Memoria e fascismo

novembre 5, 2018

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Chi cerca una prova del fatto che le giornate della memoria e del ricordo non servono a nulla, la trova nelle chiacchiere di questi giorni sul rinato fascismo che ci affliggerebbe. Chi utilizza la categoria del fascismo per classificare, in qualsiasi senso, l’attuale fase politica, dimostra una sola cosa: di non sapere cosa è stato il fascismo. Dire che la Lega o il Movimento cinque stelle sono movimenti fascisti, o venati di fascismo, è il miglior modo per dimostrare la propria ignoranza della storia.

Già mi immagino i futuri giorni della memoria, o il 25 aprile prossimo venturo, dedicati da tanti (troppi) al tentativo esporre analogie, trovare similitudini, per trarre conclusioni sulla necessità di un nuovo antifascismo.

Se fosse solo tempo sprecato non ci sarebbe nulla di cui disperarsi. Ma non è così, perché questo uso distorto della memoria ne offusca l’uso corretto, che, per quel che riguarda l’attualità, non deve affatto risalire fino al Ventennio, ma fermarsi molto prima. Se è giusto, come è giusto, fare esercizio di memoria storica per fatti di oltre ottanta anni fa, è altrettanto giusto, se non doveroso, farlo per fatti di venti o trenta anni fa. Perché l’attuale assetto politico non è figlio del fascismo, ma dell’era berlusconiana che corre dal 1994 al 2018, e che viene erroneamente etichettata come “prima repubblica”.

Matteo Salvini e Luigi di Maio, così come il loro degno predecessore Matteo Renzi, non sono diventati adulti nelle trincee della Grande Guerra, come coloro che costituirono la massa elettorale che portò Mussolini al potere, ma sono stati cresciuti dai cartoni animati di Candy Candy e di Holly e Benji, ovvero da altri programmi come La Ruota della Fortuna. Come possiamo anche solo avvicinarli ai protagonisti di un’epoca popolata di reduci, di invalidi, di ex militari traumatizzati dai massacri del ‘15-‘18?

Per capire l’oggi, la memoria va fermata al più prossimo periodo 1994-2011, nel quale le istituzioni repubblicane finirono in ostaggio di colui che era il monopolista dell’informazione televisiva. Se la Lega odierna è erede del partito che ne fu alleato, il M5S ha costruito la propria fortuna elettorale sull’ambigua alleanza di fatto fra il Partito democratico e Forza Italia. Quindi dobbiamo concentrare la nostra attenzione su quegli anni.

In soccorso della nostra memoria giunge in libreria il volume “Il patto sporco”, di Nino di Matteo e Saverio Lodato, che sintetizza il contenuto della sentenza del “processo Trattativa” che ha visto condannati l’ex senatore Marcello Dell’Utri, tre alti ufficiali dei Carabinieri ed alcuni boss mafiosi per il reato di minaccia a corpo politico.

Alle pagine 136-137 si legge: Vittorio Mangano (lo “stalliere” di Berlusconi ad Arcore, nel 1994 reggente dello storico mandamento mafioso di Porta Nuova a Palermo), su incarico di Brusca e Bagarella contattò Dell’Utri, ricevendo da questi assicurazioni che si sarebbe adoperato per ottenere modifiche legislative nell’interesse dell’associazione mafiosa… Il fatto che Berlusconi fosse sempre stato messo a conoscenza di tali rapporti è incontestabilmente dimostrato dall’ esborso da parte delle società facenti capo a Berlusconi di ingenti somme di denaro… tali pagamenti [a Cosa nostra] sono proseguiti anche dopo che Berlusconi aveva assunto l’incarico di Presidente del Consiglio; almeno fino al dicembre 1994, quando a Giusto Di Natale (mafioso palermitano del mandamento della Noce) fu fatto annotare un versamento di duecentocinquanta milioni nel “libro mastro” che in quel momento egli gestiva (1).   

Domando: dobbiamo indagare sulle presunte analogie fra i nostri leader attuali e Mussolini, o forse interrogarci sull’avere avuto in tempi recenti un Capo del Governo, tuttora leader di un partito politico presente in Parlamento, che versava centinaia di milioni di Lire a Cosa nostra, la più pericolosa associazione criminale d’Europa di quegli anni? Quale peso ha sul presente questo agghiacciante recente passato? Possibile che di tutto ciò nessuno abbia il coraggio di parlare?

Chiunque rimuova tali interrogativi, preferendo parlare di un presunto riemergente Ventennio, fa un torto alla verità ed è complice (involontario o no) di chi, di quel passato inconfessabile, vuole cancellare ogni traccia.

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(1) Se tali affermazioni fossero appena meno che certe, il volume da cui sono tratte sarebbe già stato sequestrato ed il magistrato Di Matteo sottoposto a processo penale e disciplinare.

 

 

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Elezioni e memoria

giugno 22, 2016

 

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Nel lessico corrente la parola Memoria viene utilizzata in riferimento ai fatti del secolo scorso. Ma, leggendo le analisi sulle elezioni amministrative del giugno 2016, viene spontaneo invocarla per gli eventi di questo secolo, che pesano sulle nostre vite e che politica e giornalismo paiono aver rimosso.

Politicamente parlando, il ventunesimo secolo italiano si è aperto con le elezioni del 2001, che videro il centrodestra al completo (Forza Italia, lega Nord ed Alleanza nazionale) sbaragliare un centrosinistra indebolito dalle liti interne e dalla rottura con Rifondazione comunista. Nella legislatura che seguì il centrodestra, forte di una maggioranza parlamentare amplissima, produsse importanti interventi legislativi, fra i quali voglio ricordare:
– la legislazione sulla precarizzazione del lavoro;
– l’impostazione aziendalista della della Scuola voluta da Letizia Moratti;
– gli innumerevoli interventi in materia di giustizia penale, passati alla storia come “leggi vergogna”;
– la legge Gasparri sul riordino pro-Mediaset del sistema televisivo;
– la riforma costituzionale imposta dalla Lega nord e definita “devolution”.

Furono altresì gli anni dello spoil system, del dilagare dei talk show televisivi e dell’affermarsi della politica come propaganda permanente, con il ricorso al metodo degli annunci, alla denigrazione degli avversari, alla sistematica mistificazione della realtà.

Gli elettori di centrosinistra vissero quel lustro come un lungo incubo dal quale desideravano risvegliarsi al più presto. Non vedevano l’ora di ribaltare il risultato elettorale per invertire la tendenza: recuperare la dignità del lavoro con la difesa del tempo indeterminato, salvaguardare il tanto di buono che vi era nella scuola pubblica, restituire serenità al dibattito politico, liberare la TV di Stato dal controllo del monopolista privato, scongiurare la deformazione della costituzione e – soprattutto – cancellare le leggi criminogene volute (apparentemente) per salvaguardare il capo del Governo ma in realtà foriere del dilagare dell’illegalità in ampi territori della vita collettiva.

Le elezioni del 2006 dovevano essere il punto di svolta in tale direzione, ma le cose, come sappiamo, andarono diversamente. La debole maggioranza che ne uscì e l’ancor più debole governo Prodi nulla fecero nelle direzioni auspicate e, anzi, si produssero nella più invisa delle leggi vergogna (l’indulto).

Seguirono la nascita del Partito democratico e la politica suicida di Veltroni, che puntò tutto su nuove elezioni nella speranza che ne uscisse un governo di larghe intese. L’incubo dell’elettore di centrosinistra, quindi, continuò, e con esso, sempre più tenue, perdurò la speranza della sua fine.

Il nuovo esecutivo Berlusconi (2008-2011) riprese e consolidò la politica impostata nella legislatura 2001-2006, affidando a Gelmini il compito di aggravare i danni di Moratti (che già aveva trovato il terreno devastato da Luigi Berlinguer) e si produsse un ulteriore imbarbarimento della vita pubblica, sulla quale si abbatté la crisi economica tutt’ora in corso.

Crisi che ci ha imposto il governo Monti e, dopo le elezioni del 2013, il governo Letta e quindi il governo Renzi.

L’elettore di centrosinistra – o quel che ne resta – è ancora lì, nel tunnel imboccato nel 2001, e si ritrova un governo guidato da quel Partito democratico da cui si aspettava la fine dell’incubo. Tuttavia scopre che:
– la precarizzazione del lavoro si accentua sempre più, e l’indebolimento dello statuto del lavoratori, tanto caro alle destre, è divenuto realtà;
– il ministro Giannini si muove in assoluta continuità con il predecessore Gelmini;
– la TV di Stato è sempre più serva del potere;
– la Costituzione è soggetta ad una modifica molto peggiore di quella voluta dal centrodestra e bocciata dal referendum del 2006;
– le leggi vergogna sono ancora tutte in vigore, e continuano a devastare la vita pubblica;
– la politica è sempre più autoreferenziale e sorda ai bisogni delle persone; la menzogna è assurta a categoria obbligatoria della comunicazione politica.

Dopo le amministrative di giugno, leggo esponenti del Partito democratico dire di pagare il prezzo del populismo e dell’invidia sociale, o di non aver rottamato abbastanza; di aver perso le periferie ed il contatto con “la gente”.

Secondo me, invece, il centrosinistra, o quel che ne resta, ha smarrito la memoria della sua ragione di essere, che sta scritta nelle righe che precedono.

Certo, il 5-19 giugno non si votava per gli assetti politici nazionali ma per i sindaci, per i governi delle città e dei paesi, per la vita quotidiana di milioni di cittadini. Ma la vita quotidiana dei cittadini è regolata prima di tutto dalla legislazione nazionale, non dai consigli comunali. E la ribellione degli elettori del fu centrosinistra è rivolta contro il tradimento di quelle promesse, contro la rimozione di quella memoria, contro la menzogna di chi, per interi lustri, ha chiesto voti contro politiche che, ora, sostiene e consolida.

Cari esponenti del fu centrosinistra, ritrovate la memoria di quello che dovevate essere e che dicevate di voler essere, se ne siete capaci, prima di disquisire sugli elettori che non avete più.