Femminicidio e non solo (non riesco a non commentare)

gennaio 4, 2014

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Leggo questo articolo dal Fatto Quotidiano e non riesco a non commentarlo:

http://www.ilfattoquotidiano.it/2013/12/31/un-anno-di-quasi-conquiste-per-le-donne-parlare-di-femminicidio-non-e-piu-tabu/827459/#.UsLK62FzPPw.facebook

Un anno di (quasi) conquiste per le donne. E parlare di ‘femminicidio’ non è più tabù

Quasi assente nei motori di ricerca nel 2012 e nelle cronache di giornali, radio e tv, ora la parola si è imposta mediaticamente. “Una manifestazione di evoluzione culturale e giuridica”, secondo l’Accademia della Crusca. Ma se la ratifica della Convenzione di Istanbul e la legge contro violenza e stalking sono vittorie, restano ancora aperti molti fronti: dal basso tasso di occupazione femminile alla disparità di salario, l’Italia è ancora lontana dagli standard europei

di Stefania Prandi | 31 dicembre 2013

Il 2013 è stato un anno importante per quanto riguarda le battaglie per i diritti delle donne e il tentativo di superamento della disparità di genere.

PARLARE DI ‘FEMMINICIDIO’ NON E’ PIU’ TABU’ – Si è imposta a livello mediatico la parola “femminicidio”, termine che serve per indicare l’uccisione di una donna per motivi legati alla sua identità di genere (ammazzata in quanto donna), praticamente assente nei motori di ricerca nel 2012, secondo i dati di Google trends, e nelle cronache di giornali, radio e televisioni. Un dato rilevante, considerando che per anni i femminicidi sono stati fatti passare erroneamente per conseguenze di “raptus”, dovuti a ira improvvisa o gelosia incontrollata.

Si parte da un argomento sul quale non si può non essere dalle parte delle donne. L’uccisione di una donna da parte del marito-compagno, ex marito-ex compagno è un fatto talmente orribile che non si può fare altro che schierarsi (anche empaticamente) dalla parte di chi denuncia e analizza il fenomeno. Tuttavia basta fermarsi un attimo e subito si coglie lo slittamento semantico su cui fonda lo sviamento dell’argomentazione. La vittima del femminicidio, come lo si intende da noi, non viene uccisa, “in quanto donna”, bensì “in quanto (ex) moglie-compagna”. E tutti capiscono che non è la stessa cosa. E sappiamo che nei delitti che avvengono all’interno dell’universo di coppia capita pure che ad essere ucciso sia un uomo; l’ex compagno oppure il nuovo compagno (ucciso dall’ex). Ma siccome i problemi sono tanti e bisogna andare oltre ci si ferma alla superficie. Le donne sono vittime degli uomini cattivi. Punto e basta.

Come ha anche sottolineato l’Accademia della Crusca, l’imporsi di questo termine è la manifestazione di un rovesciamento, di una sostanziale evoluzione culturale prima e giuridica poi. Questo non significa certo che si sia arrivati ancora a una situazione accettabile. Anzi. Dall’inizio dell’anno allo scorso 25 novembre (ultimi dati disponibili) sono state ammazzate 128 donne da mariti, compagni, figli, familiari, conoscenti.

Peccato che manchi il dato degli uomini ammazzati da ex compagne (o da nuovi compagni della ex moglie). Ma se anche ci fosse, e se anche fosse un dato molto più basso (tipo dieci casi), ciò non significherebbe un bel nulla. Manca infatti una qualsiasi analisi statistica. La quale ci direbbe che in una popolazione di sessanta milioni di abitanti, 128 casi hanno la stessa incidenza statistica di 10. Quindi questo numero non significa un bel niente. Se non a fare grancassa.

Secondo il Rapporto Eures, tra il 2000 e il 2012 sono state assassinate in Italia 2.220 donne; il che significa, in media, 171 all’anno, una ogni due giorni.

Qui si fa di peggio. Si passa dalle donne ammazzate dai mariti alle donne uccise in generale, comprese le vittime dei regolamenti di conti fra clan mafiosi. La manomissione del dato lascia intendere che tutte 2.220 sono state accoppate in casa dal marito. Ancora una volta manca il dato degli uomini uccisi, e quindi non si capisce cosa dovrebbe dedurre il lettore non avendo il raffronto sul totale degli omicidi. Siamo alla disinformazione per omissione. Bella e buona.

UNA PIOGGIA DI LIBRI E SPETTACOLI SUL TEMA – Tra i casi che hanno scosso maggiormente l’opinione pubblica si ricordano quello di Fabiana Luzzi, la sedicenne accoltellata e bruciata viva dal fidanzato minorenne; quello di Silvia Caramazza, 39enne fatta a pezzi e messa nel freezer dal compagno; di Rosy Bonanno, uccisa davanti al figlio dall’ex compagno denunciato dalla donna per stalking ben 6 volte. I meccanismi e le ragioni alla base della violenza contro le donne sono stati analizzati in diversi libri e spettacoli. Per citarne alcuni: Ferite a morte di Serena Dandini, che dopo aver girato l’Italia e il mondo, è stato ospitato anche all’Onu lo scorso 25 novembre in occasione della Giornata internazionale contro la violenza sulle donne; Questo non è amore, delle autrici del blog la 27esima ora del Corriere.it; L’ho uccisa perché l’amavo. Falso di Loredana Lipperini e Michela Murgia.

Begli esempi. Serena Dandini ha dominato la scena Tv per decenni, andando in onda, in certi periodi, anche tutte le sere. E mai si era occupata di violenza sulle donne e di femminicidio. Ora che si trova senza contratto (fuori dalla Rai e da La7) scopre che esiste il problema delle donne. Ma se qualche malevolo figuro azzarda l’ipotesi che parlare dei problemi delle donne serve a risolvere i problemi delle donne che parlano dei problemi delle donne, merita la fucilazione.

LA CONVENZIONE DI ISTANBUL – La risonanza mediatica dei delitti contro le donne e le pressioni dell’associazionismo e dell’attivismo hanno portato la politica alla ricerca di risposte, più o meno azzeccate. Camera e Senato hanno avviato l’iter legislativo per contrastare la violenza sulle donne attraverso la ratifica, lo scorso 19 giugno, della Convenzione di Istanbul, primo strumento internazionale giuridicamente vincolante in materia di protezione dei diritti della donna contro ogni forma di violenza.

Mi chiedo, sinceramente, se l’autrice dell’articolo e chi aderisce a questo argomento hanno letto questa benedetta convenzione. Se l’avessero fatto, forse avrebbero votato contro la sua ratifica. Si tratta di un documento in tre parti. Una generale e generica, sui diritti femminili, che impegna gli stati membri a recepire il principio di parità nella propria legislazione. Prescrizioni presenti nella nostra costituzione e nel nostro ordinamento da decenni, e per quel che riguarda l’Italia, assolutamente pleonastiche. E’ un trattato pensato per quei paesi dove ancora il concetto di parità fra i sessi NON è riconosciuto nemmeno a livello costituzionale (da noi è così dal 1948). C’è poi una corposissima parte sulla repressione penale dei reati sessuali e assimilabili (per esempio lo stalking). Anche tali elementi sono già presenti nel nostro codice penale e, comunque, non sono io il solo a dire che non è la repressione penale che risolverà i problemi di genere. Infine, ultima parte, si istituisce (e finanzia) un organismo sovranazionale per la salvaguardia dei diritti delle donne. Che sia l’ennesimo carrozzone burocratico a nostre spese? Sicuramente no, guai solo a pensarlo.

LA LEGGE CONTRO IL FEMMINICIDIO – L’11 ottobre scorso, inoltre, è stato approvato il discusso decreto legge “sul femminicidio che prevede varie misure: l’aggravante per la relazione affettiva tra l’aggressore e la vittima di violenza (applicabile al maltrattamento in famiglia e a tutti i reati di violenza fisica commessi in danno o in presenza di minorenni o in danno di donne incinte); la possibilità di inasprire la pena anche nel caso di violenza sessuale contro donne in gravidanza o commessa dal coniuge; arresto obbligatorio in flagranza di reato; introduzione del braccialetto elettronico; lo stanziamento di dieci milioni per il piano antiviolenza; obbligo di informazione per le vittime e il patrocinio gratuito per le donne che hanno subito stalking, maltrattamenti domestici e mutilazioni genitali; querela irrevocabile per stalking in presenza di gravi minacce ripetute, ad esempio con armi. Misura, quest’ultima che ha sollevato numerosissime critiche da parte dell’attivismo femminista che ha bollato la norma come “paternalista”.

E ci siamo. L’inasprimento della legge penale contro il marito violento. Come se ventilare un paio di anni di carcere in più possa fungere da deterrente nei confronti di uno che ha deciso di far fuori la moglie. Ma qualcuno pensa veramente che chi sgozza la propria compagna possa fermarsi a pensare se gli anni di carcere  saranno trenta o trentadue? Senza contare che un donna (Cancellieri) sta portando in parlamento un testo per cui un anno di carcere in realtà durerà cinque mesi e mezzo.

Taccio sul braccialetto elettronico (una bufala colossale, come tutti sanno) e mi soffermo sulla frase successiva, dove si mescolano Stalking (che riguarda tutti, uomini e donne, e non è una questione di genere perché si consuma anche fra vicini di casa, colleghi di lavoro, estranei eccetera), maltrattamenti in famiglia (di cui sono vittime anche gli uomini, i ragazzi, i figli, e non solo le donne) e mutilazioni genitali (questo sì, fenomeno solo rivolto alle donne appartenenti a certe comunità). Trovo questo agglomerazione eterogenea  semplicemente aberrante. Si mettono sullo stesso piano una pratica mostruosa (mutilazioni genitali), che certe tradizioni raccapriccianti infliggono alle donne, con altri fenomeni completamente diversi, sia nella genesi che nelle condotte. Come se gli uomini – tutti – fossero appiattiti su un unico modello. Come a dire che un uomo – in quanto uomo – è un individuo portato naturalmente a maltrattare, perseguitare, seviziare le donne. Se è così, ammazzateci tutti da piccoli. Fate prima e fate bene.

Grottesco, se non esilarante, il dibattito sulla irrevocabilità della querela, su cui non mi soffermo per esigenza di sintesi.

IL FEMMINICIDIO COME PRETESTO – Ma il decreto sul femminicidio ha attirato numerose critiche anche per le modalità con cui è stato scritto: soltanto cinque degli undici articoli di cui è composto il testo, infatti, si riferiscono alla violenza sulle donne, mentre i restanti sei esulano del tutto dal tema visto che si introduce il rinnovo dell’arresto in flagranza di reato in differita, in caso di violenza negli stadi e poi sanzioni più rigorose contro gli ingressi abusivi nei cantieri, con riferimenti espliciti alla questione dell’Alta velocità Torino-Lione. Inoltre, secondo molte attiviste, operatrici, sociologhe, psicologhe, avvocate che si occupano di violenza di genere, gli estremi della straordinarietà – che hanno fatto sì che non siano state accolte le richieste di modifica – con cui si è proceduto sono da considerarsi inconsistenti visto che la situazione è grave almeno dal 2006, periodo dei primi dati Istat disponibili. Sempre secondo le esperte del settore non era necessario ricorrere al diritto penale, il più debole intrinsecamente quanto a capacità di incidere sui rapporti di potere e non utile né per la prevenzione né come deterrente.

Ecco. Magari chiedere alle “esperte” potrebbe essere di aiuto.

IL COSTO SOCIO-ECONOMICO DELLA VIOLENZA DI GENERE – I femminicidi sono la punta dell’iceberg di una violenza di genere diffusa, capillare e quotidiana. Secondo l’Istat, in Italia le donne tra i 16 e i 70 anni che hanno subito una qualche forma di violenza (fisica, sessuale, psicologica, sul lavoro) sono 6 milioni e 743mila, il 31,9% del totale: una su tre. Una violenza che non condiziona soltanto chi la subisce ma la società in generale, anche da un punto di vista economico, visto che costa allo Stato 2,3 miliardi di euro l’anno, dei quali soltanto 6 milioni per le misure di prevenzione. Se tutte denunciassero i propri aggressori, spetterebbe loro un risarcimento per un totale di 14,3 miliardi di euro all’anno.

Questo è il passaggio chiave. Lo slittamento semantico e logico-pedagogico è evidentissimo. Si è partiti dal femminicidio che è reato ontologicamente contro le sole donne e si deduce con finto sillogismo che la violenza domestica colpisce solo le donne. Anche qui, nessun dato di raffronto. Solo assiomi. Perfino la celebrata convenzione di Istanbul (ahimé, mi duole deludervi) ha dovuto ammettere che la violenza domestica colpisce anche gli uomini. E siccome di statistiche non ce ne sono e NON SI SA quanti uomini subiscono violenza domestica, ogni analisi ed affermazione è del tutto priva di valore scientifico. Mi si dirà che non è vero, che l’uomo è violento e la donna no. Io ne dubito. Ma se con un po’ di onestà intellettuale si estende il concetto di violenza dalla sfera fisica anche a quella psicologica, ognuno(a) comprende che LA VIOLENZA NON HA GENERE. E condannare solo un tipo di violenza – e non tutti – non risolve un bel nulla.

ITALIA FANALINO DI CODA NELLE CLASSIFICHE – La violenza è il risultato di diverse cause. Tra queste c’è la disparità di genere. Come ha indicato il Global gender gap report 2013 stilato dal World economic forum, l’Italia è al 71esimo posto per quanto riguarda la parità di genere, addirittura dopo la Cina che si piazza al 69mo posto della classifica. Mentre secondo il rating di quest’anno le disparità tra i sessi sono diminuite discretamente nella maggior parte dei Paesi, l’Italia ha fatto un progresso minimo, passando al 68% nel 2013 rispetto al 67% di 7 anni fa sul 100% del totale che rappresenta il massimo livello di uguaglianza tra gli uomini e le donne.

Temo che siano numeri sparati a vanvera. Come vengano stilate queste classifiche, chi le faccia, non si sa.

LE DONNE E IL (POCO) LAVORO – Specchio di questa disparità è il mondo del lavoro. Secondo l’ultimo rapporto Istat, il tasso di occupazione femminile si attesta al 47,1 per cento contro il 58,6 per cento della media Ue27 (59,8 Ue15). Le donne continuano a essere pagate meno rispetto agli uomini: in media la retribuzione oraria femminile è dell’11,5% inferiore a quella maschile. Per opportunità economiche e di carriera femminile, l’Italia è 124esima su 136 Paesi. E’ da vedere con favore il fatto che nei mesi scorsi, come spiega Roberta Carlini sul sito Ingenere.it, ci siano state 300 nomine femminili nelle società pubbliche controllate dal ministero dell’Economia, e altre diecimila in quelle locali sparse in tutta Italia.

E qui si viene al dunque; come nella convenzione di Istanbul, fatta la premesse sulle povere sventurate , si passa a parlare di cose serie, cioè di soldi. Delle donne morte ammazzate, stuprate, seviziate, perseguitate, segregate, non frega niente a nessuno(a). Sono però utilissime per rivendicare poltrone, incarichi, stipendi, prebende. Quindi ben vengano, denuncino (tanto poi son fatti loro se non si possono pagare un avvocato), l’importante è dare argomenti a chi, in nome dei diritti delle donne, riesce a sedersi su una bella poltrona ben pagata senza averne alcun merito e senza saper fare una mazza. Sull’esempio della Dandini, che essendo disoccupata si rifà la carriera parlando delle donne morte ammazzate. Per inciso, il suo cosiddetto spettacolo pare essere talmente noioso che per alcune donne sarebbe in se stesso un incitamento al femminicidio.

Anche qui si sparano numeri senza alcuna analisi sociologica, neppur elementare. E’ inutile e fuorviante fare un mero calcolo delle posizioni apicali senza valutare perlomeno le percentuali di uomini/donne concorrenti. Se accedono ad una data specializzazione 70% di uomini e 30% di donne, ai relativi vertici ci si aspettano percentuali analoghe. Altrimenti – per esempio – si potrebbe dire che la predominanza delle insegnanti donne nella scuola è frutto di reverse discrimination. Anche l’argomento reddituale non lo condivido. Potrebbe essere che una grande massa di donne privilegia altri valori oltre al denaro e fa scelte di vita differenti, scegliendo (e non necessariamente subendo!) un lavoro meno retribuito ma fonte di altri tipi di soddisfazione. Fare della diversità di genere una questione di soldi mi sembra una negazione del principio in sé.

LA RIVOLUZIONE COMINCIA DALLA POLITICA – La segregazione di genere è visibile in politica anche se qualcosa sta cambiando. Con l’imporsi del Movimento 5 stelle alle elezioni dello scorso febbraio, infatti, il numero di donne in parlamento ha raggiunto, per la prima volta nella storia, la quota del 30 per cento. Inoltre, nel disegno di legge sulla riforma delle province, approvato lo scorso 21 dicembre alla Camera (manca l’ok del Senato), è stato sancito un emendamento che prevede che nelle giunte comunali nessun genere possa essere rappresentato in misura inferiore al 40 per cento. Vale a dire che saranno illegittime le giunte con meno del 40 per cento di donne. Un passo in avanti importante dato che in oltre 1860 comuni italiani a decidere e amministrare la cosa pubblica ci sono soltanto uomini (dati dal sito In Genere).

Ma si dimentica di dire che il partito di Grillo è l’unico che non contempla le quote rosa! Mentre gli altri si affannano a disegnare liste con riserve di genere, il M5S no. Qualcuno (le “esperte”) dovrebbe riflettere.

GLI INTERVENTI PER IL 2014 – Per continuare a migliorare la condizione delle donne e combattere la violenza, sarebbero auspicabili, per il 2014, nuovi interventi. Tra questi: l’aumento del numero delle case rifugio per donne maltrattate; più fondi ai centri antiviolenza esistenti e aumento del loro numero; più sportelli di ascolto e di denuncia; presidi nelle istituzioni locali; formazione di forze dell’ordine e degli operatori. Inoltre, è necessario un rilancio dell’occupazione femminile, un adeguamento agli standard europei delle garanzie sulla maternità e sui congedi parentali, la riduzione dei costi e l’aumento dei posti degli asili nido. Serve poi un cambio culturale che passi dall’educazione alla parità di genere che deve cominciare già dalle scuole, attraverso la valorizzazione e il potenziamento dei corsi nelle primarie e secondarie e all’università.

Vabbé, qui c’è di tutto e di più. Incommentabile. E’ sacrosanto rivendicare più asili nido, ma anche scuole materne! Cosa fate, li ammazzate a due anni??? Per me, si dovrebbe garantire un posto in asilo nido e scuola materna a tutti, gratis. Nel resto c’è un calderone senza capo né coda, tanto per allungare la broda. Cosa siano poi i corsi sulla parità di genere, qualcuno un giorno me lo spiegherà.

LA “QUESTIONE MASCHILE” – C’è bisogno anche di uno spostamento dell’attenzione sulla “questione maschile” che tutta la violenza di genere sottende, in modo da operare sulle radici del fenomeno e interrompere la sua “trasmissione” alle nuove generazioni, come è spiegato nel volume pubblicato recentemente dal titolo Il lato oscuro degli uomini.

Ah. Ecco. Adesso è tutto chiaro. Perché esistono il femminicidio, le mutilazioni genitali, la violenza domestica, la discriminazione, gli stipendi bassi, le carriere sfigate, le inondazioni, le cavallette eccetera? Perché gli uomini hanno “il lato oscuro”. Solo gli uomini eh. Sia chiaro. Lo dice un libro. Nessuno sa chi lo ha scritto e cosa c’è scritto, ma non importa, c’è libro che lo dice e questo vi basti. Non venga in mente a nessuno di dire che forse anche le donne ne hanno uno. No. Sono gli uomini con il loro “lato oscuro” che generano il Male.

E – come dice il libro – se lo tramandano di generazione in generazione. Come no.

Noi uomini siamo tutti cresciuti così. I nostri babbi ci hanno insegnato a fare le mutilazioni genitali, ci educavano al femminicidio, facendoci sparare a sagome di donne e dicendoci che una donna deve essere segregata, maltrattata, perseguitata, seviziata, guadagnare poco e non fare politica. Tutto contemporaneamente. Mentre andavamo a caccia di frodo per ammazzare i cuccioli di cerbiatto con fucili a ripetizione cantando canzonacce naziste per poi andare a ubriacarci nei bordelli dove ci insegnavano a violentare le minorenni mutilate e incatenate ai letti.

Cari uomini, siamo onesti con noi stessi, siamo tutti cresciuti così, inutile negarlo. Quindi facciamoci da parte e diamo il nostro posto (=reddito) e la nostra casa (ciao mutuo) alle donne, che, loro sì, han capito tutto.


Boldrini, la mamma, la pubblicità

settembre 26, 2013

manet

Dal mio punto di vista la pubblicità televisiva non propone alcun modello. La sua funzione è vendere prodotti di largo consumo ed utilizza quindi simboli immediati. I soggetti protagonisti degli spot non sono reali e costituiscono non modelli sociali, ma stereotipi, sia maschili che femminili. Positivi o negativi, o né l’uno né l’altro, ma per me non ha nessuna importanza. Sono assimilabili alle figure della commedia dell’arte (Arlecchino e Colombina sono modelli negativi? E Brighella?), come i personaggi dei cartoni animati (l’olandesina, il Gigante buono, Jo Condor erano diseducativi?).

Tuttavia, se qualcuno la pensa diversamente e ritiene che certe tipologie di spot vadano criticate (spero che nessuno pensi alla censura, ci mancherebbe solo questo), è sacrosanto che lo faccia. Pur non guardando mai la tv, prendo atto delle parole della Presidente della Camera sugli spot che rappresenterebbero modelli femminili (solo femminili? Siamo sicuri?) diseducativi, per quanto irreali.

Ma del modello – questo sì realissimo – della donna che si afferma nelle professioni, negli enti pubblici, nelle imprese private, nella politica solo perché moglie-compagna-amante-concubina (o figlia, protetta, pupilla) di un uomo di potere non ne vogliamo parlare? Va bene così? D’accordo, è colpa degli uomini (quando si entra in questo genere di argomenti le donne non hanno mai colpa di nulla), ma non è comunque un caso da affrontare? Un fenomeno da discutere, pur senza voler addossare colpe e responsabilità? O mi si vuol dire che non esiste? O che “vale per le donne come per gli uomini” (questa sì, è comica)? Non è un modello ancor più diseducativo, in quanto reale, realissimo, attualissimo e concreto al contrario delle figurine della pubblicità? Un modello che ispira milioni di giovani donne che fin dalla pubertà sognano di “fare le veline” per conquistarsi uno spazio nella società?

Un dubbio viene.

Non che tutte le donne si siano fatte strada così, perché non è vero.

Ma che essendo un fatto reale e non virtuale, televisivo, parlarne andrebbe di sicuro contro gli interessi e contro la suscettibilità di qualcuno/a e causerebbe la contrarietà di troppi soggetti reali che fanno parte della (propria) comunità. In una parola: è un tabù; e come tale va rimosso, evitato, taciuto, nascosto. Agli uomini ed alle donne.

E’ decisamente più facile prendersela con le donnine delle pubblicità, che sono finte e non protestano, non vanno dal protettore a lamentarsi, non fanno casino e non rompono la solidarietà di genere. Si fa bella figura, si fa parlar di sé e non si scontenta nessuno.


Mi è sempre sembrata una scemenza

giugno 15, 2010

donnaleonardo

Qualche tempo fa ho sentito e letto Luciana Littizzetto ribadire un concetto che ho ricordo fin dall’adolescenza: l’emancipazione femminile (e quindi il progresso dell’umanità intera) potrà dirsi realizzato quando una donna stupida avrà rovinato la vita di (almeno) un uomo intelligente. A parte che a me il risultato sembra che sia stato ampiamente raggiunto e superato. A parte che, tanto per fare un esempio, guardando la composizione del governo e le conseguenze dell’operato di alcuni elementi, non si dovrebbe che convenire con tale mia opinione. A parte tutto ciò, mi è sempre sembrata una idiozia colossale.


Il maschilismo di ritorno

aprile 19, 2008

spiaggia

E’ inutile nasconderselo: comunque si affronti la questione femminile (dalle quote rosa all’aborto, dalle discriminazioni sul lavoro alle violenze domestiche) emerge che la cultura del nostro paese è venata da un persistente maschilismo o, per meglio dire, da una forma di resistenza all’idea di un’autentica emancipazione femminile.

Sono passati ormai quarant’anni dall’esplosione del femminismo e dalla nascita dello speculare fenomeno del maschilismo, e tali espressioni e nozioni, a mio modo di vedere, non sono più sufficienti a descrivere la complessità del fenomeno. Basti dire che sono tantissime le donne che, pur rivendicando la propria emancipazione a tutti gli effetti, non esitano a dire di non essere e di non essere mai state femministe. E nessuno osa definirsi maschilista, né alcuno accetta che tale appellativo gli venga rivolto.

Innanzitutto è legittimo chiedersi cosa significa “femminismo” e, simmetricamente, cosa significa “maschilismo”. Sono certo che su tali interrogativi sono stati versati fiumi di inchiostro e distillati pensieri assai profondi. Non potendo e volendo attingere a ciò, tento una riflessione a livello più modesto.

Ricordiamoci quale era lo slogan portante del femminismo degli anni settanta: “io sono mia”. Intendendosi con ciò che si affermava in primis il totale governo di ogni donna sul proprio corpo. Pertanto è già possibile trovare, per negazione, una definizione del maschilismo come il principio, storicamente radicato, secondo il quale esiste una “autorità di governo” sul corpo della donna diversa dalla donna stessa. Poiché il corpo femminile ha un duplice insostituibile valore sociale (oggetto di piacere e “strumento” di procreazione), nel corso della storia la società si è organizzata in modo da impedire che un “suo” elemento tanto importante sia “autogestito” da chi ne è portatore. Quindi è necessario porre su di esso una tutela esterna, esercitata prima dalla famiglia, poi dal coniuge e, in assenza di entrambi, da altri istituti (la badessa, il protettore..).

Ma perché ciò sia effettivamente possibile è indispensabile che la donna sia impedita a sottrarsi a questa tutela, e siccome ciò può avvenire solo con l’indipendenza economica, la sottomissione della donna al “patrimonio” (del padre prima e del marito poi) diviene strumento di controllo personale e sociale. In questo quadro la donna vive la propria esistenza come ancorata alla funzione del proprio corpo inteso come “mezzo” per la sua funzione e promozione sociale.

Il femminismo propose la rottura di questo schema millenario: il corpo di ciascuna donna appartiene ad essa e ad essa sola; e ogni donna provvede alla sua affermazione sociale e personale esclusivamente con le proprie qualità, esattamente come fa l’uomo. La maternità e la possibilità di dare piacere non sono più oggettivamente elementi governati dalla società (attraverso diverse autorità) e soggettivamente “mezzi” di promozione per la donna, ma esclusive espressioni della di lei personalità. La società perde quindi ogni strumento di controllo sulla singola personalità femminile poiché ciascuna donna riesce a governare se stessa con il proprio lavoro.

Si trattava di una rivoluzione epocale che, sebbene tutti la diano per acquisita, a me sembra non venga colta nella sua interezza e profondità. Perché innanzitutto l’organizzazione sociale pre-femminista, pur nei contenuti a che riteniamo giustamente retrivi, aveva un suo equilibrio la cui rottura avrebbe potuto generare (ed ha generato) scompensi.

Osserviamo intanto che sarebbe sbagliato affermare che l’impostazione tradizionale era solamente punitiva nei confronti della donna. Sotto certi aspetti il maschilismo aveva degli elementi di tutela proprio nei suoi confronti. Se infatti la vita di una persona di sesso femminile è organizzata sulla sua possibilità di procreare e/o di dare piacere, cosa è di lei quando il suo corpo non è più in grado di soddisfare a ciò? Cosa impedisce che il suo posto in seno al matrimonio venga insidiato da altre donne più giovani? Semplice: la proibizione per esse di vivere liberamente la sessualità con altri, ivi compreso il marito di lei. L’ordine sociale basato sulla fedeltà e sulla repressione sessuale era quindi organico ad un sistema che tutelava anche le mogli e madri. In una società contadina (come è stata la nostra per millenni), dove il patrimonio era costituito da un bene materiale come la terra, la possibilità che il capofamiglia, rincorrendo altre donne al di fuori del matrimonio, magari dilapidando un bene irrecuperabile, provocando in tal modo il disastro suo, della moglie e della discendenza, era una prospettiva talmente tragica che lo strumento ostativo della sottomissione femminile risultava indispensabile. Ed infatti, anche in tempi recenti, la rigidità maschilista delle comunità contadine era ben superiore a quella del mondo borghese, nel quale la ricchezza è fondata sul lavoro e non sulla proprietà, e dove pertanto era tollerabile e tollerata una maggiore libertà.

A riprova di ciò vale la pena di sottolineare che il maschilismo non è mai stato un sentimento esclusivamente maschile. Anzi: è sempre esistito ed esiste un maschilismo delle donne, spesso più crudo, intransigente e severo di quello degli uomini.

In altre parole il maschilismo aveva la funzione di prevenire l’insidia sociale insita nella libertà sessuale delle donne. Laddove esse fossero state libere di gestire il duplice potere di cui il proprio corpo è portatore, ne sarebbe derivato un pericolo per l’ordine sociale. Più crudamente, potendo il corpo femminile divenire mezzo di corruzione, la libertà sessuale avrebbe causato un dilagare della corruzione a tutti i livelli.

La risposta del femminismo era (uso il passato perché la mia opinione è che il femminismo come fu concepito non esiste più) al tempo stesso, oltre che rivoluzionaria, semplice ed ambiziosa: la donna si riappropria del proprio corpo e rinuncia al potere sociale che il proprio corpo le conferisce, accettando la sfida dei “pari diritti e pari doveri” con l’uomo.

Ma l’ambizione di tale programma si è scontrata con la realtà nella quale le donne hanno compreso tre cose. In primo luogo rinunciare a quel potere rappresenta un grosso sacrificio ed una grande rinuncia: esso significa sistemarsi con un matrimonio, fare carriera con favori sessuali e tante altre cose. Secondariamente, rinunciando alla tradizione, si perdono le tutele che esso garantiva: un mondo di donne libere è anche un mondo di donne in competizione, senza le garanzie che l’ordine familiare fornisce. La sfida dei “pari diritti e pari doveri” è solo per poche. Per mille ragioni che adesso non serve elencare, per una donna tale sfida con gli uomini è impari, possibile solo per una ristretta minoranza. Come accaduto a tante altre rivoluzione, si è risolto in un fenomeno di elite, che ha escluso la maggioranza delle donne.

La conseguenza di tutto ciò è che la rivoluzione femminista è rimasta a metà, e già negli anni ottanta, perlomeno nel nostro paese, è rifluita verso forme più tenui. Forme che non prevedono la rinuncia al potere sociale del corpo, così come l’ho descritto, lasciando quindi che ogni donna persegua la sua affermazione nella società per mezzo della relazione con l’uomo. Con il matrimonio (più economicamente fortunato che si può), con la vita di coppia con personaggi potenti, o più sbrigativamente, laddove è possibile e serve, con il favore sessuale. Il fenomeno è particolarmente acuto in una società come quella italiana, malata di “familismo amorale”, dove la promozione sociale passa per le conoscenze, per le amicizie, per le relazioni. Con una siffatta organizzazione la relazione sessuale, il rapporto di coppia, il matrimonio, divengono strumenti formidabili di successo. E infatti l’Italia è diventato il paese delle aspiranti “veline” e “vallette” d’ogni risma, intese in senso latissimo. Ricordo un programma televisivo condotto da Marcello Veneziani nel quale le ospiti Alessandra Mussolini e Stefania Prestigiacomo arrivarono alla conclusione che “Sì, si può essere veline anche nella vita”. Non so che significato si possa dare a tale principio. Io ne vedo solo uno.

Prospera quindi quella concezione che in passato il maschilismo era inteso soffocare (perchè non vi era altro mezzo), e che ora è socialmente tollerabile perché la società non è più agricola, è articolata, più ricca e, tutto sommato, in grado di sopportare, in qualche misura, il fenomeno. Ma c’è un “ma”. Perchè se tale è il comportamento delle donne (e degli uomini che lo accettano, incoraggiano, assecondano e spesso impongono) e se esso è “in nuce” la ragione profonda del maschilismo, è naturale che con essa risorga, o sopravviva, una forma di maschilismo. E si tratta, ora, di un maschilismo consapevole, elaborato da chi ha prima compreso le ragioni del femminismo, criticandole, accettandole, rigettandole (non importa) ed ora indotto a (ri)scoprire formule di discriminazione aggiornate e adatte alla società contemporanea.

In parole povere, finchè la società (intesa come comunità di uomini e di donne) continerà a considerare naturale che la promozione sociale della donna avvenga grazie al suo corpo, dovremo aspettarci, in proporzione, forme discriminatorie di stampo maschilista.

La cronaca politica recente ci offre una sintesi cruda e triste di queste mie riflessioni. Le parole di Silvio Berlusconi sulla convenienza che una donna provveda a risolvere i propri problemi economici con un matrimonio economicamente fortunato vanno raffrontate all’immagine femminile proposta della reti televisive da egli possedute. E soprattutto dalla visione antropologicamente maschilista che emerge dalla sua politica. La società che egli, più o meno implicitamente, tratteggia, vede la donna di nuovo subordinata all’uomo ed è quindi implicitamente maschilista, nel senso retrivo del termine, ma in forme moderne e consapevoli, e per questo ben più dure da contrastare.

Ed infatti vediamo emergere, qua e là, forme pittoresche di maschilismo che altro non sono che punta di un iceberg nascosto fatto di sentimenti “reazionari” in materia di emancipazione femminile. E andrebbe anche fatta una riflessione sul fatto che essa non è un valore universalmente riconosciuto come ineludibile ed indiscutibilmente affermato. Anzi. Si tratta di un’ideologia diffusa ed accettata nel mondo occidentale (Europa e Nordamerica) ma non nei paesi abitati dalla maggioranza degli esseri umani, e le migrazioni iniettano nei paesi europei culture ostili alla visione moderna della donna che crediamo di aver affermato. A chi si dice convinto che la concezione occidentale è naturalmente destinata a prevalere anche laddove non e’ attualmente accettata, insinuo il dubbio che non è detto che debba essere necessariamente così, e comunque che la nostra visione della donna è destinata ad ibridarsi con idee molto diverse.

Chiedo scusa per la disorganicità e spero di non aver urtato alcuna suscettibilità.