Giustizia e giornalismo

novembre 21, 2018

fantasia-in-giallo-44492

Mi è capitato di assistere a qualche dibattito televisivo sui problemi della Giustizia, e sono arrivato ad una conclusione: parlare di Giustizia in Italia è ancor più difficile che riformarla. Il guaio è che ad intervenire sull’argomento sono sostanzialmente tre categorie: magistrati, avvocati, giornalisti.

Il problema di magistrati ed avvocati è che essi sono talmente immersi nei problemi da aver perso il senso stesso delle cose. Li sento parlare ed è evidente come la loro prospettiva sia irrimediabilmente deviata dalla quotidianità, dal loro essere parte stessa del sistema e del problema. In aggiunta a ciò, magistrati ed avvocati sono funzionalmente collocati su fronti opposti, per cui chiedere a loro di trovare soluzioni ai mali della giustizia è come chiedere a due eserciti in guerra di trovare la formula per la pace. Direbbero di non fare la guerra, ma in questo caso è come dire non fare i processi, e scadremmo nel non-senso.

Restano i giornalisti, che dovrebbero essere spettatori neutrali e quindi portatori, in astratto, di una visione neutra e più oggettiva. E invece il problema è ancor più grosso. Infatti i giornalisti parlano di giustizia basandosi sui procedimenti che essi stessi seguono professionalmente, che sono affatto diversi dalla stragrande maggioranza di quelli che si celebrano nelle aule. In Italia infatti esistono, nella realtà, due procedure diverse: una per i processi che interessano l’opinione pubblica e finiscono nel cono di interesse dei mezzi di informazione; una seconda per tutti gli altri. I primi costituiscono una frazione minima del totale; i secondi sono la quasi totalità. Purtroppo i giornalisti si basano solo sulla prima categoria, e ne traggono una visione della giustizia del tutto distorta. Infatti in essi tutti i soggetti operano o tentano di operare al meglio, nel rispetto formale e sostanziale della legge, in visione di telecamera e di taccuino. In tutti gli altri no, non è così, bisogna fare in fretta e chiudere la pratica.

È un po’ quel che accade in meccanica quantistica con il principio di indeterminazione di Heisenberg: osservando un sistema quantistico lo si modifica, ed è quindi impossibile conoscerne lo stato prima dell’osservazione.

Per esemplificare, nel quasi grottesco conflitto mediatico fra “giustizialisti” e “garantisti”, assistiamo ad una duplice rappresentazione del Pubblico Ministero: per i primi è un solerte funzionario tenacemente votato al disvelamento della verità ed alla punizione dei colpevoli; per i secondi è un bieco individuo che perseguita i cittadini che hanno la sventura di finire nel suo cono di interesse. Ma nella realtà? Nella realtà della stragrande maggioranza dei procedimenti, il PM è un magistrato oberato da ottocento-mille fascicoli di indagine; e preoccupato di una sola cosa: smaltirli il più celermente ed economicamente possibile. Nelle riprese televisive dei dibattimenti, il Pubblico Ministero partecipa alle udienze dei processi di cui è titolare e sostiene scrupolosamente l’accusa. Accorto ed occhiuto, fa del proprio meglio per valorizzare le prove a carico dell’imputato. Nella realtà, il Pubblico Ministero d’udienza è un soggetto, delegato dal PM titolare, che molto spesso vede il fascicolo per la prima volta il giorno stesso o la sera prima, ed ha del suo contenuto un’idea più o meno approssimativa.

Taccio sulla partecipazione al dibattito da parte dei politici, i quali si interessano di Giustizia solamente quando ne sono coinvolti in veste di imputati. Vogliamo far decidere a loro, agli imputati, come riformarla?

Finché il dibattito pubblico avverrà con questi sistemi, non ne uscirà nessuna riforma decente, ed infatti tutte le leggi prodotte negli ultimi anni in tale materia hanno peggiorato le cose.

Una cosa giusta però l’ho sentita anche in televisione, e l’ha detta Milena Gabanelli: “in tema di malfunzionamento della Giustizia, non ci si rende conto della gravità del problema.” Vero: non vi è consapevolezza, nel dibattito pubblico, della gravità delle ricadute morali, economiche, sociali di una giurisdizione inefficace. Perché infine, come diceva Sciascia, “tutto è legato al problema della giustizia: in cui si involge quello della libertà, della dignità umana, del rispetto tra uomo e uomo”.


Rito accusatorio e durata dei processi

ottobre 22, 2018

polizia

Inizio ora una serie di post dedicati alla comparazione fra il rito inquisitorio ed accusatorio, cercando di illustrare le dieci criticità dell’attuale procedura penale che ho elencato qui.

Come ho cercato di illustrare nel post citato, il rito accusatorio venne introdotto in funzione garantista, spostando la formazione della prova dalla fase istruttoria, condotta esclusivamente dal Giudice e dalla Polizia giudiziaria, al dibattimento, fase processuale alla quale partecipa anche la difesa, in condizione di parità rispetto all’accusa. In tale spirito gli atti raccolti in fase di indagine non sono prove, ma solo elementi di prova, ed è il confronto dialettico fra accusa e difesa davanti al Giudice che forma la prova vera e propria. In particolare, per fare un esempio, le dichiarazioni rese dai testimoni alla Polizia durante le indagini non possono essere utilizzate contro l’imputato, ma devono essere confermate espressamente dal teste davanti al Giudice, dando la possibilità alla difesa di controinterrogare. L’avvocatura pretese a gran forza questa svolta, e ben se ne comprende la ragione.

In questo schema l’indagine dovrebbe essere sommaria, rapida: se gli atti in essi raccolti non hanno valore di prova, è inutile approfondire troppo le cose, meglio andare rapidamente a processo, ove effettivamente si forma la prova. Sembra una buona cosa, ma in questo modo l’indagato, anche se estraneo ai fatti, diventa immediatamente imputato e finisce sotto processo, con tutto quello che ne consegue: nomina di un difensore, partecipazione alle udienze e magari articoli sui giornali. Il sistema che dovrebbe essere più garantista diviene necessariamente più invasivo, se non aggressivo nei confronti della persona indagata. Per questo motivo, nella prassi reale, l’indagine preliminare non ha assunto la connotazione sommaria che astrattamente dovrebbe avere, ed è molto simile alla vecchia istruttoria del rito inquisitorio: analitica, approfondita, burocratica, dettagliata. In altre parole, il Pubblico Ministero, prima di chiedere il processo per l’indagato, vuole convincersi autonomamente della sua colpevolezza. Per tale ragione gli avvocati sono soliti dire che i magistrati hanno mantenuto una mentalità inquisitoria, e sinceramente viene da pensare che sia un bene, volendo evitare di scaraventare a processo un innocente.

Tuttavia l’indagine preliminare in sé resta inutilizzabile, e a processo bisogna ricominciare tutto da capo. Il risultato, come il lettore ben comprende, è la dilatazione esagerata dei tempi della Giustizia: l’indagine preliminare è in sé è lunga e dettagliata, ed il dibattimento, con i formalismi di un rito pubblico che coinvolge magistrati, avvocati, consulenti, testimoni, cancellieri, ed ha lo scopo di ripercorrerla analiticamente ed in contraddittorio fra i vari soggetti, finisce per essere a sua volta interminabile.

Ecco quindi che la prima conseguenza del sistema accusatorio con rito ordinario è stata di allungare a dismisura i tempi della Giustizia, rendendo necessario il ricorso sempre più esteso ai cosiddetti riti alternativi, pensati per sveltire la procedura, che però tutto sono meno che garantisti. Ed inoltre, come dirò in altro post, presentano altre pesanti anomalie.