Un voto ben proporzionato

ottobre 13, 2017

urna

Il triste rito cui assistiamo per l’approvazione della nuova legge elettorale dimostra, se che ne fosse ancora bisogno, il fallimento del renzismo. All’alba della sua parabola, il primo proclama di Matteo Renzi fu proprio questo: la priorità è una nuova legge elettorale. In verità, eravamo nel pieno della crisi, tutti pensavano che le priorità fossero altre: il lavoro, la disoccupazione, la difesa del welfare, la salvaguardia dell’economia nazionale. Invece no, secondo lui la priorità era la legge elettorale, a riprova della genesi tutta endopolitica della nuova leadership democratica.

Nulla di strano: Renzi era lì non per meriti propri o capacità politica, ma per scelta dell’informe corpo del PD (non del suo elettorato, ma del vasto esercito di eletti, dirigenti e soggetti contigui che ne costituisce la cosiddetta nomenclatura diffusa) allo scopo di portare a compimento il progetto iniziale del primo segretario Walter Veltroni: chiudere la stagione del centrosinistra per dare vita a quella delle larghe intese con Berlusconi. Un progetto fallito con la rovinosa sconfitta del 2008, che consegnò la maggioranza al centrodestra, ma rimasto privo di alternative vincenti, dal momento che la restaurazione dalemiana (e quindi antiveltroniana) incarnata da Bersani e dalla coalizione Italia Bene Comune si era spiaggiata nella non-vittoria del 2013.

Renzi era stato quindi issato al comando per chiudere i conti con D’Alema e Bersani (ed in effetti almeno in questo è riuscito: metterli alla porta), ma si era trovato di fronte un problema inatteso: il grande consenso elettorale del Movimento cinque stelle che privava l’agognata alleanza del titolo di Grande coalizione. Di qui nasce l’idea del cosiddetto Italicum, congegno elettorale finalizzato ad annientare il consenso elettorale grillino. Ma in questo Renzi ha dato il suo peggio, producendo una legge obbrobriosa, falcidiata dalla Corte costituzionale, e soprattutto incaponendosi a volerla incastonare in una riforma della Carta talmente malscritta da far inorridire anche i più benevoli dei suoi sostenitori.

Come risultato, si ritrova ora con un partito mutilato a dover far approvare ad altri (il Governo) una legge con la medesima finalità di soffocare il M5S, ed a farlo a ridosso delle elezioni per non dare tempo alla Corte costituzionale di pronunciarsi.

Una sovrapposizione di forzature istituzionali mai vista in tutta la storia repubblicana, ed a rendere ancor più folkoristicamente mesto il quadro, è l’aver scelto come front man un campione di sconfitte elettorali come Ettore Rosato, battuto due volte su due nelle elezioni a presidente della provincia ed a sindaco di Trieste.

A questo triste passaggio arriviamo, non casualmente, dopo decenni spesi a riporre nella legge elettorale virtù taumaturgiche che essa, ovviamente, non può avere. Non può dipendere dalla legge elettorale avere buoni o cattivi parlamentari, maggioranze stabili o no, o addirittura la possibilità di avviare processi riformatori virtuosi. La legge elettorale, comunque sia scritta, può fare due cose solamente: pesare il consenso dei partiti e contribuire a selezionare i parlamentari. La bontà delle politiche dipende dalla capacità dei partiti di selezionare persone oneste, capaci, e sinceramente dedite al bene collettivo.

Per questo motivo va ribaltato il senso stesso del dibattito degli ultimi cinque lustri. La legge elettorale non deve e non può essere un meccanismo che il ceto politico utilizza per risolvere i propri problemi, ma il canale che consente all’elettore di esprimere al meglio il proprio sentire politico. Mai come oggi si avverte il bisogno di una legge scritta pensando all’elettore e non all’eletto. I nefasti esempi della Gran Bretagna, con l’insensato voto sulla Brexit, e della Catalogna sono le spie di quel che accade quando l’elettore non dispone di strumenti idonei per integrarsi collettivamente nelle istituzioni.

In questa fase, l’Italia ha bisogno di un grande bagno di proporzionale, che restituisca al cittadino il sano potere di votare per il partito a lui più vicino, con atto scevro da calcoli sull’utilità del voto e su quote, listini e collegi.

Si dice che con il proporzionale non nascono maggioranze. Beh, neppure con gli altri sistemi è certo che ciò avvenga, e va detto che alcune delle maggioranze che ci hanno regalato le vecchie leggi ce le saremmo volentieri risparmiate. Anche in Germania (dove, guarda caso, hanno il proporzionale) sono senza una maggioranza elettoralmente espressa e privi di governo (ad alcune settimane dal voto), ma ciò non impedisce loro di essere l’attuale superpotenza economica e politica europea.

Il mio auspicio è quindi di votare con una legge proporzionale, e, se non si formerà un governo, di rivotare dopo un anno, o dopo sei mesi. In fondo, il voto è l’acqua della democrazia, e non capisco perché non abbondarne.

 


È tardi

giugno 30, 2017

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Improvvisamente, nel cosiddetto e sedicente centrosinistra, scoprono il valore della “coalizione”. Prima Veltroni, ieri Franceschini, oggi Prodi, domani mi aspetto Rosato. A cosa si deve questa improvvisa folgorazione? Quale misterioso rigurgito ideale ha improvvisamente resuscitato lo stendardo ulivista?

I dati delle recenti elezioni comunali hanno confermato quello che è evidente da anni e comunque almeno dal novembre 2014, quando le elezioni regionali dell’Emilia Romagna videro un’affluenza ai seggi inferiore al 40% degli aventi diritto. Con le sconfitte del Pd ai recenti ballottaggi anche il più distratto degli osservatori non può che giungere alla conclusione che senza il voto dell’elettorato tradizionale di sinistra, storicamente concentrato nelle “regioni rosse” dell’Italia centrosettentrionale, il sedicente centrosinistra è destinato al dissolvimento.

Ed ecco che, a pochi mesi dalle elezioni politiche, l’esercito dei democristiani (veri, post- e cripto-) esce allo scoperto e corre ai ripari, sventolando la fede ulivista dietro cui hanno fino ad oggi nascosto il piano di prendere i voti a sinistra per poi fare politiche di centro o centrodestra.

Per quanto mi riguarda, la reazione è semplice. Ci hanno chiesto il voto per venti anni tondi (1994-2013) agitando lo spettro di Berlusconi, salvo svelare che sognavano di farci ogni genere di larga intesa. Ci hanno riempito le orecchie di formule progressiste, di programmi sinistrorsi, per poi appiattirsi su grotteschi liberismi nostrani, dalla riforma Treu fino ai voucher, dalle privatizzazioni dalemiane fino agli intrighi bancari di oggi. Hanno proclamato la loro fede nella scuola pubblica e nel valore della Cultura, per poi accodarsi senza alcuna vergogna alle politiche morattiane e gelminiane.

Non vado oltre e mi limito a dire che, a costo di non recarmi alle urne, non mi farò sfottere oltre. Non sarà una bandierina rossa, uno spauracchio post-fascista o populista, l’ennesima “minaccia per la democrazia”, la riesumazione di un qualche feticcio della grande speranza che fu a farmi mettere una croce sulla scheda.

Vi accorgete ora che il Pd di Renzi è la perfetta evoluzione del progetto veltroniano? Che D’Alema è stato di destra quanto e forse più di Renzi? Vi accorgete ora che l’ansia di battere Berlusconi vi ha svuotato di ogni idealità, consegnandovi ad un leaderismo vuoto e farsesco? Vi accorgete ora che la gente non vi crede neppure quando dite il vostro nome?

Peggio per voi.

 


I babbi di Renzi

aprile 21, 2015

Fugue

Da Veltroni Renzi ha tratto l’idea del partito unico, totalizzante. Quella che Walter chiamava vocazione maggioritaria, con Renzi è evoluta da illusione a possibilità reale: azzerare la sinistra e divorare il centro. Di D’Alema Renzi ha la spregiudicatezza, la propensione all’intrigo parlamentare, la spietatezza verso gli alleati deboli, la slealtà verso gli (ex) amici. Di Veltroni ha la superficialità, la faciloneria, il piacionismo popolare. Da D’Alema ha copiato l’idea dell’accordo con B., lo strame dei programmi elettorali in nome del compromesso con l’avversario per stravolgere la Costituzione.
Chi nel pd si strappa le vesti descrivendone il segretario come un alieno che sta devastando la casa comune, non vede o finge di non vedere che del pd Renzi è il prodotto perfetto. Figlio di papà come i due eterni duellanti che lo hanno preceduto, come loro è il prototipo di chi ha trovato nella politica la via per costruirsi una carriera. Democristiano nato e cresciuto in terra di comunisti, ha fatto dell’unione fra ex dc ed ex pci una creatura che, nella miglior tradizione delle fusioni politiche, ha tratto il peggio da entrambe le componenti.
Altro che emulo di B., Renzi è il figlio politico di D’Alema e di Veltroni che l’incubatrice piddina ha scientemente cresciuto, ed i suoi attuali avversari interni (veri o fasulli) sono mossi soltanto dall’invidia per esser lui riuscito laddove essi han fallito.


Il Grande Rattoppo

settembre 26, 2014

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La notizia lanciata da un sito web di una possibile fusione fra Partito democratico e Forza Italia non mi stupisce affatto. Mettiamoci nei panni dei dirigenti del Pd. Come sarebbe stata più facile la vita, in tutti questi anni, se non ci fosse stata la potenza di fuoco di Mediaset sparata contro di loro. Come sarebbe stato più agevole governare (spartendosi poltrone) senza doversi scontrare ogni giorno con le agguerritissime destre. Preoccupandosi pure di accontentare i residui di sinistra. E dal lato di B. Non era meglio stare fin dal principio con il centrosinistra? Senza contare che erano e sono più organizzati, si sarebbe risparmiata una lunga e tormentata alleanza con quel bifolco di Bossi, con un giuda come Fini e con quelle nullità di Casini e Buttiglione. Molto più seri gli altri. Più solidi. Più strutturati.

Sarebbe stata un’alleanza a prova di bomba. L’oratoria di D’Alema, il kennedismo Veltroni, l’esperienza di Napolitano, amplificati e gonfiati dalla forza mediatica di Silvio. Imbattibili.

Ma così non andò. C’era De Benedetti, nemico giurato di B., che da quelle parti la faceva da padrone. E c’era il terribile partito dei giudici, il manipolo di ex magistrati infiltrati nei ds guidati dal perfido Luciano “Vyzinskij” Violante, amico nientemeno che di Giancarlo Caselli. Proprio non si poteva andare con quelli lì: chi glielo spiegava a dell’Utri che si era alleati di un amico di Caselli.

E le cose sono andate come sappiamo, con anni e anni di battaglie parlamentari. Inutili, visto che avrebbero potuto andare d’accordo e spartirsi la Repubblica in santa pace.

La metamorfosi di Violante me la spiego proprio così. Me lo vedo contrito, mentre gli altri del pd lo guardano storto: ma ti rendi conto che per colpa tua Silvio ci ha preferito Fini, Bossi e Casini? Che adesso l’Italia sarebbe nostra? E lui, poverino, cerca di rimediare. Più di ogni altro si sforza di favorire il Grande Rattoppo: mettere insieme Silvio e la sinistra con vent’anni di ritardo.

Lo facciano. Sarebbe quantomeno un atto di chiarezza. Facciano il “Forza partito democratico italiano” o come vogliono chiamarlo. Così a Ballarò potranno limitarsi a mangiare pasticcini e noi ci risparmiamo le loro oscene gazzarre.


Indovinello

gennaio 27, 2014

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E’ l’anno xxxx ed il presidente del consiglio X, di centrosinistra, guida un debole governo con esigua maggioranza parlamentare. Y, segretario del PD eletto trionfalmente alle primarie e nemico giurato di D’Alema e dell’apparato, si propone di eliminare i piccoli partiti, puntando ad una dicotomia secca fra il suo partito e quello di Berlusconi. Ma il risultato è di causare la crisi di governo e le elezioni anticipate. Ed a vincerle è Berlusconi.


La seconda repubblica

settembre 24, 2013

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Nelle prime pagine di oggi c’è tutta l’Italia di questo inizio di terzo millennio.

L’unica impresa nazionale di telecomunicazioni, a suo tempo regalata dal governo D’Alema ai capitani coraggiosi della speculazione, viene svenduta ai concorrenti spagnoli; nella giornata in cui si celebra il predominio di un paese – la Germania – dove le telecomunicazioni sono saldamente in mano allo Stato.

la Direzione antimafia di Milano provvede ad arrestare gli eredi di Vittorio Mangano: mafiosi felicemente installatisi nel cuore dell’imprenditoria lombarda.

E’ la plastica rappresentazione dell’esito del percorso cominciato con la fine dell’era democristiana: mentre le imprese pubbliche (dei carrozzoni o dei gioielli, a seconda dalla convenienza del momento) venivano regalate a capitani d’industria assistiti ed avidi di lucrare sulla pelle degli italiani, i boss mafiosi salivano al rango di imprenditori per impadronirsi dell’economia ricca del nord.

Un cammino che ha proceduto incontrastato, mentre la politica si occupava di demolire l’azione giurisdizionale con una serie di leggi criminogene finalizzate ad agevolare le peggiori degenerazioni affaristiche (Parmalat e Montepaschi, per far due esempi) e la scalata delle organizzazioni mafiose: legge sui pentiti, giusto processo, depenalizzazione del falso in bilancio, ex Cirielli, indulto, indagini difensive, eccetera.

Al tempo stesso si picconavano le conquiste di civiltà, precarizzando il lavoro e mortificando scuola, università, esercito e sanità pubblica.

Ma niente paura: a Trieste abbiamo la stele contro le leggi razziali e il monumento all’esodo istriano. Quindi va tutto bene.

Di targhe, di monumenti e di giornate della memoria ne abbiamo già un certo numero, ma ne servirebbero altre.

Per ricordare agli sbadati l’origine del pensiero unico liberista, garantista ed antistatalista; progenitore della seconda repubblica basata sul bipolarismo, la cui applicazione ha significato la progressiva distruzione della Repubblica.

Di fronte alla quale i tre partiti che dovrebbero rappresentare il popolo italiano si occupano rispettivamente di:

  1. stabilire regole congressuali che garantiscano uno stipendio ad ognuno dei millemila dirigenti (partito A);
  2. trovare un sotterfugio per evitare il carcere all’unico dirigente (partito B);
  3. nascondere la totale assenza di idee dei due unici dirigenti (partito C).

Ci dicono che l’Italia rischia di essere commissariata. MAGARI – dico io – MAGARI!


Tagliamo i costi della politica

marzo 2, 2013

taglio

La rivista MicroMega rispolvera la legge n. 361/57 chiedendo che la Giunta per le elezioni della Camera dichiari ineleggibile Silvio Berlusconi.

Bene. Supponiamo che ciò avvenga. Berlusconi resta fuori del parlamento pur essendo il leader indiscusso del suo schieramento politico. Condizione che lo accomuna a Grillo e Casaleggio, che neppure si sono candidati (perché perdere tempo in quell’aula sorda e grigia?) pur essendo i capi e gli unici soggetti dotati di potere decisionale del movimento 5 stelle. A sinistra le cose vanno un po’ diversamente, ma con il tramonto di Bersani riemergeranno al vertice le figure di Veltroni e soprattutto di D’Alema, entrambi fuori dalle camere ma pur sempre capaci di indicare la rotta della coalizione. Finiamo con Napolitano che ha un piede sull’uscio, pur essendo a lui che si rivolgono le cancellerie europee.

Quindi tagliamo il nodo gordiano. Risparmiamoci di convocare il Parlamento e facciamo decidere tutto a D’Alema, Berlusconi e Casaleggio, riuniti a casa Napolitano davanti a una pastiera. Questo sì che sarebbe un bel colpo ai costi della politica.


L’eterno dramma del pd (1)

febbraio 14, 2012

Le sconfitte nelle primarie di Milano (Pisapia), di Napoli (De Magistris) e di Genova (Doria) non sono il frutto di errori occasionali, vengono da lontano.

L’elettorato di sinistra, questo grande corpo sociale indistinto e trasversale a categorie professionali, territoriali e culturali, credo che esista, o che perlomeno sia esistito. Si è formato ed è cresciuto nell’epoca democristiana (quella che qualcuno chiama bizzarramente prima repubblica) raccogliendosi attorno ai partiti tradizionali dell’epoca, Pci, Psi prima poi anche sinistra estrema, Radicali e Verdi, cementato dalla convinzione che i problemi della società italiana erano attribuibili al “malgoverno dei democristiani” (citando Moretti, ma non solo), superato il quale si sarebbe aperta una stagione di prosperità politica e sociale.

Propensi a sottovalutare i meriti di De Gasperi, di Dossetti, di La Pira, perfino di Fanfani (cosa mi tocca dire!), gli elettori di sinistra vedevano soprattutto la DC clientelare, protomafiosa, curiale, maramalda: un grumo politico da sgretolare per fare spazio al buon governo di stampo “emiliano” che avrebbe finalmente trasformato l’Italia in un paese moderno.
Questo speravano gli elettori di sinistra, dimostrandosi incapaci di vedere i mali che il grande Pci degli anni settanta e ottanta portava dentro di sé. Berlinguer, specularmente al suo omologo democristiano Moro, vedeva un’Italia inesistente, ferma agli anni cinquanta, divisa in grandi gruppi sociali immobili ed omogenei estinti o destinati all’estinzione (la classe operaia, il mondo agricolo, un vasto ceto medio privo di aspirazioni, una classe dirigente intoccabile) e ricercava l’intesa del compromesso storico proprio con quella DC che i suoi elettori tanto detestavano. La prassi amministrativa dei comunisti al governo andava sempre più assimilandosi ai metodi spregiudicati dei socialisti di quel Craxi cui si rivolse pietisticamente Occhetto (successore di Berlinguer) una volta abbandonata la via del connubio coi cattolici (si chiamava alternativa di sinistra).

Ma l’elettore di sinistra, fidando forse che si trattasse di tattica politica, continuava a credere che l’avvento della sinistra al governo avrebbe segnato una svolta epocale. L’occasione arrivò nel 1992-93, a seguito della fine della tutela atlantica sul governo del nostro paese e col tracollo del binomio DC-PSI. Ma il cadavere del fu pentapartito fu il concime politico per la nascita del fenomeno Berlusconi, che nel 1994 lasciò nuovamente la sinistra fuori della cittadella del potere.

Già qui si sarebbe dovuto capire che la classe politica di sinistra non aveva la stoffa per guidare il paese. Non solo il povero Occhetto, ma tutti quanti. Ma lo strapotere mediatico del Biscione fu l’alibi usato da quell’esercito sconfitto (anzi sbaragliato) per rigenerarsi e rivivere una seconda stagione di opposizione, non più alla DC, ma al nuovo nemico (o amico?) Silvio.

Venne poi la vittoria dell’Ulivo dell’Aprile (maiuscolo citando ancora Moretti) 1996. L’attesa sconfitta dei governi di centro o di centrodestra, per dar spazio a un governo che, per la prima volta nella storia repubblicana, avesse a pieno titolo la sinistra come componente principale. E proprio nella legislatura 1996-2001 si consuma l’esiziale dramma della sinistra. Quel lustro politico fu epifanico dei suoi mali intriseci e causa di quelli susseguenti. All’ombra della sciagurata Bicamerale, vedemmo D’Alema a braccetto con De Mita (non con Andreatta, con De Mita!), vedemmo riconfermata tutta la classe dei burocrati di Stato, vedemmo sopravvivere i servizi segreti sui quali avevamo nutrito i più atroci sospetti. Luigi Berlinguer, ministro MIUR, fece rimpiangere la Falcucci, D’Alema, presidente del consiglio (con le sue sciagurate privatizzazioni di Telecom e di Autostrade) fece rimpiangere Fanfani mentre la triade Pollastrini-Turco-Melandri azzerò in un amen tutto il credito politico che le donne si erano conquistate in anni di battaglie, dal femminismo degli anni settanta in poi.

Si riproposero, sotto altre vesti, le liturgie tipiche dell’era democristiana. Come non ricordare i sovraffollati “vertici” di maggioranza e gli elzeviri televisivi di Bertinotti?

Scoprimmo così che il sogno degli antidemocristiani era di fare i democristiani.

E capimmo che l’Italia sarebbe andata avanti come prima, se non peggio.

(continua)


Come abbiamo potuto ridurci così?

giugno 10, 2010

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Da tempo non scrivo sul blog perchè non serve. Tutti abbiamo sotto gli occhi quello che sta accadendo ed è sufficiente sfogliare gli editoriali e la cronaca (quella che residua) per intendere molto più di quello che potrei scrivere qui. Faccio un’eccezione, mentre il Senato vota la fiducia sul ddl contro le intercettazioni telefoniche, per aiutare a capire come possiamo essere arrivati a questo punto.

Copio e incollo un breve brano dal blog The Frontpage di Fabrizio Rondolino, che fra il 1996 ed il 1999 fu influentissimo membro dello staff di Massimo D’Alema (leggi tutto se ce la fai)

La legge sulle intercettazioni in discussione in questi giorni si propone precisamente questo obiettivo: difendere meglio il diritto alla riservatezza dei cittadini, siano essi indagati o no. È dunque una legge profondamente liberale, giusta, e sacrosanta. In Italia, infatti, le intercettazioni telefoniche molto spesso sono state usate e pubblicate indiscriminatamente non allo scopo di aiutare la ricerca della verità, ma al fine di distruggere la vita privata dell’indagato e il suo profilo morale.

Non occorre aggiungere altro. Questo scrive oggi l’uomo che guidò il primo (ed ultimo) presidente del consiglio post comunista della Repubblica Italiana, cui milioni di italiani di sinistra conferirono fiducia per quel cambiamento del paese che avevano inseguito per decenni. Amen.


D’Alema su Veltroni.

marzo 11, 2009

Leggo sulla stampa odierna che D’Alema ha elogiato Franceschini, criticando al tempo stesso Veltroni per la catena di sconfitte collezionate in un anno di segreteria.

Non so se ha ragione. Ma bisogna riconoscere che almeno Francheschini sembra dotato di un po’ di coerenza in quello che dice.

A chi mi criticava perchè criticavo Veltroni (e l’ho fatto fin dall’inizio della sua segreteria) faccio quindi notare che bastava sostituirlo con un Franceschini qualsiasi per attenere un miglioramento. E ho detto tutto.

Non posso fare a meno di osservare che il principale compito del neo segretario è quello di perfezionare il tesseramento in previsione del congresso di ottobre. Un tesseramento che non è stato fatto ed al quale si provvede precipitosamente a ridosso delle assemblee preparatorie. Non è difficile immaginare quante polemiche accompagneranno tale procedimento, visto come funziona il meccanismo delle tessere in Italia; specialmente in certe regioni e specialmente in certi settori politici (ex dc). E anche questo problema non può non essere ascritto al precedente segretario, che in sedici mesi si è “dimenticato” di organizzare il tesseramento. Probabilmente non lo voleva. Ma allora che partito aveva in mente? E se lo statuto era contrario alle sue idee non avrebbe dovuto prenderne atto?


Un D’Alema molto lucido (1999).

dicembre 25, 2008

Evidentemente il potere ne ha offuscato l’acume.


Veltroni-D’Alema.

maggio 7, 2008

Quattordici anni fa, dopo le dimissioni di Occhetto da segretario del pds, il partito si spaccò per la scelta del successore. Se la consultazione informale fra le sezioni (che fecero pervenire a Roma la loro preferenza via fax) premiò Veltroni, il Consiglio Nazionale scelse D’Alema. Il confronto venne raffigurato come la contrapposizione fra il kennediano Walter, invocato dalla base, e il freddo Massimo, l’uomo d’apparato.

Stando alle cronache di questi giorni, all’indomani di una sconfitta elettorale analoga a quella del 1994, il dualismo al vertice si ripropone. Attorno alla fondazione Italiani Europei diretta da D’Alema si starebbe coagulando la corrente dell’ex presidente dei ds, che non nasconde il dissenso con la segreteria. Dobbiamo aspettarci una ripetizione dello stesso duello?


Scene del dopo-elezioni.

aprile 16, 2008

Dedico questo piccolo ricordo agli entusiasti della svolta veltroniana. Il telegiornale della sera mi informa di un D’Alema “attivissimo”. Nel pomeriggio si è incontrato al loft del pd con Pierferdinando Casini.

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