La sindrome del nemico della sinistra e del Bene

febbraio 8, 2020

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All’inizio era il Pci, che aveva come nemico da sconfiggere la Democrazia Cristiana. Per quarant’anni i dirigenti del partito più a sinistra dell’Europa hanno indicato il “malgoverno dei democristiani” come il Male da cui liberare il Paese, nella proclamata convinzione di incarnare il Bene. Ma quel nemico divenne istantaneamente amico all’apparire del nuovo avversario, il Cavaliere. E così quelli che erano il Bene e il Male si sposarono prima nell’Ulivo, e poi nell’Unione e nel Partito democratico, per scongiurare il nuovo pericolo per la democrazia e per tutti noi. Tuttavia anche questo nuovo Male divenne presto un soggetto da blandire e da considerare alleato, nella Bicamerale e nelle vagheggiate Larghe Intese, lasciando il sospetto che la raffigurazione che se ne dava era meramente strumentale. Una creazione propagandistica per legittimare se stessi. Questo corteggiamento che mai divenne matrimonio fece da incubatore alla crescita della nuova minaccia: Grillo e i grillini. Ancora una volta la sinistra ha cercato e trovato un nemico contro cui scagliare le sue truppe elettorali, sempre più stanche ed esigue, pur di cavalcare una battaglia da combattere contro qualcosa. Con i consueti esiti infelici, consacrati dalle elezioni del 2018 che hanno fatto del Movimento cinque stelle il primo partito. E di nuovo il nemico si è trasformato immediatamente in alleato contro il successivo nemico per la democrazia e per la Repubblica. L’esigenza ossessiva della sinistra di un avversario da combattere a tutti i costi ha raggiunto il paradosso di trasformare il mediocre e angusto Salvini in un pericolo per la Repubblica e per il convivere civile, in un mostro da esorcizzare.

In questa eterna autorappresentazione di se stessa come portatrice del Bene impegnato contro il Male, la sinistra ha via via creato nuovi miti avversari, favorendone la crescita e il successo elettorale, dimenticandosi al contempo di approfondire i mali della società e le esigenze delle persone. Preoccupata di battere i nemici da se stessa designati, li ha in realtà esaltati e inseguiti malamente, producendo politiche sbagliate e controproducenti. Liberista senza saperlo essere, federalista alla carlona, europeista senza saper dire cosa significa, ecologista solo a parole, ha abbandonato i suoi riferimenti sociali senza sostituirli, fidando sul mantenimento di una platea di elettori fideisticamente affiliati ma inevitabilmente destinata alla progressiva estinzione. Nella ormai cronica e totale sovrapposizione fra politica e propaganda, l’esito di tale autorappresentazione come portatrice del Bene contro il Male è plasticamente dimostrato dal successo a sinistra del movimento delle cosiddette Sardine, gruppi di ragazzi che scendono in piazza con la sola idea di fare propaganda contro la propaganda, incuranti che qualche cosa da dire (e da fare!) bisognerebbe pur averla.

E così la sinistra italiana ha rinunciato a ogni analisi dei mali dell’economia e della società che ci portiamo dietro dalla fine dell’era democristiana, se non dalla fine della guerra, e che ci stanno progressivamente impoverendo, facendo svanire dall’interno di noi stessi quei valori di libertà e di dignità della persona che dovrebbero essere la base della nostra convivenza. Impegnata a difendere un presente già precario contro la presunta minaccia altrui, ha consentito a partiti angusti e mediocri come la Lega e Fratelli d’Italia di conquistare largo consenso elettorale con parole d’ordine e slogan grotteschi, miseri e mendaci. Ha relegato quasi metà dell’elettorato al più rassegnato agnosticismo. Mai ha alzato la testa per affermarsi in positivo e non in negativo, mai ha saputo dare speranza e fiducia nel futuro. E chi non crede in se stesso non verrà mai creduto.


Una tombola da Guinness

giugno 22, 2015

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Chiuse le urne riprendono a proliferare i sondaggi, e la domanda è: chi arriverà al ballottaggio previsto dalla nuova legge elettorale? Chi lo vincerà. E siccome siamo un un’epoca in cui i partiti nascono e muoiono nel corso di un amen, già la scelta delle palline da mettere nel bussolotto è problematica.
Partito democratico contro Lega nord + Forza Italia e Fratelli d’Italia.
E Alfano con chi sta?
Partito democratico contro Movimento cinque stelle.
E se invece fosse Movimento cinque stelle + Lega nord contro Partito democratico?
Ma a questo punto non potrebbe anche succedere che Forza Italia si allei con il pd? E la sinistra di Civati-Vendola-Ferrero-Landini dove la mettiamo?

Abbiamo appena fatto la coperta più grande del mondo e la torre di lego più alta del pianeta. Ci apprestiamo a metter su la più gigantesca tombola della storia dell’umanità.


Non toccate la legge elettorale

aprile 13, 2015

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Se la parola democrazia ha un senso, chiunque ragioni di leggi elettorali dovrebbe dare uno sguardo al panorama partitico attuale, a poche settimane dalle elezioni regionali. I soggetti politici riconoscibili sono i seguenti:
– il partito di Renzi, ovvero quello che fu il pd;
– la dissidenza interna del fu pd, un agglomerato estraneo alla segreteria;
– la sinistra che fu SEL e che ora vede nella coalizione sociale di Landini la possibilità di schiodarsi dalle percentuali irrisorie cui è abituata;
– il Movimento cinque stelle, stabile sul 20%;
– la Lega Nord, fortissima nelle regioni settentrionali, ma solo lì;
– la frazione di centrodestra fedele a Berlusconi;
– la frazione di centrodestra (Ncd, fittiani) che ambisce a superare la figura dell’ex cavaliere.

Anche trascurando quello strano oggetto che si chiama Fratelli d’Italia, che sinceramente non saprei dove collocare e come qualificare, sono almeno sette i soggetti politici riconoscibili che risulta quasi impossibile inquadrare in due schieramenti contrapposti. Il venir meno della figura aggregante di Berlusconi (aggregante pro e contro), ci riporta alla tradizionale geografia politica nazionale, fatta di una molteplicità di partiti distinti, come è sempre stato dal dopoguerra ad oggi.

Prendere atto di questo è un dovere di chi pretende di scrivere le leggi elettorali, e la conseguenza è il riconoscimento che l’Italia non può sottrarsi al proporzionalismo. Una legge elettorale proporzionale, cancellando l’orrido concetto di “voto utile”, restituisce all’elettore la libertà piena di votare per il partito a lui più vicino, favorendo il recupero della partecipazione al voto, che era uno dei pochi vanti nazionali. Leggere di una quota di astensione vicina al 50% in un paese che esibiva una affluenza ai seggi superiore al 90% è uno dei segni peggiori di questi tempi.

A chi obietta che il proporzionalismo penalizza la “governabilità”, subordinando la formazione dell’esecutivo alle trattative fra gruppi parlamentari, rispondo che già ora è così. Con la differenza che i meccanismi premiali (che derivino dal sistema uninominale alla Mattarella o dal maggioritario alla Calderoli) costringono i partiti a mercanteggiare seggi e incarichi prima delle elezioni, quando i rapporti di forza sono dati dai sondaggi e non dai voti reali. E d’altronde chi afferma che i meccanismi premiali garantiscono coerenza fra voto popolare e maggioranza di governo dice una solenne empietà, sol che si osservi come l’attuale maggioranza sia un ibrido inimmaginabile prima del voto del 2013.

E’ quindi venuto il momento di dire che le prossime elezioni dovranno tenersi con la legge elettorale attualmente in vigore: un proporzionale puro. Dando poi ai partiti il compito di misurarsi in parlamento sulla base del consenso reale. E dando a noi poveri elettori bistrattati la possibilità di esprimerci, infine, liberamente.


Il Partito della Fazione

aprile 4, 2015

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Il piano dei renziani è chiarissimo. L’elettorato che fu di Forza Italia pesa per non meno del 30% ed attualmente è disperso fra i residui del partito che fu, il Nuovo centrodestra, la Lega, e soprattutto nel gruppone del non-voto. Conquistarlo significa garantirsi la maggioranza parlamentare per almeno un ventennio. Per riuscirci serve la rottura con l’anima “di sinistra” del pd, ed è esattamente quello che Matteo Renzi sta cercando di ottenere. Forzando la scissione a sinistra della minoranza degli ex ds, con la nascita di un partitucolo minoritario senza identità precisa, si procurerebbe il titolo di merito di aver definitivamente annientato “i comunisti”, ed il tal modo le praterie elettorali di quel che fu il centrodestra berlusconiano diventerebbero il suo pascolo esclusivo. Non saranno certo Alfano o la Meloni a potersi opporre.

In tal modo Renzi riuscirebbe laddove hanno fallito Casini, Fini, Alfano e tutti quelli che hanno pensato di poter cavalcare Berlusconi per poi prenderne il posto.

In questo quadro fanno tenerezza quei poveri cristi della minoranza pd, che fingono di non volere la scissione “per senso di responsabilità verso il partito”, quando invece sanno che è proprio il partito a volerla a tutti i costi. E sanno che, una volta consumata, finirebbero nell’angolino degli eterni sconfitti. Se poi, alle loro riunioni, fanno parlare pure d’Alema, il quadro suicidiario è completo.

Se il progetto renziano riuscirà non è dato saperlo, per ora. Ma si sa che gli azzardi in politica pagano, ed all’occorrenza spunterà un piano B.

Quello che è evidente è che lo strumento per realizzarlo passa per l’imposizione di una pessima riforma istituzionale, usata strumentalmente per lacerare il pd. L’Italia immolata sull’altare dell’erigendo partito della Nazione, padron, della Fazione.