Idagato da chi? PM o GI?

ottobre 29, 2018

indagato

Immaginate di essere sottoposti a indagine. Vi chiedo: da chi vorreste che fosse condotta l’inchiesta? Da un giudice con obblighi di imparzialità, o dal Pubblico Ministero che, nell’eventualità di un processo, sarà la vostra controparte, con la funzione di chiedere la condanna?

Posta così, la domanda sembra avere una risposta ovvia. Il Pubblico Ministero, che ha funzione accusatoria ed il cui lavoro è valutato in base al numero di condanne che ottiene, è naturalmente portato a cercare le prove a carico dell’indagato, non certo quelle a suo discarico. Sembrerebbe preferibile essere indagati da un giudice con obbligo di terzietà, la cui indagine abbia funzioni cognitive, e non accusatorie.

Eppure in Italia abbiamo adottato un sistema che affida le indagini al Pubblico Ministero, giudicandolo più garantista del precedente, nel quale le indagini erano condotte dal Giudice Istruttore.

I motivi di tale modifica non li conosco, ma penso che fossero sostanzialmente due: il vecchio codice di procedura lasciava troppo spazio al Giudice Istruttore, che in taluni casi poteva addirittura assumere la veste di giudice di merito; in secondo luogo il processo in aula era una mera replica dell’istruttoria, nel quale la difesa, in pratica, non aveva margini di azione. In sostanza: se il Giudice Istruttore era convinto della colpevolezza dell’indagato, questi non aveva scampo. La necessità di meglio garantire i diritti di difesa ci ha condotto al sistema attuale, nel quale il Pubblico Ministero conduce le indagini e, successivamente, a processo, sostiene l’accusa, in contraddittorio con la difesa, innanzi ad un giudice “terzo”.

La domanda è: abbiamo creato un sistema migliore? Più garantista e più efficiente?

Se nel rito inquisitorio il problema era il processo, adesso il problema è l’indagine. L’avvocatura ora lamenta l’eccessivo potere del PM nel corso delle inchieste e la soggezione dei Tribunali davanti alle Procure. L’insistita richiesta di separare le carriere di giudici e PM è dovuta a questa presunta condizione psicologica.

In effetti la diversa impostazione procedurale ha comportato una serie di problemi, di cui ora elenco una parte, senza alcuna pretesa di generalità.

È indubbio che il Pubblico Ministero ha enormi poteri nel corso delle indagini, con il rischio che, abusandone, possa assumere un ruolo debordante rispetto alle sue funzioni istituzionali. Inoltre egli ha la facoltà di selezionare, fra centinaia di fascicoli, quelli di suo interesse, sui quali concentrare la propria azione. Approfittando dell’attuale disciplina della prescrizione, può fare in modo che i procedimenti che, per un motivo o per un altro non gli interessano, vadano in prescrizione. E le statistiche dicono che un numero enorme di procedimenti cadono prescritti durante le indagini preliminari.

L’avviso di garanzia, e la non segretezza dell’indagine, danneggiano l’indagato più di quanto non lo tutelino.

Le intercettazioni telefoniche ed ambientali. Essendo esse raccolte dall’accusa, non si può accettare che sia il PM stesso a selezionare quelle utilizzabili e quelle non utilizzabili. Quindi le difese sono costrette a volere la desecretazione di tutto il materiale intercettato, con la conseguenza che la pubblicazione sui giornali delle parti irrilevanti rischiano di danneggiare gli indagati (e non solo loro!) più di quanto non facciano il processo e l’eventuale condanna.

Nel caso in cui il PM non riscontri i termini per procedere, non può archiviare autonomamente il fascicolo, ma deve chiedere che lo faccia il GIP. Il quale ha facoltà di imporre al PM di proseguire l’indagine ovvero di formulare l’imputazione contro la sua stessa volontà. Mi domando che sistema è quello in cui il PM è obbligato ad accusare una persona che ritiene innocente.

Avendo assunto l’indagine preliminare una funzione istruttoria vera e propria, il legislatore ha introdotto le indagini difensive, con la pretesa che abbiano lo stesso valore di quelle della Polizia Giudiziaria. Nei fatti esse sono uno strumento a disposizione dei pochi che possono permettersele in termini economici, e sono tenute in scarsa considerazione dai Tribunali, ai quali non si può certo chiedere di porre sullo stesso piano privati cittadini come gli avvocati ed ufficiali di Polizia.

Mi fermo, ma mi sento di dire che, forse, sarebbe stato preferibile adottare un codice di procedura sì diverso dal precedente, ma pur sempre ispirato al sistema inquisitorio. Lasciando al giudice istruttore la funzione inquirente, a soli fini cognitivi, e al PM, ferme restando le facoltà di integrazione investigativa, la funzione requirente. La vera modifica da introdurre sarebbe stata la separazione fra fase inquirente e fase di giudizio, stabilendo l’uscita definitiva del Giudice Istruttore dal procedimento, una volta chiusa l’istruttoria.

So bene di non avere alcun titolo per sostenerlo, ma risalgo al parere di quello che è stato uno dei più grandi giuristi del secolo scorso: Giovanni Leone. Dopo le dimissioni da Presidente della Repubblica (ingiustamente forzate da una campagna di stampa denigratoria ed infondata), in qualità di senatore a vita fece parte della Commissione Giustizia del Senato, partecipando ai lavori per la riforma del codice del 1989. Alla quale fu sempre tenacemente contrario, ritenendo il rito accusatorio estraneo alla cultura giuridica italiana. Chissà, forse aveva ragione lui.


Rito accusatorio o inquisitorio?

ottobre 21, 2018

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Nel passaggio da Regno a Repubblica, l’Italia conservò quasi integralmente il corpo legislativo, ed in particolare i codici che regolano la giurisdizione ordinaria: Codice penale, Codice civile, Codice di procedura penale, Codice di procedura civile e Legge fallimentare. Si trattava di testi promulgati nel periodo fascista (1930 per la materia penale, 1942 per quella civile e fallimentare) ma nell’impostazione generale non erano fascisti, bensì di stampo liberale, in conformità con la tradizione giuridica italiana. Il Regime impose alcuni tasselli propriamente fascisti, la cui abrogazione nell’immediato dopoguerra consegnò alla magistratura un complesso di leggi sostanzialmente liberale.

Quel complesso normativo è arrivato ad oggi con poche modifiche (una delle più significative riguarda il diritto di famiglia e, più recentemente, si è intervenuti sulla Legge fallimentare) salvo la totale riscrittura del Codice di procedura penale. Il Codice di procedura penale Rocco del 1930 venne novellato negli anni 50 per mano di Giovanni Leone, per poi essere abrogato nel 1989 e sostituito con il nuovo codice Vassalli.

Alla base di questa radicale riscrittura vi è il passaggio dal rito cosiddetto inquisitorio, comune ai paesi dell’Europa continentale, a quello cosiddetto accusatorio, tipico della cultura anglosassone ed in particolare di quella statunitense. Nel primo, l’accertamento delle responsabilità avviene nel corso dell’istruttoria, condotta dal Giudice istruttore e dalla Polizia Giudiziaria; nel secondo avviene nel corso del dibattimento, mentre quella che era l’istruttoria è sostituita dall’indagine preliminare, condotta dal Pubblico ministero e dalla Polizia giudiziaria.

La ragione di tale modifica risiedeva nell’avvertita esigenza di dotarsi di un processo che garantisse maggiormente i diritti dell’indagato/imputato, sottraendolo allo strapotere del Giudice istruttore, il quale aveva il dovere/potere di condurre l’inchiesta, di formulare l’imputazione e di consegnare al Giudice di merito un processo preconfezionato, nel corso del quale non si celebrava un vero dibattimento: gli atti dell’istruttoria erano prove, ed i difensori, per esempio, non potevano formulare domande direttamente ai testimoni, i quali avevano l’obbligo di confermare le deposizioni rese in istruttoria, pena l’arresto. Il Pubblico ministero aveva una funzione quasi esclusivamente requirente, ma il difensore si trovava quasi disarmato davanti al Giudice (istruttore o di merito, figure che addirittura potevano talvolta coincidere!) sicché una modifica in senso garantista era largamente avvertita.

Il processo di riforma in tal senso iniziò già negli anni settanta, ma fu bloccato dall’emergenza terrorismo, fino alla svolta del 1989, con l’introduzione del nuovo codice.

Con esso si passò ad un sistema (detto appunto accusatorio) che assegna al Pubblico ministero due funzioni: quella inquirente (indagine preliminare) e quella requirente (richiesta di giudizio e di condanna), ponendo il Giudice in una posizione di terzietà fra l’accusa e la difesa. Il Giudice per le indagini preliminari “sorveglia” il Pubblico ministero nello svolgimento dell’inchiesta, nel corso della quale vengono raccolti non prove ma elementi di prova. Il Giudice di merito dirige il dibattimento in aula, ispirato alla logica del contraddittorio fra le parti (l’accusa, cioè il PM, e la difesa) nel corso del quale si forma la prova.

Le domande che è lecito porsi sono due: 1) era possibile avere un sistema più garantista mantenendo il sistema inquisitorio? 2) Il nuovo codice ci ha effettivamente consegnato un meccanismo efficiente e più garantista?

Ovviamente chi scrive non ha risposte certe da dare, ma questo post e quelli successivi hanno la funzione di dar forza alle seguenti possibili risposte: 1) forse sì. 2) Forse no.

Distinguendo per capitoli (che tratterò separatamente) vedo nel sistema corrente una serie di criticità, che sintetizzo di seguito.

  1. La durata abnorme dei procedimenti, come conseguenza del tipo di rito.
  2. L’abuso dei riti alternativi e l’introduzione di istituti discutibili come l’imputazione coatta.
  3. L’assurdo logico costituito dal rito abbreviato.
  4. L’eccesso di potere in capo al Pubblico Ministero, con ricorrente richiesta di separazione delle carriere.
  5. La falcidia della prescrizione sui procedimenti penali.
  6. L’inadeguatezza del rito alle richieste di verità, oltre che di giustizia, che una società evoluta pone alla giurisdizione penale.
  7. La scarsa se non nulla tutela delle persone offese dal reato.
  8. Le anomalie dell’uso extragiudiziale (giornalistico e politico-propagandistico) degli atti di indagine, quali l’avviso di garanzia e le intercettazioni.
  9. L’introduzione delle indagini difensive ed i grandi costi di difesa, che producono una giustizia di censo.
  10. La svalutazione del ruolo del giudice e l’incongruità della sua terzietà