Torniamo in fabbrica

giugno 25, 2020

operaio

Crolla il prodotto interno lordo e la politica è colta dal panico. La pandemia ha semplicemente assestato un colpo fatale a un sistema tragicamente indebolito per nostra responsabilità. Non è un caso se da noi la produzione industriale crolla mentre ciò accade meno pesantemente in Germania e in Francia. Siamo stati noi, negli ultimi decenni, a demolire il nostro sistema industriale, nell’inescusabile e folle convinzione che tutti gli italiani potessero lavorare nel settore terziario. L’ho già scritto qui (al primo punto) e qui: la nostra grave colpa è stata quella di azzerare la grande industria, quasi tutta di Stato, che alimentava anche gli ordinativi per la piccola e media. Abbandonato l’acciaio, il cemento, abbiamo progressivamente rinunciato a produrre automobili e perfino le due ruote, che sono praticamente un nostra invenzione e nelle quali eravamo all’avanguardia. Stessa cosa è accaduta con altri settori come l’arredamento e gli elettrodomestici, l’elettronica (la fine di Olivetti grida ancora vendetta), la chimica e buona parte dell’agroalimentare. Come risultato, per esempio, Parmalat è finita in mano francese e tutto il settore automobilistico (dalla Fiat alla Maserati) è ormai di Parigi. Altro che Ilva: abbiamo permesso alla Citroën di comprarsi la Ferrari! Ma non è solo colpa della politica. Anche noi italiani abbiamo preso a considerare l’industria come una brutta cosa, sporca, inquinante e squalificante. Il mestiere dell’operaio (cioè di colui che produce valore aggiunto) è finito in fondo alla gerarchia sociale, col risultato che intere generazioni preferiscono impieghi precari da rider o operatori di call center all’assunzione a tempo indeterminato in una fabbrica.

Se vogliamo almeno tentare di invertire la tendenza, rivitalizzando quel che resta del nostro sistema industriale, la strada non può essere che quella di un taglio selettivo e potente del cuneo fiscale. Non a tutti, ma solo ai lavoratori dell’industria. Spingendo gli investimenti e le assunzioni nei settori produttivi a scapito dell’enorme e sovradimensionato bacino di imprese del terziario. Un taglio netto, almeno del 50-70%, per consentire a chi sceglie la fabbrica di avere redditi adeguati e alle imprese che producono ed esportano di rialzare la testa.


Cuneo fiscale

ottobre 5, 2018

 

cuneo.jpg

L’elevato debito pubblico ci impedisce di abbassare realmente le tasse. Ma l’elevata pressione fiscale sfavorisce le imprese italiane rispetto a quelle straniere e di conseguenza il nostro prodotto interno lordo non cresce a sufficienza. Anzi, proprio il peso fiscale induce le industrie italiane a delocalizzare ed è la prima causa del nostro declino industriale. Spezzare circolo vizioso debito pubblico-alta fiscalità-elevato costo del lavoro-bassa crescita sembra impossibile, ma siamo sicuri che sia così? Forse no. Forse bisognerebbe cominciare a distinguere lavoro e lavoro, e dire che non tutte le imprese sono uguali. Una cosa è l’impresa che produce beni di consumo (tipo componentistica elettronica), e deve competere sul mercato internazionale con paesi strutturalmente avvantaggiati per le più svariate ragioni (bassi salari, poche tutele sindacali eccetera); altra cosa è l’impresa – per esempio – che fornisce servizi alla Pubblica Amministrazione (tipo i pasti alle mense comunali), e che quindi non soffre la concorrenza cinese o romena. È il primo tipo di impresa che soffre per l’eccessivo cuneo fiscale, fino al punto di dover scegliere fra chiusura e migrazione all’estero, mentre il secondo no. Quindi è solo per il primo tipo di imprese che va ridotto – e drasticamente – il peso fiscale e contributivo su lavoro e produzione (quello che si chiama cuneo). Negli ultimi venti anni l’Italia ha visto quasi scomparire interi settori della propria industria: automobili, ciclomotori, aviazione, acciaio, eccetera. Eppure erano settori nei quali eravamo ben presenti. È mai possibile che in Italia si producano la Fiat 500 e la Lamborghini Diablo ma quasi nessun modello di auto nella fascia intermedia? È mai possibile che i motorini, invenzione italiana, siano quasi scomparsi dalla nostra produzione? Secondo me la strada è quella della defiscalizzazione mirata. Non riduzione delle tasse su imprese e lavoro a tutti, ma solo alle imprese del settore produttivo e manifatturiero, lasciandolo invariato per le imprese di servizi. Il minor introito fiscale sarebbe compensato dal minor ricorso alle importazioni e dalla crescita dell’occupazione. Fesseria o Uovo di Colombo?