Abolizione del contante

ottobre 2, 2018

Abstract art painting

Evasione fiscale, lavoro nero, economia sommersa, corruzione, e soprattutto mafia.

Non sono questi i mali che la Repubblica italiana si porta dietro da sempre? I fardelli della nostra economia che schiacciano intere regioni in un eterno ed immutabile sottosviluppo? Gli ineliminabili virus dell’immoralità e dell’illegalità nazionale di cui vergognarsi al cospetto degli altri paesi europei? Quando i nostri governanti alzano la voce contro l’Europa, asseritamente matrigna, come non pensare alla inevitabile risposta che ci meritiamo da parte di uno straniero: “parlate voi che alimentate le mafie, che stanno ammorbando l’intero continente”; “parlate voi che siete la patria dell’evasione fiscale e della corruzione…” E via così.

Giustificati o no che siano tali giudizi, è fuor di dubbio che l’economia illegale, semilegale, sommersa, è il male dell’Italia. Il cancro che fin dall’Unità comprime l’intero meridione e che sta metastatizzando tutto il territorio. Gli italiani vi sembrano rassegnati, come se l’illegalità fosse un tratto ineluttabile della nostra collettività, come se le mafie fossero realtà ineliminabili, più forti delle stesse istituzioni repubblicane. Forse le risorse morali per ribaltare questo stato di fatto non ci sono, ma, come sempre è avvenuto nella storia dell’umanità, non sono le religioni, le filosofie o le morali a produrre i cambiamenti. Sono la scienza e la tecnologia. È solo grazie al progresso scientifico e tecnologico che siamo usciti dalle caverne ed ora siamo quello che siamo. Ed è la tecnologia che ci offre ora la possibilità di sconfiggere il male dell’economia illegale, sostituendo il denaro contante con moneta interamente elettronica e tracciabile.

Il traffico di stupefacenti, di esseri umani; lo sfruttamento della prostituzione; lo smaltimento illegale dei rifiuti; il racket delle estorsioni, il business delle contraffazioni; il voto di scambio; la corruzione e l’inquinamento della vita pubblica; sono questi i fondamenti dell’economia illegale e mafiosa da cui sgorga il denaro sporco che, grazie a sofisticati canali di riciclaggio, si trasforma in immensi capitali sottratti alla fiscalità che vanno ad inquinare l’economia legale. Tutto ciò prospera grazie alla moneta contante. In un mondo in cui ogni pagamento è tracciato, realizzarli sarebbe molto più difficile ed in taluni casi impossibile. Per converso, sarebbe assai facile smascherarli. Ed i benefici per le finanze pubbliche sarebbero enormi.

Sebbene non mi piaccia citare chi non è più con noi, non posso non ricordare l’insegnamento di Giovanni Falcone: follow the money. Solo così si batte la mafia. Ai suoi tempi non era possibile come lo è oggi; oggi che ogni pagamento può essere tracciato. Basta volerlo.

E non è solo questione di mafia. Pensiamo al lavoro nero. Ai lavoratori sfruttati e sottopagati. O al fenomeno degli affitti in nero. Generazioni di studenti hanno versato a proprietari di immobili nelle città universitarie capitali enormi sottratti al bilancio delle rispettive famiglie, procurando ad essi un reddito esentasse che, integrato negli anni, ha consentito l’accumulo di grandi fortune. Pensiamo alla sistematica evasione dell’iva di professionisti ed artigiani, o al business delle lezioni private. Tutti fenomeni che contribuiscono a fare dell’Italia il paese dell’arrangiarsi, e per questo degli arrangioni, dei trafficoni. Un paese che perseverando in essi si condanna ad essere arretrato fra i paesi sviluppati, o sviluppato fra quelli arretrati. Un paese sempre in mezzo al guado della mediocrità, condannato ad una perenne condizione di semi-miseria.

È giunto il momento di fare un passo avanti e di uscire da questo stato. Di mettersi all’avanguardia tecnologica e morale dell’Europa e di abolire la moneta contante. Abbassandone progressivamente la soglia per operazione: a 500 euro, poi a 100, a dieci ed infine a zero. Non mi espongo a fare cifre sui vantaggi per la finanza pubblica, ma i dati che si leggono parlano chiaro. Sarebbero 36 i miliardi che lo Stato perde annualmente per l’evasione dell’iva; mentre l’evasione fiscale nel suo complesso ammonterebbe ad oltre 110 miliardi annui. Cifre che farebbero dello Stato italiano il più virtuoso d’Europa.

Ed invece il dibattito pubblico si avviluppa in futilità come gli ottanta euro, la flat tax o il reddito di cittadinanza. Strumenti ridicoli in un paese a bassissima fedeltà fiscale come il nostro. Che senso ha elemosinare di 80 euro un lavoratore dipendente che nel tempo libero lavora in nero? Che senso ha elargire il reddito di cittadinanza nel paese dei finti poveri, dei nullatenenti e nullafacenti con la Bmw in cortile? Che senso ha concedere la flat tax ad una platea di autonomi dove vi è chi dichiara tutto, chi dichiara una parte e chi dichiara nulla? Eppure queste grottesche misure, che stanno mettendo in subbuglio il continente, costano poche decine di miliardi di euro, molto meno di quel che si ricaverebbe dalla fedeltà fiscale garantita automaticamente dall’abolizione del contante.

I benefici non sarebbero solamente di carattere fiscale. Sparirebbe lo spaccio di strada: fine dei quartieri ghetto, ostaggio del mercato fra spacciatori di droga e consumatori. Fine anche della prostituzione di strada. Chi svolge o sfrutta tali attività (non mi illudo che scompaiano) dovrebbe trovare adeguate coperture lecite, pagando le tasse e risultando più facilmente individuabile. Anche fenomeni criminali violenti come le rapine diverrebbero impraticabili. Senza denaro contante e senza ricettatori non ha senso fare rapine.

Se non sembrano sufficienti tali argomenti (ed a me pare che lo siano) ve n’è uno ulteriore. L’abolizione del contante è un auspicio delle autorità monetarie internazionali, Fmi e Bce in testa. Adottandolo come prima nazione, l’Italia si porrebbe all’avanguardia e potrebbe avanzare in contropartita alcune sacrosante richieste: un serio contrasto ai paradisi fiscali (chi se non il Fmi può farlo?); l’individuazione dei capitali illeciti sottratti alla nostra economia, ed un piano serio e collettivo per la neutralizzazione del debito pubblico. Vogliamo restare in eterno ostaggi dei nostri creditori? O vogliamo buttarci alle spalle questa condizione? Lo strumento c’è: il cigno nero dell’economia italiana non è l’uscita dall’Euro, ma l’abolizione totale del denaro contante, congiuntamente all’adozione di seri strumenti di contrasto all’economia illegale.

PS: Ho cercato in rete pareri contrari a questa proposta. Ho trovato solo argomenti sugli stati orwelliani (come se il web non sapesse già tutto di noi!) oppure baggianate sulle vecchiette in drogheria, sul gancio dei carrelli del supermercato o sulle paghette ai figlioli. Idiozie. Sarebbe il caso che l’informazione facesse fronte comune su questa prospettiva, che non è né di destra né di sinistra, né populista né europeista. È solo di buon senso.

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Renzi e la negazione della lotta alla mafia

maggio 22, 2016

lotta

Negli anni in cui Andreotti dominava la politica nazionale, la stampa libera puntava il dito contro le sue discutibili frequentazioni: Lima, Gioia, Ciancimino, i fratelli Salvo. Si scriveva che Cosa nostra e politica andavano d’accordo grazie alla protezione del divo Giulio.

In quegli anni la politica poteva permettersi di non rispondere, perché l’esposizione televisiva e giornalistica era assai minore. Toccava alla stampa allineata replicare alle accuse di collusione, e la formula era sempre la stessa: “nessuna sentenza ha stabilito che Andreotti è mafioso, quindi le accuse che gli vengono mosse sono infondate. Menzogne diffuse a scopi propagandistici”.

Nelle forme cui ci ha abituato il renzismo, questo stesso argomento entra ora nel bagaglio comunicativo del Presidente del Consiglio, che rinvia alla definizione delle sentenze la lotta alla criminalità mafiosa. Con le poche battute pronunciate da Matteo Renzi in occasione dell’anniversario dell’omicidio di Pio La Torre, la politica nazionale torna indietro, ad almeno venti anni fa. Quando, seppur parzialmente, entrò nel sentimento comune la consapevolezza che il contrasto alla criminalità deve avvenire sul piano politico, sociale, e soprattutto economico. “Follow the money” diceva Giovanni Falcone.

Come spiegò mirabilmente Paolo Borsellino, la Magistratura opera un accertamento giudiziale, ancorato a parametri di certezza che richiedono tempi e strumenti incompatibili con un adeguato contrasto del controllo mafioso sulla società.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che una sentenza di mafia colpisce il mafioso ormai innocuo, già bruciato dal suo stesso ambiente e sostituito da altri, mentre la devastazione del tessuto economico-sociale non subisce battute d’arresto. Perché, per usare ancora le parole di Paolo Borsellino, mafia e Stato hanno interessi e funzioni sovrapposte, e, quindi, o si fanno la guerra o si accordano.

Lasciare la guerra ai soli Magistrati (che oltre le sentenze non possono andare) ha avuto l’effetto che sappiamo: morti Falcone e Borsellino, le organizzazioni criminali hanno penetrato il tessuto economico nazionale, impadronendosi di fette sempre più ampie di territorio.

I poteri che proteggono Matteo Renzi vogliono un paese assuefatto alla compenetrazione fra economia legale ed illegale, al ricorso a capitali sporchi riciclati per lo “sviluppo”, alla resa di fronte al potere delle famiglie mafiose, delle cosche camorristiche e delle ‘ndrine.

Alla repubblica fondata sul lavoro è subentrata l’Italia fondata sul profitto, e poiché le attività illecite sono quelle a maggior profitto, è naturale aprire le porte dell’economia alle organizzazioni criminali.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/03/renzi-e-la-negazione-della-lotta-alla-mafia/2693194/

 

 


La seconda repubblica

settembre 24, 2013

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Nelle prime pagine di oggi c’è tutta l’Italia di questo inizio di terzo millennio.

L’unica impresa nazionale di telecomunicazioni, a suo tempo regalata dal governo D’Alema ai capitani coraggiosi della speculazione, viene svenduta ai concorrenti spagnoli; nella giornata in cui si celebra il predominio di un paese – la Germania – dove le telecomunicazioni sono saldamente in mano allo Stato.

la Direzione antimafia di Milano provvede ad arrestare gli eredi di Vittorio Mangano: mafiosi felicemente installatisi nel cuore dell’imprenditoria lombarda.

E’ la plastica rappresentazione dell’esito del percorso cominciato con la fine dell’era democristiana: mentre le imprese pubbliche (dei carrozzoni o dei gioielli, a seconda dalla convenienza del momento) venivano regalate a capitani d’industria assistiti ed avidi di lucrare sulla pelle degli italiani, i boss mafiosi salivano al rango di imprenditori per impadronirsi dell’economia ricca del nord.

Un cammino che ha proceduto incontrastato, mentre la politica si occupava di demolire l’azione giurisdizionale con una serie di leggi criminogene finalizzate ad agevolare le peggiori degenerazioni affaristiche (Parmalat e Montepaschi, per far due esempi) e la scalata delle organizzazioni mafiose: legge sui pentiti, giusto processo, depenalizzazione del falso in bilancio, ex Cirielli, indulto, indagini difensive, eccetera.

Al tempo stesso si picconavano le conquiste di civiltà, precarizzando il lavoro e mortificando scuola, università, esercito e sanità pubblica.

Ma niente paura: a Trieste abbiamo la stele contro le leggi razziali e il monumento all’esodo istriano. Quindi va tutto bene.

Di targhe, di monumenti e di giornate della memoria ne abbiamo già un certo numero, ma ne servirebbero altre.

Per ricordare agli sbadati l’origine del pensiero unico liberista, garantista ed antistatalista; progenitore della seconda repubblica basata sul bipolarismo, la cui applicazione ha significato la progressiva distruzione della Repubblica.

Di fronte alla quale i tre partiti che dovrebbero rappresentare il popolo italiano si occupano rispettivamente di:

  1. stabilire regole congressuali che garantiscano uno stipendio ad ognuno dei millemila dirigenti (partito A);
  2. trovare un sotterfugio per evitare il carcere all’unico dirigente (partito B);
  3. nascondere la totale assenza di idee dei due unici dirigenti (partito C).

Ci dicono che l’Italia rischia di essere commissariata. MAGARI – dico io – MAGARI!


Ventennale della strage di via d’Amelio

luglio 19, 2012

Sembrerebbero due mondi diversi. Ieri, nei quotidiani, dominavano le notizie su questioni giudiziarie: intercettazioni, coinvolgimenti di politici (perfino il Capo dello Stato), processi di mafia, impugnazioni e sentenze. Oggi invece si legge di tutt’altro: di soldi. I soldi che i faccendieri della sanità lombarda passavano a Formigoni (nove milioni?); i soldi che mancano nelle casse della Regione Sicilia ma che non mancano nelle tasche dei suoi dipendenti e funzionari (un esercito); i soldi che Berlusconi ha bonificato a Dell’Utri (e a Minetti, a Mora e a una fila interminabile di persone); i soldi che i partiti hanno intascato dal 1994 ad oggi e che temono di non ricevere più; i soldi che le banche hanno truffato ai risparmiatori, piazzando derivati tossici; i soldi degli immensi capitali che le mafie riciclano nell’economia nazionale, soprattutto al nord.

Tutto questo nel ventennale della strage di via d’Amelio, dove morì, con tutta la scorta, Paolo Borsellino, l’ultimo magistrato ucciso nel nostro paese. Già, perché la magistratura ha pagato in Italia un alto tributo di sangue, ma solo fino a quel giorno. Da allora non più, e la ragione è forse che sono stati approntati strumenti più sofisticati e meno “appariscenti” per neutralizzarne l’attività.

Ma perché fu ucciso Paolo Borsellino? La risposta è l’obiettivo principale delle inchieste della procura di Palermo (ma anche di quelle di Caltanissetta e di Firenze) che puntano a squarciare il velo sulla cosiddetta trattativa fra Stato e Cosa nostra, sui mandanti occulti delle stragi del biennio 1992-93, sulle operazioni di riciclaggio che Cosa nostra conduceva all’epoca.

E’ straniante pensare a pool di magistrati e di ufficiali di polizia giudiziaria impegnati in una indagine su fatti così remoti, che dovrebbero figurare nei libri di storia anziché negli atti di un processo. Fatti che, rispetto a quello che accade ora, sembrano archeologia delinquenziale. Autori il cui profilo criminale appare quasi naif, se confrontato con quello di chi, oggi, domina la scena nazionale ed internazionale del malaffare. Non sono infatti più i tempi degli appalti stradali inquinati e gonfiati o delle speculazioni edilizie: ora le cosche mafiose sono holding sovranazionali con interessi planetari.

Eppure siamo ancora qui, a chiederci il perché di quella strage del 19 luglio 1992, e soprattutto il perché della paura che la nostra politica ha, ancora oggi, della verità su quel giorno.

La risposta, forse, viene proprio dalla lettura dei giornali di oggi, dalle notizie sul fiume di denaro che dalle tasche degli italiani finisce nelle mani di politici corrotti e loro clientele, di faccendieri e di mafiosi. Paolo Borsellino morì perché era di ostacolo. Ostacolo a un progetto politico-criminale generico e preciso a un tempo stesso: rubare.


Meno male che c’è una Procura a Palermo

luglio 18, 2012

Procuratori che non hanno paura di fare il loro lavoro e che, facendolo, ci ricordano indirettamente alcune cose.

1. Marcello Dell’Utri, uomo da sempre vicino a membri di Cosa nostra è l’unica persona rimasta a fianco di Silvio Berlusconi dall’inizio della sua attività politica (in realtà anche da prima).

2. Un partito di governo (l’Udc) siede in parlamento solo grazie ai voti garantiti da Cuffaro, attualmente in carcere per favoreggiamento alla mafia.

3. Nelle regioni meridionali il clientelismo protomafioso continua ad imperversare da decenni, nonostante sia stato lungamente al governo il partito della Lega nord, dal quale ci si sarebbe aspettato almeno un freno a tale fenomeno.

4. I partiti della cosiddetta sinistra, pur celebrando ritualmente la lotta alla mafia, sono stati colti da improvvisa amnesia e si sono adeguati alla placida convivenza fra cosche criminali e politica.

5. La progressiva sicilianizzazione dell’Italia, ovvero la penetrazione delle mafie nel tessuto economico settentrionale, è proseguita ovunque, a prescindere dai colori delle amministrazioni locali.

6. Se non fosse affetta dall’infezione mafiosa, l’Italia sarebbe forse il paese più virtuoso della zona Euro, e non saremmo costretti alle cure draconiane del governo Monti.

7. La mafia è quello che è solo perché si accorda con la politica; senza patti di convivenza con gli apparati dello Stato non esisterebbe.

Davanti a queste evidenze, l’azione del governo Monti mi pare un misero annaspare in questioni minori, eludendo la unica vera emergenza nazionale.


L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino.

settembre 10, 2009

Non sono uno che ama le manifestazioni. Ed in effetti non sono mai andato ad un corteo in vita mia. Non critico né esalto chi lo fa, semplicemente sono iniziative inconciliabili con il mio carattere. O forse sono solo un infingardo, un timido, un pavido, un menefreghista. Non lo so.

Tuttavia quando Salvatore Borsellino ha annunciato sulla sua bacheca che avrebbe organizzato per il 26 settembre a Roma una replica della manifestazione “Agenda Rossa” tenutasi a Palermo il 19 luglio scorso, non ho indugiato a dare la mia adesione e ci sarò.

Molti amici di facebook sanno che si terrà, ma non tutti ne conoscono il significato.

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E Marcello? Dov’è Marcello?

marzo 29, 2009

Guardando le immagini televisive del congresso fondativo del PdL non riuscivo a trovare il senatore Marcello Dell’Utri.

Mi chiedevo: come mai non c’è? Come tutti sanno Dell’Utri è l’uomo che più ha contribuito all’ascesa di Silvio Berlusconi ed all’affermazione di Forza Italia; e quindi del partito che ne è erede.

Come può mancare in un momento così importante?

Poi, quasi per caso, ho trovato la risposta. Venerdì 27 febbraio 2009 il sen. Dell’Utri era a Palermo, innanzi alla sezione della Corte d’Appello presieduta da Claudio Dell’Acqua che lo sta processando per i reati dei quali è stato ritenuto colpevole dalla seconda sezione penale del Tribunale, la quale lo ha condannato, congiuntamente a Gaetano Cinà, a 9 anni di reclusione l’11 dicembre 2004.

E precisamente per i seguenti delitti.

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