Promemoria delle “leggi vergogna” in materia penale

agosto 8, 2014

ingiustizia

Nel paese degli smemorati è forse il caso di ricordarci quanto i partiti di centrosinistra tuonarono contro le “leggi vergogna” votate dalle maggioranze di centrodestra, chiedendo i voti agli italiani per abolirle. Gli italiani hanno votato ed il centrosinistra dice di essere al governo, ma tali leggi non sono mai state né abolite né emendate. In particolare quelle in materia di giustizia penale, di cui beneficiano tutti i delinquenti che popolano la penisola, ed è forse è il caso di richiamare alla memoria le peggiori, scoprendo che molte di esse sono state votate dalla sinistra o da entrambi gli schieramenti. Sono leggi criminogene (e criminali) tuttora in vigore che è fuorviante definire “ad personam” perché ne possono beneficiare tutti gli indagati/imputati/condannati. Leggi che hanno favorito la diffusione dell’illegalità in Italia e la crescita esponenziale dei profitti delle organizzazioni criminali.

Grazie a Marco Travaglio e a questo suo riassunto (http://blogdieles.altervista.org/travaglio/), raccolgo alcune delle leggi vergogna in materia di giustizia penale votate negli ultimi venti anni.

Centro-destra, governo Berlusconi 1

1. Decreto Biondi (1994). Approvato il 13 luglio 1994 dal governo Berlusconi 1, vieta la custodia cautelare in carcere (trasformata al massimo in arresti domiciliari) per i reati contro la pubblica amministrazione e quelli finanziari, comprese corruzione e concussione

2. Condono fiscale (1994). Camuffato da «concordato fiscale», il primo condono Tremonti dell’era berlusconiana
Centro-sinistra più Lega, governo Dini

3. Manette difficili (1995). La riforma della custodia cautelare, varata da tutti i partiti (Lega esclusa), ripesca e in parte peggiora il decreto Biondi. Più difficile la custodia in carcere per i reati di Tangentopoli e non solo.

Centro-sinistra, governi Prodi 1, D’Alema e Amato 2

4. Abuso d’ufficio (1997). Il 1° luglio 1997 sinistra e destra depenalizzano il reato di abuso d’ufficio «non patrimoniale».

5. Articolo 513 cpp (1997). L’articolo 513 del codice di procedura penale viene modificato per rendere inutilizzabili a processo le dichiarazioni dei coimputati.

6. Giusto processo (1999). Nel 1998 la Consulta cancella il nuovo articolo 513 perché incostituzionale. Ma i partiti di destra e sinistra trasformano la legge incostituzionale in legge costituzionale e la infilano nella Carta modificando l’articolo 111, ribattezzato «giusto processo». Le accuse, anche se a lanciarle è un semplice testimone, non valgono nulla se verbalizzate solo davanti al pm e non al giudice. Migliaia di processi in fumo, anche di mafia.

7. Simeone-Saraceni (1998). Destra e sinistra approvano in gran fretta la legge Simeone-Saraceni (uno di An, uno del Pds) che risparmia il carcere a chiunque debba scontare meno di 3 anni.

8. Carotti (1998): articolo 415bis cpp. Allo scadere delle indagini, anziché chiedere subito il rinvio a giudizio per gli indagati, il pm deve mettere a loro disposizione tutte le carte dell’inchiesta. L’indagato può ordinare al pm nuove indagini e allungare così il procedimento.

9. Gip-gup (1999). Il centro-sinistra approva una legge che rende incompatibile la figura del gip con quella del gup: il giudice che ha seguito le indagini preliminari non potrà celebrare l’udienza preliminare e dovrà passarla a un collega, che non conosce la carte e perderà un sacco di tempo.

10. 41bis e supercarceri nelle isole (1997). Due dei 12 punti del «papello» consegnato nel 1992 da Totò Riina ai suoi referenti politici e istituzionali con le richieste dalla mafia allo Stato in cambio della fine delle stragi, dicevano così: «7) Chiusura super carceri. 8) Carcerazione vicino le case dei familiari». Nel 1997 il ministro Flick chiude le supercarceri di Pianosa e Asinara.

11. Abolito l’ergastolo (1999). Il pacchetto Carotti estende il rito abbreviato. Chi accede all’abbreviato ha diritto allo sconto di un terzo della pena e, al posto dell’ergastolo, rischia al massimo 30 anni. Che poi diventano 20 con i benefici della Gozzini.

12. Aboliti i pentiti (2001). Nel 2001 il governo Amato (ministro della Giustizia Piero Fassino) vara la «riforma» dei collaboratori di giustizia che – sempre col consenso del centro-destra – stravolge un’altra delle conquiste che Falcone e Borsellino pagarono con la vita. La legge riduce sensibilmente i benefici per i mafiosi che collaborano con la giustizia; prevede una serie di sbarramenti per l’accesso ai programmi di protezione; e impone di raccontare ai giudici tutto ciò che sa nei primi 6 mesi di collaborazione. Del resto il ministro dell’Interno del governo D’Alema, Giorgio Napolitano, autentico ispiratore della legge, ha sostenuto che «i pentiti in Italia sono troppi». Non i mafiosi: i pentiti. «Con questa legge», commenta l’allora procuratore di Palermo Piero Grasso, «al posto di un mafioso, non mi pentirei più». Infatti da allora molti vecchi pentiti ritrattano e tornano mafiosi; alcuni che stavano per parlare di trattative Stato-mafia e mandanti occulti delle stragi, si cuciono la bocca; e i nuovi pentiti si conteranno sulle dita di una mano.

13. Indagini difensive (2001). Nella primavera 2001 Ulivo e Polo insieme votano la legge sulle indagini difensive. I difensori possono svolgere indagini i cui atti assumono lo stesso valore di quelli compiuti dal pm. In più, la legge consente loro di compiere «indagini preventive»: prim’ancora di essere indagato, chiunque abbia commesso un reato potrà far interrogare dal suo legale i testimoni del delitto. Una legge che favorisce l’inquinamento delle prove e l’intimidazione dei testimoni (si veda il caso Ruby).

14. Omologhe societarie addio (2000). Il 24 novembre 2000 un provvedimento del governo Amato abroga le omologhe societarie. Anteriormente spettava ai tribunali vigilare sulle società di capitali, autorizzandone la nascita e le principali operazioni a tutela dei soci e dei risparmiatori. Ora invece l’omologazione viene sottratta ai giudici e affidata ai notai. Un passo verso la deregulation della finanza.

15. Fisco, favori agli evasori (2001). Il 5 gennaio 2001 il governo Amato vara il decreto che riforma la legge penale tributaria e manda in pensione la 516/1982 («manette agli evasori»).

Centro-destra, governo Berlusconi 2

16. Falso in bilancio (2002). Avendo Berlusconi cinque processi per falso in bilancio, il 28 settembre 2001 la Casa delle libertà approva la legge delega 61 che incarica il governo di riformare i reati societari. Il che avverrà all’inizio del 2002 coi decreti delegati: abbassano le pene da 5 a 4 anni per le società quotate e addirittura a 3 per le non quotate (prescrizione più breve, massimo 7 anni e mezzo per le prime e 4 e mezzo per le seconde; e niente più custodia cautelare né intercettazioni); rendono il falso per le non quotate perseguibile solo a querela del socio o del creditore; depenalizzano alcune fattispecie di reato (come il falso in bilancio presentato alle banche); fissano amplissime soglie di non punibilità (per essere reato, il falso in bilancio dovrà superare il 5 per cento del risultato d’esercizio, l’1 per cento del patrimonio netto, il 10 per cento delle valutazioni. Così tutti i processi al Cavaliere per falso in bilancio vengono cancellati: o perché manca la querela dell’azionista (B. non ha denunciato B.), o perché i falsi non superano le soglie («il fatto non è più previsto dalla legge come reato»), o perché il reato è ormai estinto grazie alla nuova prescrizione lampo. Al di là dei vantaggi per Berlusconi, la legge dà mano libera agli imprenditori spregiudicati, inibendo la possibilità di indagare sui reati societari e complicando le indagini sui reati fiscali e di riciclaggio.

17. Cirami (2002). Introduce la «legittima suspicione» per trasferire i processi in altro tribunale.

18. Ex Cirielli (2005). Il 29 novembre 2005 la Casa delle libertà vara la legge ex Cirielli (l’ha disconosciuta persino il suo proponente), che riduce la prescrizione ed introduce la prescrizione autonoma dei reati commessi in continuazione. Con la nuova disciplina l’estinzione del reato matura molto prima ed moltissimi processi diventano inutili riti destinati a finire in nulla. I reati prescritti infatti passano da 100 a 150 mila all’anno. Inoltre la legge trasforma in arresti domiciliari la detenzione per gli ultrasettantenni (Previti ha appena compiuto 70 anni, Berlusconi sta per compierli), decima i capi di imputazione del processo Mediaset e annienta il processo Mills.

19. Condono fiscale (2002). La legge finanziaria 2003 varata nel dicembre 2002 contiene il condono tombale con contestuale depenalizzazione dei reati tributari per chi aderisce.

20. Condono ai coimputati (2003). Il governo infila nel condono anche coloro che hanno «concorso a commettere i reati».

21. Legge ad Legam (2005). Dal 1996 la procura di Verona indaga su una quarantina tra dirigenti politici e attivisti della Lega Nord accusati di attentato alla Costituzione, attentato all’unità e all’integrità dello Stato, costituzione di una struttura paramilitare fuorilegge. I primi due reati vengono depenalizzati dal centro-destra nel 2005; all’ultimo, costituzione di banda armata a scopo politico, provvederà il terzo governo Berlusconi.

22. Due scudi fiscali (2001-2003). Il 25 settembre 2001 il governo Berlusconi vara il decreto Tremonti sul rientro dei capitali guadagnati e/o detenuti all’estero: quelli illegalmente esportati, ma  anche accumulati commettendo reati.

Centro-sinistra (2006-2008), governo Prodi 2

23. Indulto (2006). Nel luglio 2006 centro-sinistra e centro-destra approvano l’indulto Mastella (contrari Idv, An, Lega, astenuto il Pdci): 3 anni di sconto di pena a chi ha commesso reati prima del 2 maggio di quell’anno. Lo sconto vale anche per i reati contro la pubblica amministrazione che sul sovraffollamento della carceri non incidono per nulla.

Centro-destra (2008-2010), governo Berlusconi 3

24. Lodo ad Legam (2010). Per salvare i leghisti delle camicie verdi ancora imputati a Verona per costituzione di formazione paramilitare fuorilegge ecco una norma che abolisce la norma che puniva «chiunque promuove, costituisce, organizza o dirige associazioni di carattere militare, le quali perseguono, anche indirettamente, scopi politici» e si organizzano per compiere «azioni di violenza o minaccia».

25. Scudo fiscale (2009).  Il terzo della lunga era Tremonti, sui capitali fatti rientrare, in cambio dell’anonimato e dello «sbiancamento», il governo chiede alle banche di trattenere una tassa non del 2,5, ma del 5 per cento. In sede di conversione scompare l’obbligo per le banche di segnalare le operazioni sospette all’antiriciclaggio e vengono condonati alcuni gravissimi reati finanziari, contabili e tributari collegati con l’esportazione di capitali occulti. Lo scudo non si applica soltanto al denaro, ma anche alle case, agli yacht e ai beni di lusso in generale, che ovviamente restano dove sono, cioè all’estero.

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La seconda repubblica

settembre 24, 2013

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Nelle prime pagine di oggi c’è tutta l’Italia di questo inizio di terzo millennio.

L’unica impresa nazionale di telecomunicazioni, a suo tempo regalata dal governo D’Alema ai capitani coraggiosi della speculazione, viene svenduta ai concorrenti spagnoli; nella giornata in cui si celebra il predominio di un paese – la Germania – dove le telecomunicazioni sono saldamente in mano allo Stato.

la Direzione antimafia di Milano provvede ad arrestare gli eredi di Vittorio Mangano: mafiosi felicemente installatisi nel cuore dell’imprenditoria lombarda.

E’ la plastica rappresentazione dell’esito del percorso cominciato con la fine dell’era democristiana: mentre le imprese pubbliche (dei carrozzoni o dei gioielli, a seconda dalla convenienza del momento) venivano regalate a capitani d’industria assistiti ed avidi di lucrare sulla pelle degli italiani, i boss mafiosi salivano al rango di imprenditori per impadronirsi dell’economia ricca del nord.

Un cammino che ha proceduto incontrastato, mentre la politica si occupava di demolire l’azione giurisdizionale con una serie di leggi criminogene finalizzate ad agevolare le peggiori degenerazioni affaristiche (Parmalat e Montepaschi, per far due esempi) e la scalata delle organizzazioni mafiose: legge sui pentiti, giusto processo, depenalizzazione del falso in bilancio, ex Cirielli, indulto, indagini difensive, eccetera.

Al tempo stesso si picconavano le conquiste di civiltà, precarizzando il lavoro e mortificando scuola, università, esercito e sanità pubblica.

Ma niente paura: a Trieste abbiamo la stele contro le leggi razziali e il monumento all’esodo istriano. Quindi va tutto bene.

Di targhe, di monumenti e di giornate della memoria ne abbiamo già un certo numero, ma ne servirebbero altre.

Per ricordare agli sbadati l’origine del pensiero unico liberista, garantista ed antistatalista; progenitore della seconda repubblica basata sul bipolarismo, la cui applicazione ha significato la progressiva distruzione della Repubblica.

Di fronte alla quale i tre partiti che dovrebbero rappresentare il popolo italiano si occupano rispettivamente di:

  1. stabilire regole congressuali che garantiscano uno stipendio ad ognuno dei millemila dirigenti (partito A);
  2. trovare un sotterfugio per evitare il carcere all’unico dirigente (partito B);
  3. nascondere la totale assenza di idee dei due unici dirigenti (partito C).

Ci dicono che l’Italia rischia di essere commissariata. MAGARI – dico io – MAGARI!


Art. 111 della Costituzione

marzo 14, 2013

costituzione-della-repubblica-italiana

L’ineffabile Giorgio Napolitano (oggi non mi va di chiamarlo Presidente della Repubblica) invoca l’art. 111 della Costituzione per legittimare l’inverecondo seguito che ha concesso alla protesta del PdL davanti al Tribunale di Milano. Usare la Costituzione per giustificare l’ingiustificabile è di per sè deplorevole; ma bisogna anche ricordare che la parte di tale articolo che viene invocata (il giusto processo) è un’aggiunta posticcia risalente al 1999 che un accordo bipartisan (eravamo in epoca di bicamerali) consentì di apportare evitando il referendum confermativo. Essendo stato votato anche dal centrosinistra non viene annoverato fra le “leggi vergogna”, ma forse dovrebbe esserlo. Intanto copio e incollo il vecchio ed il nuovo testo dell’art. 111: ciascuno può giudicare da sé.

***

Art. 111.

(vecchio)

Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.

Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in cassazione per violazione di legge. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra.

Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.

Art. 111.

(nuovo)

La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.

Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata.

Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico; disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo.

Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. La colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all’interrogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore.

La legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio per consenso dell’imputato o per accertata impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta illecita.

Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.

Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra.

Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.

***

Altri meglio di me, e con dovizia di particolari ed esempi, potrebbero illustrare le conseguenze nefaste che tale riforma ha prodotto sul processo penale. Prendiamo l’aspetto che viene più insistentemente ripetuto: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale.” Davanti a queste parole tutti non hanno dubbi: giustissimo. Ma cosa vuol dire “condizioni di parità” nel processo penale? In che senso possono essere messi sullo stesso piano il Pubblico Ministero (che deve “costruire” l’impianto accusatorio) e la difesa dell’imputato (che deve solo demolirlo). Può esserci partità di condizioni fra chi ha obbligo di verità e chi ha facoltà di menzogna? Fra chi deve dimostrare fatti e chi può limitarsi a guadagnare tempo? Fra chi deve costruire e chi può limitarsi a distruggere?

Ci sarebbe molto da discutere, sul piano pratico, col rischio di farsi venire il mal di fegato. Per cui, per ora, soprassediamo.

E torniamo a Napolitano, che utilizza il sacrosanto l’art. 111. Ma non è il solo in questi giorni. Ad invocare il giusto processo e le sue conseguenze procedurali in Corte di cassazione sono stati di difensori di Massimo Ciancimino, i quali, facendo leva proprio sull’art. 111 Cost., hanno ottenuto il differimento della distruzione delle famigerate intercettazioni Napolitano-Mancino, ritenendo di poterle un giorno ascoltare ed utilizzare in processo. Registrazioni che in un paese normale, con leggi logiche e razionali, sarebbero state già da tempo distrutte. Non perchè coinvolgono il Capo dello Stato, ma perchè irrilevanti per il processo. Ma non in Italia, dove abbiamo l’art. 111 Cost. ed il “giusto processo”: proprio in forza dell’interpetazione che il legislatore ne ha dato, il codice di procedura penale impone di rendere pubbliche tutte le registrazioni, anche quelle irrilevanti. Tanto che, ahilui, Napolitano s’è dovuto scrivere un decreto per metterci una pezza ed investire della questione la Corte costituzionale. La quale, a sua volta, ha dovuto fare i salti mortali per dargli ragione.

Ecco perchè dico che non solo le “leggi vergogna” andrebbero abrogate; e che  il centrosinistra ha avallato e votato riforme orribili in materia di giustizia. Ed ecco perchè mi allarmo ogniqualvolta sento parlare di modifiche della Carta. Gente che ha fatto queste riforme è meglio che non tocchi nulla. Men che meno la Costituzione.