Prescrizione e persona offesa

maggio 22, 2016

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Il progetto della maggioranza per la riforma della prescrizione penale, attualmente in discussione, non contempla la modifica da più parti invocata: interromperne definitivamente il decorso all’atto del rinvio a giudizio, in modo che il processo termini sempre con una pronunzia di assoluzione o di condanna, e mai con una declaratoria di estinzione del reato per decorrenza dei termini.

La profonda ingiustizia dell’attuale sistema, per cui la prescrizione può scattare a processo in corso, emerge se si osserva la questione dalla posizione, sempre negletta, della persona offesa dal reato.

Chi subisce un reato non ha altra strada se non quella di rivolgersi alla Procura della Repubblica, chiedendo l’individuazione dei responsabili e la loro condanna, che determina contestualmente la pena e l’obbligo al risarcimento del danno. La vittima, in veste di parte civile, assiste quasi passivamente al processo, attendendo per anni la condanna dell’imputato, finché, allo scattare della prescrizione, si sente dire: “siamo spiacenti, ma, a causa del lungo tempo trascorso, non possiamo pronunciare alcunché sul suo caso”. E quindi addio al risarcimento, perché con la prescrizione del reato si prescrive anche il diritto al risarcimento della persona offesa.
Oltre al danno del reato subito, ecco la beffa del risarcimento negato, gravato dalla lunga e vana attesa e dall’onere di dover comunque saldare il conto dell’avvocato.

L’obiezione secondo cui sarebbe possibile, per la persona offesa, promuovere contestualmente (o alternativamente) una causa in sede civile, ove non operano le norme della prescrizione penale, è inconsistente, perché, salvo rari casi, citare in giudizio il presunto responsabile di un reato prima che sia maturata la condanna penale è una iniziativa temeraria, ed il rischio di soccombenza, con conseguenze economicamente rovinose, è altissimo.

Da queste sintetiche considerazioni emergono due aspetti.

1. Il processo penale è totalmente sbilanciato a favore dell’indagato/imputato, che gode di poteri e tutele enormi, fra cui la prescrizione, se raffrontate a quelli, quasi nulli, della persona offesa.
2. Esiste una evidente disparità fra la disciplina degli illeciti penali e di quelli civili. Infatti chi è vittima di un illecito di natura civilistica matura un diritto risarcitorio esso pure soggetto a prescrizione, che però può essere interrotta illimitatamente e, una volta avviato il giudizio in Tribunale, cessa di decorrere fino alla sentenza definitiva senza alcun limite temporale. Paradossalmente, quindi, il nostro ordinamento favorisce il responsabile di un illecito penale rispetto a quello di un illecito civile e, corrispondentemente, penalizza la vittima di un reato penale rispetto al danneggiato civile.

Se già tali rilievi configurano profili di incostituzionalità (irragionevolezza e disuguaglianza davanti alla legge), ve ne è uno ulteriore. Il reato penale colpisce in genere beni costituzionalmente protetti, come la salute (nei reati contro la persona), il lavoro (dipendenti che perdono l’impiego per la bancarotta commessa dal titolare) o la proprietà (reati contro il patrimonio). Il regime attuale della prescrizione, denegando il risarcimento del danno da reato penale senza che la vittima possa far nulla, non avendo il potere di accelerare il processo, mentre l’imputato ha mille strumenti per rallentarlo, viola il principio della tutela minima, che impone alla Repubblica l’obbligo di garantire – perlomeno “al minimo” – i beni protetti dalla Costituzione.

Se la prescrizione è quindi uno strumento che ha salvato moltitudini di imputati, vista dalla parte delle persone offese appare palesemente incostituzionale, a meno che, come avviene nei paesi evoluti, non si stabilisca che essa cessi definitivamente di decorrere all’avvio del processo.

Contrariamente a quanto da più parti si sostiene, in tal modo non si allungherebbe la durata dei procedimenti, i cui tempi esorbitanti dipendono dalle eccessive garanzie procedurali e non sostanziali del nostro codice, dalla pessima organizzazione dei Tribunali, dall’inerzia di molti magistrati e soprattutto dalle tecniche difensive dilatorie, attuate proprio per conseguire la prescrizione del reato.

Ma con l’attuale maggioranza, che comprende chi votò la legge ex-Cirielli, che ridusse i termini di prescrizione, non ci si possono fare illusioni. Lo stesso linguaggio utilizzato dai sedicenti garantisti tradisce la logica di favore verso l’imputato, a discapito della persona offesa e, più in generale, dell’ordinamento. L’imputato viene descritto come “perseguitato” da quelle lungaggini processuali che spesso dipendono dalla sua stessa linea difensiva e viene identificato come “il cittadino”, come se, nel processo penale, non vi fosse anche un “cittadino persona offesa”, vittima pure lui, oltre che del reato, anche delle lungaggini processuali.

Qualcuno potrebbe obiettare che per molti reati la persona offesa non c’è, ovvero non è una persona fisica. In quel caso ad essere danneggiata è la società, siamo tutti noi. E per avere idea di quanto sia iniquo e devastante l’attuale regime, basta leggere questa notizia.

 

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Femminicidio e persona offesa

agosto 9, 2013

femminicidio

Ora che va di moda il femminicidio, la politica che si occupa di giustizia (area dove regna l’ignoranza) scopre una figura mitica e mistica: la persona offesa.

Questi geni del diritto (anzi, genie, perché sono soprattutto donne) ci spiegano che laddove vi è uno stupro, oltre allo stupratore, c’è una stuprata. Laddove un persecutore, una perseguitata; laddove un molestatore, una molestata; laddove un maltrattatore, una maltrattata. Oibò, chi l’avrebbe mai detto.

Ci spiegano che la legge deve occuparsi non soltanto dell’autore, ma anche della vittima. La quale dall’iter giudiziario non ricava nulla se non spese e frustrazioni o veri e propri ulteriori danni (morali e materiali). Ma pensa un po’.

Dovrebbero già sapere, però, che in quasi tutti i fatti previsti dalla legge come reato, oltre all’autore, vi è una persona offesa che molto spesso (anche se non sempre) è una persona fisica. C’è (quasi) sempre un soggetto che oltre a subire un danno dal fatto-reato, subisce un danno ulteriore dal processo-beffa, che gli costa tempo e denaro (udienze, consulenti, avvocati) e umiliazioni (testimonianze, ulteriori diffamazioni dalle difese avversarie..) e termina con una sentenza farsa, in genere con la prescrizione. E soprattutto con la frustrazione della giustizia negata, di una ingente spesa inutile e di un risarcimento nullo.

Di questo soggetto (la vittima) ci si ricorda solamente quando è funzionale ad una qualche battaglia politica e/o ideologica, per esempio quella in corso (a ragione) sui fenomeni del femminicidio, dello stalking e della violenza domestica (che non possono essere confusi troppo semplicisticamente).

Osservo a titolo di esempio: se è giusto concedere il patrocinio legale a spese dello Stato alle vittime di stupro (come già è) ed alle vittime dello stalking o del feminicidio (come si vuole introdurre), qualcuno mi spiega perché non dovrebbe avvenire lo stesso per tutti gli altri reati (perlomeno quelli gravi)? Per esempio per le lesioni personali gravi o gravissime (si pensi alle vittime degli incidenti stradali ed alla malasanità) o per le truffe di rilevante entità. Per le rapine, per le estorsioni e per le bancarotte. Per i fatti di corruzione, di falsità in atti o di frode in commercio.

Prendiamo ad esempio un caso noto a tutti di danno patrimoniale da fatto illecito: il lodo Mondadori (http://it.wikipedia.org/wiki/Lodo_Mondadori).

Il fatto-reato si consuma nel 1991 e da esso scaturisce il diritto della Cir di De Benedetti ad essere risarcita del relativo danno emergente. Si devono attendere le sentenze penali di primo, secondo e terzo grado, per poi rivolgersi alle sezioni civili (primo, secondo e terzo grado) per la quantificazione e la liquidazione della somma dovuta dal responsabile.

Con i tempi della giustizia italica, dal 1991, la liquidazione del danno avverrà, se tutto va come si pensa, fra qualche settimana. Ci sono voluti 22 anni. E si può tranquillamente dire che De Benedetti è stato fortunato. In primo luogo perché la magistratura ha fatto il suo dovere sia nel penale che nel civile lungo tutto il percorso; in secondo luogo perché la sua controparte (caso raro in Italia) è solvibile e può versare la somma dovuta.

Per un cittadino comune vittima di un reato l’analogia con De Benedetti si ferma al tempo del procedimento. Servono comunque (in generale) tre gradi di giudizio penali e tre civili e soprattutto, lungo l’iter, può sempre capitare un giudice disattento, un perito infedele, un teste fasullo o un altro inciampo che manda all’aria il procedimento. Infine, anche nel caso fausto di una sentenza definitiva favorevole, il condannato al risarcimento (se non è già morto) si rivela formalmente incapiente e quindi non versa nemmeno un euro di risarcimento. Alla povera vittima non vengono rifuse nemmeno le spese legali sostenute in venti anni. E magari nel frattempo è morta, o è fallita, o è dovuta emigrare.

Di ciò il nostro legislatore non si preoccupa. Salvo, di tanto in tanto, quando la figura del danneggiato è strumentale ad una qualche battaglia politica o ideologica. Qualche tempo fa erano gli obbligazionisti truffati dal crack Parmalat; poi sono venute le donne stuprate. Oggi sono le mogli maltrattate dai mariti.

E quelle che leggiamo (anche se volte al lodevole scopo di tutelare alcune categorie di vittime) sono parole inutili se non si pone mano radicalmente alle procedure ed al sistema giudiziario nel suo complesso, che è stato costruito e progressivamente adattato per tutelare esclusivamente i diritti dell’indagato-imputato, cui sono riconosciuti strumenti difensivi procedurali talmente vasti e potenti da farne il vero dominus del processo. Mentre, al contrario, la persona offesa-parte civile è poco più che uno spettatore pagante che trascorre il proprio tempo a convincersi che dal processo non ricaverà mai nulla, e che per il sistema giudiziario è soltanto un impiccio o, peggio ancora, uno zimbello.


Cronache da Lobotlandia – 1.

novembre 19, 2009

Ascolto il leghista Cota al tg3 e non riesco a non cambiare canale. A domanda sul “processo breve”, il sottosegretario, al fine di riaffermare la bontà della legge, sostiene che “un cittadino ha diritto ad essere processato e condannato o assolto in un tempo ragionevole”.

La naturalezza con la quale questo argomento viene reiterato mostra come la nostra classe politica, nel momento in cui affronta il tema della giustizia, applica ormai automaticamente l’equazione “cittadino=imputato”. La compenetrazione fra politici e delinquenti è ormai talmente irrisolvibile che per i nostri rappresentanti i diritti del soggetto processuale denominato “persona offesa” (più comunemente vittima) che quasi sempre coincide con la parte civile nel processo, non esistono.

L’eccessiva durata del processo danneggia  l’imputato (forse, perchè io non ho mai sentito dire di un colpevole frettoloso di sentirsi condannare), ma non certo quando le lungaggini dipendono dalla strategie difensive da lui adottato. Al contrario danneggia sempre e sicuramente la vittima, sia che essa dipenda dalle carenze strutturali del Tribunale, dalle strategie della difesa o dalla neghittosità dei magistrati e del personale giudiziario ausiliario.

Ma di ciò nessuno si cura e si arriva ad accettare l’idea che un cittadino danneggiato da un reato debba subire, oltre all’offesa di una durata eccessiva del procedimento (ben superiore ai sei anni anche quando sarà in vigore la legge in oggetto per via dei tempi morti fra i diversi gradi di giudizio), la beffa di una sentenza di proscioglimento per eccessiva durata di una singola fase processuale, con grande gioia del colpevole che può deriderlo per tutta la vita, godendosi i vantaggi del reato commesso.

Ma nemmeno i membri della cosiddetta opposizione sembrano rendersene conto, né i giornalisti non allineati. Ci si concentra solo su Berlusconi e sul fatto che si tratterebbe di una legge ad personam. In realtà è una legge contro tutti noi, ma soprattutto contro le vittime dei reati. Cittadini ormai di serie B, anzi C, anzi Z.