Incostituzionalità del processo: patteggiamento

febbraio 22, 2020

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Il patteggiamento, ovvero “l’applicazione della pena su richiesta delle parti ex artt. 444-445 c.p.p.” è il rito alternativo introdotto nel nostro ordinamento con la riforma del codice di procedura penale del 1988. Grazie ad esso l’imputato ottiene uno sconto di pena e l’amministrazione giudiziaria risparmia i tempi del dibattimento. Le parti, infatti, sono accusa e difesa, che si accordano fra loro con simultaneo vantaggio. Ma che ne è, in questo caso, della persona offesa? Non è forse anche essa una parte? No, non lo è. La vittima del reato, anche se presente all’udienza nella quale si definisce il patteggiamento, non ha voce in capitolo. È parte processuale solo a parole. Ma, si penserà, dopo il patteggiamento può comunque chiedere il risarcimento in sede civile. Certo, può chiederlo, ma non è affatto certo che lo ottenga. Vi è una radicale differenza fra la sentenza di condanna con rito ordinario o abbreviato e quella di patteggiamento. La prima, oltre alla pena, condanna il reo al risarcimento del danno, che viene in genere liquidato a parte senza che si debba discutere nel merito la materialità del fatto e la responsabilità del condannato. Nel patteggiamento non è così. Nel nostro ordinamento le prove si formano a dibattimento, e tutto quello che matura prima, nelle indagini, costituisce solamente un elemento di prova, un indizio. Il patteggiamento, evitando il dibattimento, inibisce la formazione della prova e quindi priva la vittima del processo di accertamento della verità. Essa può quindi rivolgersi al giudice civile per richiedere un risarcimento, ma in quella sede il reo, che pure ha patteggiato la pena, può negare ogni responsabilità, il processo deve essere fatto da capo con altro regime probatorio, e il giudice civile è libero di dare valore o meno a quanto è maturato in sede penale. Sebbene la giurisprudenza di legittimità sia ondivaga sulla materia, la sentenza di patteggiamento è quindi solo un indizio, non una prova. Nel giudizio risarcitorio la vittima può anche soccombere e vedersi condannata a pagare le spese legali in favore del reo che ha patteggiato.

Siamo quindi di fronte a un altro strumento procedurale che costituisce uno squilibrio fra reo e vittima che confligge con l’articolo 3 della Costituzione, perché la scelta del patteggiamento è facoltà esclusiva del cittadino imputato, favorito in questo rispetto al cittadino vittima che nulla può fare per opporsi.

Ma per avere idea di quanto sia squilibrato il sistema nella sua stessa concezione, vale la pena soffermarsi su un aspetto particolare del patteggiamento, quello che avviene davanti al GIP ai sensi dell’articolo 437 c.p.p.

Solitamente il patteggiamento avviene dopo la chiusura delle indagini e all’udienza preliminare, alla presenza della parte offesa che assiste quindi alla pronunzia della sentenza. Ma può accadere che l’indagato, sopraffatto da prove schiaccianti, opti per un rito ancora più veloce, chiedendo di patteggiare davanti al GIP quando le indagini sono in corso (e ha ricevuto l’avviso di garanzia che è ignoto alla vittima). In tal caso l’udienza si tiene alla sola presenza del pubblico ministero e del reo, all’insaputa della parte offesa che ha denunciato il fatto. Se questo è già singolare ma comunque non illogico, l’aspetto paradossale di tale rito è che, una volta depositata la sentenza di patteggiamento, la vittima non viene neppure avvisata! Il procedimento penale che essa ha avviato con denuncia o querela si chiude senza che gliene sia data notizia! Alla faccia dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.


Incostituzionalità del processo penale

febbraio 15, 2020

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Il dibattito politico, ahinoi non giuridico, sulla cosiddetta riforma della prescrizione penale nota con il nome del ministro Bonafede, ed emendata dal Presidente del consiglio, verte ora sulla presunta incostituzionalità del trattamento riservato all’imputato dichiarato innocente o colpevole nel giudizio di primo grado. Si sostiene che la disparità nel decorso della prescrizione a seconda della pronuncia del Tribunale violi il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Orrore! Avremmo un processo penale incostituzionale!

Ascoltando tali considerazioni siamo quindi indotti a ritenere che, escludendo tale riforma in itinere, il processo penale sia perfettamente aderente ai principi costituzionali, oltre che ispirato agli elementari ideali di giustizia che ognuno di noi percepisce. Celebrandosi i processi in aule di giustizia da parte di individui togati depositari del sapere giuridico, ci pare inverosimile che ciò non sia.

E invece è mia opinione che il nostro processo penale, così come strutturato, presenti diversi elementi di incostituzionalità discriminando la posizione del cittadino-reo rispetto al cittadino-vittima a discapito del secondo. La stessa Costituzione, nella parte in cui lo disciplina (articolo 111) è in contraddizione con se stessa (articolo 3).

Vediamo alcuni di tali elementi.

  1. Il diritto al risarcimento del danno patito dalla persona offesa dal reato (la vittima) non è previsto dalla Costituzione e, nei fatti, è un diritto negato.
  2. La prescrizione. Si è soliti leggere che la ratio della prescrizione penale è dovuta al venir meno dell’interesse dello Stato a punire un reato a distanza di un lasso temporale proporzionale alla sua gravità. Si dice che non ha senso punire una persona a distanza di troppi anni dalla commissione del fatto. Se così fosse effettivamente, la prescrizione dovrebbe estinguere la pena. E invece estingue il reato, e quindi tutte le sue conseguenze giuridiche, ivi compreso il diritto/dovere di risarcire la parte lesa. Domanda: se non ha senso punire una persona a distanza di lustri interi, ha senso risarcire il danneggiato a medesima distanza? Certamente sì. Sarebbe meglio risarcirla subito, ma risarcirla tardi è sempre meglio che mai!
  3. Il patteggiamento è un rito alternativo premiale grazie al quale l’indagato/imputato ottiene uno sconto di pena e il Tribunale si risparmia la celebrazione del processo, con un vataggio in termini di tempi e di costi di celebrazione. Ma esso preclude l’accertamento dei fatti e la formazione delle prove, pr quindi la possibilità per la vittima di avere giustizia (e conseguentemente il risarcimento).
  4. Le indagini preliminari, col passare del tempo, hanno sostituito per importanza il processo stesso. La filosofia garantista del nostro codice di procedura ha consegnato all’indagato una serie di prerogative nel corso di esse che invece sono precluse alla persona offesa. In virtù dell’articolo 415 bis del codice di procedura penale, vi è una fase non trascurabile delle indagini preliminari nella quale l’indagato è a conoscenza degli atti di indagine, mentre la persona offesa non lo è! Si tratta di una disparità fra reo e vittima in palese contraddizione con l’articolo 3 della Costituzione.
  5. Vi sono poi aspetti del processo che, pur non codificati esplicitamente, di fatto creano uno squilibrio smisurato fra reo e vittima. Per esemplificare, la celebrazione del processo nel contraddittorio delle parti in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale, prevede che le parti siano l’accusa (pubblico ministero) e la difesa (dell’imputato) mentre la parte civile costituita non ha la stessa dignità, anzi, la sua posizione nel processo è del tutto marginale.

Tenterò di illustrare questi aspetti in post successivi dedicati.


Riti alternativi e garantismo

ottobre 27, 2018

riti alternativi

Il procedimento penale celebrato con rito ordinario si articola nelle seguenti fasi: indagine preliminare, udienza preliminare e dibattimento, che termina con la sentenza del primo grado di giudizio. In caso di impugnazione seguono il processo d’appello e il giudizio di Cassazione.

L’indagine preliminare è una vera e propria istruttoria e l’udienza preliminare è divenuta, nella prassi, una sorta di grado zero di giudizio. Nel corso del dibattimento, in contraddittorio fra le parti, si formano le prove ed esso è, proprio per questo, lungo ed articolato e già in fase di stesura del codice di procedura in vigore emerse che il nuovo rito avrebbe comportato processi molto lunghi. Per tale ragione vennero introdotto i cosiddetti riti alternativi, finalizzati a definire il procedimento in maniera più spedita, quando possibile. Tali opzioni si sono andate via via arricchendo nel corso degli anni, ed ora il ventaglio è ampio: giudizio direttissimo, immediato, a citazione diretta, per decreto. Casi in cui, per la natura del fatto o per l’evidenza della prova, il rito viene privato di una delle fasi ordinarie. Ma i riti alternativi più significativi sono il patteggiamento ed il rito abbreviato, la cui adozione dipende da una scelta dell’indagato.

Il patteggiamento è un accordo fra difesa e Pubblico ministero che si perfeziona prima dell’inizio del dibattimento con il quale, prescindendo dall’accertamento dei fatti, si “applica una pena” all’indagato (prima che questi divenga appunto imputato). Il Giudice si limita a verificare l’impossibilità del proscioglimento e la congruità dell’accordo stesso. Il vantaggio per la difesa è uno sconto di pena, mentre per l’accusa è la definizione in tempi brevi del procedimento. Il rito abbreviato viene richiesto dalla difesa, e consiste nell’accettazione degli atti dell’indagine preliminare quali prove a tutti gli effetti, con rinuncia al contraddittorio. Anche in questo caso avviene uno scambio fra accusa e difesa: uno sconto di pena in cambio di un processo più veloce. A differenza del patteggiamento, tuttavia, si celebra un processo, con conseguente eventuale condanna (e non l’”applicazione della pena”), basato sugli atti del Pubblico ministero, e la sentenza può essere impugnata in appello (cosa non consentita per il patteggiamento).

Una prima domanda è: se il maggior garantismo del sistema accusatorio risiede nel contraddittorio fra le parti, riti come questi, nei quali il contraddittorio non c’è, sono ugualmente garantisti?

In astratto, chi patteggia lo fa perché, sapendo di essere colpevole, opta per un processo veloce con sconto di pena. Purtroppo, in realtà, avviene spesso che a patteggiare sia chi non ha mezzi economici per pagare il difensore in un lungo e difficile (e quindi costoso) rito ordinario. Il patteggiamento, peraltro, è un istituto mutuato dal sistema americano, che tutto è tranne che garantista. Ispirarsi alla Giustizia statunitense e dirsi garantisti, infatti, mi pare una contraddizione. Gli Usa sono il paese dei tre milioni di detenuti (a pari percentuali, noi ne avremmo circa mezzo milione, contro i circa 60mila attuali); della pena di morte; degli errori giudiziari scoperti a distanza, con il condannato riabilitato dopo decenni di carcere; dei verdetti emessi dalla giuria popolare senza dover motivare, cosicché non è possibile appellarsi se non per ragioni procedurali. Qualsiasi cosa venga dagli Usa, tutto è meno che garantista.

Diverso è il caso del rito abbreviato, che a me pare illogico. Va innanzitutto ricordato che è proprio grazie allo sconto automatico da esso previsto che gravissimi delitti vengono puniti con pene alquanto miti. L’omicida, anche efferato, che dopo meno di dieci anni torna in libertà (evento tutt’altro che raro) deve tale trattamento proprio alla scelta di tale rito. Il quale trasforma l’udienza preliminare in un vero e proprio processo sulle carte, in una via di mezzo fra un dibattimento ed un atto di ratifica. Una procedura a metà fra rito inquisitorio e rito accusatorio; un ibrido che si concretizza nello scambio fra minori garanzie processuali ed una pena più bassa.

Sintetizzando, sia il patteggiamento che il rito abbreviato si riducono ad un baratto: meno garanzie per l’indagato/imputato in cambio di una pena più mite. Sarà forse una scelta di celerità, ma non mi pare che possa dirsi garantista. Garantisce pene basse ai colpevoli, questo sì, ma non adeguati diritti di difesa.

Ed infatti il patteggiamento, in origine, era previsto per i reati di minore gravità (quelli con pena inferiore a tre anni di carcere, più o meno), ma poi lo si è esteso anche ad altri più gravi, con conseguenze discutibili. L’abbreviato, al contrario, è sempre possibile, ma la sua nefasta illogicità si è manifestata clamorosamente in alcuni casi di cronaca divenuti celebri (continua).


Tre anni a Schettino?

luglio 17, 2013

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Come Silvio Berlusconi ritengo che il sistema giudiziario italiano vada totalmente riformato e che la magistratura costituisca un problema. Ma per ragioni diametralmente opposte.  Ovvero che il sistema penale è apparentemente repressivo ma sostanzialmente criminogeno in ragione della inefficacia del processo penale e della inconsistenza delle irrisorie pene che irroga.

Magari la gente comune non se ne rende conto, ma non serve nemmeno un grande sforzo per capirlo. Basta leggere le notizie di oggi. Si viene a sapere di una proposta di patteggiamento da parte di Schettino che, se accolta, gli garantirebbe una pena di tre anni e cinque mesi di reclusione. E quindi, in base alla legge Simeone-Saraceni, così come rivista dal ministro Cancellieri, nemmeno un giorno di carcere.

Cosa penseranno gli stranieri (giornalisti, avvocati, parenti delle vittime, turisti sopravvissuti) del fatto che il responsabile di un naufragio epocale, di trentadue morti e di un danno patrimoniale immenso sconterà una pena simbolica?

Vero che i giudici potrebbero rigettare la richiesta di patteggiamento, ma già il fatto che essa sia ammissibile in base al codice dovrebbe lasciare interdetti.

Leggiamo poi dell’arresto di tutta la famiglia Ligresti (arresto… sempre domiciliari saranno) per aver causato danni milionari ai risparmiatori. Anche per loro (negli Stati Uniti finirebbero dentro per decenni) di carcere non se ne parlerà mai. La normativa vigente sul falso in bilancio è semplicemente ridicola

La comunità internazionale, tanto solerte a dirci di licenziare, tagliare pensioni, azzerare servizi sociali, si degnerà di chiederci spiegazioni per queste abnormità?