Idagato da chi? PM o GI?

ottobre 29, 2018

indagato

Immaginate di essere sottoposti a indagine. Vi chiedo: da chi vorreste che fosse condotta l’inchiesta? Da un giudice con obblighi di imparzialità, o dal Pubblico Ministero che, nell’eventualità di un processo, sarà la vostra controparte, con la funzione di chiedere la condanna?

Posta così, la domanda sembra avere una risposta ovvia. Il Pubblico Ministero, che ha funzione accusatoria ed il cui lavoro è valutato in base al numero di condanne che ottiene, è naturalmente portato a cercare le prove a carico dell’indagato, non certo quelle a suo discarico. Sembrerebbe preferibile essere indagati da un giudice con obbligo di terzietà, la cui indagine abbia funzioni cognitive, e non accusatorie.

Eppure in Italia abbiamo adottato un sistema che affida le indagini al Pubblico Ministero, giudicandolo più garantista del precedente, nel quale le indagini erano condotte dal Giudice Istruttore.

I motivi di tale modifica non li conosco, ma penso che fossero sostanzialmente due: il vecchio codice di procedura lasciava troppo spazio al Giudice Istruttore, che in taluni casi poteva addirittura assumere la veste di giudice di merito; in secondo luogo il processo in aula era una mera replica dell’istruttoria, nel quale la difesa, in pratica, non aveva margini di azione. In sostanza: se il Giudice Istruttore era convinto della colpevolezza dell’indagato, questi non aveva scampo. La necessità di meglio garantire i diritti di difesa ci ha condotto al sistema attuale, nel quale il Pubblico Ministero conduce le indagini e, successivamente, a processo, sostiene l’accusa, in contraddittorio con la difesa, innanzi ad un giudice “terzo”.

La domanda è: abbiamo creato un sistema migliore? Più garantista e più efficiente?

Se nel rito inquisitorio il problema era il processo, adesso il problema è l’indagine. L’avvocatura ora lamenta l’eccessivo potere del PM nel corso delle inchieste e la soggezione dei Tribunali davanti alle Procure. L’insistita richiesta di separare le carriere di giudici e PM è dovuta a questa presunta condizione psicologica.

In effetti la diversa impostazione procedurale ha comportato una serie di problemi, di cui ora elenco una parte, senza alcuna pretesa di generalità.

È indubbio che il Pubblico Ministero ha enormi poteri nel corso delle indagini, con il rischio che, abusandone, possa assumere un ruolo debordante rispetto alle sue funzioni istituzionali. Inoltre egli ha la facoltà di selezionare, fra centinaia di fascicoli, quelli di suo interesse, sui quali concentrare la propria azione. Approfittando dell’attuale disciplina della prescrizione, può fare in modo che i procedimenti che, per un motivo o per un altro non gli interessano, vadano in prescrizione. E le statistiche dicono che un numero enorme di procedimenti cadono prescritti durante le indagini preliminari.

L’avviso di garanzia, e la non segretezza dell’indagine, danneggiano l’indagato più di quanto non lo tutelino.

Le intercettazioni telefoniche ed ambientali. Essendo esse raccolte dall’accusa, non si può accettare che sia il PM stesso a selezionare quelle utilizzabili e quelle non utilizzabili. Quindi le difese sono costrette a volere la desecretazione di tutto il materiale intercettato, con la conseguenza che la pubblicazione sui giornali delle parti irrilevanti rischiano di danneggiare gli indagati (e non solo loro!) più di quanto non facciano il processo e l’eventuale condanna.

Nel caso in cui il PM non riscontri i termini per procedere, non può archiviare autonomamente il fascicolo, ma deve chiedere che lo faccia il GIP. Il quale ha facoltà di imporre al PM di proseguire l’indagine ovvero di formulare l’imputazione contro la sua stessa volontà. Mi domando che sistema è quello in cui il PM è obbligato ad accusare una persona che ritiene innocente.

Avendo assunto l’indagine preliminare una funzione istruttoria vera e propria, il legislatore ha introdotto le indagini difensive, con la pretesa che abbiano lo stesso valore di quelle della Polizia Giudiziaria. Nei fatti esse sono uno strumento a disposizione dei pochi che possono permettersele in termini economici, e sono tenute in scarsa considerazione dai Tribunali, ai quali non si può certo chiedere di porre sullo stesso piano privati cittadini come gli avvocati ed ufficiali di Polizia.

Mi fermo, ma mi sento di dire che, forse, sarebbe stato preferibile adottare un codice di procedura sì diverso dal precedente, ma pur sempre ispirato al sistema inquisitorio. Lasciando al giudice istruttore la funzione inquirente, a soli fini cognitivi, e al PM, ferme restando le facoltà di integrazione investigativa, la funzione requirente. La vera modifica da introdurre sarebbe stata la separazione fra fase inquirente e fase di giudizio, stabilendo l’uscita definitiva del Giudice Istruttore dal procedimento, una volta chiusa l’istruttoria.

So bene di non avere alcun titolo per sostenerlo, ma risalgo al parere di quello che è stato uno dei più grandi giuristi del secolo scorso: Giovanni Leone. Dopo le dimissioni da Presidente della Repubblica (ingiustamente forzate da una campagna di stampa denigratoria ed infondata), in qualità di senatore a vita fece parte della Commissione Giustizia del Senato, partecipando ai lavori per la riforma del codice del 1989. Alla quale fu sempre tenacemente contrario, ritenendo il rito accusatorio estraneo alla cultura giuridica italiana. Chissà, forse aveva ragione lui.

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Promemoria delle “leggi vergogna” in materia penale

agosto 8, 2014

ingiustizia

Nel paese degli smemorati è forse il caso di ricordarci quanto i partiti di centrosinistra tuonarono contro le “leggi vergogna” votate dalle maggioranze di centrodestra, chiedendo i voti agli italiani per abolirle. Gli italiani hanno votato ed il centrosinistra dice di essere al governo, ma tali leggi non sono mai state né abolite né emendate. In particolare quelle in materia di giustizia penale, di cui beneficiano tutti i delinquenti che popolano la penisola, ed è forse è il caso di richiamare alla memoria le peggiori, scoprendo che molte di esse sono state votate dalla sinistra o da entrambi gli schieramenti. Sono leggi criminogene (e criminali) tuttora in vigore che è fuorviante definire “ad personam” perché ne possono beneficiare tutti gli indagati/imputati/condannati. Leggi che hanno favorito la diffusione dell’illegalità in Italia e la crescita esponenziale dei profitti delle organizzazioni criminali.

Grazie a Marco Travaglio e a questo suo riassunto (http://blogdieles.altervista.org/travaglio/), raccolgo alcune delle leggi vergogna in materia di giustizia penale votate negli ultimi venti anni.

Centro-destra, governo Berlusconi 1

1. Decreto Biondi (1994). Approvato il 13 luglio 1994 dal governo Berlusconi 1, vieta la custodia cautelare in carcere (trasformata al massimo in arresti domiciliari) per i reati contro la pubblica amministrazione e quelli finanziari, comprese corruzione e concussione

2. Condono fiscale (1994). Camuffato da «concordato fiscale», il primo condono Tremonti dell’era berlusconiana
Centro-sinistra più Lega, governo Dini

3. Manette difficili (1995). La riforma della custodia cautelare, varata da tutti i partiti (Lega esclusa), ripesca e in parte peggiora il decreto Biondi. Più difficile la custodia in carcere per i reati di Tangentopoli e non solo.

Centro-sinistra, governi Prodi 1, D’Alema e Amato 2

4. Abuso d’ufficio (1997). Il 1° luglio 1997 sinistra e destra depenalizzano il reato di abuso d’ufficio «non patrimoniale».

5. Articolo 513 cpp (1997). L’articolo 513 del codice di procedura penale viene modificato per rendere inutilizzabili a processo le dichiarazioni dei coimputati.

6. Giusto processo (1999). Nel 1998 la Consulta cancella il nuovo articolo 513 perché incostituzionale. Ma i partiti di destra e sinistra trasformano la legge incostituzionale in legge costituzionale e la infilano nella Carta modificando l’articolo 111, ribattezzato «giusto processo». Le accuse, anche se a lanciarle è un semplice testimone, non valgono nulla se verbalizzate solo davanti al pm e non al giudice. Migliaia di processi in fumo, anche di mafia.

7. Simeone-Saraceni (1998). Destra e sinistra approvano in gran fretta la legge Simeone-Saraceni (uno di An, uno del Pds) che risparmia il carcere a chiunque debba scontare meno di 3 anni.

8. Carotti (1998): articolo 415bis cpp. Allo scadere delle indagini, anziché chiedere subito il rinvio a giudizio per gli indagati, il pm deve mettere a loro disposizione tutte le carte dell’inchiesta. L’indagato può ordinare al pm nuove indagini e allungare così il procedimento.

9. Gip-gup (1999). Il centro-sinistra approva una legge che rende incompatibile la figura del gip con quella del gup: il giudice che ha seguito le indagini preliminari non potrà celebrare l’udienza preliminare e dovrà passarla a un collega, che non conosce la carte e perderà un sacco di tempo.

10. 41bis e supercarceri nelle isole (1997). Due dei 12 punti del «papello» consegnato nel 1992 da Totò Riina ai suoi referenti politici e istituzionali con le richieste dalla mafia allo Stato in cambio della fine delle stragi, dicevano così: «7) Chiusura super carceri. 8) Carcerazione vicino le case dei familiari». Nel 1997 il ministro Flick chiude le supercarceri di Pianosa e Asinara.

11. Abolito l’ergastolo (1999). Il pacchetto Carotti estende il rito abbreviato. Chi accede all’abbreviato ha diritto allo sconto di un terzo della pena e, al posto dell’ergastolo, rischia al massimo 30 anni. Che poi diventano 20 con i benefici della Gozzini.

12. Aboliti i pentiti (2001). Nel 2001 il governo Amato (ministro della Giustizia Piero Fassino) vara la «riforma» dei collaboratori di giustizia che – sempre col consenso del centro-destra – stravolge un’altra delle conquiste che Falcone e Borsellino pagarono con la vita. La legge riduce sensibilmente i benefici per i mafiosi che collaborano con la giustizia; prevede una serie di sbarramenti per l’accesso ai programmi di protezione; e impone di raccontare ai giudici tutto ciò che sa nei primi 6 mesi di collaborazione. Del resto il ministro dell’Interno del governo D’Alema, Giorgio Napolitano, autentico ispiratore della legge, ha sostenuto che «i pentiti in Italia sono troppi». Non i mafiosi: i pentiti. «Con questa legge», commenta l’allora procuratore di Palermo Piero Grasso, «al posto di un mafioso, non mi pentirei più». Infatti da allora molti vecchi pentiti ritrattano e tornano mafiosi; alcuni che stavano per parlare di trattative Stato-mafia e mandanti occulti delle stragi, si cuciono la bocca; e i nuovi pentiti si conteranno sulle dita di una mano.

13. Indagini difensive (2001). Nella primavera 2001 Ulivo e Polo insieme votano la legge sulle indagini difensive. I difensori possono svolgere indagini i cui atti assumono lo stesso valore di quelli compiuti dal pm. In più, la legge consente loro di compiere «indagini preventive»: prim’ancora di essere indagato, chiunque abbia commesso un reato potrà far interrogare dal suo legale i testimoni del delitto. Una legge che favorisce l’inquinamento delle prove e l’intimidazione dei testimoni (si veda il caso Ruby).

14. Omologhe societarie addio (2000). Il 24 novembre 2000 un provvedimento del governo Amato abroga le omologhe societarie. Anteriormente spettava ai tribunali vigilare sulle società di capitali, autorizzandone la nascita e le principali operazioni a tutela dei soci e dei risparmiatori. Ora invece l’omologazione viene sottratta ai giudici e affidata ai notai. Un passo verso la deregulation della finanza.

15. Fisco, favori agli evasori (2001). Il 5 gennaio 2001 il governo Amato vara il decreto che riforma la legge penale tributaria e manda in pensione la 516/1982 («manette agli evasori»).

Centro-destra, governo Berlusconi 2

16. Falso in bilancio (2002). Avendo Berlusconi cinque processi per falso in bilancio, il 28 settembre 2001 la Casa delle libertà approva la legge delega 61 che incarica il governo di riformare i reati societari. Il che avverrà all’inizio del 2002 coi decreti delegati: abbassano le pene da 5 a 4 anni per le società quotate e addirittura a 3 per le non quotate (prescrizione più breve, massimo 7 anni e mezzo per le prime e 4 e mezzo per le seconde; e niente più custodia cautelare né intercettazioni); rendono il falso per le non quotate perseguibile solo a querela del socio o del creditore; depenalizzano alcune fattispecie di reato (come il falso in bilancio presentato alle banche); fissano amplissime soglie di non punibilità (per essere reato, il falso in bilancio dovrà superare il 5 per cento del risultato d’esercizio, l’1 per cento del patrimonio netto, il 10 per cento delle valutazioni. Così tutti i processi al Cavaliere per falso in bilancio vengono cancellati: o perché manca la querela dell’azionista (B. non ha denunciato B.), o perché i falsi non superano le soglie («il fatto non è più previsto dalla legge come reato»), o perché il reato è ormai estinto grazie alla nuova prescrizione lampo. Al di là dei vantaggi per Berlusconi, la legge dà mano libera agli imprenditori spregiudicati, inibendo la possibilità di indagare sui reati societari e complicando le indagini sui reati fiscali e di riciclaggio.

17. Cirami (2002). Introduce la «legittima suspicione» per trasferire i processi in altro tribunale.

18. Ex Cirielli (2005). Il 29 novembre 2005 la Casa delle libertà vara la legge ex Cirielli (l’ha disconosciuta persino il suo proponente), che riduce la prescrizione ed introduce la prescrizione autonoma dei reati commessi in continuazione. Con la nuova disciplina l’estinzione del reato matura molto prima ed moltissimi processi diventano inutili riti destinati a finire in nulla. I reati prescritti infatti passano da 100 a 150 mila all’anno. Inoltre la legge trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni (Previti ha appena compiuto 70 anni, Berlusconi sta per compierli), decima i capi di imputazione del processo Mediaset e annienta il processo Mills.

19. Condono fiscale (2002). La legge finanziaria 2003 varata nel dicembre 2002 contiene il condono tombale con contestuale depenalizzazione dei reati tributari per chi aderisce.

20. Condono ai coimputati (2003). Il governo infila nel condono anche coloro che hanno «concorso a commettere i reati».

21. Legge ad Legam (2005). Dal 1996 la procura di Verona indaga su una quarantina tra dirigenti politici e attivisti della Lega Nord accusati di attentato alla Costituzione, attentato all’unità e all’integrità dello Stato, costituzione di una struttura paramilitare fuorilegge. I primi due reati vengono depenalizzati dal centro-destra nel 2005; all’ultimo, costituzione di banda armata a scopo politico, provvederà il terzo governo Berlusconi.

22. Due scudi fiscali (2001-2003). Il 25 settembre 2001 il governo Berlusconi vara il decreto Tremonti sul rientro dei capitali guadagnati e/o detenuti all’estero: quelli illegalmente esportati, ma  anche accumulati commettendo reati.

Centro-sinistra (2006-2008), governo Prodi 2

23. Indulto (2006). Nel luglio 2006 centro-sinistra e centro-destra approvano l’indulto Mastella (contrari Idv, An, Lega, astenuto il Pdci): 3 anni di sconto di pena a chi ha commesso reati prima del 2 maggio di quell’anno. Lo sconto vale anche per i reati contro la pubblica amministrazione che sul sovraffollamento della carceri non incidono per nulla.

Centro-destra (2008-2010), governo Berlusconi 3

24. Lodo ad Legam (2010). Per salvare i leghisti delle camicie verdi ancora imputati a Verona per costituzione di formazione paramilitare fuorilegge ecco una norma che abolisce la norma che puniva «chiunque promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni di carattere militare, le quali perseguono, anche indirettamente, scopi politici» e si organizzano per compiere «azioni di violenza o minaccia».

25. Scudo fiscale (2009).  Il terzo della lunga era Tremonti, sui capitali fatti rientrare, in cambio dell’anonimato e dello «sbiancamento», il governo chiede alle banche di trattenere una tassa non del 2,5, ma del 5 per cento. In sede di conversione scompare l’obbligo per le banche di segnalare le operazioni sospette all’antiriciclaggio e vengono condonati alcuni gravissimi reati finanziari, contabili e tributari collegati con l’esportazione di capitali occulti. Lo scudo non si applica soltanto al denaro, ma anche alle case, agli yacht e ai beni di lusso in generale, che ovviamente restano dove sono, cioè all’estero.


Processo Ruby e leggi ad personam

luglio 22, 2014

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Il processo Ruby racchiude alcune delle peggiori degenerazioni della giustizia penale italiana, effetto della legislazione prodotta da una classe politica dedita alla commissione del delitto anziché alla sua repressione.

  1. La proliferazione dei riti. Il rito del processo penale dovrebbe essere uno solo, per tutti i reati e per tutti gli imputati. In Italia, invece, si è perso il conto dei riti alternativi: patteggiamento, abbreviato, immediato, per direttissima, per decreto, citazione diretta. Una conseguenza è stata l’incomprensibile scelta della Procura di processare B. separatamente da Fede, Mora e Minetti; duplicazione antieconomica e foriera di possibili conflitti di giudicato.
  2. “Giusto processo”. La riforma dell’art. 111 della Costituzione (centrosinistra, anno 2000) ha stravolto il regime della testimonianza nel processo penale. Pensata per neutralizzare i processi di Tangentopoli (e centrò l’obiettivo) tale riforma toglie valore processuale alle testimonianze raccolte nel corso delle indagini da Polizia Giudiziaria e Pubblico Ministero, rinviando la formazione della prova al dibattimento. In tal modo l’indagato ha anni di tempo per subornare i testimoni e questi di “dimenticare” i fatti. Gli investigatori perdono in tal modo interesse a svolgere indagini accurate e la prova testimoniale perde la sua caratteristica principale: la genuinità.
  3. Indagini difensive. Se B. ha potuto inquinare il processo Ruby fin dalla sua genesi, lo si deve anche all’orrenda legge sulle indagini difensive (anno 2000, centrosinistra), che trasforma i difensori dell’indagato in investigatori di fatto autorizzati per legge a raccogliere testimonianze false fin dall’inizio delle indagini. Combinando “giusto processo” e indagini difensive, i PM hanno di fatto le armi spuntate.
  4. Gli italiani si sono ormai assuefatti all’idea che il Parlamento legiferi su un reato penale per salvare un politico sotto processo. Un’aberrazione che fa inorridire, ma la comunione di intenti fra Pd e Forza Italia l’ha ormai resa una prassi accettata. Mi riferisco in particolare alla modifica del reato di concussione che ora risulta di difficile punizione in tutti i casi.

Analizzando altri processi a personaggi pubblici, troveremmo mille altri casi in cui la legislazione di favore a consentito a qualche imputato eccellente di farla franca. Non senza ricordare che di tali leggi criminogene beneficiano anche i delinquenti comuni, i signori nessuno che godono di riflesso dei delitti altrui.

Ciò premesso, in punto di diritto la sentenza assolutoria è probabilmente giusta. Perché da quel che si è letto manca o è insufficiente la prova dei rapporti sessuali fra l’imputato e la ragazza nonché della sua consapevolezza della di lei minore età; perché la concussione (o l’induzione indebita) non è un reato pensato per punire un capo di governo; soprattutto perché la riforma Severino del reato di concussione è stata fatta apposta.

Resta la desolazione di vedere un paese ormai assuefatto alla conquista delle istituzioni da parte di chi pratica sistematicamente la violazione della legge.


La seconda repubblica

settembre 24, 2013

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Nelle prime pagine di oggi c’è tutta l’Italia di questo inizio di terzo millennio.

L’unica impresa nazionale di telecomunicazioni, a suo tempo regalata dal governo D’Alema ai capitani coraggiosi della speculazione, viene svenduta ai concorrenti spagnoli; nella giornata in cui si celebra il predominio di un paese – la Germania – dove le telecomunicazioni sono saldamente in mano allo Stato.

la Direzione antimafia di Milano provvede ad arrestare gli eredi di Vittorio Mangano: mafiosi felicemente installatisi nel cuore dell’imprenditoria lombarda.

E’ la plastica rappresentazione dell’esito del percorso cominciato con la fine dell’era democristiana: mentre le imprese pubbliche (dei carrozzoni o dei gioielli, a seconda dalla convenienza del momento) venivano regalate a capitani d’industria assistiti ed avidi di lucrare sulla pelle degli italiani, i boss mafiosi salivano al rango di imprenditori per impadronirsi dell’economia ricca del nord.

Un cammino che ha proceduto incontrastato, mentre la politica si occupava di demolire l’azione giurisdizionale con una serie di leggi criminogene finalizzate ad agevolare le peggiori degenerazioni affaristiche (Parmalat e Montepaschi, per far due esempi) e la scalata delle organizzazioni mafiose: legge sui pentiti, giusto processo, depenalizzazione del falso in bilancio, ex Cirielli, indulto, indagini difensive, eccetera.

Al tempo stesso si picconavano le conquiste di civiltà, precarizzando il lavoro e mortificando scuola, università, esercito e sanità pubblica.

Ma niente paura: a Trieste abbiamo la stele contro le leggi razziali e il monumento all’esodo istriano. Quindi va tutto bene.

Di targhe, di monumenti e di giornate della memoria ne abbiamo già un certo numero, ma ne servirebbero altre.

Per ricordare agli sbadati l’origine del pensiero unico liberista, garantista ed antistatalista; progenitore della seconda repubblica basata sul bipolarismo, la cui applicazione ha significato la progressiva distruzione della Repubblica.

Di fronte alla quale i tre partiti che dovrebbero rappresentare il popolo italiano si occupano rispettivamente di:

  1. stabilire regole congressuali che garantiscano uno stipendio ad ognuno dei millemila dirigenti (partito A);
  2. trovare un sotterfugio per evitare il carcere all’unico dirigente (partito B);
  3. nascondere la totale assenza di idee dei due unici dirigenti (partito C).

Ci dicono che l’Italia rischia di essere commissariata. MAGARI – dico io – MAGARI!


Indagini difensive. Libro V, titolo VI bis c.p.p. e L. 397/2000

gennaio 22, 2011

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Il caso Ruby riporta (dovrebbe riportare) alla nostra attenzione una delle peggiori leggi in materia di procedura penale varata in anni recenti: quella sulle indagini difensive.

La sua principale finalità è quella di consentire ai difensori delle parti private coinvolte in un procedimento penale di assumere informazioni da testimoni trascurati dall’autorità giudiziaria requirente. Ispirato a principi di “garantismo” è la classica legge pensata per un mondo perfetto, nel quale gli avvocati difensori hanno a cuore l’accertamento della verità e non la tutela ad ogni costo del loro assistito ed il conseguente onorario.

In pratica, invece, si tratta di un modo per far confluire nell’indagine penale il ricorso ai testimoni falsi che, come documentato da una recente inchiesta del corsera, è prassi consolidata nel processo civile.
Ricopio l’articolo che prevede e regola l’interrogatorio del testimone da parte del difensore.

La materia è disciplinata dal titolo VI bis del Libro V del codice di procedura penale ed il testo della legge è reperibile qui:

http://www.parlamento.it/parlam/leggi/00397l.htm

http://www.penale.it/legislaz/l_7_12_00_397.htm


Art. 391-bis.
Colloquio, ricezione di dichiarazioni e assunzione di informazioni da parte del difensore.

1. Salve le incompatibilità previste dall’articolo 197, comma 1, lettere c) e d), per acquisire notizie il difensore, il sostituto, gli investigatori privati autorizzati o i consulenti tecnici possono conferire con le persone in grado di riferire circostanze utili ai fini dell’attività investigativa. In questo caso, l’acquisizione delle notizie avviene attraverso un colloquio non documentato.

2. Il difensore o il sostituto possono inoltre chiedere alle persone di cui al comma 1 una dichiarazione scritta ovvero di rendere informazioni da documentare secondo le modalità previste dall’articolo 391-ter.

3. In ogni caso, il difensore, il sostituto, gli investigatori privati autorizzati o i consulenti tecnici avvertono le persone indicate nel comma 1:

a) della propria qualità e dello scopo del colloquio;

b) se intendono semplicemente conferire ovvero ricevere dichiarazioni o assumere informazioni indicando, in tal caso, le modalità e la forma di documentazione;

c) dell’obbligo di dichiarare se sono sottoposte ad indagini o imputate nello stesso procedimento, in un procedimento connesso o per un reato collegato;

d) della facoltà di non rispondere o di non rendere la dichiarazione;

e) del divieto di rivelare le domande eventualmente formulate dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero e le risposte date;

f) delle responsabilità penali conseguenti alla falsa dichiarazione.

4. Alle persone già sentite dalla polizia giudiziaria o dal pubblico ministero non possono essere richieste notizie sulle domande formulate o sulle risposte date.

5. Per conferire, ricevere dichiarazioni o assumere informazioni da una persona sottoposta ad indagini o imputata nello stesso procedimento, in un procedimento connesso o per un reato collegato, è dato avviso, almeno ventiquattro ore prima, al suo difensore la cui presenza è necessaria. Se la persona è priva di difensore, il giudice, su richiesta del difensore che procede alle investigazioni, dispone la nomina di un difensore di ufficio ai sensi dell’articolo 97.

6. Le dichiarazioni ricevute e le informazioni assunte in violazione di una delle disposizioni di cui ai commi precedenti non possono essere utilizzate. La violazione di tali disposizioni costituisce illecito disciplinare ed è comunicata dal giudice che procede all’organo titolare del potere disciplinare.

7. Per conferire, ricevere dichiarazioni o assumere informazioni da persona detenuta, il difensore deve munirsi di specifica autorizzazione del giudice che procede nei confronti della stessa, sentiti il suo difensore ed il pubblico ministero. Prima dell’esercizio dell’azione penale l’autorizzazione è data dal giudice per le indagini preliminari. Durante l’esecuzione della pena provvede il magistrato di sorveglianza.

8. All’assunzione di informazioni non possono assistere la persona sottoposta alle indagini, la persona offesa e le altre parti private.

9. Il difensore o il sostituto interrompono l’assunzione di informazioni da parte della persona non imputata ovvero della persona non sottoposta ad indagini, qualora essa renda dichiarazioni dalle quali emergano indizi di reità a suo carico. Le precedenti dichiarazioni non possono essere utilizzate contro la persona che le ha rese.

10. Quando la persona in grado di riferire circostanze utili ai fini dell’attività investigativa abbia esercitato la facoltà di cui alla lettera d) del comma 3, il pubblico ministero, su richiesta del difensore, ne dispone l’audizione che fissa entro sette giorni dalla richiesta medesima. Tale disposizione non si applica nei confronti delle persone sottoposte ad indagini o imputate nello stesso procedimento e nei confronti delle persone sottoposte ad indagini o imputate in un diverso procedimento nelle ipotesi previste dall’articolo 10. L’audizione si svolge alla presenza del difensore che per primo formula le domande. Anche con riferimento alle informazioni richieste dal difensore si applicano le disposizioni dell’articolo 362.

11. Il difensore, in alternativa all’audizione di cui al comma 10, può chiedere che si proceda con incidente probatorio all’assunzione della testimonianza o all’esame della persona che abbia esercitato la facoltà di cui alla lettera d) del comma 3, anche al di fuori delle ipotesi previste dall’articolo 392, comma 1.

Questa disposizione consente appunto al difensore (dell’indagato o della parte offesa) di sostituirsi alla Polizia Giudiziaria per interrogare persone informate sui fatti, ma, come chiunque può comprendere, presenta alcuni palesi vizi ontologici.

A differenza della Polizia e del Pubblico Ministero, il difensore non ha “obbligo di verità”, anzi. Egli ha prima di tutto il dovere di difendere il proprio cliente; quindi se il testimone che egli interroga riferisce circostanze sfavorevoli all’indagato, non verbalizza; oppure distrugge il verbale, lo nasconde, lo cestina. A differenza del pubblico ufficiale, che porta all’attenzione del magistrato tutti gli elementi che raccoglie, siano essi favorevoli o sfavorevoli all’indagato.

Ma la domanda più critica è altra: cosa impedisce al difensore di suggerire le risposte al testimone? Di “manipolare” il verbale, di concordarlo, in spregio della verità dei fatti? Di fatto niente, perché non vi è norma che lo stabilisca e, quand’anche ci fosse, sarebbe del tutto inefficace perché in caso si instauri un accordo fra testimone e difensore per tutelare l’indagato con falsità, nessuno ne verrebbe a conoscenza. L’immagine di Ghedini che convoca le ragazze del premier nella villa di Arcore e le interroga su quello che lì vi accadeva, descrive plasticamente quale valore processuale possono avere simili “indagini”.

E’ chiaro a cosa serve questa legge: a gettare sabbia nell’ingranaggio delle investigazioni del P.M., ad inquinarle, a prolungarle indefinitamente, come è ormai prassi forense consolidata.

Un ulteriore elemento riguarda la possibilità dell’indagato di ricorrere ad indagini difensive che risultano essere, ovviamente, costosissime e quindi riservate ai soggetti particolarmente facoltosi. Fra questi il nostro presidente del consiglio, il cui legale Ghedini ha fatto larghissimo uso della legge oltre che nel presente caso Ruby , anche nel processo Mills, a soli fini dilatorii.

Non mi dilungo sulle aberrazioni che vedo in questa legge, che il Pubblico Ministero Spataro definì (giustamente) come una delle peggiori mai votate in Italia. E non mi dilungo sui problemi deontologici che pone agli avvocati seri ed onesti, divisi fra il rigore morale e professionale nell’uso di un simile strumento ed il desiderio di favorire in ogni modo il loro assistito, anche a costo di falsità (ben remunerate).

Non ricordando bene però chi la volle, sono andato a fare una piccola ricerca in rete scoprendo che fu introdotta con la Legge 7 dicembre 2000, n. 397. Il presidente del consiglio in carica era Giuliano Amato, il presidente della commissione giustizia della Camera dei deputati era Anna Finocchiaro ed il ministro della Giustizia era Piero Fassino.

Bravi, bene, bis.