Vittime e prescrizione

novembre 2, 2018

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E si ritorna a parlare di prescrizione.

Da una parte vi è chi vuole l’interruzione del suo decorso con la sentenza di primo grado, al fine di evitare che essa vanifichi l’attività investigativa e processuale, garantendo l’impunità ai colpevoli. Dall’altra si sostiene che in tal modo i processi dureranno ancora più a lungo, con esagerata afflizione degli imputati, e che è insensato punire i colpevoli a eccessiva distanza dalla commissione del fatto.

Tralascio questi aspetti, lasciando che ognuno si faccia la propria idea in base alla montagna di argomenti portati a sostegno di una o dell’altra tesi, e mi pongo dalla parte della persona offesa dal reato. La prescrizione estingue il reato, e quindi anche le sue conseguenze, fra cui il diritto al risarcimento da parte del danneggiato. Quindi non mi pare corretto sostenere che la prescrizione penale risponde al venir meno dell’interesse pubblico a punire un colpevole ad eccessiva distanza dai fatti. La prescrizione ha un effetto diretto anche sulle vittime. Le quali, si sostiene, hanno tuttavia la possibilità di chiedere il risarcimento in sede civile, a prescindere dallo svolgimento del processo penale. Tale argomento costituisce uno sviamento della realtà, perché, salvo rari casi, la persona offesa che procede contro il reo prima che questi venga condannato in sede penale si espone a gravi rischi processuali, ovvero perdere la causa e vedersi condannata a pagare ingenti spese legali (per tacere di conseguenze ancor peggiori quali un’accusa di calunnia). Il fatto è che difficilmente la parte lesa dispone di prove sufficienti a convincere il giudice della colpevolezza del reo; prove che, in genere, emergono solamente da indagini di Polizia giudiziaria. Per tali ragioni, la vittima ha il diritto a veder riconosciute le responsabilità del colpevole in sede penale, ed è bene che a ciò si attenga.

Il problema resta l’eccessiva, intollerabile, durata dei processi, che può essere risolto solamente con l’aumento del numero di magistrati e con l’accorpamento dei tribunali, in modo da renderli più efficienti. Attualmente i magistrati in servizio sono circa novemila, un numero esiguo, se si pensa che su di essi grava uno spettro enorme di attività, che va dalle inchieste sul terrorismo internazionale alle cause di divorzio. Va anche ricordato che un gran numero di reati denunciati (si dice il 70-80%) cade prescritto in fase di indagine preliminare, e perciò è anche necessario aumentare la durata della prescrizione, ponendo rimedio ai nefasti effetti della legge ex Cirielli.

In attesa che l’adeguamento del numero dei magistrati in servizio porti ad una consistente riduzione dei tempi processuali, mi permetto di formulare una proposta. Il decorso della prescrizione durante indagine e processo potrebbe riguardare solo la pena, ma non il reato e le conseguenze accessorie. In altre parole, se al momento della sentenza è trascorso un tempo eccessivamente lungo rispetto alla gravità del reato, la pena viene dichiarata estinta, ma viene comunque pronunciata condanna, e restano fermi gli obblighi risarcitori nei confronti delle persone offese, nonché le eventuali pene accessorie, quali, ad esempio, le interdizioni da determinate funzioni pubbliche.

In tal modo, per fare un esempio, il responsabile di un crack finanziario, qualora condannato a distanza di oltre quindici anni dal fatto, eviterebbe di scontare la pena in carcere, ma sarebbe comunque obbligato a risarcire chi ha perso i propri risparmi a causa sua, e verrebbe comunque interdetto dalla possibilità di dirigere aziende o gestire risparmi. Il sindaco condannato per corruzione a distanza di venti anni dal fatto non subirebbe alcuna detenzione, ma verrebbe interdetto dai pubblici uffici, e la sentenza renderebbe nota con certezza giudiziale la sua condotta fraudolenta.

Personalmente penso due cose: l’accertamento della verità in caso di gravi violazioni di legge è doveroso, ma il carcere, la detenzione, i gabbioni, non hanno mai risolto nulla. Non è con la repressione che si migliorano le cose, non è mai stato così. Ma neppure è tollerabile il senso di impunità che pervade il nostro vivere collettivo.

 

 

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Riti e vittime

ottobre 30, 2018

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Concludo la serie di post sulla comparazione fra rito accusatorio ed inquisitorio accennando al complesso tema della posizione della persona offesa dal reato.

La funzione del processo penale è repressiva; è di punire il colpevole di un reato, ma in tempi recenti ha assunto funzioni ulteriori.

Una è quella di verità, ovvero quella di portare alla luce e di far conoscere all’opinione pubblica fatti che, senza indagini condotte con gli strumenti della polizia giudiziaria, rimarrebbero sconosciute o quantomeno avvolte da nubi di incertezza. Gli abitanti di una città il cui sindaco è sospettato di corruzione, hanno diritto di sapere se il loro primo cittadino è stato infedele oppure no. Chi vive in prossimità di un’industria inquinante ha diritto di sapere chi sono i responsabili delle proprie malattie. La collettività ha diritto di sapere se chi gestisce i propri risparmi lo fa correttamente o in modo fraudolento. La risposta a queste domande, a prescindere dalla punizione del reo, può venire solo da indagini della magistratura.

Strettamente connessa è l’esigenza di garantire alle persone offese, cioè alle vittime dei reati, un adeguato risarcimento, individuando sia il responsabile che le precise responsabilità, anche in questo caso senza correlazione con la pena da infliggere.

Per tali ragioni mi parrebbe più sensato affidare l’esercizio dell’azione penale ad un soggetto con funzioni cognitive ed attribuzioni ad ampio spettro, quale sarebbe un giudice, e non ad un organo meramente accusatorio come il Pubblico Ministero.

Chi è vittima di reato, in astratto, può procedere contro il responsabile in sede civile, a prescindere dall’azione penale esercitata dalla Procura. Tuttavia, salvo casi particolari, si tratta di una percorso pericoloso, poiché raramente la vittima possiede prove certe del fatto e dell’identità del reo, per cui la causa civile risarcitoria rischia di ritorcesti contro la vittima stessa. La via migliore è attendere l’esito del procedimento penale e, avendo in mano la sentenza di condanna del reo, chiedere la quantificazione del risarcimento in sede civile.

Anche qui emerge il problema del ruolo del Pubblico Ministero, che non ha alcun obbligo nei confronti delle vittime, le quali, a loro volta, nel corso delle indagini e del processo, non hanno praticamente alcun potere di intervento. Ben migliore sarebbe un sistema che attribuisce al Giudice Istruttore, nel corso dell’attività istruttoria, anche la funzione di tutelare la persona offesa, ovvero di raccogliere quegli elementi utili a delineare il danno e a prendere i provvedimenti necessari a tutelarne la posizione.

Che il codice in vigore abbia una considerazione quasi nulla dei diritti della persona offesa emerge peraltro da molti aspetti. Faccio l’esempio del termine di soli dieci giorni entro il quale il difensore della parte lesa può proporre opposizione alla richiesta di archiviazione del PM. Dieci giorni nei quali chiedere ed ottenere copia del fascicolo, studiarlo, e formulare motivate richieste di prosecuzione delle indagini. Molto critica è la posizione della vittima in caso di patteggiamento, rito che si conclude con una sentenza che “applica una pena” ma non costituisce una autentica condanna, ovvero non “certifica” la responsabilità del reo. Quindi non costituisce elemento sufficiente a richiedere la riparazione del danno con certezza di esito positivo. In altre parole, chi patteggia, oltre ad ottenere lo sconto di pena, si sottrae anche all’obbligo di risarcire la vittima (recentemente la Cassazione ha modificato l’orientamento in materia, ma sarà il tempo a dire se in maniera significativa). Taccio sul gravissimo fenomeno della prescrizione, che estingue il reato e con esso anche il diritto del danneggiato al risarcimento. In sostanza può ben dirsi che la persona offesa non trova adeguata tutela nel processo penale, che spesso si traduce per essa in un lungo calvario, costoso, umiliante, che in esito non soddisfa neppure il diritto al risarcimento. Diritto che peraltro non è costituzionalmente tutelato, contrariamente ai diritti di difesa frettolosamente inseriti nell’art. 111 della Carta nel 1999.

A tale proposito non posso tacere l’argomento che Piercamillo Davigo utilizza per criticare la pretesa terzietà del Giudice nel processo penale. Il Giudice, afferma Davigo, deve stare dalla parte della vittima, ma se assume una posizione neutra fra il ladro e il derubato, si è già messo dalla parte del ladro. I concetti di terzietà del giudice e di parità fra accusa e difesa meriterebbero una discussione a parte, che qui ometto. Ma è chiaro che accusa e difesa, nel processo penale, hanno funzioni radicalmente diverse, e quindi la loro parità non può essere intesa come quella fra marito e moglie in una causa di divorzio, ma come condizione di pari dignità, non certo di parità di mezzi.

In estrema sintesi conclusiva, un’indagine è procedimento complesso, che richiede attenzione a molteplici aspetti: segretezza, tutela delle vittime, garanzie per gli indagati, interesse pubblico e della pubblica opinione. Affidarla ad un organo meramente accusatorio è scelta sbrigativa, tipica appunto della pessima giustizia statunitense.

 


Prescrizione e persona offesa

maggio 22, 2016

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Il progetto della maggioranza per la riforma della prescrizione penale, attualmente in discussione, non contempla la modifica da più parti invocata: interromperne definitivamente il decorso all’atto del rinvio a giudizio, in modo che il processo termini sempre con una pronunzia di assoluzione o di condanna, e mai con una declaratoria di estinzione del reato per decorrenza dei termini.

La profonda ingiustizia dell’attuale sistema, per cui la prescrizione può scattare a processo in corso, emerge se si osserva la questione dalla posizione, sempre negletta, della persona offesa dal reato.

Chi subisce un reato non ha altra strada se non quella di rivolgersi alla Procura della Repubblica, chiedendo l’individuazione dei responsabili e la loro condanna, che determina contestualmente la pena e l’obbligo al risarcimento del danno. La vittima, in veste di parte civile, assiste quasi passivamente al processo, attendendo per anni la condanna dell’imputato, finché, allo scattare della prescrizione, si sente dire: “siamo spiacenti, ma, a causa del lungo tempo trascorso, non possiamo pronunciare alcunché sul suo caso”. E quindi addio al risarcimento, perché con la prescrizione del reato si prescrive anche il diritto al risarcimento della persona offesa.
Oltre al danno del reato subito, ecco la beffa del risarcimento negato, gravato dalla lunga e vana attesa e dall’onere di dover comunque saldare il conto dell’avvocato.

L’obiezione secondo cui sarebbe possibile, per la persona offesa, promuovere contestualmente (o alternativamente) una causa in sede civile, ove non operano le norme della prescrizione penale, è inconsistente, perché, salvo rari casi, citare in giudizio il presunto responsabile di un reato prima che sia maturata la condanna penale è una iniziativa temeraria, ed il rischio di soccombenza, con conseguenze economicamente rovinose, è altissimo.

Da queste sintetiche considerazioni emergono due aspetti.

1. Il processo penale è totalmente sbilanciato a favore dell’indagato/imputato, che gode di poteri e tutele enormi, fra cui la prescrizione, se raffrontate a quelli, quasi nulli, della persona offesa.
2. Esiste una evidente disparità fra la disciplina degli illeciti penali e di quelli civili. Infatti chi è vittima di un illecito di natura civilistica matura un diritto risarcitorio esso pure soggetto a prescrizione, che però può essere interrotta illimitatamente e, una volta avviato il giudizio in Tribunale, cessa di decorrere fino alla sentenza definitiva senza alcun limite temporale. Paradossalmente, quindi, il nostro ordinamento favorisce il responsabile di un illecito penale rispetto a quello di un illecito civile e, corrispondentemente, penalizza la vittima di un reato penale rispetto al danneggiato civile.

Se già tali rilievi configurano profili di incostituzionalità (irragionevolezza e disuguaglianza davanti alla legge), ve ne è uno ulteriore. Il reato penale colpisce in genere beni costituzionalmente protetti, come la salute (nei reati contro la persona), il lavoro (dipendenti che perdono l’impiego per la bancarotta commessa dal titolare) o la proprietà (reati contro il patrimonio). Il regime attuale della prescrizione, denegando il risarcimento del danno da reato penale senza che la vittima possa far nulla, non avendo il potere di accelerare il processo, mentre l’imputato ha mille strumenti per rallentarlo, viola il principio della tutela minima, che impone alla Repubblica l’obbligo di garantire – perlomeno “al minimo” – i beni protetti dalla Costituzione.

Se la prescrizione è quindi uno strumento che ha salvato moltitudini di imputati, vista dalla parte delle persone offese appare palesemente incostituzionale, a meno che, come avviene nei paesi evoluti, non si stabilisca che essa cessi definitivamente di decorrere all’avvio del processo.

Contrariamente a quanto da più parti si sostiene, in tal modo non si allungherebbe la durata dei procedimenti, i cui tempi esorbitanti dipendono dalle eccessive garanzie procedurali e non sostanziali del nostro codice, dalla pessima organizzazione dei Tribunali, dall’inerzia di molti magistrati e soprattutto dalle tecniche difensive dilatorie, attuate proprio per conseguire la prescrizione del reato.

Ma con l’attuale maggioranza, che comprende chi votò la legge ex-Cirielli, che ridusse i termini di prescrizione, non ci si possono fare illusioni. Lo stesso linguaggio utilizzato dai sedicenti garantisti tradisce la logica di favore verso l’imputato, a discapito della persona offesa e, più in generale, dell’ordinamento. L’imputato viene descritto come “perseguitato” da quelle lungaggini processuali che spesso dipendono dalla sua stessa linea difensiva e viene identificato come “il cittadino”, come se, nel processo penale, non vi fosse anche un “cittadino persona offesa”, vittima pure lui, oltre che del reato, anche delle lungaggini processuali.

Qualcuno potrebbe obiettare che per molti reati la persona offesa non c’è, ovvero non è una persona fisica. In quel caso ad essere danneggiata è la società, siamo tutti noi. E per avere idea di quanto sia iniquo e devastante l’attuale regime, basta leggere questa notizia.

 

Trovi l’articolo anche a questo link.

 


Femminicidio e persona offesa

agosto 9, 2013

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Ora che va di moda il femminicidio, la politica che si occupa di giustizia (area dove regna l’ignoranza) scopre una figura mitica e mistica: la persona offesa.

Questi geni del diritto (anzi, genie, perché sono soprattutto donne) ci spiegano che laddove vi è uno stupro, oltre allo stupratore, c’è una stuprata. Laddove un persecutore, una perseguitata; laddove un molestatore, una molestata; laddove un maltrattatore, una maltrattata. Oibò, chi l’avrebbe mai detto.

Ci spiegano che la legge deve occuparsi non soltanto dell’autore, ma anche della vittima. La quale dall’iter giudiziario non ricava nulla se non spese e frustrazioni o veri e propri ulteriori danni (morali e materiali). Ma pensa un po’.

Dovrebbero già sapere, però, che in quasi tutti i fatti previsti dalla legge come reato, oltre all’autore, vi è una persona offesa che molto spesso (anche se non sempre) è una persona fisica. C’è (quasi) sempre un soggetto che oltre a subire un danno dal fatto-reato, subisce un danno ulteriore dal processo-beffa, che gli costa tempo e denaro (udienze, consulenti, avvocati) e umiliazioni (testimonianze, ulteriori diffamazioni dalle difese avversarie..) e termina con una sentenza farsa, in genere con la prescrizione. E soprattutto con la frustrazione della giustizia negata, di una ingente spesa inutile e di un risarcimento nullo.

Di questo soggetto (la vittima) ci si ricorda solamente quando è funzionale ad una qualche battaglia politica e/o ideologica, per esempio quella in corso (a ragione) sui fenomeni del femminicidio, dello stalking e della violenza domestica (che non possono essere confusi troppo semplicisticamente).

Osservo a titolo di esempio: se è giusto concedere il patrocinio legale a spese dello Stato alle vittime di stupro (come già è) ed alle vittime dello stalking o del feminicidio (come si vuole introdurre), qualcuno mi spiega perché non dovrebbe avvenire lo stesso per tutti gli altri reati (perlomeno quelli gravi)? Per esempio per le lesioni personali gravi o gravissime (si pensi alle vittime degli incidenti stradali ed alla malasanità) o per le truffe di rilevante entità. Per le rapine, per le estorsioni e per le bancarotte. Per i fatti di corruzione, di falsità in atti o di frode in commercio.

Prendiamo ad esempio un caso noto a tutti di danno patrimoniale da fatto illecito: il lodo Mondadori (http://it.wikipedia.org/wiki/Lodo_Mondadori).

Il fatto-reato si consuma nel 1991 e da esso scaturisce il diritto della Cir di De Benedetti ad essere risarcita del relativo danno emergente. Si devono attendere le sentenze penali di primo, secondo e terzo grado, per poi rivolgersi alle sezioni civili (primo, secondo e terzo grado) per la quantificazione e la liquidazione della somma dovuta dal responsabile.

Con i tempi della giustizia italica, dal 1991, la liquidazione del danno avverrà, se tutto va come si pensa, fra qualche settimana. Ci sono voluti 22 anni. E si può tranquillamente dire che De Benedetti è stato fortunato. In primo luogo perché la magistratura ha fatto il suo dovere sia nel penale che nel civile lungo tutto il percorso; in secondo luogo perché la sua controparte (caso raro in Italia) è solvibile e può versare la somma dovuta.

Per un cittadino comune vittima di un reato l’analogia con De Benedetti si ferma al tempo del procedimento. Servono comunque (in generale) tre gradi di giudizio penali e tre civili e soprattutto, lungo l’iter, può sempre capitare un giudice disattento, un perito infedele, un teste fasullo o un altro inciampo che manda all’aria il procedimento. Infine, anche nel caso fausto di una sentenza definitiva favorevole, il condannato al risarcimento (se non è già morto) si rivela formalmente incapiente e quindi non versa nemmeno un euro di risarcimento. Alla povera vittima non vengono rifuse nemmeno le spese legali sostenute in venti anni. E magari nel frattempo è morta, o è fallita, o è dovuta emigrare.

Di ciò il nostro legislatore non si preoccupa. Salvo, di tanto in tanto, quando la figura del danneggiato è strumentale ad una qualche battaglia politica o ideologica. Qualche tempo fa erano gli obbligazionisti truffati dal crack Parmalat; poi sono venute le donne stuprate. Oggi sono le mogli maltrattate dai mariti.

E quelle che leggiamo (anche se volte al lodevole scopo di tutelare alcune categorie di vittime) sono parole inutili se non si pone mano radicalmente alle procedure ed al sistema giudiziario nel suo complesso, che è stato costruito e progressivamente adattato per tutelare esclusivamente i diritti dell’indagato-imputato, cui sono riconosciuti strumenti difensivi procedurali talmente vasti e potenti da farne il vero dominus del processo. Mentre, al contrario, la persona offesa-parte civile è poco più che uno spettatore pagante che trascorre il proprio tempo a convincersi che dal processo non ricaverà mai nulla, e che per il sistema giudiziario è soltanto un impiccio o, peggio ancora, uno zimbello.


Cronache da Lobotlandia – 1.

novembre 19, 2009

Ascolto il leghista Cota al tg3 e non riesco a non cambiare canale. A domanda sul “processo breve”, il sottosegretario, al fine di riaffermare la bontà della legge, sostiene che “un cittadino ha diritto ad essere processato e condannato o assolto in un tempo ragionevole”.

La naturalezza con la quale questo argomento viene reiterato mostra come la nostra classe politica, nel momento in cui affronta il tema della giustizia, applica ormai automaticamente l’equazione “cittadino=imputato”. La compenetrazione fra politici e delinquenti è ormai talmente irrisolvibile che per i nostri rappresentanti i diritti del soggetto processuale denominato “persona offesa” (più comunemente vittima) che quasi sempre coincide con la parte civile nel processo, non esistono.

L’eccessiva durata del processo danneggia  l’imputato (forse, perchè io non ho mai sentito dire di un colpevole frettoloso di sentirsi condannare), ma non certo quando le lungaggini dipendono dalla strategie difensive da lui adottato. Al contrario danneggia sempre e sicuramente la vittima, sia che essa dipenda dalle carenze strutturali del Tribunale, dalle strategie della difesa o dalla neghittosità dei magistrati e del personale giudiziario ausiliario.

Ma di ciò nessuno si cura e si arriva ad accettare l’idea che un cittadino danneggiato da un reato debba subire, oltre all’offesa di una durata eccessiva del procedimento (ben superiore ai sei anni anche quando sarà in vigore la legge in oggetto per via dei tempi morti fra i diversi gradi di giudizio), la beffa di una sentenza di proscioglimento per eccessiva durata di una singola fase processuale, con grande gioia del colpevole che può deriderlo per tutta la vita, godendosi i vantaggi del reato commesso.

Ma nemmeno i membri della cosiddetta opposizione sembrano rendersene conto, né i giornalisti non allineati. Ci si concentra solo su Berlusconi e sul fatto che si tratterebbe di una legge ad personam. In realtà è una legge contro tutti noi, ma soprattutto contro le vittime dei reati. Cittadini ormai di serie B, anzi C, anzi Z.