La riforma che servirebbe

agosto 8, 2014

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Il cammino “riformatore” imboccato dall’alleanza Berlusconi-Renzi va nella direzione opposta a quella che servirebbe. L’accentramento dei poteri nel governo, grazie all’indebolimento o all’assoggettamento al potere esecutivo delle assemblee elettive e degli altri poteri di controllo, è un passo ulteriore del cammino intrapreso da anni, con l’introduzione del cosiddetto schema bipolare e con il progressivo svuotamento dei poteri del Parlamento, ottenuto con il ricorso sistematico ai decreti leggi, ai decreti legislativi, ai voti di fiducia, e soprattutto a leggi elettorali che rendono i parlamentari schiavi delle segreterie.

Un sistema che, scardinando lentamente l’assetto costituzionale del 1948, ha accompagnato il paese verso una gravissima crisi politica, economica e morale, rappresentata plasticamente dalla coesistenza di un processo di impoverimento della popolazione, di leadership politiche grottescamente inadeguate e del proliferare dell’illegalità, vista ormai come unico ascensore economico-sociale.

La verità è che, accanto ed a sostegno di riforme in materia fiscale (meno evasione), economica (più concorrenza, meno burocrazia, giudizio civile più celere) ed educativa (per una scuola più formativa ed una università più selettiva) sussiste l’inderogabile ed urgentissima esigenza di por mano ad una vera riforma della giustizia penale che vada nel senso esattamente opposto a quello per anni e tuttora preteso e perseguito da B. e dai suoi alleati. In modo da avere un sistema autenticamente garantista (verso gli innocenti, e non a favore dei colpevoli), che assicura giudizi celeri e rapporti giuridici certi, che assicuri la certezza della pena, che punisca severamente le organizzazione criminali e renda sconveniente il crimine. Che agevoli le confische dei beni ai mafiosi ma che estenda tale istituto ai corrotti della pubblica amministrazione, ai grandi evasori fiscali, ai trafficanti di droga e di armi, agli sfruttatori della prostituzione ed ai riciclatori. Un sistema, in breve, che premi l’onestà e punisca la disonestà. Poiché grazie allo smantellamento della giurisdizione penale compiuto in questi anni, immoralità ed illegalità sono divenuti le zavorre economiche, morali e culturali del paese.

Serve cioè una riforma che inverta la tendenza presa dalla politica italiana negli ultimi venti anni, la quale ha prodotto una lunga catena di leggi criminogene tuttora in vigore che hanno favorito e favoriscono il crimine in maniera vergognosa.

La vera riforma che ci serve parte quindi dall’abolizione delle cosiddette “leggi vergogna” che ho cercato di riassumere qui https://sentieriepensieri.wordpress.com/2014/08/08/promemoria-delle-leggi-vergogna-in-materia-penale/ e che sono ancora tutte in vigore. Per continuare con il ripristino dei principi elementari della giurisdizione con radicali e coraggiose modifiche del codice penale e del codice di procedura penale. Valutando soluzioni drastiche come l’abolizione dell’appello e il ritorno al sistema inquisitorio.

Di questo abbiamo bisogno. Altro che Senato dei nominati.

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Promemoria delle “leggi vergogna” in materia penale

agosto 8, 2014

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Nel paese degli smemorati è forse il caso di ricordarci quanto i partiti di centrosinistra tuonarono contro le “leggi vergogna” votate dalle maggioranze di centrodestra, chiedendo i voti agli italiani per abolirle. Gli italiani hanno votato ed il centrosinistra dice di essere al governo, ma tali leggi non sono mai state né abolite né emendate. In particolare quelle in materia di giustizia penale, di cui beneficiano tutti i delinquenti che popolano la penisola, ed è forse è il caso di richiamare alla memoria le peggiori, scoprendo che molte di esse sono state votate dalla sinistra o da entrambi gli schieramenti. Sono leggi criminogene (e criminali) tuttora in vigore che è fuorviante definire “ad personam” perché ne possono beneficiare tutti gli indagati/imputati/condannati. Leggi che hanno favorito la diffusione dell’illegalità in Italia e la crescita esponenziale dei profitti delle organizzazioni criminali.

Grazie a Marco Travaglio e a questo suo riassunto (http://blogdieles.altervista.org/travaglio/), raccolgo alcune delle leggi vergogna in materia di giustizia penale votate negli ultimi venti anni.

Centro-destra, governo Berlusconi 1

1. Decreto Biondi (1994). Approvato il 13 luglio 1994 dal governo Berlusconi 1, vieta la custodia cautelare in carcere (trasformata al massimo in arresti domiciliari) per i reati contro la pubblica amministrazione e quelli finanziari, comprese corruzione e concussione

2. Condono fiscale (1994). Camuffato da «concordato fiscale», il primo condono Tremonti dell’era berlusconiana
Centro-sinistra più Lega, governo Dini

3. Manette difficili (1995). La riforma della custodia cautelare, varata da tutti i partiti (Lega esclusa), ripesca e in parte peggiora il decreto Biondi. Più difficile la custodia in carcere per i reati di Tangentopoli e non solo.

Centro-sinistra, governi Prodi 1, D’Alema e Amato 2

4. Abuso d’ufficio (1997). Il 1° luglio 1997 sinistra e destra depenalizzano il reato di abuso d’ufficio «non patrimoniale».

5. Articolo 513 cpp (1997). L’articolo 513 del codice di procedura penale viene modificato per rendere inutilizzabili a processo le dichiarazioni dei coimputati.

6. Giusto processo (1999). Nel 1998 la Consulta cancella il nuovo articolo 513 perché incostituzionale. Ma i partiti di destra e sinistra trasformano la legge incostituzionale in legge costituzionale e la infilano nella Carta modificando l’articolo 111, ribattezzato «giusto processo». Le accuse, anche se a lanciarle è un semplice testimone, non valgono nulla se verbalizzate solo davanti al pm e non al giudice. Migliaia di processi in fumo, anche di mafia.

7. Simeone-Saraceni (1998). Destra e sinistra approvano in gran fretta la legge Simeone-Saraceni (uno di An, uno del Pds) che risparmia il carcere a chiunque debba scontare meno di 3 anni.

8. Carotti (1998): articolo 415bis cpp. Allo scadere delle indagini, anziché chiedere subito il rinvio a giudizio per gli indagati, il pm deve mettere a loro disposizione tutte le carte dell’inchiesta. L’indagato può ordinare al pm nuove indagini e allungare così il procedimento.

9. Gip-gup (1999). Il centro-sinistra approva una legge che rende incompatibile la figura del gip con quella del gup: il giudice che ha seguito le indagini preliminari non potrà celebrare l’udienza preliminare e dovrà passarla a un collega, che non conosce la carte e perderà un sacco di tempo.

10. 41bis e supercarceri nelle isole (1997). Due dei 12 punti del «papello» consegnato nel 1992 da Totò Riina ai suoi referenti politici e istituzionali con le richieste dalla mafia allo Stato in cambio della fine delle stragi, dicevano così: «7) Chiusura super carceri. 8) Carcerazione vicino le case dei familiari». Nel 1997 il ministro Flick chiude le supercarceri di Pianosa e Asinara.

11. Abolito l’ergastolo (1999). Il pacchetto Carotti estende il rito abbreviato. Chi accede all’abbreviato ha diritto allo sconto di un terzo della pena e, al posto dell’ergastolo, rischia al massimo 30 anni. Che poi diventano 20 con i benefici della Gozzini.

12. Aboliti i pentiti (2001). Nel 2001 il governo Amato (ministro della Giustizia Piero Fassino) vara la «riforma» dei collaboratori di giustizia che – sempre col consenso del centro-destra – stravolge un’altra delle conquiste che Falcone e Borsellino pagarono con la vita. La legge riduce sensibilmente i benefici per i mafiosi che collaborano con la giustizia; prevede una serie di sbarramenti per l’accesso ai programmi di protezione; e impone di raccontare ai giudici tutto ciò che sa nei primi 6 mesi di collaborazione. Del resto il ministro dell’Interno del governo D’Alema, Giorgio Napolitano, autentico ispiratore della legge, ha sostenuto che «i pentiti in Italia sono troppi». Non i mafiosi: i pentiti. «Con questa legge», commenta l’allora procuratore di Palermo Piero Grasso, «al posto di un mafioso, non mi pentirei più». Infatti da allora molti vecchi pentiti ritrattano e tornano mafiosi; alcuni che stavano per parlare di trattative Stato-mafia e mandanti occulti delle stragi, si cuciono la bocca; e i nuovi pentiti si conteranno sulle dita di una mano.

13. Indagini difensive (2001). Nella primavera 2001 Ulivo e Polo insieme votano la legge sulle indagini difensive. I difensori possono svolgere indagini i cui atti assumono lo stesso valore di quelli compiuti dal pm. In più, la legge consente loro di compiere «indagini preventive»: prim’ancora di essere indagato, chiunque abbia commesso un reato potrà far interrogare dal suo legale i testimoni del delitto. Una legge che favorisce l’inquinamento delle prove e l’intimidazione dei testimoni (si veda il caso Ruby).

14. Omologhe societarie addio (2000). Il 24 novembre 2000 un provvedimento del governo Amato abroga le omologhe societarie. Anteriormente spettava ai tribunali vigilare sulle società di capitali, autorizzandone la nascita e le principali operazioni a tutela dei soci e dei risparmiatori. Ora invece l’omologazione viene sottratta ai giudici e affidata ai notai. Un passo verso la deregulation della finanza.

15. Fisco, favori agli evasori (2001). Il 5 gennaio 2001 il governo Amato vara il decreto che riforma la legge penale tributaria e manda in pensione la 516/1982 («manette agli evasori»).

Centro-destra, governo Berlusconi 2

16. Falso in bilancio (2002). Avendo Berlusconi cinque processi per falso in bilancio, il 28 settembre 2001 la Casa delle libertà approva la legge delega 61 che incarica il governo di riformare i reati societari. Il che avverrà all’inizio del 2002 coi decreti delegati: abbassano le pene da 5 a 4 anni per le società quotate e addirittura a 3 per le non quotate (prescrizione più breve, massimo 7 anni e mezzo per le prime e 4 e mezzo per le seconde; e niente più custodia cautelare né intercettazioni); rendono il falso per le non quotate perseguibile solo a querela del socio o del creditore; depenalizzano alcune fattispecie di reato (come il falso in bilancio presentato alle banche); fissano amplissime soglie di non punibilità (per essere reato, il falso in bilancio dovrà superare il 5 per cento del risultato d’esercizio, l’1 per cento del patrimonio netto, il 10 per cento delle valutazioni. Così tutti i processi al Cavaliere per falso in bilancio vengono cancellati: o perché manca la querela dell’azionista (B. non ha denunciato B.), o perché i falsi non superano le soglie («il fatto non è più previsto dalla legge come reato»), o perché il reato è ormai estinto grazie alla nuova prescrizione lampo. Al di là dei vantaggi per Berlusconi, la legge dà mano libera agli imprenditori spregiudicati, inibendo la possibilità di indagare sui reati societari e complicando le indagini sui reati fiscali e di riciclaggio.

17. Cirami (2002). Introduce la «legittima suspicione» per trasferire i processi in altro tribunale.

18. Ex Cirielli (2005). Il 29 novembre 2005 la Casa delle libertà vara la legge ex Cirielli (l’ha disconosciuta persino il suo proponente), che riduce la prescrizione ed introduce la prescrizione autonoma dei reati commessi in continuazione. Con la nuova disciplina l’estinzione del reato matura molto prima ed moltissimi processi diventano inutili riti destinati a finire in nulla. I reati prescritti infatti passano da 100 a 150 mila all’anno. Inoltre la legge trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni (Previti ha appena compiuto 70 anni, Berlusconi sta per compierli), decima i capi di imputazione del processo Mediaset e annienta il processo Mills.

19. Condono fiscale (2002). La legge finanziaria 2003 varata nel dicembre 2002 contiene il condono tombale con contestuale depenalizzazione dei reati tributari per chi aderisce.

20. Condono ai coimputati (2003). Il governo infila nel condono anche coloro che hanno «concorso a commettere i reati».

21. Legge ad Legam (2005). Dal 1996 la procura di Verona indaga su una quarantina tra dirigenti politici e attivisti della Lega Nord accusati di attentato alla Costituzione, attentato all’unità e all’integrità dello Stato, costituzione di una struttura paramilitare fuorilegge. I primi due reati vengono depenalizzati dal centro-destra nel 2005; all’ultimo, costituzione di banda armata a scopo politico, provvederà il terzo governo Berlusconi.

22. Due scudi fiscali (2001-2003). Il 25 settembre 2001 il governo Berlusconi vara il decreto Tremonti sul rientro dei capitali guadagnati e/o detenuti all’estero: quelli illegalmente esportati, ma  anche accumulati commettendo reati.

Centro-sinistra (2006-2008), governo Prodi 2

23. Indulto (2006). Nel luglio 2006 centro-sinistra e centro-destra approvano l’indulto Mastella (contrari Idv, An, Lega, astenuto il Pdci): 3 anni di sconto di pena a chi ha commesso reati prima del 2 maggio di quell’anno. Lo sconto vale anche per i reati contro la pubblica amministrazione che sul sovraffollamento della carceri non incidono per nulla.

Centro-destra (2008-2010), governo Berlusconi 3

24. Lodo ad Legam (2010). Per salvare i leghisti delle camicie verdi ancora imputati a Verona per costituzione di formazione paramilitare fuorilegge ecco una norma che abolisce la norma che puniva «chiunque promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni di carattere militare, le quali perseguono, anche indirettamente, scopi politici» e si organizzano per compiere «azioni di violenza o minaccia».

25. Scudo fiscale (2009).  Il terzo della lunga era Tremonti, sui capitali fatti rientrare, in cambio dell’anonimato e dello «sbiancamento», il governo chiede alle banche di trattenere una tassa non del 2,5, ma del 5 per cento. In sede di conversione scompare l’obbligo per le banche di segnalare le operazioni sospette all’antiriciclaggio e vengono condonati alcuni gravissimi reati finanziari, contabili e tributari collegati con l’esportazione di capitali occulti. Lo scudo non si applica soltanto al denaro, ma anche alle case, agli yacht e ai beni di lusso in generale, che ovviamente restano dove sono, cioè all’estero.


E’ ignorante anche Marco Travaglio

luglio 20, 2014

Marco Travaglio in Promemoria

A farmi saltare sulla sedia è stata questa frase (da “Innocente a sua insaputa” Fatto quotidiano del 19 luglio 2014, Marco Travaglio):

E non osiamo immaginare che accadrà se nel processo Ruby-ter si accerterà che le Olgettine, principali testimoni del bunga-bunga, sono state corrotte dall’imputato del Ruby-uno per mentire ai giudici: ce ne sarebbe abbastanza per una revisione del processo principale, inficiato dalle eventuali false testimonianze di chi avrebbe potuto provare ciò che, a causa delle loro menzogne, non fu ritenuto provato.

Te lo dico io, illustre giurista Marco Travaglio: se nel processo Ruby-ter si accerterà che le Olgettine, principali testimoni del bunga-bunga, sono state corrotte dall’imputato del Ruby-uno per mentire ai giudici, il corruttore verrà condannato per corruzione in atti giudiziari (e forse frode processuale, subornazione, intralcio alla giustizia e chissà cos’altro) ma non ci sarà alcuna “revisione del processo principale”, poiché, come chiunque dovrebbe sapere, la revisione è istituto ammesso sono in caso di condanna definitiva e non in caso di assoluzione. Se l’assoluzione di B. nel processo Ruby-uno passerà in giudicato (se non impugnata o se confermata dalla Cassazione), non esiste prova che possa cambiare la decisione: se anche Ruby e lo stesso B. (con tutte le Olgettine al seguito) confessassero di aver commesso i reati di prostituzione minorile e di concussione, l’assoluzione rimarrebbe comunque inattaccabile e non ci sarebbe alcuna revisione, perché, per il principio del ne bis in idem, questo dice il nostro codice (v. art. 629 c.p.p.), che ogni tanto andrebbe anche letto.

 


Lo strano senso di Travaglio per Matteo

gennaio 28, 2014

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Se si venisse a sapere che D’Alema incontra segretamente Verdini per concordare la legge elettorale e una qualche riforma istituzionale, Marco Travaglio esonderebbe indignazione fino a far scoppiare il suo giornale. Ed invece, siccome lo fa un certo Renzi, ne tace. Oggi se la prende con il giudice del caso Scajola, reo di averlo assolto dopo che il Fatto aveva guidato la campagna contro il politico ligure.

Notizia importante, l’assoluzione di Scajola, ma da chi tuona contro l’inciucio sinistra-Berlusconi da venti anni, ci si aspetterebbe una parola su questo obbrobrio di legge elettorale, voluta dal Cavaliere ed adottata dal Pd renziano con il più classico degli argomenti dalemiani: “B. ha i voti, quindi con lui si deve trattare”.

Ed infatti Renzi tace sul conflitto di interessi, sullo scempio della giustizia penale e sulle leggi vergogna. Ma va bene così. Con quella faccia può dire (o non dire) ciò che vuole?


I barbari

ottobre 18, 2013

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Dopo tanto tempo ho visto una puntata di Servizio pubblico, la trasmissione di Santoro. E l’ho trovata quantomeno stucchevole. Stretto fra le gigionerie di Cacciari e i pettegolezzi della Bonev anche Travaglio è risultato non meno che penoso.

Non mi meraviglia quindi che i difensori di B. sparino a zero contro la “barbarie” di una trasmissione del genere. Da un certo punto di vista hanno ragione. Come ha ragione chi difende la prassi di segretezza per il voto sulla decadenza dello stesso B.

In un paese civile non si fanno trasmissioni televisive per mettere in piazza le debolezze di un cittadino, chiunque esso sia; e sulle questioni personali il voto segreto è una scelta di civiltà.

Quindi, in astratto, dovrei dire che Servizio pubblico è una porcheria e che il voto in Senato dovrebbe essere segreto. Facendolo, però, mi ritroverei a fianco di gente come Brunetta o Santanché. E mi chiedo come può essere. Qualcosa che non va c’è di sicuro.

Non va che B. è l’uomo delle leggi ad personam, l’uomo che ha sovrapposto la diffamazione all’informazione (lo chiamano metodo Boffo), che ha trasformato le istituzioni repubblicane in cose sue, private, piegate ai suoi interessi.

E chi di leggi ad personam ferisce, di leggi ad personam perisce. Per quanto riprovevole, siamo costretti a vedere le armi di costui usate contro di lui.

Comunque sia, è colpa sua.


Amnistia?

agosto 24, 2013

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Un bizzarro scherzo del destino ha fatto seguire alla prima condanna definitiva di Berlusconi la sospensione estiva dell’attività politica e giudiziaria: un mese e mezzo nel corso del quale il calderone della politica e del giornalismo sta putrefacendosi come un vaso di maionese dimenticato al sole prima di partire per le vacanze. E’ legittimo chiedersi quali orribili vermi ne usciranno quando lo scoperchieremo.

Intanto assistiamo sgomenti ad un surreale dibattito sul nulla e dal quale, non potendone sortire alcunché di logico, può uscire solamente un coacervo di insensatezze eversive.

Non c’è spazio per l’opinione, per il ragionamento, per la serietà. Si passa dagli elzeviri provocatori e surreali di Travaglio (che a nulla servono se non ad aizzare i suoi detrattori) ai pensosi e penosi editoriali “pacificanti” del corsera (che hanno il solo esito di annientare la reputazione acquisita in decenni dalle firme di via Solferino). Dagli show televisivi dei nuovi giornalisti-cabarettisti (esperti in esibizione del loro nulla culturale) al dramma degli autori satirici che nulla più sanno ideare che non sia già avvenuto realmente. La schizofrenia di Repubblica (che con Mauro dice una cosa e con Scalfari un’altra) è surclassata da quella dei quotidiani Il Giornale e Libero che, nel tentativo di elaborare una strategia per far sparire una condanna definitiva per frode fiscale, raggiunge livelli inimmaginabili.

Taccio sullo spettacolo offerto da parlamentari e ministri.

La più rodomontesca idea piovutaci sulla testa è quella di un’amnistia. Provvedimento erga omnes che estingue i reati  e che dovrebbe ovviamente includere la frode fiscale. Il placido candore con il quale due ministri della repubblica hanno avanzato tale ipotesi mi obbliga a una riflessione.

Affinché ne benefici Berlusconi, autore di una frode fiscale colossale, l’amnistia dovrebbe includere tutti i responsabili di tale reato i quali, per effetto della sua estinzione, vedrebbero estinto anche l’obbligo di pagamento della somma evasa. Quindi l’amnistia si trasformerebbe automaticamente in un gigantesco condono fiscale nei confronti  degli autori di frode fiscale. Non però, in linea di principio, di chi ha evaso o eluso il fisco senza commettere reato. Di chi, per esempio, non ha versato le imposte per il semplice motivo che non dispone dei denari per farlo. Ci troveremmo in una situazione per cui chi ha evaso per necessità, per superficialità o comunque senza dolo, rimarrebbe esposto all’azione di rivalsa dell’Agenzia delle Entrate, mentre chi ha scientemente frodato il fisco (anche per cifre enormi come Berlusconi) si vedrebbe condonato interamente il debito verso l’Erario.

Una disparità di trattamento che ben difficilmente supererebbe un vaglio di costituzionalità, tanto da obbligare il Parlamento ad estendere l’effetto condono dell’amnistia a tutti i contribuenti in debito con lo Stato.

E sarebbe la nemesi. In questa visione immaginifica prospettata da Cancellieri e da Mauro, la condanna di Berlusconi di trasformerebbe in un gigantesco lavacro per tutti gli evasori fiscali, in un tripudio di cartelle esattoriali date festosamente alle fiamme in onore di Re Silvio. E pazienza se ne dovesse conseguire il tracollo dei conti pubblici.

Leggo i giornali, penso queste cose e mi chiedo se un giorno la nostra comunità ritroverà un barlume di logica e di buon senso.


Solidarietà a Marco Travaglio.

dicembre 16, 2009

Erano gli anni del pentapartito craxiano, del CAF, del debito pubblico galoppante. Il Tg2 diretto da Alberto La Volpe era l’organo ufficiale del Psi ed il principale cronista parlamentare ne era tal Onofrio Pirrotta (uno che ora ha addirittura una pagina di fan su Facebook), il quale non si curava di recitare i suoi resoconti leggendo da appunti vergati su carta intestata del suo partito di riferimento, particolare che rivelava facendo vezzosamente ricadere in favore di telecamera un lembo del foglio con il logo del garofano in bella vista.

Narrando delle votazioni sulla legge finanziaria, egli ebbe a dire un giorno che il voto dell’aula era stato paralizzato dai veti incrociati delle lobbies economiche, favorevoli o contrarie a questo o quell’emendamento. Il giorno dopo la presidente della Camera, Nilde Jotti, lo censurò formalmente in aula, facendone nome e cognome, e deprecando che l’attività parlamentare fosse declassata, in un servizio trasmesso dalla Tv di Stato, a confiltto fra gruppi di potere economico.

Fu quella – che io ricordi – la prima ed ultima volta (fino a ieri) in cui un giornalista venne censurato – con nome e cognome – in un’aula parlamentare. E difatti non mancarono le proteste, specie dal Tg2 e dal partito socialista, ma dal mondo dell’informazione in generale, contro la sortita della Jotti.

Ieri abbiamo avuto la replica, nelle forme consone alla misera Italia di oggi. Il deputato del PdL Fabrizio Cicchitto, già compagno di partito dello stesso Onofrio Pirrotta, dopo aver reiterato la consueta doglianza contro il gruppo “Repubblica-l’Espresso” e contro il quotidiano “Il Fatto”, ha additato all’aula Marco Travaglio come “terrorista mediatico” (in)diretto ispiratore della campagna che avrebbe avuto come sfogo il demenziale atto di Massimo Tartaglia.

Che Travaglio non goda di grande stima fra i suoi colleghi lo si sa, e probabilmente non è estranea l’invidia per il seguito che riesce a raccogliere e per il successo dei suoi libri. Libri che, peraltro, sono la principale fonte di informazione proprio per i suoi avversari e detrattori, visto che non ve ne sono altri, che io sappia, ad aver raccolto con dovizia di particolari le indagini su Silvio Berlusconi. Ma che nessun giornale o giornalista – sempre che io sappia – si sia levato a protestare contro un’accusa di quel genere, per il luogo in cui è stata pronunziata, è l’indizio più grave del degrado della nostra democrazia. Perché evidentemente serve ripetere a noi stessi che il vero giornalismo esprime quello che il potere NON vuole che si dica e che si scriva, mentre NON può dirsi giornalismo l’informazione gradita al governo.

Resta desolante constatare che i giornalisti che ancora hanno il coraggio di parlare e di scrivere dei veri problemi dell’Italia siano sempre più isolati nel loro ambito, tanto da rendere i loro giornali – piacciano o no – dei ridotti dell’informazione libera. Nel mare magnum delle penne in vendita al miglior offerente, siamo costretti a seguire fideisticamente quei pochi che ancora fanno giornalismo.

Invece che a quello scriteriato di M.T. (Massimo Tartaglia), credo che si debba esprimere senza mezzi termini solidarietà all’altro M.T. (Marco Travaglio).

Perché ricordiamo anche che la legge punisce severamente i giornalisti che dovessero mai sbagliare un aggettivo o un verbo contro un politico, ma rende i parlamentari immuni da ogni processo per qualsiasi opinione espressa nell’esercizio delle loro funzioni, foss’anche l’accusa più ignobile verso una persona. E di fronte all’indecoroso debordare del potere politico oltre gli argini del buon senso, della decenza e del senso di responsabilità, si resta quasi inebetiti, ma si deve trovare la forza di dire “E mo’ bbasta”.