Serracchiani vince in Friuli Venezia Giulia

aprile 22, 2013

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E’ sicuramente un fatto positivo che l’alleanza di centrodestra abbia perso le elezioni regionali in Friuli Venezia Giulia, segnate da un tracollo dell’affluenza al voto, di poco superiore al 50% contro il 72% del 2008. Renzo Tondo era uno degli ultimi presidenti di regioni del PdL, partito che in breve tempo ha perso la guida di Lombardia, Lazio, Molise e, appunto, Friuli Venezia Giulia. Le regioni governate dagli uomini di Silvio Berlusconi sono ormai solamente la Campania, la Calabria, l’Abruzzo e la Sardegna. A conferma che il PdL ha un unico elemento fondante ed un solo punto programmatico: la tutela degli interessi personali di Silvio Berlusconi e la di lui difesa processuale; la politica è puramente accessoria, l’interesse generale un concetto astruso e fastidioso. Mi attendo una severa resa dei conti fra Tondo ed il suo ex compagno di partito Bandelli, che presentandosi da solo ha sottratto i voti che avrebbero portato ad una riconferma del governatore uscente.

La Lega Nord ha visto quasi dimezzati i suoi consensi, ed anche in questa regione del Nord est diviene forza marginale.

E’ altresì positivo che la sgangherata lista grillina sia rimasta lontanissima dalla possibilità di avere la maggioranza in consiglio regionale. Sarebbe stato il primo caso di un organo legislativo interamente nelle mani di un gruppo che ha dato prova di essere totalmente inadeguato ad una simile attività. Legiferare ed amministrare una regione è ben altra cosa che gestire una municipalità.

Detto questo, a sinistra non c’è da gioire per la risicatissima vittoria (2.066 voti di scarto, pari allo 0,39%). Innanzitutto va rimarcato che Serracchiani ha ottenuto solamente 210mila voti, contro i 351mila di Illy alle regionali 2008 (che non gli furono sufficienti a superare i 409mila di Tondo). Male anche la coalizione, passata da 260mila a 153mila ed il Pd, arretrato di 60mila voti (da 170mila a circa 110mila).

Ma quel che mi sento di dire è che a garantire il successo è stata l’ostinata fedeltà al voto dell’elettorato di centrosinistra, che nonostante lo scandalo dei rimborsi ai gruppi consiliari e nonostante le nequizie romane del pd, si è recato diligentemente al voto, quando invece l’elettorato avversario ha massicciamente disertato. Il tratto distintivo di questo risultato, per me, è la pazienza giobbesca dell’elettorato di sinistra il quale, pur martoriato da una dirigenza inadeguata, confusa, divisa ed ultimamente anche un po’ cialtrona, continua a votarla.

E’ questa la forza, ma anche la debolezza, del Pd. Forza perchè gli consente di sopravvivere nonostante tutto. Debolezza perchè i suoi dirigenti, stolidamente convinti di poter contare su di un elettorato bue che li vota sempre e comunque, nulla fanno per meritarsi la sua fiducia, per ascoltarne gli umori e per guadagnare nuovi consensi. Con gli esiti che si sono visti in Parlamento nei giorni scorsi.

Dovrei auspicarmi un cambiamento di rotta. Ma non lo faccio. Inutile illudersi. Andrà sempre così e sempre peggio. Amen.

PS. Chiuso lo spoglio si viene a sapere che il Pd ha 19 seggi, la minoranza slovena 1, cittadini per Serracchiani 3, SEL 3. Totale centrosinistra 23+3=26. Il Centrodestra (PdL+Lega+Udc) ha 15 seggi e il Movimento 5S 6. Senza SEL Serracchiani non ha maggioranza in consiglio regionale. E se a Roma l’allenza Pd-Sel si rompe per dar vita alle grandi intese, che accadrà qui?


No all’accordo Pd-Pdl per il Quirinale

aprile 18, 2013

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Per spiegare il mio “no” all’accordo fra Pd e PdL per l’elezione del Presidente della Repubblica sono sufficienti poche parole.

Per la prima volta dal 2001 il partito di Silvio Berlusconi è nettamente minoritario in parlamento e nel paese, dopo quasi un ventennio nel corso del quale l’Italia ha conosciuto un progressivo degrado morale ed economico che segna profondamente le nostre vite. Impoverimento, sfiducia nelle istituzioni e rassegnazione accomunano gli italiani di tutte le estrazioni sociali, di tutte le età e di tutte le aree geografiche.

E’ convinzione comune fra gli elettori di centrosinistra che il berlusconismo, inteso come prevalere dell’interesse personale su quello generale, sia la causa principale di questo stato di cose. E’ parimenti evidente che la classe politica nazionale soffre di una inspiegabile soggezione  psicologica nei confronti del Cavaliere, che dal lontano 1994 condiziona la vita pubblica a vantaggio esclusivo di se stesso e delle sue imprese, a prescindere dagli esiti elettorali.

Nel corso della sua ormai lunga vita politica, Silvio Berlusconi ha dimostrato un supremo disprezzo per la Carta costituzionale, per gli avversari politici, per gli alleati non asserviti, per il galateo istituzionale, per la legge e per le autorità indipendenti, prima fra tutte la magistratura. In ogni passaggio parlamentare ha sempre agito con la massima spregiudicatezza, dimostrando totale assenza di scrupoli pur di raggiungere i propri obiettivi.

Fra i tanti episodi, credo sia sufficiente ricordare che Silvio Berlusconi è indagato per aver corrotto un senatore con tre milioni di euro al fine di far cadere un governo ed un parlamento legittimamente eletto. Basterebbe questo per escluderlo da ogni trattativa per qualsiasi carica.

Silvio Berlusconi ha fatto del suo partito un manipolo di automi telecomandati, del governo un comitato di affari, del parlamento un organo di ratifica.  Ha stravolto la legislazione penale per sottrarsi al giudizio dei Tribunali, così favorendo il dilagare della corruzione, dell’illegalità e della criminalità.

Non è dato comprendere perché il Partito Democratico, che ha sempre chiesto ai suoi elettori un voto contro di lui, debba ora riconoscergli il diritto di scegliere il Presidente della Repubblica. E’ un fatto assolutamente inspiegabile.

Non so cosa abbia spinto i dirigenti del Pd a cercare l’accordo con Silvio Berlusconi. Non voglio nemmeno pensare che sia il desiderio di prolungare la vita della legislatura, di mantenere un po’ più a lungo una carica, di avere qualche chance in più di favorire la propria carriera politica. Mi rifiuto di pensarlo.

E’ vero che il Capo dello Stato ha un ruolo di garanzia, per cui, in linea di principio, sarebbe auspicabile un voto ampiamente maggioritario. Ma non a tutti i costi e, soprattutto, non trattando con chi ha sistematicamente calpestato le regole della democrazia.

Il Parlamento in carica, seppur privo per ora di una maggioranza organica, ha i numeri per eleggere un Presidente della Repubblica che esprima la voglia di cambiamento degli italiani. Che sia libero da vincoli partitici, che sappia garantire il rispetto reale e non solo formale dei valori costituzionali, che riporti al centro della vita pubblica i principi di giustizia, democrazia ed equità sociale. Che restituisca agli italiani fiducia nelle istituzioni repubblicane.

Non faccio nomi perché tutti ne (e li) conosciamo e lascio al Parlamento sovrano il diritto di sceglierlo. Purché la persona abbia queste caratteristiche.

Ma so che dobbiamo pretendere una scelta diversa da quella che è stata fatta, e che rischia di concretizzarsi, nonchè di adottare un metodo completamente differente: più nitido e soprattutto più rispettoso della nostra volontà di elettori di centrosinistra e conforme al sentimento della maggioranza degli italiani. Pretendiamo una scelta alla luce del sole, limpida, per un nome cristallino e per una personalità specchiata. Niente di più. Che sia l’inizio di un corso completamente nuovo della vita politica nazionale.

Per queste ragioni sarò in piazza, questa sera, a dire “no” all’accordo (all’inciucio) fra Pd e PdL per l’elezione del Presidente della Repubblica.