Il ceto medio che ha divorato se stesso

novembre 15, 2019

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Ah, la crisi, signora mia! Parlando della stagnazione economica che sembra attanagliare irrimediabilmente l’Italia da oltre un decennio, si sente dire che essa è dovuta alla scomparsa del ceto medio, che in passato alimentava i consumi su cui si reggeva l’economia nazionale. E la colpa di questa scomparsa è ovviamente della globalizzazione, della finanziarizzazione, della precarizzazione, della politica, del mondo cattivo. Ma se mi guardo intorno e cerco di darmi una risposta da uomo della strada vedo anche altro. Che cos’è, anzi, che cos’era il ceto medio? Banalmente mi viene da dire che è la fascia che sta fra il ceto basso e il ceto alto. Se in basso ci sono i lavoratori con il livello di istruzione minimo (operai e contadini) e in alto le classi agiate e dirigenziali, a metà si trova la popolazione istruita ma non ricca. Insegnanti, professionisti, funzionari pubblici, quadri aziendali. Persone diplomate o laureate con redditi superiori a quelli dei sottoposti o degli addetti alle mansioni di livello inferiore. Ma queste figure sono scomparse? Non mi pare. E allora perché si dice che il ceto medio non c’è più? La risposta, per me, è che non esiste più il ceto basso. O meglio, se c’è, è invisibile, sommerso, residuale. La terziarizzazione esasperata dell’economia ha portato alla progressiva scomparsa della classe operaia e alla marginalizzazione dell’agricoltura, relegando a quelle attività persone sottooccupate, malpagate, immigrate, emarginate. In una parola, i poveri. E se il ceto basso è sprofondato nella povertà, quello che era ceto medio è diventato il ceto basso. Una massa di soggetti che con il proprio reddito riesce a sopravvivere, magari dignitosamente, ma non a trainare i consumi né a realizzare le proprie aspirazioni. Colpa del destino? Non solo. Colpa anche di generazioni intere di italiani che hanno potuto fruire della scolarizzazione di massa pretendendo quindi di accedere a professioni intellettuali o impiegatizie. Mentre le fabbriche chiudevano e nessuno voleva più lavorare in quelle che sopravvivevano, moltitudini di diplomati e laureati, usciti da istituti poco formativi e ancor meno selettivi, alimentavano la domanda di impieghi “da scrivania”. E la società li ha accontentati creando una massa esagerata di posizioni. Mentre sparivano i lavoratori dell’edilizia (ora sono solo stranieri stagionali) esplodeva il numero degli agenti immobiliari. Le aziende municipalizzate erogatrici di servizi (che un tempo impiegavano operai addetti alle manutenzioni e qualche impiegato per la bollettazione) sono diventate megastrutture amministrative popolate da eserciti di dirigenti e funzionari. Gli enti locali si sono gonfiati di impiegati assunti grazie a politici compiacenti, trasformandosi in mastodonti burocratici che divorano se stessi. E quando non bastano gli enti locali, ecco la galassia delle società partecipate. Soggetti di diritto privato che vivono di denari pubblici e stipendiano (lautamente) i raccomandati del posto. Gli ordini professionali hanno imbarcato pletore di mediocri laureati incapaci di fare il loro mestiere, con avvocati, per esempio, che manifestano comiche difficoltà con grammatica e ortografia. Per tacere di broker, consulenti del tutto e del niente, operatori di call center, addetti stampa dell’ufficio di ‘sta cippa.

Tutto ciò ha fatto esplodere i costi dei servizi, mentre quelli delle produzioni (agricole e manufatturiere) rimanevano invariati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Leggendo una bolletta energetica, scopriamo che il l’incidenza della fornitura sul costo totale è passata in pochi anni dall’80-90% a circa il 50%, mentre gli oneri fiscali sono saliti in proporzione per finanziare le strutture amministrative. Il costo di un’automobile è praticamente fermo da vent’anni, mentre quello del pedaggio autostradale è parallelamente raddoppiato. Lo stesso vale per i prodotti alimentari, pagati al produttore quanto vent’anni fa ma con prezzi al consumo triplicati per via della esorbitante catena distributiva, che impiega centinaia di direttori del carrello e dello scaffale.

Questa esplosione dei costi terziari, che ha visto il grande salto all’atto dell’introduzione dell’euro (e quindi la crisi del 2007 non c’entra) non è solo colpa del destino, della cattiva politica o della congiuntura planetaria, ma è dovuta proprio alla pretesa delle masse di diventare “ceto medio”, di salire di livello nella gerarchia sociale, di allontanarsi dai lavori umili per sedersi a una scrivania. Ma gli oneri economici di questo processo hanno eroso gli stessi maggiori redditi che avrebbe dovuto procurare, così che l’ambito ceto medio si è ritrovato ad essere il ceto basso, seguito solamente da una fascia di poveri. Noi tutti siamo compartecipi di questo, della nostra voglia di allontanarci dai lavori umili, di lasciarli a non si sa chi. Tutte le generazioni scolarizzate, i nati dagli anni sessanta in poi, hanno preteso (insisto: preteso) questo innalzamento sociale, ponendo le premesse per il proprio affossamento, con la complicità di un sistema scolastico e universitario che, invece di formare e selezionare, ha regalato un titolo a tutti, illudendo milioni di persone di poter fare un mestiere non raggiungibile e creando in esse l’aspettativa e la pretesa di un rango per il quale erano inadeguate. Eserciti di persone cresciute con la convinzione di avere il diritto di svolgere un lavoro improduttivo di cui non sono capaci.

E così il ceto medio non c’è più. L’insegnante ignorante vive male e guadagna poco. Lo stesso vale per il medico cretino e per il giornalista analfabeta. Eccetera. E la colpa è di tutti noi che siamo dentro questo magma.

Cosa si deve fare? Per avere un ceto medio è necessario che esista un ceto basso. Ma composto di persone vere, a pieno titolo, non di emarginati. Non di immigrati sfruttati o sottooccupati. E per cominciare (sono necessari lustri se non decenni) la prima cosa è ridurre le imposte (il cuneo fiscale) per quella fascia, per il futuro ceto basso. Per i lavoratori dell’agricoltura e del manifatturiero. Sono operai e contadini che creano il valore aggiunto e la ricchezza, non gli agenti immobiliari o gli architetti del nulla. Se un paese produce, crea ricchezza, per tutti. Anche per quello che era e dovrebbe tornare a essere il rimpianto ceto medio.


Avrei detto questo (due parole al Pd)

marzo 7, 2013

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Se mercoledì scorso, alla Sala Tergeste dell’Hotel Savoia, avessi parlato, avrei detto più o meno questo.

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Il recente risultato elettorale ha ribadito (per chi ancora non lo avesse capito) che la politica non segue strade razionali. Non basta presentare un programma serio e responsabile e candidare ottime persone per vincere le elezioni. Non basta candidare giovani per avere i voti dei giovani o candidare donne per avere i voti delle donne.

L’esempio di questa regione è emblematico. Il ricambio generazionale c’è stato, una donna guida il partito. Ma dai 240mila voti del 2008, il Pd è crollato a 178mila.

Altra regola amara della politica: contrariamente a quel che accade nella vita comune, agli errori non v’è rimedio; ce li si porta dietro per sempre. La storia nazionale è ricca di esempi di errori politici che hanno segnato irrimediabilmente una personalità o un partito (due a caso: Nenni e il Psi, Fini e An). E secondo me anche il Pd ha il suo peccato originale che, piaccia o no ai suoi leader, porterà con sé per sempre. E’ un partito che ha scelto la sua classe dirigente prima di vedere la luce. La nascita del Pd, ci dicono, coincide con l’elezione di Veltroni a segretario, nell’autunno 2007. Ma a quel momento, tutte le caselle, da quella del segretario in giù, erano già occupate o comunque destinate ad essere spartite fra una nomenclatura già cristallizzata; tutti gli organigrammi, salvo dettagli, erano già decisi.

Da quel momento il dibattito interno al partito è sembrato (a me) l’analogo di una lite in famiglia per la gestione di una eredità; eredità consistente, fuor di metafora, nell’elettorato dei partiti di origine (Dc e Pci). In tale contesa per i beni di famiglia si sono di recente inseriti figli e nipoti, che reclamano una porzione dell’eredità di nonni e bisnonni; ma nessuno si preoccupa di lavorare per aumentare il patrimonio, che va pertanto lentamente (ma nemmeno troppo) esaurendosi. Fuor di metafora, il Pd è incapace di attrarre nuovi elettori e non riesce nemmeno a mantenere i propri.

Un processo ineluttabile? Un partito destinato all’estinzione? Forse. Ma io non posso astenermi dal sottolineare che la sinistra ha una formidabile caratteristica autolesionistica: conosce i problemi, ha al proprio interno chi li individua e indica le strade da seguire, ma quando si tratta di agire sceglie altre persone ed altre vie, quelle sbagliate. Qualche esempio.

– Fu il centrosinistra a riformare il titolo quinto della Costituzione in senso “federalista”, ma il merito di aver sollevato il tema del decentramento amministrativo viene indiscutibilmente attribuito alla Lega Nord.

Chi ha memoria, però, sa che non è così; furono gli amministratori locali emiliani, nei remoti anni ottanta, a chiedere “autonomia impositiva degli enti locali”, non per inseguire secessioni o altre amenità, ma per affermare il principio della sussidiarietà e rafforzare il legame fra istituzioni e territorio. Su tutti ricordo Renzo  Imbeni – per un decennio sindaco di Bologna – che una volta approdato al Parlamento fu emarginato e poi spedito a Bruxelles. E quando la sinistra si trovò al governo, si diede un ministero non a lui, ma a Bassolino. E ho detto Bassolino.

– L’opinione pubblica è furente per i costi della politica. Un argomento cavalcato per anni in orgogliosa solitudine da Grillo, il quale ne ha tratto un vantaggio elettorale enorme. Anche in tal caso, però, la prima frattura nella diga non va ascritta a Grillo, e nemmeno al volume “la Casta” di Rizzo e Stella (2007). I primi a individuare il problema furono Cesare Salvi e Massimo Villone (senatori Ds) con il volume “I costi della democrazia” (Feltrinelli, 2005). Il Pd avrebbe potuto fare propria questa battaglia di giustizia e moralità,  guadagnando a sé il beneficio elettorale che ha invece regalato a Grillo. Invece no: nel 2008 Salvi e Villone non vennero ricandidati e sono usciti di scena.

– Il grande traino dell’ondata grillina, si sa, risiede nel lavoro dei giornalisti d’inchiesta e di denuncia riconducibili ora alla redazione de “Il Fatto Quotidiano”. La clip settimanale di Marco Travaglio è stata per anni il richiamo principale del blog di Beppe Grillo. Le pubblicazioni sulla Mafia di Lo Bianco e Rizza, le inchieste di Lillo e di Barbacetto, le denunce di Flores d’Arcais, di Furio Colombo e di Padellaro hanno consolidato il disprezzo per la classe politica tradizionale che fa da aggregante alla massa informe dell’elettorato grillino. Ma è un filone che non esce dal nulla, perché Padellaro, Colombo e Travaglio, fino al 2007, erano l’Unità! Quotidiano che, epurati loro ad opera del dinamico duo Veltroni-De Gregorio, è precipitato nelle vendite fino a ridurle ad un terzo.

Questo per dire che se il Pd avesse il buon senso di ascoltare se stesso potrebbe essere di gran lunga il partito egemone del paese.

Ma veniamo alla recente campagna elettorale. Mi ha sbigottito vedere come quasi tutti i partiti ed i commentatori si siano lasciati risucchiare dai folkloristici argomenti usati da Berlusconi sull’Imu. Io mi sarei limitato a fare un banale considerazione quasi oleografica. Prendiamo una giovane coppia che abbia la ventura di avere qualche risparmio e condizioni per accedere ad un mutuo; e mettiamo che acquisti un normale appartamento da 200mila euro. Attingendo a informazioni reperibili in rete e facendo un paio di conti, emerge che oltre alle imposte, sulla compravendita gravano oneri notarili (rogito e accatastamento) per circa 4500 euro più iva e la provvigione per l’agenzia immobiliare, che può arrivare a 8000 euro più iva. Quindi, anche ipotizzando qualche sconto, i poverini sborsano una somma fra i 12 ed i 15mila euro solo per agenzia e notaio. A occhio e croce, conti alla mano, fanno l’equivalente di quaranta o cinquanta anni di Imu.  E vogliamo dire che l’importo medio dell’Imu sulla prima casa ammonta a 225 euro? Meno di quel che paghiamo per bollo auto e canone Rai. E allora di che parliamo? Ci prendiamo in giro? Anziché far propaganda sull’Imu, non sarebbe saggio imporre un abbattimento delle provvigioni d’agenzia che, rammento, sono stabilite con legge regionale? E non sarebbe saggio riflettere sul meccanismo medioevale che ci impone un rogito notarile per espletare la compravendita immobiliare che, ora che il catasto è interamente digitalizzato, si risolve in un doppio clic? Non potrebbe essere un ente pubblico a registrare, a costo zero per i contraenti, il passaggio di proprietà?

Archiviata questa parentesi satirica, si sarebbe potuto parlare di cose serie.

La crisi economica. In campagna elettorale sono sembrati tutti più o meno concordi nell’attribuirla alla globalizzazione, alla finanziarizzazione dell’economia e (forse) all’euro e alla Bce (per tacere dei cattivissimi tedeschi). Può darsi; ma queste cose esistono anche per paesi che stanno molto meglio di noi. L’Italia ha di suo alcune fragilità economiche specifiche. Pur non sapendo di economia, ne dico una. A partire dagli anni ottanta l’economia nazionale ha subito un eccessivo, se non forsennato, processo di terziarizzazione, con il progressivo abbandono delle produzioni industriali (perlopiù di Stato) a vantaggio di imprese dei servizi (banche, assicurazioni, telecomunicazioni, televisione, pubblicità..). Non serve essere geni dell’economia per capire che senza forti settori primario e secondario l’economia di un paese non si regge. E’ necessario quindi recuperare e rilanciare la vocazione industriale che, tutto sommato, permane. E lo si può fare ricorrendo ai capitali pubblici (l’industria di Stato, la vituperata Iri, ci portarono fuori dalla miseria del dopoguerra) e ad una detassazione selettiva. La riduzione delle imposte sul lavoro non può essere per tutti, ma può e deve essere garantita al lavoro che produce valore aggiunto. Serve una detassazione mirata al lavoro manuale, per attrarre e favorire investimenti nei settori produttivi ed invogliare i giovani a lavorare nelle fabbriche.

A chi ripudia l’idea della mano pubblica in economia, chiederei se, dovendo investire in azioni, comprerebbe Fiat o Eni, Mps o Finmeccanica. E a chi tesse (ritualmente) la lode della piccola e media impresa, faccio presente che essa vive delle commesse della grande industria che, per abbattere i costi, esternalizza al fine di beneficiare della maggior flessibilità del piccolo imprenditore.

La giustizia. Merita un (lungo) discorso; per ora (ora come allora, inteso come mercoledì scorso) soprassiedo e lo rimando al prossimo post, al prossimo incontro.


Un lampo veltroniano.

agosto 11, 2011

Mentre lavavo l’insalata mi è parso di sentire provenire dalla TV la voce di Veltroni (che evidentemente Berlusconi ha liberato dalla gabbia dove viene tenuto rinchiuso) che almanaccava di un governo responsabile per salvare il paese. E mi si è palesato questo scenario. Berlusconi “fa un passo indietro” per “senso di responsabilità verso l’Europa e verso gli italiani”. Quindi nasce un governo di emergenza “sotto l’Alta Responsabilità e Tutela del Capo dello Stato” sostenuto da pd, fli, udc, cani sciolti alla Scilipoti e soprattutto con l’astensione del PdL. Un governo balneare di minoranza col solo scopo di varare la manovra. Un manovra di tagli, sacrifici, lacrime e sangue. Come fecero Amato nel ’92, Prodi nel ’96-’98, Prodi-bis nel 2006 il “centrosinistra” – sarebbe meglio dire qualsiasi cosa non sia Berlusconi – si sobbarca l’onere politico di imporre sacrifici al paese dopo che i governi del Cavaliere (e di Craxi prima di lui) hanno fatto strame dei conti pubblici. Ovviamente però, essendo di minoranza, il suddetto governo non potrà intervenire sul sistema giudiziario criminogeno e pro-mafioso abilmente creato negli ultimi quattro lustri. Né, ovviamente, potrà minimamente sfiorare le ricchezze di Berlusconi o provarsi a contrastare l’evasione fiscale. Solo tasse, tagli e sacrifici.

Ciò fatto, raffazzonati alla meglio i conti (forse), Silvio pregherà tutti di farsi da parte addossando a loro la responsabilità di aver impoverito gli italiani e si presenterà alle elezioni come quello che non ha mai aumentato le tasse e si è rifiutato di chiedere sacrifici agli italiani. Cose che fa solo la sinistra statalista e comunista (di Fini, Casini e Di Pietro, fra gli altri).

E rivincerà le elezioni.


Non c’è due senza tre.

Mag 9, 2009

Giovanni Falcone ci lasciò poco dopo aver pronunciato la seguente frase: “Cosa Nostra sta per entrare in borsa”. In realtà sappiamo ora che c’era già entrata; usò una formula semi-ipotetica per non creare troppo allarme. Anni dopo l’allora ministro Lunardi disse che “bisogna abituarsi a convivere con la mafia”. In realtà ci conviviamo e ci convivevamo anche all’epoca, ma anch’egli usò un’espressione prudente. Ieri il Presidente Napolitano ha detto che “la mafia potrebbe approfittare della crisi” per impadronirsi di aziende in crisi economica. Che conclusione dobbiamo trarre?