NO a riforme di serie B.

luglio 13, 2014

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Auspicando che gli italiani preferiscano dedicarsi ai bagni di sole e non alla politica (e l’eliminazione dell’Italia proprio non ci voleva!), il governo sta imponendo al Parlamento l’avvio del riassetto istituzionale concordato da Renzi e Berlusconi col patto del Nazareno.

Su sito di Libertà e Giustizia (http://www.libertaegiustizia.it/) trovate autorevoli pareri secondo i quali l’insieme delle modifiche costituzionali in discussione prefigurano una autentica “svolta autoritaria”. E’ possibile che sia così, ma devo dire che attribuire a Matteo Renzi la paternità di un disegno “piduista” e autoritario potrebbe essere una sopravvalutazione delle sue doti, dal momento che non può escludersi che neppure lui abbia idea di quello che sta facendo. Il quadro complessivo delle riforme, infatti, è caratterizzato da una totale disomogeneità ed estemporaneità; mancano un visione di insieme e un’ispirazione generale. Le proposte di legge sembrano il frutto di estenuanti mediazioni e ritocchi ad una base priva di senso compiuto.

Quello che è certo è che le riforme attualmente in discussione sono pessime. E’ incomprensibile la prefigurata modifica del Senato, che per come viene ridisegnato rischia di diventare un istituto inutile e dannoso, dando ragione a chi giudica preferibile la sua totale abolizione. E’ pessimo lo schema di legge elettorale previsto per la Camera, che restringe gli spazi di partecipazione democratica (con altissime e differenziate soglie di sbarramento), regala premi di maggioranza spropositati in maniera incongrua (un partito del venti per cento potrebbe finire per avere il 55% dei deputati) e ripropone l’incostituzionale sistema delle liste bloccate.

Senza invocare i foschi presagi dei costituzionalisti di L&G, mi limito a immaginare quello che sarebbe il risultato, in un quadro che già ora vede il Parlamento di fatto svuotato delle sue prerogative e trasformato in organo di ratifica dei provvedimenti del governo. Governo che, a sua volta, si limita ad attuare direttive e imposizioni che provengono da altre istituzioni o entità: organismi esteri o sovranazionali (Commissione europea, Bce, Fmi, governo tedesco), lobby economiche e multinazionali, giù giù fino alle corporazioni nazionali (dalle assicurazioni ai taxisti, dalle banche ai notai).

Il nuovo assetto istituzionale pensato da Silvio&Matteo pare perfettamente funzionale al consolidamento e perfezionamento di tale sistema. Il governo riceve gli ordini dai veri detentori del potere politico ed economico, li trasforma in provvedimenti (leggi o decreti) ed un Parlamento addomesticato li ratifica supinamente.

Ancor prima della svolta autoritaria io vedo questo: lo svuotamento del meccanismo della rappresentanza e del processo democratico di formazione delle leggi e del governo.

Bocciatura, quindi, nel merito. E passando al metodo la critica deve essere ancor più radicale. Questo complesso di riforme trae origine da un colloquio semiclandestino, opaco nelle forme ed avvolto dal mistero sui alcuni suoi contenuti, fra l’attuale premier e Silvio Berlusconi. E’ fondato sospetto che esso sia il frutto di un immondo baratto: il voto in Parlamento in cambio del salvacondotto giudiziario. Un obbrobrio che ogni italiano dovrebbe rigettare con ribrezzo e che rende lo stesso iter costituzionale, oltre che riprovevole, del tutto incerto, essendo esso esposto alle reazioni di B. alle sentenze della magistratura. Non è un caso che in questi giorni la stampa berlusconiana (Libero e Il Giornale) scriva di tutto tranne che delle riforme in corso: su di esse nemmeno una parola. Segno che quella parte politica si tiene libera di appoggiarle o di affossarle, a seconda della convenienza del momento. Subordinare la vita politica del governo e della legislatura a tali variabili incontrollate pare un azzardo sconsiderato.

Per queste ragioni è legittimo etichettare le riforme in discussione come di serie B. B. come la categoria cui appartengono (scadente), B. come Silvio B., loro beneficiario ed ispiratore.

Pur apparentemente minoritari, e sfidando l’accusa di essere “frenatori”, “conservatori” o “professoroni”, rivendichiamo il diritto di dire “no” a queste pessime riforme.

Di ben altre leggi avrebbe bisogno l’Italia. Riforme del fisco e del lavoro che stimolino l’impresa produttiva di valore aggiunto (agricoltura e industria) e non più l’ipertrofico settore terziario; riforme della giustizia che consentano di stroncare le mafie e la corruzione; riforma del sistema scolastico ed universitario per innalzare il livello culturale del paese.

Ma, purtroppo, i renziani stanno sprecando il grande consenso di cui godono in una inutile (se finirà in nulla) e dannosa (se andrà in porto) modifica costituzionale. Ahinoi.

 


Il nulla al potere

luglio 10, 2014

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Che le riforme istituzionali tenacemente volute dal governo siano pessime lo spiegano altri meglio di me; basta scorrere gli interventi sul sito di Libertà e Giustizia.

Quello che desta sconcerto è l’assoluta inerzia del governo su quelli che dovrebbero essere i campi del suo intervento: defiscalizzazione del lavoro produttivo, stimolo all’occupazione, giustizia e lotta alla criminalità, istruzione pubblica, sburocratizzazione. Su questi temi, zero.

Ed i renziani sembrano non vedere che stanno dilapidando tutto il credito che è caduto loro miracolosamente addosso in una battaglia politico-correntizia che rischia di risolversi in nulla. Perchè è lecito dubitare che anche una sola delle loro orribili e pastrocchiate riforme veda la luce (Berlusconi in questa materia non è mai stato di parola), mentre è certo che l’azione riformatrice, laddove servirebbe, è ferma.

Si continua a sprecare tempo, a vanificare speranze, a deludere aspettative, a rinviare in non rinviabile.

 


Antiparlamentarismo

febbraio 25, 2014

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Antiparlamentarismo. Così andrebbe qualificata la performance del presidente del consiglio al Senato. La pretesa di parlare “come fuori di qui” (versione alternativa del parlare alla “gente”) significa semplicemente negare la funzione rappresentativa delle camere, ovvero l’essenza stessa di repubblica parlamentare. Non bastasse, abbiamo udito l’esplicita promessa di chiudere la camera che stava ascoltando, segno di supremo disprezzo non per i senatori – evidentemente dormienti – che aveva davanti, ma per gli elettori che li hanno votati un anno fa. I quali, va ricordato, sono molti di più dei votanti alle primarie pd che hanno nominato questo signore segretario di un partito in crisi. Dati alla mano, trenta milioni contro meno di due.

Il fatto che l’assemblea di Palazzo Madama non abbia avuto un sussulto di orgoglio, replicando al presidente del consiglio che non spetta né al governo né a lui promuovere riforme costituzionali di tale portata, subendo un’onta impensabile in una qualsiasi democrazia avanzata, ha due possibili spiegazioni non escludentesi: la disistima che i senatori hanno di se stessi e della propria funzione ed il recondito proposito di abbattere il governo alla prima occasione, liberandosi del corpo estraneo.

Corpo estraneo che ha pure la colpa di aver infranto la speranza che il ricorso a forme di democrazia diretta (le primarie, le consultazioni via web) avrebbero contribuito a migliorare il funzionamento delle istituzioni, favorendo un salutare ricambio del personale politico. Ed invece i gruppi autoemarginati e gli arrivisti da gazebo stanno vanificando anche questa fase, preparando il campo ad un ritorno delle eterne oligarchie autoreferenti, pronte a far gioco sui fallimenti degli avventuristi.


Bambi e Fonzie

febbraio 24, 2014

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La vota o non la vota? Grande interrogativo a sinistra sulla condotta che Pippo Bambi Civati terrà in occasione del voto di fiducia a Renzi. Lui che si astenne sul governo Letta, alla fine voterà sì, e non potrebbe che essere altrimenti. Perché Renzi e Civati, già sodali agli albori della rottamazione, sono in fondo due versioni della stessa figura.

Entrambi, infatti, devono la loro fama politica all’essere diversi nel pd. Il toscano ha fondato la sua fortuna sull’alternatività a D’Alema ed al vecchio gruppo dirigente ex diesse, salvo poi ricopiarne in peggio i metodi, il monzese sull’essere alternativo al nuovo  manipolo di renziani rampanti.

Entrambi devono la loro fortuna all’essere nel pd quello che gli elettori vorrebbero vedere nel pd, nell’essere diversi nella mediocrità, nell’essere alternativi al nulla. Ma fuori dal pd, sulle loro gambe, sarebbero entrambi due signori nessuno. Cresciuti nel partito, solo in esso trovano una legittimazione, e fuori di esso nulla potrebbero e saprebbero fare.

La loro grande fortuna è stata crescere in un partito di nullità semisfasciato, che per esser ciò ha dato modo alle nullità di apparire quali astri nascenti e leader luminosi.


Silvio mi risponde (quasi) di persona

febbraio 22, 2014

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Il 19 febbraio scrivevo qui

https://sentieriepensieri.wordpress.com/2014/02/19/tre-cose-tre/

che attendevo di conoscere il nome dei ministri della giustizia e dello sviluppo, con delega alle telecomunicazioni, per giudicare il governo e Renzi stesso.

Oggi Il Giornale mi risponde “bene solo Giustizia e Sviluppo”:

http://www.ilgiornale.it/news/interni/diffidenza-cavaliere-bene-solo-giustizia-e-sviluppo-994951.html

Ho finito.


Tre cose tre

febbraio 19, 2014

tre

Nel mare di parole inutili e vuote, saranno tre i fatti che qualificheranno la fase politica che sta per avviarsi: la scelta del ministro delle telecomunicazioni, quella del ministro della giustizia e la riproposizione o meno di un indulto/amnistia contenente un provvedimento pro-B.

Da questi tre fatti capiremo se le voci di un sostegno del gruppo Gal-Verdini-Cosentino al futuro governo Renzi sono fantasie o il segno della sostanziale alleanza fra il nuovo Pd ed il vecchio Silvio. Vecchio nel senso di solito. Il solito B. che usa le istituzioni contro le istituzioni; la politica per i fatti propri. Se il nuovo presidente del consiglio accontenterà l’eterno dominus della politica italiana, avremo la prova che il significato dell’espressione “cambiare verso” è in realtà quello di orientare il pd agli interessi di Berlusconi, al quale Forza Italia non basta più ed ha bisogno del partito di Renzi per sistemare i suoi affari ed i suoi processi.

Il fu partito azienda ormai non esiste più. La sconfitta di Cappellacci è l’ennesima tappa del disfacimento a livello locale di una coalizione che sta perdendo progressivamente regioni e città, una dopo l’altra. Venendo meno le poltrone da distribuire ai suoi, B. sa di poter contare su una struttura sempre più debole. La soluzione è quindi mantenere un manipolo di pretoriani(e) in parlamento ed infiltrare lo schieramento avverso quel tanto che basta a spuntare le armi dei suoi sempre meno numerosi nemici. L’esperienza gli insegna che gli è riuscito di piazzare alcuni dei colpi migliori grazie alle maggioranze di centrosinistra e quindi poter condizionare un governo di quella parte può essere una soluzione eccellente, in attesa di tempi migliori.

Un governo Renzi con Verdini come pilota occulto può essere l’avvio ideale di una navigazione sicura per molti anni a venire.

Silvio non è né di destra né di sinistra, uno schieramento vale l’altro se tutela i suoi interessi, ed in cuor suo Silvio pensa che se nel 1994 avesse puntato sul centrosinistra forse avrebbe avuto vita più semplice, senza quei balordi di Fini, Bossi e Casini a far da contorno.

Sono fantasie? Svegliatemi quando avremo risposta ai tre punti che ho scritto sopra e ne riparliamo.


Sono nervosi

febbraio 18, 2014

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Sono tutti nervosi. Napolitano, Berlusconi, Cuperlo, Alfano, Vendola, Casini, Barca, Monti, Civati, eccetera eccetera. Un possibile successo del governo Renzi li preoccupa non poco. Un sua riuscita dimostrerebbe che il mestiere di politico è alla portata di tutti; che lo può fare chiunque. E come fanno poi a giustificare lo stipendio?


Utili o inutili

febbraio 17, 2014

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Gli idioti siamo noi, noi elettori. Perché quando un tizio si candida a segretario di partito giurando  fedeltà al suo governo per poi abbatterlo come abbiamo visto fare, significa che la parola pubblicamente offerta è solo inganno, raggiro, truffa. Ed era una parola rivolta agli elettori del suo partito, ai fedelissimi, agli affezionati che la domenica pagano per votare anziché farsi un giro in centro. Trattati appunto come idioti, utili a gonfiare la propria carriera politica (e pure pagando!) e nulla più. Ed inutili il giorno dopo, quando si progetta la prossima fandonia da ammannir loro.

Nel comportamento di tal M.R. c’è tutto il disprezzo degli arrivisti arrivati nei confronti degli sfigati che ancora credono alla parola data, a quel minimo di solidarietà fra esseri umani che sta nel potersi fidare dell’altro almeno per un mese, un mese e mezzo.

M.R. è quel broker che rifila titoli spazzatura, l’agente immobiliare che vende una casa pignorata, il concessionario che bara sui chilometri dell’auto usata.


Gli stupiti

febbraio 13, 2014

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Lo stupore dei più per la condotta di M.R. non è giustificabile.

E’ sempre stato sotto gli occhi di tutti che l’unica abilità di costui fu, era, è stata ed è utilizzare il pd contro il pd. A lungo ha alimentato il livore interno, per  azzoppare il segretario e candidato premier Bersani, e quindi imporre una lunga e logorante transizione. Dopo un paio di annunci sta per abbattere il governo espresso dal suo partito (quasi un monocolore) inguaiando il Presidente della Repubblica, che pure da esso proviene. Atti rivelatori di un assoluto analfabetismo politico, come ognuno ben comprende.

In quale paese democratico si è mai vista una cosa simile? E’ immaginabile che il partito democratico americano voti contro Obama? Che il partito socialista francese azzoppi Hollande? Che la CDU sfiduci la Merkel? No, è inconcepibile, anche se dovessero fare errori madornali. E’ l’opposizione che fa cadere i governi, non il partito di maggioranza.

Ma il nostro lo fa. E senza aver alcuna garanzia sul futuro, poiché non essendo il pd autosufficiente al Senato, il suo disegno, quand’anche imposto a forza ai suoi, può finire sbriciolato da un Alfano o da un Mauro qualsiasi.

Che futuro può avere un partito privo degli anticorpi necessari a proteggersi da tali figuri?


La fine delle ideologie

febbraio 13, 2014

Psichedelico

Tanto celebrata da anni, eccola plasticamente rappresentata.

Un profittatore avido e sprezzante di ogni regola, maschera da rappresentanti della nazione una pletora di mediocri arrivisti, ammaestrati a tramutare in insulse cantilene le fallimentari formule difensive escogitate dai suoi altrettanto mediocri avvocati. Un ex battutista televisivo traduce in formulette di facile consumo le bislacche congetture di uno stratega sociopolitico da bar. Ed infine gli eredi di quelli che furono i partiti della resistenza antifascista vengono fulminati dall’irresistibile fascino dell’idiozia, affidandosi ad un buffone in giacca e cravatta che confonde le istituzioni della repubblica con l’assemblea di classe della scuola per parrucchieri che avrebbe dovuto frequentare per guadagnarsi da vivere.

Lo spettacolo che ci viene offerto fa rimpiangere i vertici di maggioranza con Craxi, Forlani, La Malfa (Giorgio), Altissimo e Cariglia. I quali avevano frequentato in gioventù uomini politici veri e tentavano almeno di salvare le apparenze.

Verrebbe da chiedere di sospendere l’attività parlamentare e di governo, di chiedere al Presidente della Repubblica un decreto che imponga l’autogestione delle istituzioni statali, dalle scuole alle caserme, dagli ospedali alle camere di commercio, e di lasciare che il paese si arrangi da solo. Funzionerebbe tutto meglio.


Matteo, facci ridere

febbraio 12, 2014

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Era la primavera del 1987 e, a seguito di vicende che vi risparmio, un governo monocolore dc perse la fiducia parlamentare per il voto contrario del gruppo parlamentare democristiano (e favorevole di quello socialista). Lo ricordo come il momento più basso della vita parlamentare di quei decenni ma, per quanto paradossale fosse, quel passaggio produsse lo scioglimento delle camere ed il ricorso alle urne. Una mezza assurdità che comunque riportò all’unico fondamento conosciuto in democrazia: il voto popolare.

In queste ore viviamo una situazione che mi ricorda quell’episodio: un governo quasi monocolore pd (gli altri partiti contano zero) che sta per cadere per mano del segretario del pd.

E guarda caso in entrambe le situazioni c’è di mezzo una “staffetta”.

Oggi però una cosa in più salta agli occhi: il macroscopico analfabetismo politico di tal Matteo Renzi, che peggio di così non potrebbe fare il segretario di partito, consegnando al ludibrio dei suoi avversari lo sgretolamento di quello che sarebbe l’unico partito degno di questo nome rimasto in Italia.

Dai Matteo, facci ridere.


Lo schifezzum*

gennaio 29, 2014

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In dicembre ci sono state le primarie del pd. Il blog non ne ha scritto nemmeno una riga perché il dibattito congressuale (lo chiamano ancora così) è stata la consueta fiera delle chiacchiere e mi sono da tempo ripromesso di giudicare un soggetto politico non per quello che dice ma per quello che fa. Anche perché in questi anni ne abbiamo sentite di tali e di tante che solo a ripensarci viene mal di testa. Di certo alle parole non sono mai seguiti i fatti, anzi, sono seguiti fatti opposti alle parole. Leggendario resta lo slogan “certezza della pena” sventolato da chi, appena eletto, votò l’indulto.

Quindi – che fossero Fonzie-Renzi, Alien-Cuperlo o Bambi-Civati – non ho perso un minuto per ascoltarli. Le loro mozioni congressuali giacciono unzipped nella cartella del download.

Ma ora siamo ai fatti. Ed il primo fatto che ci confeziona Fonzie-Renzi e la bozza di legge elettorale per la Camera dei deputati che approda all’aula domani.

La versione peggiorata della legge Calderoli.

Del sistema precedente conserva gli aspetti peggiori: il premio di maggioranza, l’assenza di preferenze, le candidature plurime ed il doppio sbarramento, con innalzamento della soglia per chi non ha alleati, in modo da scongiurare l’eventualità che nascano nuovi partiti. Per tacere della norma salva-Lega, che conferma la cronica propensione della nostra politica a legiferare nel contingente e non in generale.

Una legge che non è né innovativa, né coraggiosa. Non cambia o cambia in peggio.

Una legge dettata da Silvio Berlusconi e modellata sulle sue esigenze. Che frustra le aspettative di coloro (e fra di essi molti elettori del pd) che aspiravano ad una ventata di vera democrazia. Una legge ancora schiava della logica del voto utile, con gli elettori chiamati a votare sotto ricatto (“altrimenti comandano gli altri”). Che liscia il pelo ai potenziali alleati di Forza Italia e sbatte la porta in faccia ai partiti di sinistra.

E tutto ciò mentre la Fiat ha abbandonato definitivamente l’Italia, mentre le fabbriche continuano a chiudere e gli italiani diventano sempre più poveri e rassegnati.

Il verso, caro Fonzie-Renzi, non è cambiato.

* PS. Il nome schifezzum è di A. Scanzi.


Lo strano senso di Travaglio per Matteo

gennaio 28, 2014

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Se si venisse a sapere che D’Alema incontra segretamente Verdini per concordare la legge elettorale e una qualche riforma istituzionale, Marco Travaglio esonderebbe indignazione fino a far scoppiare il suo giornale. Ed invece, siccome lo fa un certo Renzi, ne tace. Oggi se la prende con il giudice del caso Scajola, reo di averlo assolto dopo che il Fatto aveva guidato la campagna contro il politico ligure.

Notizia importante, l’assoluzione di Scajola, ma da chi tuona contro l’inciucio sinistra-Berlusconi da venti anni, ci si aspetterebbe una parola su questo obbrobrio di legge elettorale, voluta dal Cavaliere ed adottata dal Pd renziano con il più classico degli argomenti dalemiani: “B. ha i voti, quindi con lui si deve trattare”.

Ed infatti Renzi tace sul conflitto di interessi, sullo scempio della giustizia penale e sulle leggi vergogna. Ma va bene così. Con quella faccia può dire (o non dire) ciò che vuole?


Indovinello

gennaio 27, 2014

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E’ l’anno xxxx ed il presidente del consiglio X, di centrosinistra, guida un debole governo con esigua maggioranza parlamentare. Y, segretario del PD eletto trionfalmente alle primarie e nemico giurato di D’Alema e dell’apparato, si propone di eliminare i piccoli partiti, puntando ad una dicotomia secca fra il suo partito e quello di Berlusconi. Ma il risultato è di causare la crisi di governo e le elezioni anticipate. Ed a vincerle è Berlusconi.


Il ventennio

gennaio 19, 2014

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Se c’è qualcosa che caratterizza politicamente questi ultimi due decenni, non è la persona di Berlusconi (non solo almeno) ma l’idea che i “problemi del paese” sono ascrivibili alle resistenze che la società, nelle sue varie articolazioni, oppone alle “riforme”, al progresso verso la modernità. Resistenze indefinite, che ciascuno, secondo la propria visione o convenienza, ha attribuito a questo o quel soggetto. I partiti, i sindacati, le corporazioni, i poteri forti, la burocrazia, i meridionali, i radical chic, l’italica indolenza, e via via antropologizzando. Resistenze che non è stato possibile superare perché è mancata la “governabilità”. E’ ormai infusa nelle menti l’idea che sia necessario affidare ad un unico soggetto – partito, coalizione, persona – il compito di strappare le reti che intrappolano la società italiana.

In quest’ottica il Parlamento è descritto come il simbolo della palude di interessi che frenano l’opera risolutiva del Leviatano riformatore, e nasce da ciò l’ossessione per una legge elettorale che “garantisca la governabilità”, formula che cela la volontà di privare il Parlamento delle sue prerogative (già ormai in prassi ridotte a simulacro), realizzando la fusione dei poteri legislativo ed esecutivo in applicazione dell’ordalia elettorale, ridotta ad acclamazione del Grande Soggetto Riformatore, finalmente libero dai condizionamenti politici.

E’ la riproposizione in chiave moderna dell’atavico odio verso il parlamentarismo, che periodicamente investe le democrazie europee, e che cela l’incapacità – o anche l’impossibilità – della politica di dare risposte sostanziali.

Ma è anche la raffigurazione plastica di un alibi. L’alibi di una classe politica che per vent’anni non è riuscita a riformare le pensioni, non ha avuto il coraggio di sfidare nemmeno i taxisti e si è limitata a gestire malamente l’eredità lasciata dai quaranta anni di governo della Democrazia Cristiana. Quaranta anni nei quali governi deboli ed uomini mediocri, trattando con i trinariciuti comunisti, hanno fatto di un paese rurale, analfabeta e materialmente distrutto, un potenza industriale (e diplomatica) di livello planetario. Senza grandi riforme, senza maggioranze oceaniche, senza mega stipendi e supermanager; utilizzando la Costituzione contrattata coi trinariciuti, la struttura statale – farraginosa e bislacca – ereditata dal fascismo, la timida classe imprenditoriale nazionale, l’arte di arrangiarsi degli italiani. E, detto per ultimo, una legge elettorale iperproporzionale con bicameralismo perfetto.

Il mio giudizio sull’incontro Renzi-Berlusconi nasce da qui. Ha consacrato l’idea, l’illusione. Che dopo Silvio sarà Matteo a salvare il paese, a “fare le riforme”.

Quindi non è successo nulla, salvo il fatto che – stando alla lettura dei quotidiani – a decifrare l’inganno sembra non sia rimasto più nessuno.