Riforma Bonafede e vittime

dicembre 8, 2019

 

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Il dibattito corrente sull’entrata in vigore della cosiddetta riforma della prescrizione penale mi conferma che, in tema di giustizia, la gente parla di cose che non conosce. Al punto che ne capisco più io dei presunti operatori del settore.

Senza rifare la storia dei problemi che comporta l’attuale disciplina della prescrizione penale, mi limito a considerarne gli effetti sulla persona offesa dal reato, definita giornalisticamente vittima. Mi permetto di richiamare quello che scrissi qui sull’argomento, e cerco di riassumere gli estremi opposti del dibattito in corso fra “garantisti” e “giustizialisti”.

Sostengono i primi che la riforma Bonafede produrrebbe un processo infinito, con il risultato di infliggere una pena dopo anni e anni dalla commissione del reato. E ciò non ha ragion d’essere se il fatto non è di estrema gravità.

Prendendo a pretesto la posizione della parte lesa, i secondi sostengono che bloccare il decorso della prescrizione alla sentenza di primo grado darebbe finalmente soddisfazione alle vittime, che con la disciplina attuale vedono la loro richiesta di giustizia arenarsi nei tempi morti del processo.

Entrambe le posizioni, viste con la prospettiva della persona offesa, sono errate, e mi stupisce che persone esperte le sostengono.

L’errore dei “garantisti” è nel non voler dire che la prescrizione, così come è ora, estingue il reato e non la pena. Quindi estingue anche gli effetti sulla persona offesa, ovvero il diritto al risarcimento, che una volta cessato il processo penale può essere richiesto solamente in sede civile, ma con la prospettiva di perdere la causa, poiché un privato cittadino, salvo casi rari e fortunati, non dispone delle prove necessarie per ottenere la condanna della controparte.

La riforma Bonafede risolverebbe questo problema? No! Assolutamente no. Perché il gigantesco torto che il nostro sistema giudiziario infligge alle persone offese è la decadenza del reato per intervenuta prescrizione prima della sentenza di primo grado! In questo caso la vittima rimane priva di strumenti per ottenere il ristoro del danno, salvo appunto una causa civile costosa e dall’esito incerto. Al contrario, nel fortunato caso in cui alla sentenza di primo grado si arrivi, la persona offesa ha comunque raggiunto il proprio obiettivo di una pronuncia giudiziaria, che sebbene non definitiva ha una sua valenza statuale. L’eventuale estinzione per intervenuta prescrizione nei gradi successivi non cancella la condanna al risarcimento del danno, che può comunque essere ottenuto. È quanto stabilisce l’articolo 578 del codice di procedura penale:

Quando nei confronti dell’imputato è stata pronunciata condanna, anche generica, alle restituzioni o al risarcimento dei danni cagionati dal reato, a favore della parte civile, il giudice di appello e la corte di cassazione, nel dichiarare il reato estinto per amnistia o per prescrizione, decidono sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili.

La vera svolta sarebbe quindi di interrompere definitivamente il corso della prescrizione all’atto di inizio dell’esercizio dell’azione penale, e non alla sentenza di primo grado. La riforma Bonafede, vista dalla prospettiva della vittima, aumenterebbe le probabilità di vedere il reo condannato a una pena, ma non si tratta di una conquista di civiltà. La posizione della persona offesa nel processo penale non può, non deve essere, quella di chiedere vendetta. Non vi è alcun ristoro nel vedere una persona sottoposta a una pena. La vittima deve essere risarcita economicamente, e congruamente, per le sofferenze patite, lasciando che l’irrogazione della pena sia una esclusiva prerogativa dello Stato.

E allora ribadisco quella che dovrebbe essere, secondo me, l’urgente riforma della prescrizione: si stabilisca che essa estingue la pena, e non il reato, in modo che il processo possa proseguire a fini civili senza produrre l’irrogazione di una pena a distanza di lustri dalla commissione del fatto.


Vittime e prescrizione

novembre 2, 2018

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E si ritorna a parlare di prescrizione.

Da una parte vi è chi vuole l’interruzione del suo decorso con la sentenza di primo grado, al fine di evitare che essa vanifichi l’attività investigativa e processuale, garantendo l’impunità ai colpevoli. Dall’altra si sostiene che in tal modo i processi dureranno ancora più a lungo, con esagerata afflizione degli imputati, e che è insensato punire i colpevoli a eccessiva distanza dalla commissione del fatto.

Tralascio questi aspetti, lasciando che ognuno si faccia la propria idea in base alla montagna di argomenti portati a sostegno di una o dell’altra tesi, e mi pongo dalla parte della persona offesa dal reato. La prescrizione estingue il reato, e quindi anche le sue conseguenze, fra cui il diritto al risarcimento da parte del danneggiato. Quindi non mi pare corretto sostenere che la prescrizione penale risponde al venir meno dell’interesse pubblico a punire un colpevole ad eccessiva distanza dai fatti. La prescrizione ha un effetto diretto anche sulle vittime. Le quali, si sostiene, hanno tuttavia la possibilità di chiedere il risarcimento in sede civile, a prescindere dallo svolgimento del processo penale. Tale argomento costituisce uno sviamento della realtà, perché, salvo rari casi, la persona offesa che procede contro il reo prima che questi venga condannato in sede penale si espone a gravi rischi processuali, ovvero perdere la causa e vedersi condannata a pagare ingenti spese legali (per tacere di conseguenze ancor peggiori quali un’accusa di calunnia). Il fatto è che difficilmente la parte lesa dispone di prove sufficienti a convincere il giudice della colpevolezza del reo; prove che, in genere, emergono solamente da indagini di Polizia giudiziaria. Per tali ragioni, la vittima ha il diritto a veder riconosciute le responsabilità del colpevole in sede penale, ed è bene che a ciò si attenga.

Il problema resta l’eccessiva, intollerabile, durata dei processi, che può essere risolto solamente con l’aumento del numero di magistrati e con l’accorpamento dei tribunali, in modo da renderli più efficienti. Attualmente i magistrati in servizio sono circa novemila, un numero esiguo, se si pensa che su di essi grava uno spettro enorme di attività, che va dalle inchieste sul terrorismo internazionale alle cause di divorzio. Va anche ricordato che un gran numero di reati denunciati (si dice il 70-80%) cade prescritto in fase di indagine preliminare, e perciò è anche necessario aumentare la durata della prescrizione, ponendo rimedio ai nefasti effetti della legge ex Cirielli.

In attesa che l’adeguamento del numero dei magistrati in servizio porti ad una consistente riduzione dei tempi processuali, mi permetto di formulare una proposta. Il decorso della prescrizione durante indagine e processo potrebbe riguardare solo la pena, ma non il reato e le conseguenze accessorie. In altre parole, se al momento della sentenza è trascorso un tempo eccessivamente lungo rispetto alla gravità del reato, la pena viene dichiarata estinta, ma viene comunque pronunciata condanna, e restano fermi gli obblighi risarcitori nei confronti delle persone offese, nonché le eventuali pene accessorie, quali, ad esempio, le interdizioni da determinate funzioni pubbliche.

In tal modo, per fare un esempio, il responsabile di un crack finanziario, qualora condannato a distanza di oltre quindici anni dal fatto, eviterebbe di scontare la pena in carcere, ma sarebbe comunque obbligato a risarcire chi ha perso i propri risparmi a causa sua, e verrebbe comunque interdetto dalla possibilità di dirigere aziende o gestire risparmi. Il sindaco condannato per corruzione a distanza di venti anni dal fatto non subirebbe alcuna detenzione, ma verrebbe interdetto dai pubblici uffici, e la sentenza renderebbe nota con certezza giudiziale la sua condotta fraudolenta.

Personalmente penso due cose: l’accertamento della verità in caso di gravi violazioni di legge è doveroso, ma il carcere, la detenzione, i gabbioni, non hanno mai risolto nulla. Non è con la repressione che si migliorano le cose, non è mai stato così. Ma neppure è tollerabile il senso di impunità che pervade il nostro vivere collettivo.

 

 


La resa al crimine

settembre 10, 2014

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Sui quotidiani di oggi due notizie che spiegano molto, se non tutto, dei nostri tempi:
– La stima del contributo al prodotto interno lordo delle attività illecite ed illegali (prostituzione, stupefacenti, contraffazione, estorsione eccetera).
– L’irrisione del presidente del consiglio per le critiche mosse dall’Associazione nazionale magistrati ai preannunciati provvedimenti in materia di giustizia.

Da anni la magistratura invoca una stretta su autoriciclaggio, prescrizione e corruzione, con norme che avrebbero come effetto quantomeno il contenimento della convenienza delle attività criminali, in un paese dove il delitto si avvia ad essere il principale strumento di accumulo di capitali e di creazione di ricchezza privata.

Apparentemente, autoriciclaggio, prescrizione e corruzione appartengono a sfere diverse della disciplina penale, ma non è così. Perché un’organizzazione criminale che lucra su attività illegali (ad esempio la droga) ha bisogno di strumenti agevoli per riciclare i profitti e di “colletti bianchi” corrotti e corruttori (commercialisti, avvocati, funzionari pubblici) di cui servirsi per investire nell’economia legale. E costoro, a loro volta, necessitano di prescrizioni brevi per veder sistematicamente estinti (ovvero neppure accertati per inazione delle procure) i reati commessi ed a loro eventualmente ascritti. Attività che ora entrano a pieno titolo nel calcolo ufficiale dell’economia nazionale, con tutto quelle che ne consegue.

L’inerzia su tali fronti del nostro legislatore (ormai coincidente con il governo) è la conferma che l’Italia si avvia ad essere una sorta di Kossovo dell’Unione Europea, il nido delle principali mafie continentali. Mafie di cui gli italiani accettano evidentemente di essere i servi.


Ce lo chiede l’Europa

febbraio 3, 2014

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Allungare i tempi di prescrizione al fine di combattere corruzione e criminalità economica. La sola corruzione ci costa sessanta miliardi l’anno, cui vanno sommati i centocinquanta dell’evasione fiscale. Altro che i sei miliardi della privatizzazione di Poste Italiane.

L’emergenza è questa, non la legge elettorale o il sessismo.

Renzi, Grillo, Letta. Diamoci una mossa.

 


Santacroce e la prescrizione

gennaio 24, 2014

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Il Presidente della Corte di cassazione, inaugurando l’anno giudiziario, ha toccato diversi temi, fra i quali quello della prescrizione. Troppi i processi che si estinguono per eccessiva durata dei dibattimenti, troppi i colpevoli che vengono prosciolti non perchè innocenti ma solamente perchè dotati di risorse economiche e di difensori in grado di far durare il processo quanto basta a far maturare la prescrizione. Prescrizione che, come tutti sanno, è stata ridotta per tutti i reati con la sciagurata legge ex Cirielli, reginetta delle “leggi vergogna” votate nella legislatura 2001-2006.

Ma il pd non ci ha sempre chiesto i voti contro le leggi vergogna? E Grillo non ci aveva promesso che essere onesti sarebbe diventato di moda?

Sentieri e Pensieri lo scrisse subito dopo le ultime elezioni politiche. A prescindere dalla maggiornaza di governo, Pd e M5S hanno i voti per riformare la prescrizione, basta una leggina facile facile che ho scritto io nel blog l’otto marzo 2013:

https://sentieriepensieri.wordpress.com/2013/03/08/bersani-grillo-e-la-prescrizione/

Caro Renzi, caro Grillo. Si può fare. Che aspettiamo?


La seconda repubblica

settembre 24, 2013

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Nelle prime pagine di oggi c’è tutta l’Italia di questo inizio di terzo millennio.

L’unica impresa nazionale di telecomunicazioni, a suo tempo regalata dal governo D’Alema ai capitani coraggiosi della speculazione, viene svenduta ai concorrenti spagnoli; nella giornata in cui si celebra il predominio di un paese – la Germania – dove le telecomunicazioni sono saldamente in mano allo Stato.

la Direzione antimafia di Milano provvede ad arrestare gli eredi di Vittorio Mangano: mafiosi felicemente installatisi nel cuore dell’imprenditoria lombarda.

E’ la plastica rappresentazione dell’esito del percorso cominciato con la fine dell’era democristiana: mentre le imprese pubbliche (dei carrozzoni o dei gioielli, a seconda dalla convenienza del momento) venivano regalate a capitani d’industria assistiti ed avidi di lucrare sulla pelle degli italiani, i boss mafiosi salivano al rango di imprenditori per impadronirsi dell’economia ricca del nord.

Un cammino che ha proceduto incontrastato, mentre la politica si occupava di demolire l’azione giurisdizionale con una serie di leggi criminogene finalizzate ad agevolare le peggiori degenerazioni affaristiche (Parmalat e Montepaschi, per far due esempi) e la scalata delle organizzazioni mafiose: legge sui pentiti, giusto processo, depenalizzazione del falso in bilancio, ex Cirielli, indulto, indagini difensive, eccetera.

Al tempo stesso si picconavano le conquiste di civiltà, precarizzando il lavoro e mortificando scuola, università, esercito e sanità pubblica.

Ma niente paura: a Trieste abbiamo la stele contro le leggi razziali e il monumento all’esodo istriano. Quindi va tutto bene.

Di targhe, di monumenti e di giornate della memoria ne abbiamo già un certo numero, ma ne servirebbero altre.

Per ricordare agli sbadati l’origine del pensiero unico liberista, garantista ed antistatalista; progenitore della seconda repubblica basata sul bipolarismo, la cui applicazione ha significato la progressiva distruzione della Repubblica.

Di fronte alla quale i tre partiti che dovrebbero rappresentare il popolo italiano si occupano rispettivamente di:

  1. stabilire regole congressuali che garantiscano uno stipendio ad ognuno dei millemila dirigenti (partito A);
  2. trovare un sotterfugio per evitare il carcere all’unico dirigente (partito B);
  3. nascondere la totale assenza di idee dei due unici dirigenti (partito C).

Ci dicono che l’Italia rischia di essere commissariata. MAGARI – dico io – MAGARI!


Bersani, Grillo e la prescrizione

marzo 8, 2013

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Nel gran dibattere di costi della politica, province da abolire e parlamentari da dimezzare, è sparito dal dibattito post elettorale l’argomento giustizia. E le “leggi vergogna”? Grillo e il pd non ci hanno promesso di abolirle? O forse ho capito male io? Non ci hanno rintronato con la necessità di moralizzare il paese dopo anni di ammorbamento “garantista” berlusconiano?

Mettiamo a fuoco. Per la prima volta dal 2001 Berlusconi è minoritario in entrambe le camere ed è possibile votare leggi senza il suo assenso (tacito o esplicito) e senza reclutare i senatori a vita. Per la prima volta da dodici anni! Quindi ci sono le condizioni per eliminare appunto le leggi vergogna.

Sarebbe però da superficiali pensare che ciò possa essere fatto da un giorno all’altro; molte di esse non possono essere abrogate d’un tratto. Un esempio? La legge Gasparri va riscritta, non abolita.

Un caso però c’è: la porzione di legge Cirielli che accorcia i termini della prescrizione. Allineare la normativa sulla prescrizione alle discipline europee è semplice, non serve un governo in carica e lo può fare il parlamento votando una leggina facile facile che scrivo di seguito.

*          *          *

Art. 1.

L’art. 157 c.p. è così sostituito.

La prescrizione estingue il reato:
1) in venti anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a ventiquattro anni;
2) in quindici anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a dieci anni;
3) in dieci anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce della reclusione inferiore a cinque anni, o la pena della multa.
4) in cinque anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione inferiore a cinque anni, o la pena della multa;
5) in tre anni, se si tratta di contravvenzione per cui la legge stabilisce la pena dell’arresto;
6) in due anni, se si tratta di contravvenzione per cui la legge stabilisce la pena dell’ammenda.
Per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo al massimo della pena stabilita dalla legge per il reato, consumato o tentato, tenuto conto dell’aumento massimo della pena stabilito per le circostanze aggravanti e della diminuzione minima stabilita per le circostanze attenuanti.
Nel caso di concorso di circostanze aggravanti e di circostanze attenuanti si applicano anche a tale effetto le disposizioni dell’articolo 69.
Quando per il reato la legge stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e quella pecuniaria, per determinar il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo soltanto alla pena detentiva.”

La prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall’imputato.
La prescrizione non estingue i reati per i quali la legge prevede la pena dell’ergastolo, anche come effetto dell’applicazione di circostanze aggravanti.

Art. 2

L’art. 158 c.p. è così sostituito:

Il termine della prescrizione decorre, per il reato consumato, dal giorno della consumazione; per il reato tentato, dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole; per il reato permanente o continuato, dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione.
Quando la legge fa dipendere la punibilità del reato dal verificarsi di una condizione, il termine della prescrizione decorre dal giorno in cui la condizione si è verificata. Nondimeno nei reati punibili a querela, istanza o richiesta, il termine della prescrizione decorre dal giorno del commesso reato.

Art. 3

Il secondo comma dell’art. 161 c.p. è soppresso.

Art. 4 – Norma transitoria

I termini della prescrizione, così come computati in base alla presente legge, valgono per tutti i reati, anche se commessi nel periodo di vigenza della precedente normativa e, ferme restando le disposizioni del codice civile relativamente alla prescrizione civile, si applicano anche a tutti i procedimenti penali e civili per cui non sia stata pronunciata sentenza irrevocabile.

In tutti i procedimenti penali per i quali non sia stata pronunziata sentenza irrevocabile, è concessa la riapertura dei termini per l’applicazione delle disposizioni di cui al titolo II libro VI parte II del codice di procedura penale. La parte che intende proporne l’applicazione deve formulare istanza al giudice innanzi a cui si trova il procedimento entro novanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge. L’imputato che ottiene l’applicazione della pena su propria richiesta è tenuto a liquidare alle parti civili costituite le spese sostenute per la costituzione e per la partecipazione al procedimento.

*          *          *

Forza, Bersani e Grillo. Dal 15 marzo vi aspetto al varco. Non serve un governo, la fiducia. Mettete in calendario e votate. E se qualcuno vi dice: “Ma è contro Berlusconi!” Voi rispondete: “Sì, certamente! E’ una legge contro Berlusconi!”