E se avessimo conservato il proporzionale?

novembre 12, 2018

elezioni

Una cosa però va detta: non c’è più Berlusconi. Non si sa cosa fa, cosa pensa. A nessuno interessa la strategia di Forza Italia. L’uomo che dal 1994 al 2018 ha tenuto in ostaggio l’Italia è relegato nell’anticamera della politica italiana. Si dirà che è merito (o colpa) di Salvini, dei cinquestelle, dell’età, del destino. O chissà di che altro. In realtà la causa primaria sta nella legge elettorale prevalentemente proporzionale, che confina ogni leader nell’alveo del suo reale consenso, senza premi artificiali che ne ingigantiscono la presa sulle istituzioni.

Vale allora la pena di fare una riflessione sulla ossessione per le leggi elettorali che ci affligge fin dalla fine dell’era democristiana. Si cominciò con i referendum di Mario Segni e con la retorica del bipolarismo, che produssero la legge Mattarella. Un sistema uninominale maggioritario utilizzato nelle elezioni 1994, 1996 e 2001. Poi arrivò la legge Calderoli, un sistema maggioritario con premio alla coalizione (dichiarato incostituzionale), con il quale abbiamo votato nel 2006, nel 2008 e nel 2013. Anno in cui si è cominciato a parlare del cosiddetto Italicum, che della legge Calderoli era solamente una lieve modifica. Tutti questi sistemi avevano un denominatore comune: lo spirito coalizzante, la necessità di coagulare attorno a un leader una pletora di formazioni, con il risultato di creare agglomerati politicamene eterogenei uniti solamente dall’interesse elettorale. A riprova esemplare di ciò, va ricordata la legislatura 2001-2006, nella quale il centrodestra a quattro componenti (Forza Italia, Lega nord, Centro democratico ed Alleanza nazionale) ottenne una maggioranza schiacciante ma il relativo governo non produsse alcunché di politicamente rilevante. Un quinquennio sprecato, sol che si pensi che la Grande crisi era di là da venire e si sarebbe potuto intervenire strutturalmente sul debito pubblico.

Di questi lustri dominati dalla logica maggioritaria e bipolare ci resta quindi una sola cosa: la frattura fra berlusconismo e antiberlusconismo. L’ossessione per la governabilità, per la democrazia efficace, per i parlamenti non più ostaggio dei partiti ha prodotto l’esatto contrario: proliferazione dei micropartiti, trasformismo, coalizioni deboli, governi paralizzati. E propaganda, soprattutto propaganda. La propaganda pro-Berlusconi e quella contro Berlusconi. Cinque lustri sono trascorsi così.

Viene allora da farsi la domanda “e se…?” E se avessimo mantenuto un sistema elettorale proporzionale? Non sto a scomodare Tolstoj sulla controfattualità nella storia, ma nulla ci vieta di chiederci cosa sarebbe accaduto se avessimo mantenuto lo spirito proporzionalista saggiamente voluto dai costituenti.

Alle elezioni del 1994 Forza Italia ottenne circa il 22% dei voti ma, grazie alla spregiudicata doppia alleanza con Lega ed Alleanza Nazionale, Berlusconi ottenne la maggioranza parlamentare. Con fatica immane venne creato uno schieramento avverso, che riuscì faticosamente ad arginare B. fra il 1996 ed il 2001. Quindi, con il circa 30% dei voti, l’allora Cavaliere si riprese il governo del paese. Con leggi elettorali proporzionali non sarebbe successo. Egli avrebbe avuto certamente un numeroso gruppo parlamentare, ma senza poter mettere le mani sull’Italia, risparmiandole la venticinquennale guerra fra pro-B. ed anti-B.

Tali argomenti mi paiono sufficienti a perorare per l’oggi e per il domani il ritorno ad una legge elettorale schiettamente proporzionale, eventualmente corretta con il solo sbarramento al 5%, come ebbe ad auspicare (chissà se qualcuno se lo rammenta) l’allora Presidente Pertini durante una visita di Stato in Germania. Venendo per questo subissato di critiche.

È proprio vero che, talvolta, la miglior riforma è conservare.


Liste, firme e Costituzione

gennaio 4, 2018

obbrobrio

Probabilmente Il partito PiùEuropa non sarà sulla scheda elettorale del 4 marzo, e se vi sarà, non figurerà alleato con il Pd. Il motivo è che non è in condizione di raccogliere le firme di presentazione, incombenza che grava esclusivamente su tale lista. E fra chi critica il Viminale per non voler risolvere il problema e chi invece accusa Emma Bonino di cercare scuse per sottrarsi all’annunciata alleanza con Renzi, nessuno sottolinea la palese incostituzionalità di una norma discriminatoria che esonera i partiti collegati a gruppi parlamentari uscenti dall’onere di raccogliere le firme di presentazione.

Fino al varo della (incostituzionale) legge Calderoli, tutti i partiti, dovevano farlo, in base ai sacrosanti principi che per presentarsi ad una elezione bisogna dimostrare di esistere e che tutti si è uguali davanti alla legge. Ma ormai ci si è adattati all’iniqua logica per cui chi è già in Parlamento gode del diritto di perpetrarsi al potere, in spregio ai più elementari criteri di uguaglianza. Il prossimo passo quale potrebbe essere? Stabilire che solo chi è già parlamentare o suo parente o protetto può candidarsi?

Vi è poi un ulteriore elemento di illogicità, arditamente aggirato: gruppi parlamentari e partiti sono entità diverse (organi parlamentari i primi, associazioni private i secondi) ed il loro collegamento avviene in maniera legalmente discutibile. La conseguenza è che mentre piùEuropa è un partito nuovo perciò obbligato a raccogliere le firme, tali non sono Insieme (Verdi+Psi) e Civici e popolari (gli amici della Lorenzin), che possono inverosimilmente accreditarsi come partiti consolidati per il solo fatto di poter ricandidare parlamentari già eletti (rectius: nominati) con la (incostituzionale) legge Calderoli.

Sono questi obbrobri i parti dei moderni riformatori, gli stessi che hanno tentato di imporre una riscrittura della Carta, e che testimoniano i tratti prevalenti della politica contemporanea: l’analfabetismo politico-costituzionale abbinato a determinazione e sfrontatezza nel perseguimento di finalità di parte o addirittura personali. Il livello di competenza è il più basso di sempre, ma l’ambizione e la spregiudicatezza delle condotte sono ai massimi.

Avere nel prossimo Parlamento persone di maggior competenza e serietà è vana speranza, e grave responsabilità di questo desolante orizzonte va ascritta al mondo dell’informazione, che ha sempre anteposto le logiche di schieramento e di interesse al proprio compito primario. Perciò non finiremo mai di maledire questo quarto di secolo nel quale il principale attore politico del paese è stato il monopolista dell’informazione televisiva generalista. Non a caso ispiratore delle peggiori politiche in materia scolastica e perciò maggior responsabile politico del degrado culturale del Paese.

Di questo va conservata memoria per il futuro più e meno prossimo.


Un voto ben proporzionato

ottobre 13, 2017

urna

Il triste rito cui assistiamo per l’approvazione della nuova legge elettorale dimostra, se che ne fosse ancora bisogno, il fallimento del renzismo. All’alba della sua parabola, il primo proclama di Matteo Renzi fu proprio questo: la priorità è una nuova legge elettorale. In verità, eravamo nel pieno della crisi, tutti pensavano che le priorità fossero altre: il lavoro, la disoccupazione, la difesa del welfare, la salvaguardia dell’economia nazionale. Invece no, secondo lui la priorità era la legge elettorale, a riprova della genesi tutta endopolitica della nuova leadership democratica.

Nulla di strano: Renzi era lì non per meriti propri o capacità politica, ma per scelta dell’informe corpo del PD (non del suo elettorato, ma del vasto esercito di eletti, dirigenti e soggetti contigui che ne costituisce la cosiddetta nomenclatura diffusa) allo scopo di portare a compimento il progetto iniziale del primo segretario Walter Veltroni: chiudere la stagione del centrosinistra per dare vita a quella delle larghe intese con Berlusconi. Un progetto fallito con la rovinosa sconfitta del 2008, che consegnò la maggioranza al centrodestra, ma rimasto privo di alternative vincenti, dal momento che la restaurazione dalemiana (e quindi antiveltroniana) incarnata da Bersani e dalla coalizione Italia Bene Comune si era spiaggiata nella non-vittoria del 2013.

Renzi era stato quindi issato al comando per chiudere i conti con D’Alema e Bersani (ed in effetti almeno in questo è riuscito: metterli alla porta), ma si era trovato di fronte un problema inatteso: il grande consenso elettorale del Movimento cinque stelle che privava l’agognata alleanza del titolo di Grande coalizione. Di qui nasce l’idea del cosiddetto Italicum, congegno elettorale finalizzato ad annientare il consenso elettorale grillino. Ma in questo Renzi ha dato il suo peggio, producendo una legge obbrobriosa, falcidiata dalla Corte costituzionale, e soprattutto incaponendosi a volerla incastonare in una riforma della Carta talmente malscritta da far inorridire anche i più benevoli dei suoi sostenitori.

Come risultato, si ritrova ora con un partito mutilato a dover far approvare ad altri (il Governo) una legge con la medesima finalità di soffocare il M5S, ed a farlo a ridosso delle elezioni per non dare tempo alla Corte costituzionale di pronunciarsi.

Una sovrapposizione di forzature istituzionali mai vista in tutta la storia repubblicana, ed a rendere ancor più folkoristicamente mesto il quadro, è l’aver scelto come front man un campione di sconfitte elettorali come Ettore Rosato, battuto due volte su due nelle elezioni a presidente della provincia ed a sindaco di Trieste.

A questo triste passaggio arriviamo, non casualmente, dopo decenni spesi a riporre nella legge elettorale virtù taumaturgiche che essa, ovviamente, non può avere. Non può dipendere dalla legge elettorale avere buoni o cattivi parlamentari, maggioranze stabili o no, o addirittura la possibilità di avviare processi riformatori virtuosi. La legge elettorale, comunque sia scritta, può fare due cose solamente: pesare il consenso dei partiti e contribuire a selezionare i parlamentari. La bontà delle politiche dipende dalla capacità dei partiti di selezionare persone oneste, capaci, e sinceramente dedite al bene collettivo.

Per questo motivo va ribaltato il senso stesso del dibattito degli ultimi cinque lustri. La legge elettorale non deve e non può essere un meccanismo che il ceto politico utilizza per risolvere i propri problemi, ma il canale che consente all’elettore di esprimere al meglio il proprio sentire politico. Mai come oggi si avverte il bisogno di una legge scritta pensando all’elettore e non all’eletto. I nefasti esempi della Gran Bretagna, con l’insensato voto sulla Brexit, e della Catalogna sono le spie di quel che accade quando l’elettore non dispone di strumenti idonei per integrarsi collettivamente nelle istituzioni.

In questa fase, l’Italia ha bisogno di un grande bagno di proporzionale, che restituisca al cittadino il sano potere di votare per il partito a lui più vicino, con atto scevro da calcoli sull’utilità del voto e su quote, listini e collegi.

Si dice che con il proporzionale non nascono maggioranze. Beh, neppure con gli altri sistemi è certo che ciò avvenga, e va detto che alcune delle maggioranze che ci hanno regalato le vecchie leggi ce le saremmo volentieri risparmiate. Anche in Germania (dove, guarda caso, hanno il proporzionale) sono senza una maggioranza elettoralmente espressa e privi di governo (ad alcune settimane dal voto), ma ciò non impedisce loro di essere l’attuale superpotenza economica e politica europea.

Il mio auspicio è quindi di votare con una legge proporzionale, e, se non si formerà un governo, di rivotare dopo un anno, o dopo sei mesi. In fondo, il voto è l’acqua della democrazia, e non capisco perché non abbondarne.

 


Per una volta che l’avevano indovinata..

giugno 8, 2017

 

astratto-con-oro-gatto-e-cane-70x50cm-25445

E’ venuto il momento di dire che il modello di legge elettorale attualmente all’esame della Camera è forse il migliore possibile nella fase attuale. E mi azzardo a dire che è il migliore fra tutti i modelli di leggi elettorali che la Repubblica abbia avuto.

Finalmente si è arrivati alla conclusione che il principio della proporzionalità è connaturato alla geografia politica nazionale ed all’impostazione generale della nostra Costituzione. E’ vero che il sistema proporzionale puro e senza sbarramenti con il quale votammo nel quarantennio democristiano incentivava le degenerazioni tipiche dei parlamenti eccessivamente frammentati, e proprio per questo la soglia del 5% mi pare un elemento decisamente apprezzabile. Magari lo avessimo avuto negli anni 50-90: avremmo avuto una politica meno balcanizzata, più lineare, più efficiente, più leggibile.

Non c’è dubbio che questa versione italica della legge elettorale tedesca sia di gran lunga migliore della legge Calderoli e della sua versione successiva definita “italicum”. Erano, queste ultime, autentici obbrobri sia sul piano logico che su quello politico.

Ma quello che mi sento di dire è che la bozza uscita dall’accordo a quattro (Pd, Fi, Lega e M5S) era e sarebbe largamente preferibile alla legge Mattarella che governò le tornate elettorali degli anni ’94, ’96 e 2001. La lettura di quelle campagne elettorali e delle vicende parlamentari che ne seguirono mostra che il sistema uninominale secco su cui era incardinata la legge Mattarella era del tutto inadatto al paese Italia.

Per fare breve memoria, ricordo che nel 1994 il sistema uninominale premiò un’alleanza duplice (Fi-Lega al nord, Fi-An al centrosud) che si lacerò dopo soli sette mesi, lasciando il campo ad una maggioranza “anomala” su cui si resse il governo tecnico Dini fino al 1996. Anno nel quale prevalse sì l’Ulivo, ma solamente grazie alla formula ambigua della desistenza con Rifondazione comunista. Ed i risultati si ebbero nel 1998, con la caduta del Prodi 1.

Dopo i traccheggi susseguenti (D’Alema e Amato), ci fu l’ordalia del 2001, anno dalla quale nacque la maggioranza elettorale numericamente più ampia di tutta la storia della Repubblica (Fi-An-Lega-Ccd-Cdu) ed il governo più longevo di sempre. Primati del tutto inutili perché quella legislatura fu caratterizzata dal più totale immobilismo: nessun risanamento dei conti pubblici (e la crisi del 2007 era di là da venire), nessuna riforma dello Stato o dell’economia. E non fu per caso. Perché quella legge forzava la nascita di grandi coalizioni eterogenee fra forze divergenti, ontologicamente impossibilitate a governare.

Pur premettendo che la legge elettorale perfetta non esiste, bisogna riconoscere che dall’inedita intesa Pd-Fi-Lega-M5S era nata una buona legge (pur se perfettibile con il voto disgiunto). Apprendo però che sembra tutto naufragato e di ciò non posso che dolermi.

 

 


Non toccate la legge elettorale

aprile 13, 2015

57d762a63c_quadri-moderni-online-pop-art-2

Se la parola democrazia ha un senso, chiunque ragioni di leggi elettorali dovrebbe dare uno sguardo al panorama partitico attuale, a poche settimane dalle elezioni regionali. I soggetti politici riconoscibili sono i seguenti:
– il partito di Renzi, ovvero quello che fu il pd;
– la dissidenza interna del fu pd, un agglomerato estraneo alla segreteria;
– la sinistra che fu SEL e che ora vede nella coalizione sociale di Landini la possibilità di schiodarsi dalle percentuali irrisorie cui è abituata;
– il Movimento cinque stelle, stabile sul 20%;
– la Lega Nord, fortissima nelle regioni settentrionali, ma solo lì;
– la frazione di centrodestra fedele a Berlusconi;
– la frazione di centrodestra (Ncd, fittiani) che ambisce a superare la figura dell’ex cavaliere.

Anche trascurando quello strano oggetto che si chiama Fratelli d’Italia, che sinceramente non saprei dove collocare e come qualificare, sono almeno sette i soggetti politici riconoscibili che risulta quasi impossibile inquadrare in due schieramenti contrapposti. Il venir meno della figura aggregante di Berlusconi (aggregante pro e contro), ci riporta alla tradizionale geografia politica nazionale, fatta di una molteplicità di partiti distinti, come è sempre stato dal dopoguerra ad oggi.

Prendere atto di questo è un dovere di chi pretende di scrivere le leggi elettorali, e la conseguenza è il riconoscimento che l’Italia non può sottrarsi al proporzionalismo. Una legge elettorale proporzionale, cancellando l’orrido concetto di “voto utile”, restituisce all’elettore la libertà piena di votare per il partito a lui più vicino, favorendo il recupero della partecipazione al voto, che era uno dei pochi vanti nazionali. Leggere di una quota di astensione vicina al 50% in un paese che esibiva una affluenza ai seggi superiore al 90% è uno dei segni peggiori di questi tempi.

A chi obietta che il proporzionalismo penalizza la “governabilità”, subordinando la formazione dell’esecutivo alle trattative fra gruppi parlamentari, rispondo che già ora è così. Con la differenza che i meccanismi premiali (che derivino dal sistema uninominale alla Mattarella o dal maggioritario alla Calderoli) costringono i partiti a mercanteggiare seggi e incarichi prima delle elezioni, quando i rapporti di forza sono dati dai sondaggi e non dai voti reali. E d’altronde chi afferma che i meccanismi premiali garantiscono coerenza fra voto popolare e maggioranza di governo dice una solenne empietà, sol che si osservi come l’attuale maggioranza sia un ibrido inimmaginabile prima del voto del 2013.

E’ quindi venuto il momento di dire che le prossime elezioni dovranno tenersi con la legge elettorale attualmente in vigore: un proporzionale puro. Dando poi ai partiti il compito di misurarsi in parlamento sulla base del consenso reale. E dando a noi poveri elettori bistrattati la possibilità di esprimerci, infine, liberamente.


NO a riforme di serie B.

luglio 13, 2014

caos-urbano-l

Auspicando che gli italiani preferiscano dedicarsi ai bagni di sole e non alla politica (e l’eliminazione dell’Italia proprio non ci voleva!), il governo sta imponendo al Parlamento l’avvio del riassetto istituzionale concordato da Renzi e Berlusconi col patto del Nazareno.

Su sito di Libertà e Giustizia (http://www.libertaegiustizia.it/) trovate autorevoli pareri secondo i quali l’insieme delle modifiche costituzionali in discussione prefigurano una autentica “svolta autoritaria”. E’ possibile che sia così, ma devo dire che attribuire a Matteo Renzi la paternità di un disegno “piduista” e autoritario potrebbe essere una sopravvalutazione delle sue doti, dal momento che non può escludersi che neppure lui abbia idea di quello che sta facendo. Il quadro complessivo delle riforme, infatti, è caratterizzato da una totale disomogeneità ed estemporaneità; mancano un visione di insieme e un’ispirazione generale. Le proposte di legge sembrano il frutto di estenuanti mediazioni e ritocchi ad una base priva di senso compiuto.

Quello che è certo è che le riforme attualmente in discussione sono pessime. E’ incomprensibile la prefigurata modifica del Senato, che per come viene ridisegnato rischia di diventare un istituto inutile e dannoso, dando ragione a chi giudica preferibile la sua totale abolizione. E’ pessimo lo schema di legge elettorale previsto per la Camera, che restringe gli spazi di partecipazione democratica (con altissime e differenziate soglie di sbarramento), regala premi di maggioranza spropositati in maniera incongrua (un partito del venti per cento potrebbe finire per avere il 55% dei deputati) e ripropone l’incostituzionale sistema delle liste bloccate.

Senza invocare i foschi presagi dei costituzionalisti di L&G, mi limito a immaginare quello che sarebbe il risultato, in un quadro che già ora vede il Parlamento di fatto svuotato delle sue prerogative e trasformato in organo di ratifica dei provvedimenti del governo. Governo che, a sua volta, si limita ad attuare direttive e imposizioni che provengono da altre istituzioni o entità: organismi esteri o sovranazionali (Commissione europea, Bce, Fmi, governo tedesco), lobby economiche e multinazionali, giù giù fino alle corporazioni nazionali (dalle assicurazioni ai taxisti, dalle banche ai notai).

Il nuovo assetto istituzionale pensato da Silvio&Matteo pare perfettamente funzionale al consolidamento e perfezionamento di tale sistema. Il governo riceve gli ordini dai veri detentori del potere politico ed economico, li trasforma in provvedimenti (leggi o decreti) ed un Parlamento addomesticato li ratifica supinamente.

Ancor prima della svolta autoritaria io vedo questo: lo svuotamento del meccanismo della rappresentanza e del processo democratico di formazione delle leggi e del governo.

Bocciatura, quindi, nel merito. E passando al metodo la critica deve essere ancor più radicale. Questo complesso di riforme trae origine da un colloquio semiclandestino, opaco nelle forme ed avvolto dal mistero sui alcuni suoi contenuti, fra l’attuale premier e Silvio Berlusconi. E’ fondato sospetto che esso sia il frutto di un immondo baratto: il voto in Parlamento in cambio del salvacondotto giudiziario. Un obbrobrio che ogni italiano dovrebbe rigettare con ribrezzo e che rende lo stesso iter costituzionale, oltre che riprovevole, del tutto incerto, essendo esso esposto alle reazioni di B. alle sentenze della magistratura. Non è un caso che in questi giorni la stampa berlusconiana (Libero e Il Giornale) scriva di tutto tranne che delle riforme in corso: su di esse nemmeno una parola. Segno che quella parte politica si tiene libera di appoggiarle o di affossarle, a seconda della convenienza del momento. Subordinare la vita politica del governo e della legislatura a tali variabili incontrollate pare un azzardo sconsiderato.

Per queste ragioni è legittimo etichettare le riforme in discussione come di serie B. B. come la categoria cui appartengono (scadente), B. come Silvio B., loro beneficiario ed ispiratore.

Pur apparentemente minoritari, e sfidando l’accusa di essere “frenatori”, “conservatori” o “professoroni”, rivendichiamo il diritto di dire “no” a queste pessime riforme.

Di ben altre leggi avrebbe bisogno l’Italia. Riforme del fisco e del lavoro che stimolino l’impresa produttiva di valore aggiunto (agricoltura e industria) e non più l’ipertrofico settore terziario; riforme della giustizia che consentano di stroncare le mafie e la corruzione; riforma del sistema scolastico ed universitario per innalzare il livello culturale del paese.

Ma, purtroppo, i renziani stanno sprecando il grande consenso di cui godono in una inutile (se finirà in nulla) e dannosa (se andrà in porto) modifica costituzionale. Ahinoi.

 


Sondaggio sulla legge elettorale

gennaio 30, 2014

bivio

Ci riprovo con un sondaggio. Al momento le prospettive di legge elettorale sono due: il sistema proporzionale con preferenze e soglie di sbarramento uscito dalla Corte costituzionale (in breve “proporzionale”) ed il sistema cosiddetto “Italicum” concordato da Renzi e Berlusconi. Quale preferite?

 


Lo schifezzum*

gennaio 29, 2014

quadro_astratto1

In dicembre ci sono state le primarie del pd. Il blog non ne ha scritto nemmeno una riga perché il dibattito congressuale (lo chiamano ancora così) è stata la consueta fiera delle chiacchiere e mi sono da tempo ripromesso di giudicare un soggetto politico non per quello che dice ma per quello che fa. Anche perché in questi anni ne abbiamo sentite di tali e di tante che solo a ripensarci viene mal di testa. Di certo alle parole non sono mai seguiti i fatti, anzi, sono seguiti fatti opposti alle parole. Leggendario resta lo slogan “certezza della pena” sventolato da chi, appena eletto, votò l’indulto.

Quindi – che fossero Fonzie-Renzi, Alien-Cuperlo o Bambi-Civati – non ho perso un minuto per ascoltarli. Le loro mozioni congressuali giacciono unzipped nella cartella del download.

Ma ora siamo ai fatti. Ed il primo fatto che ci confeziona Fonzie-Renzi e la bozza di legge elettorale per la Camera dei deputati che approda all’aula domani.

La versione peggiorata della legge Calderoli.

Del sistema precedente conserva gli aspetti peggiori: il premio di maggioranza, l’assenza di preferenze, le candidature plurime ed il doppio sbarramento, con innalzamento della soglia per chi non ha alleati, in modo da scongiurare l’eventualità che nascano nuovi partiti. Per tacere della norma salva-Lega, che conferma la cronica propensione della nostra politica a legiferare nel contingente e non in generale.

Una legge che non è né innovativa, né coraggiosa. Non cambia o cambia in peggio.

Una legge dettata da Silvio Berlusconi e modellata sulle sue esigenze. Che frustra le aspettative di coloro (e fra di essi molti elettori del pd) che aspiravano ad una ventata di vera democrazia. Una legge ancora schiava della logica del voto utile, con gli elettori chiamati a votare sotto ricatto (“altrimenti comandano gli altri”). Che liscia il pelo ai potenziali alleati di Forza Italia e sbatte la porta in faccia ai partiti di sinistra.

E tutto ciò mentre la Fiat ha abbandonato definitivamente l’Italia, mentre le fabbriche continuano a chiudere e gli italiani diventano sempre più poveri e rassegnati.

Il verso, caro Fonzie-Renzi, non è cambiato.

* PS. Il nome schifezzum è di A. Scanzi.


Legge elettorale: i conti della serva

gennaio 28, 2014

serva

Alle elezioni politiche del febbraio 2013 hanno votato circa trentaquattro milioni di italiani su quasi cinquanta milioni e mezzo di aventi diritto, pari al 67%. Gli astenuti sono stati quindi sedici milioni e mezzo circa e Pd e Pdl hanno ottenuto, rispettivamente, 8.650.000 e 7.330.000 voti, per un totale di quasi sedici milioni, inferiore al numero degli astenuti. Gli elettori di questi due partiti costituiscono il 17% ed il 14% degli aventi diritto e, sommati, superano di poco il 31%.

Questi due partiti, o quello che ne rimane, forti appunto del consenso di meno di un elettore su tre, pretendono ora di imporre una legge elettorale manifestamente bipartitica, che consegni a uno dei due la maggioranza delle camere (o della Camera, ancora non è chiarissimo). Anche ammettendo che possano crescere elettoralmente, saremmo di fronte ad un partito che, pur contando sul voto di un elettore su cinque, detiene la maggioranza assoluta in parlamento ed il controllo del governo.

Questi elementari e stupidi calcoli dovrebbero essere sufficienti a rigettare in toto la proposta di legge elettorale attualmente in discussione. A prescindere da chi l’ha formulata e dai metodi adottati. La democrazia italiana è gravemente malata da tempo, il deficit di rappresentanza non è una mia invenzione  e la fiducia nel sistema politico è a zero. L’Europa è percorsa dal vento dell’antiparlamentarismo e da tentazioni isolazionistiche e totalitarie. Vogliamo veramente dotarci di un sistema elettorale che, a priori, esclude dalla rappresentanza parlamentare due italiani su tre? Vogliamo precipitarci verso forme di antiparlamentarismo di stampo novecentesco?


La mia sulla legge elettorale

gennaio 27, 2014

pallacorda003

Come sa anche uno studente del primo anno, i sistemi bipolari funzionano nei paesi ad elevata coesione ideologica. Paesi cioè dove gli elettori la pensano allo stesso modo su quasi tutti gli argomenti ed i programmi dei partiti differiscono solo per qualche particolare. L’esempio degli Stati Uniti è lampante. Lì due partiti sono più che sufficienti, perché trovare le differenze fra democratici e repubblicani è impresa ardua e non si capisce a cosa potrebbe servire un terzo partito. Negli USA esiste una piccola fetta di elettorato che vota sempre democratico, una altrettanto piccola che vota sempre repubblicano ed una grande fascia intermedia che sceglie l’uno o l’altro a seconda delle persone che si presentano e della congiuntura. Così si realizzano il ricambio e l’alternanza. L’Italia è un paese opposto, con una formidabile sperequazione ideologica che va dai trotzkisti ai neofascisti, passando per una varietà di soggetti ideologico-geografico-confessionali che non ha eguali al mondo. La suddivisione forzosa di questo mosaico di formazioni in due soli schieramenti crea artificialmente due blocchi elettorali enormi, uno che vota sempre a sinistra e uno che vota sempre a destra, mentre la fascia oscillante è minima e non produce né alternanze né ricambi, perché insufficiente a spostare gli equilibri. Ed infatti, da quando l’Italia ha optato per sistemi bipolari, il personale politico si è blindato e l’alternanza è stata determinata dalla capacità o meno di creare cartelli elettorali più o meno ampi.

Questo vale a smentire l’idea (ma sarebbe opportuno chiamarla fissazione) che l’Italia deve mantenere un assetto bipolarizzato e bipolarizzante.  La legge elettorale non può essere disegnata in astratto, ma deve tenere conto della realtà cui si applica.

Le ragioni addotte dai sostenitori dell’impianto bipolare sono essenzialmente due: stabilità della maggioranza parlamentare e governabilità, ovvero sintonia fra potere esecutivo potere legislativo.

Analizzando gli ultimi venti anni ci si rende conto che si tratta di illusioni.

La frammentazione ideologica impone inevitabilmente la formazione di coalizioni. Anche se mascherate da partito unico, si tratta comunque di agglomerati eterogenei. Si pensi ai radicali eletti nel 2008 col pd ed alla componente di AN tuttora viva in Forza Italia. Questo risvolto fa venir meno la pretesa stabilità, perché il potere di veto delle piccole formazioni ricompare come potere di veto della corrente o dell’alleato. Non è poi detto che le coalizioni siano destinate a mantenersi nel corso della legislatura. Il centrosinistra si è ripetutamente sfaldato e ricompattato dando l’impressione di essere tutto meno che stabile. L’unica coalizione che si è mantenuta per una intera legislatura è stata la Casa delle Libertà nel 2001-2006, periodo nel quale non ha prodotto nulla. E qui veniamo alla questione governabilità. Maggioranza ampia non vuol dire governo efficace. Quella coalizione, che aveva stravinto le elezioni, viene ricordata per la patente a punti, per la legge antifumo e per una riforma costituzionale bocciata dai suoi stessi elettori al referendum. Zero. E la sua stabilità non è ascrivibile alla legge elettorale, ma alla posizione di dominus di Silvio Berlusconi, unico soggetto in grado di coartare la volontà di intere formazioni politiche.

Si prefigura allora, in questi giorni, un sistema che soffochi i “piccoli partiti”. E siamo all’assurdo, perché saranno sì piccoli, ma messi insieme costituiscono una fetta enorme dell’elettorato ed escluderli produrrebbe un parlamento cronicamente estraneo alla società.

Guardando retrospettivamente il quarantennio democristiano, nel quale vigeva una legge rigorosamente proporzionale, scopriamo che le maggioranze erano stabili e non soffrivano del bicameralismo, poiché il proporzionale assicura identiche maggioranze nelle due camere. I governi erano instabili, ma solo in apparenza. Le crisi di governo, infatti, altro non erano che rimpasti, nei quali la carica di presidente del consiglio entrava nel giro di ricambio delle poltrone. Come è naturale che sia in un sistema che configura il capo del governo come un primus inter pares. Inoltre i rapporti di forza parlamentari erano limpido riflesso del voto degli italiani, del voto vero. Non delle intenzioni di voto o del “voto utile” espresso contro qualcuno e non per qualcosa.

Vero è che il sistema proporzionale ha mille difetti, come inevitabilmente li  ha ogni sistema elettorale. Ma resta il più adatto al corpo elettorale italiano, come avevano ben intuito i costituenti. I quali, oltre a conoscere la società italiana, sapevano di avere a che fare con elettori in maggioranza incapaci di elaborazione politica anche a livello elementare. Di qui la scelta di una legge elettorale che producesse in Parlamento una fotografia del paese, in tutte le sue articolazioni. E credo che dal ‘48 i progressi in tal senso siano stati scarsi.

In conclusione ritengo che il sistema elettorale che meglio si adatta all’Italia sia il proporzionale, senza premi di maggioranza di alcun tipo, con soglia di sbarramento (4-5%) uguale per tutti e preferenza unica (e senza doppie preferenze di genere, per carità). In due parole, modello tedesco.

Il fatto che “dall’alto” venga il continuo richiamo a formule variamente maggioritarie fa pensare che esse siano funzionali, appunto, all’”alto”.


Il ventennio

gennaio 19, 2014

alfio_presotto_l'inganno_svelato

Se c’è qualcosa che caratterizza politicamente questi ultimi due decenni, non è la persona di Berlusconi (non solo almeno) ma l’idea che i “problemi del paese” sono ascrivibili alle resistenze che la società, nelle sue varie articolazioni, oppone alle “riforme”, al progresso verso la modernità. Resistenze indefinite, che ciascuno, secondo la propria visione o convenienza, ha attribuito a questo o quel soggetto. I partiti, i sindacati, le corporazioni, i poteri forti, la burocrazia, i meridionali, i radical chic, l’italica indolenza, e via via antropologizzando. Resistenze che non è stato possibile superare perché è mancata la “governabilità”. E’ ormai infusa nelle menti l’idea che sia necessario affidare ad un unico soggetto – partito, coalizione, persona – il compito di strappare le reti che intrappolano la società italiana.

In quest’ottica il Parlamento è descritto come il simbolo della palude di interessi che frenano l’opera risolutiva del Leviatano riformatore, e nasce da ciò l’ossessione per una legge elettorale che “garantisca la governabilità”, formula che cela la volontà di privare il Parlamento delle sue prerogative (già ormai in prassi ridotte a simulacro), realizzando la fusione dei poteri legislativo ed esecutivo in applicazione dell’ordalia elettorale, ridotta ad acclamazione del Grande Soggetto Riformatore, finalmente libero dai condizionamenti politici.

E’ la riproposizione in chiave moderna dell’atavico odio verso il parlamentarismo, che periodicamente investe le democrazie europee, e che cela l’incapacità – o anche l’impossibilità – della politica di dare risposte sostanziali.

Ma è anche la raffigurazione plastica di un alibi. L’alibi di una classe politica che per vent’anni non è riuscita a riformare le pensioni, non ha avuto il coraggio di sfidare nemmeno i taxisti e si è limitata a gestire malamente l’eredità lasciata dai quaranta anni di governo della Democrazia Cristiana. Quaranta anni nei quali governi deboli ed uomini mediocri, trattando con i trinariciuti comunisti, hanno fatto di un paese rurale, analfabeta e materialmente distrutto, un potenza industriale (e diplomatica) di livello planetario. Senza grandi riforme, senza maggioranze oceaniche, senza mega stipendi e supermanager; utilizzando la Costituzione contrattata coi trinariciuti, la struttura statale – farraginosa e bislacca – ereditata dal fascismo, la timida classe imprenditoriale nazionale, l’arte di arrangiarsi degli italiani. E, detto per ultimo, una legge elettorale iperproporzionale con bicameralismo perfetto.

Il mio giudizio sull’incontro Renzi-Berlusconi nasce da qui. Ha consacrato l’idea, l’illusione. Che dopo Silvio sarà Matteo a salvare il paese, a “fare le riforme”.

Quindi non è successo nulla, salvo il fatto che – stando alla lettura dei quotidiani – a decifrare l’inganno sembra non sia rimasto più nessuno.


Legge elettorale e Costituzione; D.P.R. 361/57 ed artt. 3 e 49 Cost.

febbraio 2, 2008

Sappiamo che la discussione che ruota attorno all’eventuale nascita del governo Marini riguarda le modifiche da apportare alla legge elettorale, emendando il testo voluto dal centrodestra negli ultimi mesi della scorsa legislatura. In molti sostengono che non essendosi verificato alcun accordo su tali modifiche prima della crisi di governo neppure fra le forse della ex maggioranza, non è chiaro che tipo di testo dovrebbe essere approvato.

Recentemente è emerso un nuovo argomento: richiamando brani della sentenza della Corte Costituzionale sull’ammissibilità del referendum, Finocchiaro ha individuato tratti di dubbia costituzionalità nell’attuale legge ed in quella che risulterebbe da un’eventuale vittoria del sì alla consultazione popolare.

Leggi il seguito di questo post »


Berlusconi e la legge elettorale.

gennaio 13, 2008

Non è mai bello citarsi, ma neppure è vietato. Il 15 dicembre scorso, nel post “il consenso deviato”, relativo alla discussione sui modelli elettorali, scrissi queste parole.

Leggi il seguito di questo post »


Cara democrazia.

gennaio 4, 2008

Chiedo scusa agli amici del blog cara democrazia se prendo a prestito per questo articolo il bel titolo del loro bel sito.

Il dibattito politico di inizio anno è animato dalle proposte sul modello di legge elettorale che il partito democratico intende sostenere. Enzo Bianco aveva proposto un modello cosiddetto tedesco con correzione spagnola (in realtà una versione aggiornata della formula Mattarella con innalzamento della quota proporzionale dal 25 al 50 per cento) che, per ammissione dello stesso proponente, era il frutto di una mediazione fra le parti (destra, sinistra, centristi d’ambo le parti, partiti grandi e piccoli) e non il tentativo di dare al paese una buona legge. Ora Franceschini spiazza tutti evocando (a quel che è dato comprendere) una sorta di presidenzialismo alla francese corretto all’italiana, nel quale il corpo elettorale elegge direttamente il primo ministro, che però non sarebbe Capo dello Stato. La reazione prevalente, ispirata da D’Alema, vuole che tale proposta sia strumentale, finalizzata cioè ad azzerare il dibattito politico sull’argomento per arrivare al referendum. Se così è, trova conferma l’ipotesi che l’idea di scrivere una buona legge elettorale non alberga nella mente dei nostri rappresentanti.

Leggi il seguito di questo post »


Il consenso deviato

dicembre 15, 2007

image.axd

Proporzionale, uninominale, maggioritario, proporzionale corretto, liste bloccate, preferenze, doppio turno, presidenzialismo, semipresidenzialismo, premi di maggioranza, coalizioni, sbarramenti ed altro ancora.

Da circa tre lustri la politica italiana si interroga e discute freneticamente di meccanismi elettorali e di formule parlamentari. Ci dicono che ciò è dovuto all’inadeguatezza degli strumenti istituzionali ed è indubbio che l’assetto voluto dai costituenti era modellato su una realtà sociale ben diversa dall’attuale. Ma lo stesso si potrebbe dire della costituzione americana, che è assai più antica della nostra, e, in verità, di molte altre costituzioni in vigore sul pianeta. E che dire dei paesi (per esempio il Regno Unito) che una carta fondamentale non l’hanno?

Sarà un caso che questo dibattito tanto acceso si sia sviluppato in corrispondenza dell’ingresso in politica di Silvio Berlusconi? Anche se lo si è detto alla noia, sembra che si faccia fatica ad ammettere che l’unica vera anomalia italiana resta la presenza nella competizione politica di un attrattore di consenso del tutto anomalo, con una capacità di raccolta formidabile, che devia il potere così acquisito in favore di un soggetto economico, anziché della collettività. Lo sanno i partiti dell’attuale maggioranza di governo e lo sanno gli (ex?) alleati di Forza Italia che, non appena privati della posizione di potere, si accorgono con finto stupore di dover fare i conti con la forza preponderante del loro dominus.

Quali che siano, in astratto, le preferenze di ciascuno per questo o quel modello elettorale, la discussione in atto sulla nuova legge non può prescindere, purtroppo, da queste considerazioni. E credo che serva rigore e coerenza. L’argomento dalemiano secondo il quale “gli italiani hanno votato Berlusconi e quindi con lui bisogna accordarsi” non mi ha mai convinto e mai come oggi mi sembra sbagliato.

Ogni meccanismo elettorale premiale ci espone alla preponderanza mediatico-propagandistica di Mediaset e di tutto ciò che ruota attorno ad essa, costituendo di per sé un rischio. Inoltre, se vogliamo che al Parlamento sia conferita la dignità e la forza riformatrice prevista dalla carta costituzionale, dobbiamo ritornare al proporzionalismo degli albori della Repubblica. Per tal motivo io credo che la formula elettorale preferibile sia quella di un sistema elettorale proporzionale su circoscrizione nazionale, con sbarramento al 5% e voto di preferenza unico.

In tal modo la maggioranza parlamentare dovrà essere conquistata su base ideale e programmatica e non con meccanismi artificiosi ed alleanze strumentali. E chi ambisce ad un seggio dovrà guadagnarselo con le proprie capacità e non grazie ad amicizie altolocate.

Dopodiché, che dio ce la mandi buona.


La casta dei somari

dicembre 12, 2007

Ilya Chasnik

Nel 1993 il deputato democristiano Sergio Mattarella predispose il testo della legge elettorale che ha governato le votazioni del 1994, del 1996 e del 2001. La svolta, rispetto al rigido proporzionalismo che era rimasto inalterato dal 1948 a quell’anno, consisteva nell’introduzione del collegio uninominale. Ma un secondo aspetto riguardava la quota proporzionale (limitata al 25% dei seggi) che veniva eletta con liste bloccate, cioè senza voto di preferenza. Senza ripercorrere le ragioni per le quali fu adottato quel sistema, tutti ricordiamo le polemiche che seguirono, sia per l’idea di ibridare due meccanismi opposti, sia per quella stranezza della lista bloccata: “la lista dei somari”, come qualcuno la definì malevolmente. Dei somari perché in essa confluivano quei candidati che, proposti all’uninominale, non sarebbero mai stati eletti, e che quindi potevano accedere al parlamento solo come marionette del partito.

Ma da allora il principio della lista bloccata ha fatto strada e si è affermato. Tanto che alle ultime elezioni abbiamo votato solo ed esclusivamente liste bloccate.

A dire il vero anche il sistema del collegio uninominale non è che consenta una grande scelta. Per come è composto l’elettorato italiano, che non è politicamente omogeneo sul territorio, è capitato che gli elettori si siano trovati di fronte scelte obbligate o quasi. I sondaggisti sono sempre stati chiari: dei 475 collegi uninominali della Camera, un centinaio circa sono in effetti collegi marginali (tali cioè che il vincitore è incerto); tutti gli altri sono considerati “collegi sicuri”, tali cioè che il vincitore è noto a priori per via della composizione dell’elettorato in quella circoscrizione.

A farla breve, dal punto di vista personale, abbiamo sempre votato parlamenti precostituiti dai partiti. Tanto che, in tempi recenti, si parla insistentemente di casta dei politici, appunto perché essi (anche con questi meccanismi di voto) sono in grado di pilotare il consenso elettorale a favore di personalità preselezionate.

Oggi sono andato a leggermi il testo della proposta di riforma elettorale licenziata dal presidente della Commissione Affari Costituzionali del Senato, Enzo Bianco. Mi sarei aspettato una inversione di rotta rispetto al passato, ma sono rimasto deluso.

In pratica la proposta costituisce un ritorno alla legge Mattarella, con la significativa variazione che la quota proporzionale passerebbe dal 25% al 50% dei seggi. L’altro 50% verrebbe eletto con il meccanismo del collegio uninominale e la bozza lascia aperta la scelta se consentire o no il voto disgiunto fra quota uninominale e quota proporzionale. In più viene fissata ad un terzo dei candidati la quota riservata per sesso.

Non sta a me discutere qui ed in astratto la qualità di questa legge elettorale. Quello però che emerge è che il principio della lista bloccata e del candidato imposto si consolida. Del voto di preferenza proprio non se ne parla. I malevoli direbbero che è il trionfo della casta dei somari.