No all’accordo Pd-Pdl per il Quirinale

aprile 18, 2013

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Per spiegare il mio “no” all’accordo fra Pd e PdL per l’elezione del Presidente della Repubblica sono sufficienti poche parole.

Per la prima volta dal 2001 il partito di Silvio Berlusconi è nettamente minoritario in parlamento e nel paese, dopo quasi un ventennio nel corso del quale l’Italia ha conosciuto un progressivo degrado morale ed economico che segna profondamente le nostre vite. Impoverimento, sfiducia nelle istituzioni e rassegnazione accomunano gli italiani di tutte le estrazioni sociali, di tutte le età e di tutte le aree geografiche.

E’ convinzione comune fra gli elettori di centrosinistra che il berlusconismo, inteso come prevalere dell’interesse personale su quello generale, sia la causa principale di questo stato di cose. E’ parimenti evidente che la classe politica nazionale soffre di una inspiegabile soggezione  psicologica nei confronti del Cavaliere, che dal lontano 1994 condiziona la vita pubblica a vantaggio esclusivo di se stesso e delle sue imprese, a prescindere dagli esiti elettorali.

Nel corso della sua ormai lunga vita politica, Silvio Berlusconi ha dimostrato un supremo disprezzo per la Carta costituzionale, per gli avversari politici, per gli alleati non asserviti, per il galateo istituzionale, per la legge e per le autorità indipendenti, prima fra tutte la magistratura. In ogni passaggio parlamentare ha sempre agito con la massima spregiudicatezza, dimostrando totale assenza di scrupoli pur di raggiungere i propri obiettivi.

Fra i tanti episodi, credo sia sufficiente ricordare che Silvio Berlusconi è indagato per aver corrotto un senatore con tre milioni di euro al fine di far cadere un governo ed un parlamento legittimamente eletto. Basterebbe questo per escluderlo da ogni trattativa per qualsiasi carica.

Silvio Berlusconi ha fatto del suo partito un manipolo di automi telecomandati, del governo un comitato di affari, del parlamento un organo di ratifica.  Ha stravolto la legislazione penale per sottrarsi al giudizio dei Tribunali, così favorendo il dilagare della corruzione, dell’illegalità e della criminalità.

Non è dato comprendere perché il Partito Democratico, che ha sempre chiesto ai suoi elettori un voto contro di lui, debba ora riconoscergli il diritto di scegliere il Presidente della Repubblica. E’ un fatto assolutamente inspiegabile.

Non so cosa abbia spinto i dirigenti del Pd a cercare l’accordo con Silvio Berlusconi. Non voglio nemmeno pensare che sia il desiderio di prolungare la vita della legislatura, di mantenere un po’ più a lungo una carica, di avere qualche chance in più di favorire la propria carriera politica. Mi rifiuto di pensarlo.

E’ vero che il Capo dello Stato ha un ruolo di garanzia, per cui, in linea di principio, sarebbe auspicabile un voto ampiamente maggioritario. Ma non a tutti i costi e, soprattutto, non trattando con chi ha sistematicamente calpestato le regole della democrazia.

Il Parlamento in carica, seppur privo per ora di una maggioranza organica, ha i numeri per eleggere un Presidente della Repubblica che esprima la voglia di cambiamento degli italiani. Che sia libero da vincoli partitici, che sappia garantire il rispetto reale e non solo formale dei valori costituzionali, che riporti al centro della vita pubblica i principi di giustizia, democrazia ed equità sociale. Che restituisca agli italiani fiducia nelle istituzioni repubblicane.

Non faccio nomi perché tutti ne (e li) conosciamo e lascio al Parlamento sovrano il diritto di sceglierlo. Purché la persona abbia queste caratteristiche.

Ma so che dobbiamo pretendere una scelta diversa da quella che è stata fatta, e che rischia di concretizzarsi, nonchè di adottare un metodo completamente differente: più nitido e soprattutto più rispettoso della nostra volontà di elettori di centrosinistra e conforme al sentimento della maggioranza degli italiani. Pretendiamo una scelta alla luce del sole, limpida, per un nome cristallino e per una personalità specchiata. Niente di più. Che sia l’inizio di un corso completamente nuovo della vita politica nazionale.

Per queste ragioni sarò in piazza, questa sera, a dire “no” all’accordo (all’inciucio) fra Pd e PdL per l’elezione del Presidente della Repubblica.


Quirinale

aprile 17, 2013

quirinale

 

Ma davvero, nel PD, c’è chi preferisce un accordo con B. (a di lui tutela) all’elezione di persone come Rodotà o Zagrebelski? Veramente?

Voglio credere che sia tattica (ma poi qualcuno ce la dovrà spiegare). Perchè altrimenti non solo si romperebbe ogni legame fra  tale partito ed il suo elettorato, ma ciò segnerebbe l’inizio di una vera e propria campagna contro di esso da parte di chi lo ha votato, turandosi il naso, in tutti questi anni.

E’ bene che tutti i suoi esponenti lo abbiano ben presente.

 


L’intrigo

luglio 18, 2012

E’ un giallo mafioso in piena regola, quello che ci scorre sotto gli occhi. Il giallo mafioso senza colpevoli, senza prove, senza indizi se non uno: il morto. Come nei romanzi di Sciascia, dove per il delitto non si trova mai il vero colpevole e gli investigatori annaspano fra mille indizi, veri o fasulli, che portano a mandanti occulti e potenti, ma sempre irraggiungibili, così è per il groviglio processuale-istituzionale che coinvolge niente meno che il Capo dello Stato. E come gli intrighi e i depistaggi dei Don Mariano hanno l’effetto, nel garantir loro l’impunità, di provare l’esistenza di un potere superiore che soffoca l’inchiesta, così le alchimie giuridico-costituzionali di questi giorni ci confermano senza ombra di dubbio una cosa sopra tutte: lo Stato trattò e tratta con elementi criminali o comunque con soggetti collusi con essi.

Come spiegare, altrimenti, la tanta ansia di distruggere le ormai mitiche intercettazioni del Quirinale, nelle quali il Capo dello Stato parla con un ex ministro sospettato di avere detto il falso sulla trattativa fra boss mafiosi e funzionari dello Stato?

Non illudiamoci di leggere un giorno, fra dieci o vent’anni, una sentenza che ci spiega esattamente come andò. Chi disse cosa e a chi. Sapremo, al meglio, sedicesimi di verità. Che poco o nulla proveranno, giuridicamente, sulle responsabilità personali, le uniche che contano in un procedimento giudiziario. Ma sappiamo fin da ora che gli intrecci fra uomini di Stato e boss mafiosi sono materia che scotta, di cui gli italiani nulla devono conoscere. Forse perché oltre a quelli ci sono altri contatti, altri legami, altri misteri.


Vent’anni di bugie

giugno 21, 2012

A venti anni esatti dal boato di via D’Amelio, il nervo scoperto della Repubblica affiora, plasticamente, come un immaginario cavo telefonico che dai corridoi del Tribunale di Palermo arriva nel cuore della politica romana: il Quirinale.

Dalla crisi finanziaria di allora alla crisi finanziaria di oggi, la politica nazionale ha avuto fra i suoi primari compiti quello di coprire la verità sulle stragi del biennio di sangue, perché da essa sarebbe probabilmente scaturito il vero collasso del sistema di potere che governa il Paese. Non si spiegherebbero altrimenti troppe anomalie. La carriera luminosa dell’oscuro avellinese Mancino, proiettato ai massimi vertici istituzionali quando era soltanto un peone della morente democrazia cristiana; la conversione di Violante, da spietato inquisitore della politica ad acquiescente strumento della normalizzazione della magistratura; la latitanza di Provenzano, che per decenni visse beato in Sicilia, recandosi a piacimento a Roma per far visita a Ciancimino; la sconcertante conduzione del processo Borsellino uno, che mandò all’ergastolo una fila di innocenti; la tetragona inamovibilità di Dell’Utri, unico politico rimasto al fianco di Berlusconi dal ’94 ad oggi. Sono solo esempi, ma manifestamente sintomatici dell’esistenza di una verità inconfessabile che gli italiani non devono sapere, a nessun costo.

Programmi, bipolarismi, bicamerali, federalismi, riforme, sviluppo, crescita e rigore. Parole che da anni ci tirano in faccia pur di non dirci la verità. Che non può nemmeno essere la minaccia di morte per avere qualche beneficio carcerario in più. Anche questa barzelletta la vadano a raccontare a qualcun altro.