esaltato dai neon pansechiani appesi al palasport scaligero, era “Una democrazia governante”, slogan bislaccamente plagiato dal nostro Renzi con la formula della “democrazia decidente”.

Quel governo e quello slogan segnarono l’ingresso nella politica nazionale dell’idea del Capo al comando, delle riforme imposte da un partito minoritario, delle “decisioni impopolari ma necessarie”.

Se vi è stato un uomo in Italia abissalmente distante da tali principi, quello è stato Enrico Berlinguer, e la gogna che subì quel giorno ne è la rappresentazione più viva. Egli si adoperò per anni per l’alleanza con la Dc e poi, con minor vigore e speranza, per l’alleanza con il Psi (l’alternativa di sinistra). Formule politiche che ora non potrebbero che essere definite “inciuci”, nel più nitido significato corrente di questo deplorevole termine, purtroppo acquisito al linguaggio politico. Berlinguer era quindi, seguendo la vuota retorica renziana, un autentico teorico dell’inciucio, un sacerdote del compromesso e dell’accordo.

A sostegno di una riforma votata alla “democrazia decidente”, Berlinguer è quindi l’ultimo dei nomi da utilizzare.

Chiuso il breve excursus storico, vale la pena soffermarsi sugli aspetti politici delle logiche pseudo-autoritarie o padronali che hanno percorso la recente storia della Repubblica.

Il giudizio sulla figura di Craxi non può che essere negativo. E’ indubbio che con lui la politica italiana cambiò, ma di certo non in meglio: il paese imboccò la via della terziarizzazione dell’economia, della de – industrializzazione, dell’esplosione del debito, della spregiudicatezza parlamentare e del dilagare della corruzione.

Ancor peggiore è il bilancio del miglior interprete moderno del craxismo, quel Silvio Berlusconi che, proprio grazie ai decreti d’urgenza imposti dal segretario Psi, poté invadere l’etere nazionale in violazione delle leggi in vigore, così ponendo le basi per la nascita del suo impero mediatico, economico e politico.

Più di ogni altro premier, Silvio Berlusconi ha goduto di maggioranze ampie e sottomesse, di stabilità politica e di potere personale. Eppure i suoi governi sono stati i più sterili della storia della Repubblica. Per stessa ammissione dei suoi più accesi sostenitori, Berlusconi ha mancato tutte le sue promesse ed ha tradito tutti i suoi programmi.

Inoltre Craxi e Berlusconi, capi indiscussi delle rispettive formazioni politiche, prima ancora che dei governi da loro presieduti, sono accomunati da un altro non invidiabile lascito: la distruzione del loro territorio politico.

Se il Psi finì per sempre con la fuga di Craxi ad Hammamet (l’Italia è l’unico paese europeo privo di un partito socialista), quel centrodestra che per un ventennio ha dominato il paese si dibatte ora fra misere macerie, ove si aggirano tristemente pochi aspiranti leader senza futuro. E ciò per esclusiva responsabilità dell’indiscusso (ex?) leader Berlusconi, che non ha mai voluto costruire una politica ed una classe dirigente, nella convinzione, appunto, che il potere politico deve essere incarnato dall’uomo solo al comando.

In questa epoca corrente, ove il vero potere risiede nei governi delle superpotenze, nelle istituzioni internazionali e sovranazionali e nei centri di potere economico-finanziario, la figura dell’uomo e del governo forte risulta comicamente anacronistica e fuori della storia. Retaggio di un secolo, il ventesimo, che ha visto gli ultimi esempi, tragici e fortunatamente irripetibili anche in tono minore, di interi paesi guidati da uomini soli al comando.

Con questo voglio semplicemente dedurre che le formule pseudo-autoritarie o padronali non si addicono al paese Italia, il quale, invece, per la sua intrinseca e marcata articolazione sociale, ideologica e territoriale, può essere governata solamente con formule largamente partecipative.

Modeste e parziali considerazioni che, unite a molti altri elementi, inducono a rigettare sia la deformazione del Senato voluta da Renzi, sia la legge elettorale pomposamente chiamata Italicum, la quale è ispirata al nefasto principio del governo di una minoranza. Principio che ha dato prova ben peggiore della tanto deprecata “prima repubblica” dei compromessi e delle coalizioni, che di certo aveva mille difetti, ma che, nel bilancio storico, esce rivalutata dal confronto con la presente e triste epoca.


Renzi e la negazione della lotta alla mafia

maggio 22, 2016

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Negli anni in cui Andreotti dominava la politica nazionale, la stampa libera puntava il dito contro le sue discutibili frequentazioni: Lima, Gioia, Ciancimino, i fratelli Salvo. Si scriveva che Cosa nostra e politica andavano d’accordo grazie alla protezione del divo Giulio.

In quegli anni la politica poteva permettersi di non rispondere, perché l’esposizione televisiva e giornalistica era assai minore. Toccava alla stampa allineata replicare alle accuse di collusione, e la formula era sempre la stessa: “nessuna sentenza ha stabilito che Andreotti è mafioso, quindi le accuse che gli vengono mosse sono infondate. Menzogne diffuse a scopi propagandistici”.

Nelle forme cui ci ha abituato il renzismo, questo stesso argomento entra ora nel bagaglio comunicativo del Presidente del Consiglio, che rinvia alla definizione delle sentenze la lotta alla criminalità mafiosa. Con le poche battute pronunciate da Matteo Renzi in occasione dell’anniversario dell’omicidio di Pio La Torre, la politica nazionale torna indietro, ad almeno venti anni fa. Quando, seppur parzialmente, entrò nel sentimento comune la consapevolezza che il contrasto alla criminalità deve avvenire sul piano politico, sociale, e soprattutto economico. “Follow the money” diceva Giovanni Falcone.

Come spiegò mirabilmente Paolo Borsellino, la Magistratura opera un accertamento giudiziale, ancorato a parametri di certezza che richiedono tempi e strumenti incompatibili con un adeguato contrasto del controllo mafioso sulla società.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che una sentenza di mafia colpisce il mafioso ormai innocuo, già bruciato dal suo stesso ambiente e sostituito da altri, mentre la devastazione del tessuto economico-sociale non subisce battute d’arresto. Perché, per usare ancora le parole di Paolo Borsellino, mafia e Stato hanno interessi e funzioni sovrapposte, e, quindi, o si fanno la guerra o si accordano.

Lasciare la guerra ai soli Magistrati (che oltre le sentenze non possono andare) ha avuto l’effetto che sappiamo: morti Falcone e Borsellino, le organizzazioni criminali hanno penetrato il tessuto economico nazionale, impadronendosi di fette sempre più ampie di territorio.

I poteri che proteggono Matteo Renzi vogliono un paese assuefatto alla compenetrazione fra economia legale ed illegale, al ricorso a capitali sporchi riciclati per lo “sviluppo”, alla resa di fronte al potere delle famiglie mafiose, delle cosche camorristiche e delle ‘ndrine.

Alla repubblica fondata sul lavoro è subentrata l’Italia fondata sul profitto, e poiché le attività illecite sono quelle a maggior profitto, è naturale aprire le porte dell’economia alle organizzazioni criminali.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/03/renzi-e-la-negazione-della-lotta-alla-mafia/2693194/

 

 


L’estate, Verdini ed Azzollini

luglio 29, 2015

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Non è casuale che questo 29 luglio sia la data di due fatti solo apparentemente scorrelati: la nascita del gruppo dei responsabili verdiniani ed il rigetto della richiesta di arresto di Azzollini da parte del Senato.

Questa coincidenza pre-vacanziera ci illustra l’attuale assetto governativo e parlamentare. Se la scissione di Ncd era stata la prima stampella per reggere il governo (prima Letta e poi Renzi), la precarietà dei numeri al Senato impone a B. di fornire un ulteriore rinforzo al partito democratico in affanno. A B. basta mantenere la pace sul fronte televisivo, preservando un assetto a lui ultrafavorevole, conseguito nei suoi anni di governo e grazie agli accordi sottobanco con il centrosinistra, ricambiando il governo con una finta opposizione, secondo lo schema del nuovo Nazareno. Se per preservare lo stato esistente è necessario sacrificare parte dei suoi parlamentari, B. non ha problemi a farlo, poiché, come riferisce Pansa, a lui basta un piccolo gruppo parlamentare dedito ad una opposizione solo formale.

Ciò consente a Renzi di proseguire nel suo progetto centrista di aggregazione dei voti dell’ex centrodestra, con la prospettiva di sostituire completamente quella che fu Forza Italia.

In questo quadro destano molta tristezza gli elettori del pd ancora convinti di appartenere ad un partito di centrosinistra a vocazione socialdemocratica, quando invece sono le vittime del più gigantesco raggiro elettorale degli ultimi decenni (e forse dell’intera storia repubblicana).

Nessuna tenerezza invece per gli eletti e per i dirigenti del pd, autori di una cinica e spregiudicata operazione di puro potere, volta a stravolgere l’origine del loro partito e di porsi al servizio di quei poteri economici, finanziari (e criminali) che il loro elettorato avrebbe voluto vederli combattere.

Mi dispiace quindi dover rompere le amicizie con persone del pd, della cui buona fede sono certo, ma che, all’ombra di Verdini ed Azzollini, Alfano e Formigoni, Schifani e Di Girolamo, non riconosco. Non per divergenze d’opinione, che sempre vanno rispettate, ma perché c’è un limite invalicabile al tasso di ipocrisia che si è disposti a tollerare.


Regionali 2015

giugno 1, 2015

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Il conteggio delle bandierine è del tutto fuorviante.
Calandoci nel contesto comunicativo politico attuale, ovvero nel contesto politico tout-court, visto che l’attività politica coincide con la comunicazione (ovvero con la propaganda), le elezioni del 31 maggio segnano un cambiamento importante. Il successo di Renzi alle Europee del 2014 aveva cristallizzato come verità indiscussa il seguente sintagma: il pd è l’unico partito nazionale, ma è un corpo (la vecchia classe dirigente ds ed i suoi epigoni) obbligato ad aggrapparsi alla figura innovativa di Renzi per sopravvivere. Quindi, essendo Renzi l’unica speranza dell’unico partito italiano, Renzi è l’unica speranza per l’Italia.
Ed infatti aveva incassato il 40,8%.
Il dogma dell’inarrestabile marcia dell’ex sindaco di Firenze era ancora intatto tre mesi fa, quando Alessandra Moretti era convinta di vincere le elezioni regionali venete. Cosa possibile solamente assumendo che non esistessero avversari degni di tal nome.
I risultati di ieri, ed in primis quello veneto, ribaltano completamente la prospettiva. Ne esce un non più unico partito (basti vedere che Lega e Movimento cinque stelle continuano a crescere) e soprattutto in esso si inverte l’ordine delle dipendenze: Renzi deve esaltare le vittorie di soggetti che gli preesistono e che tutto sono meno che sue creature (Emiliano, De Luca, Rossi..). Da ultima speranza di salvezza per l’”apparato”, ne è diventato, perlomeno mediaticamente, l’ostaggio.
Inutile quindi sottolineare che, in prospettiva, nel pd, tutto può cambiare. Ricorro alla categoria del possibile perché dal pd mi aspetto sempre il peggio. Ovvero non escludo che rimanga ingessato in uno sterile dibattito fra una segreteria sorda ed una minoranza imbelle. Un immobilismo che, nel medio termine, potrebbe essere letale.


Il verso è sempre quello

maggio 15, 2015

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La “riforma della scuola” è quella pensata da Gelmini.
La “riforma del lavoro” è quella sognata da Sacconi.
La nuova legge elettorale è il peggioramento della legge Calderoli.
La riforma costituzionale introduce una specie di presidenzialismo mascherato, quel presidenzialismo che vagheggiavano Fini e Berlusconi.
Nulla si fa contro le mafie.
In politica estera l’Italia è inesistente.
Il ministro dell’Interno è sempre Alfano. Sì, quello lì.
Ma soprattutto, il problema dell’Italia è sempre solo uno: la sinistra.

 


I babbi di Renzi

aprile 21, 2015

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Da Veltroni Renzi ha tratto l’idea del partito unico, totalizzante. Quella che Walter chiamava vocazione maggioritaria, con Renzi è evoluta da illusione a possibilità reale: azzerare la sinistra e divorare il centro. Di D’Alema Renzi ha la spregiudicatezza, la propensione all’intrigo parlamentare, la spietatezza verso gli alleati deboli, la slealtà verso gli (ex) amici. Di Veltroni ha la superficialità, la faciloneria, il piacionismo popolare. Da D’Alema ha copiato l’idea dell’accordo con B., lo strame dei programmi elettorali in nome del compromesso con l’avversario per stravolgere la Costituzione.
Chi nel pd si strappa le vesti descrivendone il segretario come un alieno che sta devastando la casa comune, non vede o finge di non vedere che del pd Renzi è il prodotto perfetto. Figlio di papà come i due eterni duellanti che lo hanno preceduto, come loro è il prototipo di chi ha trovato nella politica la via per costruirsi una carriera. Democristiano nato e cresciuto in terra di comunisti, ha fatto dell’unione fra ex dc ed ex pci una creatura che, nella miglior tradizione delle fusioni politiche, ha tratto il peggio da entrambe le componenti.
Altro che emulo di B., Renzi è il figlio politico di D’Alema e di Veltroni che l’incubatrice piddina ha scientemente cresciuto, ed i suoi attuali avversari interni (veri o fasulli) sono mossi soltanto dall’invidia per esser lui riuscito laddove essi han fallito.


Non toccate la legge elettorale

aprile 13, 2015

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Se la parola democrazia ha un senso, chiunque ragioni di leggi elettorali dovrebbe dare uno sguardo al panorama partitico attuale, a poche settimane dalle elezioni regionali. I soggetti politici riconoscibili sono i seguenti:
– il partito di Renzi, ovvero quello che fu il pd;
– la dissidenza interna del fu pd, un agglomerato estraneo alla segreteria;
– la sinistra che fu SEL e che ora vede nella coalizione sociale di Landini la possibilità di schiodarsi dalle percentuali irrisorie cui è abituata;
– il Movimento cinque stelle, stabile sul 20%;
– la Lega Nord, fortissima nelle regioni settentrionali, ma solo lì;
– la frazione di centrodestra fedele a Berlusconi;
– la frazione di centrodestra (Ncd, fittiani) che ambisce a superare la figura dell’ex cavaliere.

Anche trascurando quello strano oggetto che si chiama Fratelli d’Italia, che sinceramente non saprei dove collocare e come qualificare, sono almeno sette i soggetti politici riconoscibili che risulta quasi impossibile inquadrare in due schieramenti contrapposti. Il venir meno della figura aggregante di Berlusconi (aggregante pro e contro), ci riporta alla tradizionale geografia politica nazionale, fatta di una molteplicità di partiti distinti, come è sempre stato dal dopoguerra ad oggi.

Prendere atto di questo è un dovere di chi pretende di scrivere le leggi elettorali, e la conseguenza è il riconoscimento che l’Italia non può sottrarsi al proporzionalismo. Una legge elettorale proporzionale, cancellando l’orrido concetto di “voto utile”, restituisce all’elettore la libertà piena di votare per il partito a lui più vicino, favorendo il recupero della partecipazione al voto, che era uno dei pochi vanti nazionali. Leggere di una quota di astensione vicina al 50% in un paese che esibiva una affluenza ai seggi superiore al 90% è uno dei segni peggiori di questi tempi.

A chi obietta che il proporzionalismo penalizza la “governabilità”, subordinando la formazione dell’esecutivo alle trattative fra gruppi parlamentari, rispondo che già ora è così. Con la differenza che i meccanismi premiali (che derivino dal sistema uninominale alla Mattarella o dal maggioritario alla Calderoli) costringono i partiti a mercanteggiare seggi e incarichi prima delle elezioni, quando i rapporti di forza sono dati dai sondaggi e non dai voti reali. E d’altronde chi afferma che i meccanismi premiali garantiscono coerenza fra voto popolare e maggioranza di governo dice una solenne empietà, sol che si osservi come l’attuale maggioranza sia un ibrido inimmaginabile prima del voto del 2013.

E’ quindi venuto il momento di dire che le prossime elezioni dovranno tenersi con la legge elettorale attualmente in vigore: un proporzionale puro. Dando poi ai partiti il compito di misurarsi in parlamento sulla base del consenso reale. E dando a noi poveri elettori bistrattati la possibilità di esprimerci, infine, liberamente.


Il Partito della Fazione

aprile 4, 2015

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Il piano dei renziani è chiarissimo. L’elettorato che fu di Forza Italia pesa per non meno del 30% ed attualmente è disperso fra i residui del partito che fu, il Nuovo centrodestra, la Lega, e soprattutto nel gruppone del non-voto. Conquistarlo significa garantirsi la maggioranza parlamentare per almeno un ventennio. Per riuscirci serve la rottura con l’anima “di sinistra” del pd, ed è esattamente quello che Matteo Renzi sta cercando di ottenere. Forzando la scissione a sinistra della minoranza degli ex ds, con la nascita di un partitucolo minoritario senza identità precisa, si procurerebbe il titolo di merito di aver definitivamente annientato “i comunisti”, ed il tal modo le praterie elettorali di quel che fu il centrodestra berlusconiano diventerebbero il suo pascolo esclusivo. Non saranno certo Alfano o la Meloni a potersi opporre.

In tal modo Renzi riuscirebbe laddove hanno fallito Casini, Fini, Alfano e tutti quelli che hanno pensato di poter cavalcare Berlusconi per poi prenderne il posto.

In questo quadro fanno tenerezza quei poveri cristi della minoranza pd, che fingono di non volere la scissione “per senso di responsabilità verso il partito”, quando invece sanno che è proprio il partito a volerla a tutti i costi. E sanno che, una volta consumata, finirebbero nell’angolino degli eterni sconfitti. Se poi, alle loro riunioni, fanno parlare pure d’Alema, il quadro suicidiario è completo.

Se il progetto renziano riuscirà non è dato saperlo, per ora. Ma si sa che gli azzardi in politica pagano, ed all’occorrenza spunterà un piano B.

Quello che è evidente è che lo strumento per realizzarlo passa per l’imposizione di una pessima riforma istituzionale, usata strumentalmente per lacerare il pd. L’Italia immolata sull’altare dell’erigendo partito della Nazione, padron, della Fazione.


Renzi e la mafia

agosto 13, 2014

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Fra Senato e gite coi boy scout, leggi elettorali e battute sui “vù cumprà”, trojke e ottantaeuro, dal dibattito pubblico è completamente scomparsa la criminalità organizzata. Digerito il fenomeno Saviano, esorcizzato da Napolitano lo spettro di Gratteri al ministero della Giustizia, confinato nell’oblio il balletto permanente sull’autoiriciclaggio (basta un decreto che cancella una riga nell’art. 648 ter del codice penale), l’Italia si è dimenticata di essere la culla delle mafie. Senza mai domandarsi se per caso è proprio la criminalità ad impedirci di avere un’economia decente. Il verso non è cambiato, se non in peggio. Ora tutti insieme, “destra” e “sinistra”, rimuovono il cancro che ci portiamo dentro da sempre.


La riforma che servirebbe

agosto 8, 2014

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Il cammino “riformatore” imboccato dall’alleanza Berlusconi-Renzi va nella direzione opposta a quella che servirebbe. L’accentramento dei poteri nel governo, grazie all’indebolimento o all’assoggettamento al potere esecutivo delle assemblee elettive e degli altri poteri di controllo, è un passo ulteriore del cammino intrapreso da anni, con l’introduzione del cosiddetto schema bipolare e con il progressivo svuotamento dei poteri del Parlamento, ottenuto con il ricorso sistematico ai decreti leggi, ai decreti legislativi, ai voti di fiducia, e soprattutto a leggi elettorali che rendono i parlamentari schiavi delle segreterie.

Un sistema che, scardinando lentamente l’assetto costituzionale del 1948, ha accompagnato il paese verso una gravissima crisi politica, economica e morale, rappresentata plasticamente dalla coesistenza di un processo di impoverimento della popolazione, di leadership politiche grottescamente inadeguate e del proliferare dell’illegalità, vista ormai come unico ascensore economico-sociale.

La verità è che, accanto ed a sostegno di riforme in materia fiscale (meno evasione), economica (più concorrenza, meno burocrazia, giudizio civile più celere) ed educativa (per una scuola più formativa ed una università più selettiva) sussiste l’inderogabile ed urgentissima esigenza di por mano ad una vera riforma della giustizia penale che vada nel senso esattamente opposto a quello per anni e tuttora preteso e perseguito da B. e dai suoi alleati. In modo da avere un sistema autenticamente garantista (verso gli innocenti, e non a favore dei colpevoli), che assicura giudizi celeri e rapporti giuridici certi, che assicuri la certezza della pena, che punisca severamente le organizzazione criminali e renda sconveniente il crimine. Che agevoli le confische dei beni ai mafiosi ma che estenda tale istituto ai corrotti della pubblica amministrazione, ai grandi evasori fiscali, ai trafficanti di droga e di armi, agli sfruttatori della prostituzione ed ai riciclatori. Un sistema, in breve, che premi l’onestà e punisca la disonestà. Poiché grazie allo smantellamento della giurisdizione penale compiuto in questi anni, immoralità ed illegalità sono divenuti le zavorre economiche, morali e culturali del paese.

Serve cioè una riforma che inverta la tendenza presa dalla politica italiana negli ultimi venti anni, la quale ha prodotto una lunga catena di leggi criminogene tuttora in vigore che hanno favorito e favoriscono il crimine in maniera vergognosa.

La vera riforma che ci serve parte quindi dall’abolizione delle cosiddette “leggi vergogna” che ho cercato di riassumere qui https://sentieriepensieri.wordpress.com/2014/08/08/promemoria-delle-leggi-vergogna-in-materia-penale/ e che sono ancora tutte in vigore. Per continuare con il ripristino dei principi elementari della giurisdizione con radicali e coraggiose modifiche del codice penale e del codice di procedura penale. Valutando soluzioni drastiche come l’abolizione dell’appello e il ritorno al sistema inquisitorio.

Di questo abbiamo bisogno. Altro che Senato dei nominati.


Il grande inganno permanente

agosto 7, 2014

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“Alle prossime elezioni in Pd andrà da solo”. Sono le parole del segretario del neonato partito democratico, che ne impressero la linea fin dal 2007. Linea che si tradusse nell’immediata caduta del governo Prodi e nelle elezioni politiche del 2008.

Un esordio che, letto allora come oggi, delinea il senso stesso del partito democratico: larghe intese. La strategia veltroniana del 2008, non può dedursi che questo, era finalizzata a “pareggiare” le elezioni, ottenendo un numero di senatori pari a quelli del centrodestra, in modo da rendere inevitabile un governo di coalizione con i vincitori (della Camera). Il progetto fallì, ma rimase in quel partito la voglia irresistibile dell’accordo con Silvio B., come dimostra la storia successiva, con relative variazioni sul tema (l’alleanza strumentale con Sel), sia che ci fossero Franceschini o Bersani. E come dimostra la fase attuale, con il premier e segretario Renzi proteso a ricercare l’accordo politico con Forza Italia, sia per il governo che per le cosiddette riforme istituzionali.

E gli elettori del Pd sono le vittime di questo permanente grande inganno. Chiamati a votare contro B., per ritrovarsi alleati di B.


Rottamare il renzismo

agosto 7, 2014

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La speranza è che il renzismo sia l’ultimo rantolo dell’ondata di cretinismo che affligge la Repubblica italiana dalla fine dell’era democristiana.

Quando si rileggerà la storia di questi anni, non si potrà non sottolineare la bizzarria di un contesto politico dominato da tre personalità totalmente inadeguate: un vecchio pregiudicato, un ex comico e uno sprovveduto parvenu. Tre soggetti accomunati  dal non essere parlamentari, dal possedere doti demagogico-propagandistiche sufficienti ad attrarre a sé una buona dose di consenso e dall’essere privi di una qualsiasi base ideale e/o ideologica da mettere in pratica.

L’immagine del pregiudicato per frode fiscale che, durante l’espiazione della pena, viene ricevuto a Palazzo Chigi per dare consigli in materia economica al Presidente del consiglio dovrebbe far vergognare ogni cittadino. Ma più di tutti i militanti del Pd, che per decenni hanno chiesto agli elettori il voto contro le “leggi vergogna” promulgate dal pregiudicato stesso e tutt’ora in pieno vigore, senza che si pensi di modificarle.

E’ questa l’immagine che rende plasticamente verosimile l’idea del commissariamento dell’Italia. Non i dati sul Pil. Perché un governo legittimo e capace è sempre preferibile ad una autorità esterna. Ma se il governo di un paese nel quale una organizzazione criminale ha un giro di affari di cento miliardi di euro all’anno (è quello che la ‘ndrangheta ricava dal mercato della cocaina), non riesce a trovare qualche spicciolo per onorare i contratti con i suoi dipendenti in pensione e si riduce a dipendere dai voti veicolati da un pregiudicato espulso dal Parlamanto, beh, quel paese ha bisogno di aiuto.

Il Babbeo al governo ed il corollario di incapaci che si è scelto dovrebbero prendere atto della propria totale inadeguatezza e “cambiare verso”. Del tutto.


Ce lo chiede l’Europa

febbraio 3, 2014

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Allungare i tempi di prescrizione al fine di combattere corruzione e criminalità economica. La sola corruzione ci costa sessanta miliardi l’anno, cui vanno sommati i centocinquanta dell’evasione fiscale. Altro che i sei miliardi della privatizzazione di Poste Italiane.

L’emergenza è questa, non la legge elettorale o il sessismo.

Renzi, Grillo, Letta. Diamoci una mossa.

 


Santacroce e la prescrizione

gennaio 24, 2014

ladro

Il Presidente della Corte di cassazione, inaugurando l’anno giudiziario, ha toccato diversi temi, fra i quali quello della prescrizione. Troppi i processi che si estinguono per eccessiva durata dei dibattimenti, troppi i colpevoli che vengono prosciolti non perchè innocenti ma solamente perchè dotati di risorse economiche e di difensori in grado di far durare il processo quanto basta a far maturare la prescrizione. Prescrizione che, come tutti sanno, è stata ridotta per tutti i reati con la sciagurata legge ex Cirielli, reginetta delle “leggi vergogna” votate nella legislatura 2001-2006.

Ma il pd non ci ha sempre chiesto i voti contro le leggi vergogna? E Grillo non ci aveva promesso che essere onesti sarebbe diventato di moda?

Sentieri e Pensieri lo scrisse subito dopo le ultime elezioni politiche. A prescindere dalla maggiornaza di governo, Pd e M5S hanno i voti per riformare la prescrizione, basta una leggina facile facile che ho scritto io nel blog l’otto marzo 2013:

https://sentieriepensieri.wordpress.com/2013/03/08/bersani-grillo-e-la-prescrizione/

Caro Renzi, caro Grillo. Si può fare. Che aspettiamo?


Andate a lavorare!

novembre 27, 2012

Non so cosa succede ora negli stadi. Ma una volta, quand’ero ragazzino e seguivo il gioco del pallone, avveniva che quando una squadra si rivelava non all’altezza della partita e subiva la supremazia avversaria davanti al proprio pubblico, dalla curva dei suoi tifosi partiva il coro “andate a lavorare!”. Sottinteso “in fabbrica”, “in fonderia”, “in miniera”.

Ecco. Davanti alla tragedia nazionale della chiusura dell’Ilva mi viene in mente la stessa cosa. Un ulteriore (sic! ulteriore!) tracollo della produzione di acciaio nazionale sarebbe un passo verso l’abisso della de-industrializzazione, della marginalizzazione economica. Qui non si tratta (solamente) di salvaguardare il posto di lavoro di cinque, dieci, ventimila operai. Si tratta di salvare l’industria nazionale. Se non vogliamo che l’Italia diventi un grande Portogallo.

E davanti a tutto ciò cosa leggo sui giornali? Che il fenomeno Renzi (il nuovo della politica italiana) si lagna per le sgradite regole del ballottaggio. E lo stanno pure a sentire.

Allora vien proprio da dirlo: “andate a lavorare!”.