Il ridotto del Senato

agosto 25, 2013

ridotto

Gli alleati dilagavano nella pianura padana, i tedeschi ripiegavano, veloci ed ordinati. Mussolini chiese: “quanto potremo resistere?” Pensava gli rispondessero in termini di settimane o di mesi. Gli risposero “fra le sei e le dodici ore”. Si riferiva al ridotto della Valtellina, un ipotetico scampolo d’Italia incastonato nella Svizzera dove trentamila immaginarie camicie nere avrebbero dovuto trincerarsi per resistere agli invasori ed immolarsi. E salvare l’onore del fascismo e del Duce.

Nella sua fantasia, il ventennio di Mussolini avrebbe dovuto concludersi così, con una eroica ed anacronistica difesa all’arma bianca, come se fosse ancora stato possibile combattere alla baionetta.

Il ventennio di Berlusconi non gli somiglia in nulla, ma ha anch’esso il suo ridotto: il Senato della repubblica.

La discesa in campo del 1994 aveva finalità chiarissime, esplicitate in privato da Berlusconi e pubblicamente da Confalonieri: creare uno schermo politico alle attività illegali delle sue imprese.

Ed infatti, da allora, la vita pubblica nazionale è stata occupata dall’accavallarsi delle indagini delle procure e dalle leggi criminogene votate dal parlamento per neutralizzarle. Votate, si badi bene, sia dal centrodestra che dal centrosinistra.

Ma chi vive nell’illegalità (e la sentenza Mediaset questo sancisce in riferimento alle attività televisive di Fininvest) non può sfuggire all’infinito all’accertamento della verità. Come Butch Cassidy, può solo allontanare il giorno della resa dei conti.

Le parole di Alfano all’uscita dal “supervertice di Arcore” sono rivelatrici dell’unica reale ossessione del Cavaliere. Disposto ad accettare tutto ma non la decadenza da parlamentare, carica che ricopre ininterrottamente da quasi venti anni. La decadenza, ci fa sapere Alfano, è per lui “inaccettabile ed incostituzionale”.  E sostenere l’incostituzionalità di una blanda legge “anticorruzione” votata pochi mesi fa dallo stesso PdL, ha la stessa natura comica e straniante della pretesa di Mussolini di resistere agli americani.

E ho già scritto quelle che credo essere le vere ragioni (https://sentieriepensieri.wordpress.com/2013/08/17/larresto-di-b/). Dal giorno successivo alla decadenza, Silvio Berlusconi perderà le guarentigie di parlamentare, e, in particolare, sarà possibile intercettare le sue utenze telefoniche, perquisire le sue (innumerevoli) abitazioni ed aziende e financo arrestarlo.

E finalmente emergerà la verità, o perlomeno una grossa fetta, sulla sua storia. Dai rapporti coi boss di Cosa nostra agli assegni per le olgettine.

Per questo il Cavaliere si aggrappa al seggio senatoriale, ultimo riparo dietro cui occultare le prove dei suoi delitti. Il Senato è l’ultimo ridotto suo e delle sue truppe, di quelle che gli rimarranno fedeli fino all’ultimo. Come svanirono le trentamila camicie nere, probabilmente svanirà anche l’esercito di Silvio. Che in queste ore mi immagino guardarsi intorno e chiedere: “quanto possiamo resistere?”

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L’arresto di B.?

agosto 17, 2013

B_carcere

Un articolo di Adalberto Signore su Il Giornale di oggi (http://www.ilgiornale.it/news/interni/vera-strategia-berlusconi-rinviare-voto-sulla-decadenza-943687.html) ci racconta, in parole piane ed inequivoche, il turbamento di Silvio Berlusconi, che di quella testata è il proprietario. La sua ansia principale è la decadenza dal seggio senatoriale poiché, virgolettando, “la perdita dello status di senatore, infatti, farebbe venire meno l’immunità parlamentare”.

Nessuna meraviglia, sappiamo tutti che è così. Ma fermandoci a riflettere, dovremmo sobbalzare sulla sedia di fronte alla planare ammissione che per il Cavaliere la carica di parlamentare altro non è che uno scudo giudiziario.

Ci dicono contro l’arresto (orrore!) ma, penso io, contro le indagini, con tanto di intercettazioni e di perquisizioni.

Quando scattò l’inchiesta “ruby”, alla polizia giudiziaria fu impedita la perquisizione degli uffici del ragionier Spinelli in quanto “locali nella disponibilità dell’onorevole Silvio Berlusconi” e quindi protetti dall’immunità parlamentare.

Parimenti, tutte le indagini sull’ex premier sono monche delle intercettazioni delle sue utenze telefoniche, in quanto soggette all’autorizzazione della camera di appartenenza.

La paura dell’arresto, pur se tecnicamente fondata, nasconde in realtà un altro e ben più grave timore: che una volta votata la decadenza (B. è parlamentare da 19 anni filati) le indagini sul capo di Forza Italia potranno dispiegarsi con tutti gli strumenti a disposizione dei pubblici ministeri. A chi indaga sul cavaliere, infatti, servirebbe a ben poco trarlo in arresto (anzi sarebbe controproducente), ma poterlo intercettare per ricostruire i suoi rapporti con gli altri soggetti processuali (Lavitola, Tarantini, le olgettine, i manager Mediaset, tanto per far qualche esempio) avrebbe un’importanza enorme.

E potrebbero aprirsi le paratie di un fiume di verità sulla nostra storia recente, che ci consentirebbe finalmente di uscire dalla bolla di menzogne che ci avvolge da quasi un ventennio.

Non è necessario immaginare un vendetta giudiziaria per invocare la decadenza di Silvio Berlusconi, è sufficiente il desiderio di verità.

Chissà se quelli del Pd lo capiranno.


Il signor XY.

marzo 6, 2008

Autorevoli commentatori ci dicono che in Italia vige un sistema giudiziario doppio, che discrimina fra indagati eccellenti e “poveracci”. I primi sarebbero i membri di una qualche “casta” (per esempio politici o grandi imprenditori) mentre i secondi, presumo, sarebbero i delinquenti comuni. Da un lato ci sarebbe garanzia di un esercizio della giustizia sempre e comunque mite ed indulgente, se non addirittura complice, nell’altro la legge mostrerebbe il proprio volto severo ed implacabile.

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Il giudice e Mastella.

gennaio 17, 2008

Non è possibile non commentare le notizie di stampa sull’indagine a carico del ministro Mastella, anche se, come sempre accade, l’immagine fornita dagli articoli non può riflettere correttamente la realtà giudiziaria. Al riguardo ho sentito ripetutamente proporre la seguente dicotomia: o siamo di fronte ad una persecuzione giudiziaria ordita da pubblici ministeri e giudici in malafede, animati da intenti persecutori di ispirazione politica, oppure l’UDEUR, un partito di governo che esprime(va) nientemeno che il ministro guardasigilli, è, di fatto, un’associazione a delinquere. Va da sé che quest’ultima interpretazione chiama in causa tutti i partiti di governo ed il governo stesso, avendo esso fra i suoi sostenitori dei banditi.

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