La Giustizia dimenticata

gennaio 20, 2018

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Dopo aver dominato per decenni il dibattito politico, la Giustizia sembra esserne definitivamente uscita, scomparendo del tutto dalla campagna elettorale in corso. Le emergenze giudiziarie di B. non interessano più, né a lui né ai suoi (veri o presunti) avversari.

Eppure non dovrebbe essere così, perché i residui di centrosinistra che troveremo sulla scheda, per anni, hanno alimentato il loro consenso e sono così arrivati fino ad oggi tuonando contro le leggi-vergogna, suscitando l’indignazione del proprio elettorato e cavalcandone gli effetti, salvo poi tradire tutte le aspettative. E proprio su questo tradimento il Movimento cinque stelle ha fondato la propria fortuna, indicandolo, più o meno esplicitamente, come la prova regina dell’alleanza sotterranea fra i due schieramenti tradizionali.

Quel che importa è che la devastazione della giurisdizione penale operata nel ventennio berlusconiano continua a dispiegare i suoi effetti, diretti ed indiretti, e fa dell’Italia il paese dove il crimine è sempre e comunque pagante.

L’abolizione del falso in bilancio e le profonde (e poco note) modifiche alla legge fallimentare rendono praticamente improcedibili i reati di tipo finanziario. L’accorciamento della prescrizione contenuto nella legge Cirielli fa in resto, poiché, con essa, solamente i cosiddetti reati di strada risultano processabili senza l’incombenza della prescrizione. Nessun passo avanti (anzi, molti indietro) è stato fatto nel contrasto alla corruzione, mentre resta in vigore la legge sui pentiti che ne ha provocato la quasi totale estinzione.

Inutile perdere tempo sul nulla (o quasi) che in tale materia è stato prodotto nell’ultima legislatura, nel corso della quale il timido ministro Orlando è sembrato assolutamente inadeguato.

Sarebbe già angoscioso ripercorrere nel dettaglio quanto di male è stato prodotto negli ultimi decenni ma, purtroppo, su questi temi dobbiamo attendere altri e sciagurati assalti. Ascoltando Radio Radicale (la vera voce del potere), si apprende quali siano le auspicate “riforme” in materia di Giustizia. Per esempio si parla insistentemente di:

  • Innalzamento da due a quattro anni della durata che consente la sospensione condizionale della pena;
  • Innalzamento da tre a quattro della durata che dà diritto (praticamente automatico) alle pene alternative;
  • Abolizione dell’appello della procura generale.

Provvedimenti in tal senso vengono presentati come utili a velocizzare i processi ed a ridurre le carcerazioni, sulla base dell’asserito principio che la pena non è rieducativa. Nessuno si ferma a riflettere che l’impunità (reale o sostanziale) è ben più criminogena di una pena non rieducativa. La strada che l’Italia continua pervicacemente a percorrere è quella della sostanziale impunità per quasi tutti i reati, e soprattutto per quelli non violenti.

Alle spalle abbiamo i crack bancari, i collassi delle coop del Friuli Venezia Giulia, ma possiamo stare certi che i responsabili non pagheranno mai. Mai arriverà per loro una condanna definitiva e – soprattutto – essi ne sono e ne sono sempre stati perfettamente consci. Da anni ormai, e si tratta di un fatto consolidato ed acquisito alle coscienze ed al senso comune, chi compie reati finanziari (e fra questi il riciclaggio di proventi mafiosi) nulla rischia, salvo al peggio una macchia nella reputazione, che purtroppo può toccare anche a chi nessun reato ha commesso.

Non è tutto. La pronuncia della CEDU sul caso Contrada (e la previsione di un simile esito dell’istanza di Dell’Utri) danno alimento alla sistematica delegittimazione della magistratura siciliana impegnata nei processi di mafia, ed assistiamo alla vergognosa campagna denigratoria dei pubblici ministeri di Palermo, rei, agli occhi di una stampa irresponsabile, di voler fare luce sui più gravi fatti degli anni più oscuri della nostra storia recente (il triennio 1992-1994).

Ma la più sconcertante delle proposte viene dal mondo forense, che coltiva il progetto di “costituzionalizzare la figura dell’avvocato”. Si vorrebbe modificare la Carta (ancora! Insistono!) dando rango costituzionale al ruolo processuale del difensore (dell’imputato, ovviamente, giammai a quello della persona offesa). Con tale passaggio si consacrerebbe definitivamente la natura censitaria del sistema penale, che diverrebbe uno strumento moltiplicatore della disuguaglianza sociale, facendo dei Tribunali luoghi ove chi ha mezzi per difendersi può ottenere ciò che vuole (in primis l’impunità, in ogni caso), mentre chi ne è privo è destinato a veder denegata ogni forma di giustizia.

Per avere un sistema accettabile e rispettoso della costituzione e del senso minimale di giustizia che un paese moderno merita, il sistema italiano necessiterebbe di riforme poderose e strutturali, ma quelle che ci attendono sono di segno esattamente opposto, volte a spingerlo oltre il baratro nel quale si trova da tempo.

 


Legge 241/2006: indulto

gennaio 15, 2008

William_Hogarth_La_Prigione

Il più impopolare dei provvedimenti votati dal Parlamento in carica è stato la legge 241 del 31 luglio 2006: l’indulto. Ecco il testo.

Art. 1.

1. È concesso indulto, per tutti i reati commessi fino a tutto il 2 maggio 2006, nella misura non superiore a tre anni per le pene detentive e non superiore a 10.000 euro per quelle pecuniarie sole o congiunte a pene detentive. Non si applicano le esclusioni di cui all’ultimo comma dell’articolo 151 del codice penale.

2. L’indulto non si applica: a) per i delitti previsti dai seguenti articoli del codice penale:

1) 270 (associazioni sovversive), primo comma;

2) 270-bis (associazioni con finalità di terrorismo anche internazionale o di eversione dell’ordine democratico);

3) 270-quater (arruolamento con finaità di terrorismo anche internazionale);

4) 270-quinquies (addestramento ad attività con finalità di terrorismo anche internazionale);

5) 280 (attentato per finalità terroristiche o di eversione);

6) 280-bis (atto di terrorismo con ordigni micidiali o esplosivi);

7) 285 (devastazione, saccheggio e strage);

8 ) 289-bis (sequestro di persona a scopo di terrorismo o di eversione);

9) 306 (banda armata);

10) 416, sesto comma (associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei delitti di cui agli articoli 600, 601 e 602 del codice penale);

11) 416-bis (associazione di tipo mafioso);

12) 422 (strage);

13) 600 (riduzione o mantenimento in schiavitù o in servitu);

14) 600-bis (prostituzione minorile);

15) 600-ter (pornografia minorile), anche nell’ipotesi prevista dall’articolo 600-quater.1 del codice penale;

16) 600-quater (detenzione di materiale pornografico), anche nell’ipotesi prevista dall’articolo 600-quater.1 del codice penale, sempre che il delitto sia aggravato ai sensi del secondo comma del medesimo articolo 600-quater;

17) 600-quinquies (iniziative turistiche volte allo sfruttamento della prostituzione minorile);

18) 601 (tratta di persone);

19) 602 (acquisto e alienazione di schiavi);

20) 609-bis (violenza sessuale);

21) 609-quater (atti sessuali con minorenne);

22) 609-quinquies (corruzione di minorenne);

23) 609-octies (violenza sessuale di gruppo);

24) 630 (sequestro di persona a scopo di estorsione), commi primo, secondo e terzo;

25) 644 (usura);

26) 648-bis (riciclaggio), limitatamente all’ipotesi che la sostituzione riguardi denaro, beni o altre utilità provenienti dal delitto di sequestro di persona a scopo di estorsione o dai delitti concernenti la produzione o il traffico di sostanze stupefacenti o psicotrope;

b) per i delitti riguardanti la produzione, il traffico e la detenzione illeciti di sostanze stupefacenti o psicotrope, di cui all’articolo 73 del testo unico delle leggi in materia di disciplina degli stupefacenti e sostanze psicotrope, prevenzione, cura e riabilitazione dei relativi stati di tossicodipendenza, di cui al decreto del Presidente della Repubblica 9 ottobre 1990, n. 309, e successive modificazioni, aggravati ai sensi dell’articolo 80, comma 1, lettera a), e comma 2, del medesimo testo unico, nonchè per il delitto di associazione finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope di cui all’articolo 74 del citato testo unico, in tutte le ipotesi previste dai commi 1, 4 e 5 del medesimo articolo 74;

c) per i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all’articolo 1 del decreto-legge 15 dicembre 1979, n. 625, convertito, con modificazioni, da1la legge 6 febbraio 1980, n. 15, e successive modificazioni;

d) per i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all’articolo 7 del decreto-legge 13 maggio 1991, n. 152, convertito, con modificazioni, dalla legge 12 luglio 1991, n. 203, e successive modificazioni;

e) per i reati per i quali ricorre la circostanza aggravante di cui all’articolo 3 del decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito, con modificazioni, dalla legge 25 giugno 1993, n. 205». «3. Il beneficio dell’indulto è revocato di diritto se chi ne ha usufruito commette, entro cinque anni dalla data di entrata in vigore della presente legge, un delitto non colposo per il quale riporti condanna a pena detentiva non inferiore a due anni.

4. La presente legge entra in vigore il giorno successivo a quello della sua pubblicazione nella Gazzetta Ufficiale. La presente legge, munita del sigillo dello Stato, sarà inserita nella Raccolta ufficiale degli atti normativi della Repubblica italiana. È fatto obbligo a chiunque spetti di osservarla e di farla osservare come legge dello Stato».

La legge ha la firma del Presidente della Repubblica, Giorgio Napolitano, è controfirmata dal Presidente del Consiglio, Romano Prodi, ed ha il visto del Guardasigilli, Clemente Mastella.

* * *

Tale provvedimento è stato presentato all’opinione pubblica come indispensabile per affrontare l’emergenza del sovraffollamento delle carceri. Una spiegazione che non ha mai convinto, ed infatti recenti notizie di stampa riferiscono che, ad un anno di distanza dall’emanazione della legge, i suoi effetti sul numero dei detenuti è praticamente esaurito. Ma non è esaurito, e non si esaurirà per i prossimi anni, il suo effetto sui procedimenti penali in corso, continuando a premiare tutti gli imputati, indiscriminatamente.

Va sottolineato che, se si voleva semplicemente ridurre la popolazione dei detenuti, sarebbe stato sufficiente limitare gli effetti dell’indulto ai condannati in via definitiva. Per equità si sarebbe dovuto applicarlo a chi aveva già scontato almeno una parte della pena. L’effetto sulle carceri sarebbe stato il medesimo. Invece no. L’indulto si applica a tutti i reati (eccetto quelli esplicitamente indicati nella legge) commessi entro il 2 maggio 2006 e quindi alla stragrande maggioranza dei processi attualmente in corso, che si concluderanno nei prossimi anni.

Questo significa (è ovvio ma giova sempre ricordarlo) che tutti gli imputati attualmente sotto processo per reati di limitata gravità (con pena inferiore ai tre anni) sanno che, per male che vada loro, saranno condannati ad una pena simbolica. E anche chi ha commesso delitti più gravi sa di poter contare su un generosissimo sconto.

Ma vi è un altro aspetto che non mi sembra sia stato evidenziato. L’articolo 1 della legge estende l’indulto anche alle pene pecuniarie inferiori a diecimila euro. Ricordo che quando la pena detentiva risulta inferiore a sei mesi è possibile commutarla in pena pecuniaria al tasso di conversione di 38 euro per ogni giorno di reclusione. Prendiamo un reato (quasi) a caso: l’omicidio colposo, che di questi tempi va di moda perché ci si è accorti degli incidenti mortali sul lavoro. La pena base prevista per esso è di sei mesi di reclusione e quindi l’imputato, patteggiando la pena, può ridurre la pena a quattro mesi o anche meno, nel caso vengano riconosciute le attenuanti. Applicando la commutazione la pena si trasforma in una multa di € 4.560. Già così parrebbe un grosso regalo, ma la legge italiana è generosa, e l’indulto azzera anche la multa, cosicché l’imputato esce dal processo senza conseguenze, salvo la sentenza. Un pezzo di carta.

E l’elenco dei reati per cui l’esito è di questo tipo è assai vasto. L’appropriazione indebita e la truffa non aggravate, per esempio, sono punite con una pena base di 15 giorni di reclusione, riducibili a 10 con il patteggiamento. Quindi € 380 di multa, anche queste condonate dall’indulto. Analogo discorso vale per i reati di lesioni personali, di percosse, di ingiuria, di furto, di danneggiamento, di bancarotta semplice eccetera eccetera. A ciò va aggiunto che spesso alla pena detentiva si somma una pena pecuniaria, anch’essa azzerata. Quindi i processi che cadranno sotto la mannaia dell’indulto patrimoniale sono la maggioranza, e parliamo di milioni di procedimenti.

La cosa che non posso tacere è che questo governo fa del rigore fiscale una sua sacrosanta bandiera, in ché significa che i debiti con il fisco non solo non sono “indultati”, ma nemmeno condonati, condonabili o riducibili. Quindi, mentre il cittadino che subisce una multa per una violazione amministrativa o che ha subito un accertamento fiscale viene inseguito dallo Stato finché non paga tutto il debito, il reo che è stato generosamente condannato ad una multa per un fatto previsto dal codice penale, non paga neppure un centesimo. Con questo non voglio criticare la severità fiscale del governo, anzi, ben venga il rigore in tale materia. E’ l’indulto a risultare del tutto incongruo, anomalo, iniquo.

E’ forse il caso di ribadire un paio di cose. L’indulto non è stato un provvedimento a favore dei detenuti, per decongestionare le carceri, per assecondare le preci pontificie. E’ stato voluto per salvare dalla pena persone che con la politica erano ammanicate a dovere. In secondo luogo è evidente che l’indulto, nei suoi effetti patrimoniali, è il più gigantesco ed immorale dei condoni. Perché beneficia soggetti già esageratamente premiati dalla generosità del nostro sistema penale e responsabili di violazioni ben più gravi, insidiose ed antisociali di una contravvenzione al codice della strada o di una svista fiscale.

Non c’è nulla da fare. Il sistema giudiziario resta il buco nero del nostro ordinamento, della nostra politica, del nostro paese.