Incostituzionalità del processo: patteggiamento

febbraio 22, 2020

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Il patteggiamento, ovvero “l’applicazione della pena su richiesta delle parti ex artt. 444-445 c.p.p.” è il rito alternativo introdotto nel nostro ordinamento con la riforma del codice di procedura penale del 1988. Grazie ad esso l’imputato ottiene uno sconto di pena e l’amministrazione giudiziaria risparmia i tempi del dibattimento. Le parti, infatti, sono accusa e difesa, che si accordano fra loro con simultaneo vantaggio. Ma che ne è, in questo caso, della persona offesa? Non è forse anche essa una parte? No, non lo è. La vittima del reato, anche se presente all’udienza nella quale si definisce il patteggiamento, non ha voce in capitolo. È parte processuale solo a parole. Ma, si penserà, dopo il patteggiamento può comunque chiedere il risarcimento in sede civile. Certo, può chiederlo, ma non è affatto certo che lo ottenga. Vi è una radicale differenza fra la sentenza di condanna con rito ordinario o abbreviato e quella di patteggiamento. La prima, oltre alla pena, condanna il reo al risarcimento del danno, che viene in genere liquidato a parte senza che si debba discutere nel merito la materialità del fatto e la responsabilità del condannato. Nel patteggiamento non è così. Nel nostro ordinamento le prove si formano a dibattimento, e tutto quello che matura prima, nelle indagini, costituisce solamente un elemento di prova, un indizio. Il patteggiamento, evitando il dibattimento, inibisce la formazione della prova e quindi priva la vittima del processo di accertamento della verità. Essa può quindi rivolgersi al giudice civile per richiedere un risarcimento, ma in quella sede il reo, che pure ha patteggiato la pena, può negare ogni responsabilità, il processo deve essere fatto da capo con altro regime probatorio, e il giudice civile è libero di dare valore o meno a quanto è maturato in sede penale. Sebbene la giurisprudenza di legittimità sia ondivaga sulla materia, la sentenza di patteggiamento è quindi solo un indizio, non una prova. Nel giudizio risarcitorio la vittima può anche soccombere e vedersi condannata a pagare le spese legali in favore del reo che ha patteggiato.

Siamo quindi di fronte a un altro strumento procedurale che costituisce uno squilibrio fra reo e vittima che confligge con l’articolo 3 della Costituzione, perché la scelta del patteggiamento è facoltà esclusiva del cittadino imputato, favorito in questo rispetto al cittadino vittima che nulla può fare per opporsi.

Ma per avere idea di quanto sia squilibrato il sistema nella sua stessa concezione, vale la pena soffermarsi su un aspetto particolare del patteggiamento, quello che avviene davanti al GIP ai sensi dell’articolo 437 c.p.p.

Solitamente il patteggiamento avviene dopo la chiusura delle indagini e all’udienza preliminare, alla presenza della parte offesa che assiste quindi alla pronunzia della sentenza. Ma può accadere che l’indagato, sopraffatto da prove schiaccianti, opti per un rito ancora più veloce, chiedendo di patteggiare davanti al GIP quando le indagini sono in corso (e ha ricevuto l’avviso di garanzia che è ignoto alla vittima). In tal caso l’udienza si tiene alla sola presenza del pubblico ministero e del reo, all’insaputa della parte offesa che ha denunciato il fatto. Se questo è già singolare ma comunque non illogico, l’aspetto paradossale di tale rito è che, una volta depositata la sentenza di patteggiamento, la vittima non viene neppure avvisata! Il procedimento penale che essa ha avviato con denuncia o querela si chiude senza che gliene sia data notizia! Alla faccia dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.


Incostituzionalità del processo: la prescrizione

febbraio 22, 2020

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Poco ho da aggiungere a quello che ho già scritto qui e qui.

Ribadisco il concetto di fondo: la prescrizione, invocata dai cosiddetti garantisti per evitare che un soggetto resti sotto processo in eterno e che venga condannato a distanza di troppo tempo dai fatti, in realtà non estingue la pena, ma estingue il reato, e con esso anche le conseguenze verso la persona offesa. Ne consegue che il danno cagionato da un reato prescritto, salvo rari casi, non viene risarcito. È vero che quanto maturato in sede penale può essere utilizzato in sede civile, ma nella stragrande maggioranza dei casi in assenza di un giudicato penale, almeno di primo grado, le prove (rectius: gli elementi di prova) maturate nel procedimento penale non hanno automaticamente valore nel processo civile e ove il giudice non è tenuto a tenerne conto. Perché il rito civile è diverso da quello penale, ha regimi probatori differenti. È appena il caso di citare esempi quali la violenza sessuale o il maltrattamento in famiglia, nei quali la prova regina resta la deposizione della vittima. Se in sede penale essa ha pieno valore, pur se valutata considerando il possibile conflitto di interessi fra reo e parte lesa, costituisce prova valutabile da giudice. Viceversa, in un parallelo giudizio civile, essa è totalmente priva di valore, poiché la vittima che cita in giudizio il reo, essendo parte, non può certo addurre come prova la propria parola!

Si è soliti dire che la prescrizione è uno strumento utilizzato dai difensori degli indagati/imputati per sottrarsi alla condanna con tecniche dilatorie. E questo è sicuramente vero, ma è solamente un corno del problema, che consente di dipingere l’avvocatura come una organizzazione dedita al perseguimento dell’impunità dei colpevoli in contrapposizione con una magistratura votata al nobile fine di far rispettare la legge. Esiste uno speculare e incoffessato interesse della magistratura a ricorrere alla prescrizione come strumento per sottrarsi al dovere di giudicare. Il giudice, o meglio in sistema giudiziario che egli impersona, che, per una ragione qualsiasi, non intende pronunciarsi su un caso, può far leva sugli enormi margini di arbitrio di cui dispone per allungare i tempi del procedimento (dalle indagini preliminari fino al dibattimento) fino a cagionare l’estinzione del reato e quindi del procedimento. La prescrizione è quindi (anche) uno strumento per ridurre gli smisurati carichi di lavoro degli uffici giudiziari, e non stupisce quindi che molti magistrati si dicano contrari alla riforma attualmente in discussione.

Chi è del tutto disarmato davanti a questa arma processuale è ancora una volta la persona offesa, che non ha alcuno strumento per accelerare l’iter del procedimento o di interrompere il decorso della prescrizione. Strumento che invece possiede in sede civile, ove il decorso della prescrizione (non di un reato, ma di un diritto) può essere interrotto in qualsiasi momento con semplice raccomandata.

Chi parla di processi infiniti a causa della prescrizione penale, dovrebbe per onestà ammettere che le cause civili già hanno questo aspetto, perché non esiste in sede civile una causa estintiva basata sul decorrere del tempo.

La disparità di trattamento che il regime della prescrizione penale crea fra reo e vittima è quindi palesemente, macroscopicamente incostituzionale, essendo un’arma che favorisce chi ha cagionato un danno (di origine penale) a scapito di chi ha la sola colpa di averlo subito.

E allora ribadisco la mia proposta per superare il nodo su cui si è arenata la riforma Bonafede: la prescrizione estingua la pena, non il reato. Qualora vi sia nel procedimento penale una parte civile costituita, il processo vada a definizione a fini civili, allo scopo cioè di sancire l’obbligo risarcitorio verso la vittima. Se nel frattempo è decorso troppo tempo, si annullino le pene.


Incostituzionalità del processo: il risarcimento negato

febbraio 21, 2020

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L’articolo 24 della Costituzione afferma che “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”.

Ognuno di noi, quindi, può rivolgersi al Tribunale per chiedere la riparazione di un danno che ritiene di aver patito. Sembra un principio elementare, ma i padri costituenti sentirono la necessità di sancirlo nella Carta. Altrettanto elementare è il principio secondo cui chi commette un reato penale è tenuto a riparare il danno che ha cagionato. Ma questo obbligo non è scritto in Costituzione, neppure nel recentemente riscritto articolo 111.

Che può fare quindi la persona offesa da una reato (detta impropriamente vittima)? Innanzitutto denunciare il fatto, quindi sperare che il responsabile venga individuato, processato, condannato in via definitiva e quindi, a condanna pronunciata, chiedere di essere risarcita con un ulteriore procedimento giudiziario in sede civile. E qui sorge immediata una domanda: in un paese nel quale i processi durano decine di anni, quando arriva il risarcimento? Decine di anni dopo i fatti, non c’è nulla da fare. Ma l’interrogativo peggiore è un altro: e se la condanna del responsabile non arriva? Risposta: che la vittima si metta il cuore in pace. E sono questi i casi più frequenti. In Italia i responsabili di reati penali condannati in via definitiva sono una esigua minoranza, per via della cronica inefficacia del sistema giudiziario. Fra indagini che non si fanno, reati che cadono prescritti prima ancora che inizi il processo, procedimenti che non arrivano al termine per le più svariate ragioni, e condannati che figurano incapienti, sottraendosi in tal modo ai loro obblighi patrimoniali, la probabilità che una vittima venga effettivamente risarcita (anche a distanza di lustri) è minima.

Sarebbe lungo dire come si sia giunti a tale stato di cose, ma è evidente che tale fenomeno è taciuto e sottovalutato, perché l’evoluzione della società ha enormemente allargato la platea di soggetti danneggiati dal fatto-reato. Le vittime dei crack bancari e aziendali. Migliaia di persone che hanno visto evaporare i loro risparmi. I lavoratori che perdono il posto per la bancarotta fraudolenta del titolare. Le persone che si ammalano per fenomeni di inquinamento ambientale. Ma il diritto penale è entrato anche nelle case, nelle vite quotidiane, con l’istituzione di fattispecie come il maltrattamento in famiglia, gli atti persecutorii (stalking), i reati a sfondo sessuale. Eppure chiunque rimanga vittima di questi eventi è abbandonato a se stesso, ignorato dalle istituzioni e dagli uffici giudiziari, nei quali la sua posizione è del tutto marginale, oscurata da quella dell’indagato-imputato, che il cosiddetto garantismo imperante ha reso protagonista assoluto del processo e depositario di una serie di tutele del tutto sconosciute alla persona offesa.

Concorrono a questo stato di cose l’idea che la vittima sia alla ricerca di “vendetta”, cosa che potrebbe anche essere e non deve essere, ma che non dovrebbe ostacolare il procedimento. Concorre una certa filosofia pauperista, per cui chi subisce un torto “deve farsene una ragione”, e basta (“non vorrai mica guadagnarci!”).

Ma soprattutto domina ormai l’idea che la vera vittima, il perseguitato, è il reo, l’indagato, l’imputato. Quello che i politici che blaterano di giustizia definiscono “il cittadino”, dando per scontato che il processo penale coinvolga solo lui e non anche i danneggiati, e che la giustizia sia un affare privato fra lo Stato e il colpevole.

L’obiezione che si sente fare chi solleva tale problema è che la parte lesa può agire in giudizio civile a prescindere dalla celebrazione del processo penale, chiedendo il risarcimento a prescindere dalla condanna. Si tratta di una gigantesca mistificazione. Perché per ottenere giustizia direttamente da un Giudice civile, è necessario portare le prove, inconfutabili, dell’identità del reo, della commissione del fatto e dei danni cagionati. Elementi che un privato cittadino, salvo rarissimi e fortunati casi, non può avere. La vittima di una bancarotta, come può provare che il fallito ha portato all’estero i denari della società? Una donna violentata in un parco pubblico, come può conoscere l’identità dello stupratore? Un malato di cancro, come può provare che il suo male deriva dall’inquinamento di una determinata azienda, e come può sapere chi è il vero responsabile?

Per tale ragione affermo che il nostro ordinamento, a partire dalla Costituzione stessa, è in contrasto con l’articolo 3, discriminando in maniera intollerabile la posizione del reo rispetto a quella della vittima a favore del primo.

Eppure, nel continuo e inesauribile dibattito sulla Giustizia, nessuno solleva tale questione. Nessuno ha mai proposto di inserire nella Carta fondamentale una frase tanto semplice quanto incontrovertibile: “il processo penale deve garantire alla persona offesa un adeguato risarcimento”.

L’inefficacia del sistema giudiziario e la tenuità delle pene hanno fatto venir meno l’azione deterrente della condanna penale, incoraggiando di fatto la commissione del delitto che, è luogo comune dirlo, paga. E se il reo ne guadagna a spese di tutti, lo fa, a maggior ragione, in danno di quei cittadini che subiscono gli effetti del delitto stesso sulla carne viva.


Incostituzionalità del processo penale

febbraio 15, 2020

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Il dibattito politico, ahinoi non giuridico, sulla cosiddetta riforma della prescrizione penale nota con il nome del ministro Bonafede, ed emendata dal Presidente del consiglio, verte ora sulla presunta incostituzionalità del trattamento riservato all’imputato dichiarato innocente o colpevole nel giudizio di primo grado. Si sostiene che la disparità nel decorso della prescrizione a seconda della pronuncia del Tribunale violi il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Orrore! Avremmo un processo penale incostituzionale!

Ascoltando tali considerazioni siamo quindi indotti a ritenere che, escludendo tale riforma in itinere, il processo penale sia perfettamente aderente ai principi costituzionali, oltre che ispirato agli elementari ideali di giustizia che ognuno di noi percepisce. Celebrandosi i processi in aule di giustizia da parte di individui togati depositari del sapere giuridico, ci pare inverosimile che ciò non sia.

E invece è mia opinione che il nostro processo penale, così come strutturato, presenti diversi elementi di incostituzionalità discriminando la posizione del cittadino-reo rispetto al cittadino-vittima a discapito del secondo. La stessa Costituzione, nella parte in cui lo disciplina (articolo 111) è in contraddizione con se stessa (articolo 3).

Vediamo alcuni di tali elementi.

  1. Il diritto al risarcimento del danno patito dalla persona offesa dal reato (la vittima) non è previsto dalla Costituzione e, nei fatti, è un diritto negato.
  2. La prescrizione. Si è soliti leggere che la ratio della prescrizione penale è dovuta al venir meno dell’interesse dello Stato a punire un reato a distanza di un lasso temporale proporzionale alla sua gravità. Si dice che non ha senso punire una persona a distanza di troppi anni dalla commissione del fatto. Se così fosse effettivamente, la prescrizione dovrebbe estinguere la pena. E invece estingue il reato, e quindi tutte le sue conseguenze giuridiche, ivi compreso il diritto/dovere di risarcire la parte lesa. Domanda: se non ha senso punire una persona a distanza di lustri interi, ha senso risarcire il danneggiato a medesima distanza? Certamente sì. Sarebbe meglio risarcirla subito, ma risarcirla tardi è sempre meglio che mai!
  3. Il patteggiamento è un rito alternativo premiale grazie al quale l’indagato/imputato ottiene uno sconto di pena e il Tribunale si risparmia la celebrazione del processo, con un vataggio in termini di tempi e di costi di celebrazione. Ma esso preclude l’accertamento dei fatti e la formazione delle prove, pr quindi la possibilità per la vittima di avere giustizia (e conseguentemente il risarcimento).
  4. Le indagini preliminari, col passare del tempo, hanno sostituito per importanza il processo stesso. La filosofia garantista del nostro codice di procedura ha consegnato all’indagato una serie di prerogative nel corso di esse che invece sono precluse alla persona offesa. In virtù dell’articolo 415 bis del codice di procedura penale, vi è una fase non trascurabile delle indagini preliminari nella quale l’indagato è a conoscenza degli atti di indagine, mentre la persona offesa non lo è! Si tratta di una disparità fra reo e vittima in palese contraddizione con l’articolo 3 della Costituzione.
  5. Vi sono poi aspetti del processo che, pur non codificati esplicitamente, di fatto creano uno squilibrio smisurato fra reo e vittima. Per esemplificare, la celebrazione del processo nel contraddittorio delle parti in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale, prevede che le parti siano l’accusa (pubblico ministero) e la difesa (dell’imputato) mentre la parte civile costituita non ha la stessa dignità, anzi, la sua posizione nel processo è del tutto marginale.

Tenterò di illustrare questi aspetti in post successivi dedicati.


Liste, firme e Costituzione

gennaio 4, 2018

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Probabilmente Il partito PiùEuropa non sarà sulla scheda elettorale del 4 marzo, e se vi sarà, non figurerà alleato con il Pd. Il motivo è che non è in condizione di raccogliere le firme di presentazione, incombenza che grava esclusivamente su tale lista. E fra chi critica il Viminale per non voler risolvere il problema e chi invece accusa Emma Bonino di cercare scuse per sottrarsi all’annunciata alleanza con Renzi, nessuno sottolinea la palese incostituzionalità di una norma discriminatoria che esonera i partiti collegati a gruppi parlamentari uscenti dall’onere di raccogliere le firme di presentazione.

Fino al varo della (incostituzionale) legge Calderoli, tutti i partiti, dovevano farlo, in base ai sacrosanti principi che per presentarsi ad una elezione bisogna dimostrare di esistere e che tutti si è uguali davanti alla legge. Ma ormai ci si è adattati all’iniqua logica per cui chi è già in Parlamento gode del diritto di perpetrarsi al potere, in spregio ai più elementari criteri di uguaglianza. Il prossimo passo quale potrebbe essere? Stabilire che solo chi è già parlamentare o suo parente o protetto può candidarsi?

Vi è poi un ulteriore elemento di illogicità, arditamente aggirato: gruppi parlamentari e partiti sono entità diverse (organi parlamentari i primi, associazioni private i secondi) ed il loro collegamento avviene in maniera legalmente discutibile. La conseguenza è che mentre piùEuropa è un partito nuovo perciò obbligato a raccogliere le firme, tali non sono Insieme (Verdi+Psi) e Civici e popolari (gli amici della Lorenzin), che possono inverosimilmente accreditarsi come partiti consolidati per il solo fatto di poter ricandidare parlamentari già eletti (rectius: nominati) con la (incostituzionale) legge Calderoli.

Sono questi obbrobri i parti dei moderni riformatori, gli stessi che hanno tentato di imporre una riscrittura della Carta, e che testimoniano i tratti prevalenti della politica contemporanea: l’analfabetismo politico-costituzionale abbinato a determinazione e sfrontatezza nel perseguimento di finalità di parte o addirittura personali. Il livello di competenza è il più basso di sempre, ma l’ambizione e la spregiudicatezza delle condotte sono ai massimi.

Avere nel prossimo Parlamento persone di maggior competenza e serietà è vana speranza, e grave responsabilità di questo desolante orizzonte va ascritta al mondo dell’informazione, che ha sempre anteposto le logiche di schieramento e di interesse al proprio compito primario. Perciò non finiremo mai di maledire questo quarto di secolo nel quale il principale attore politico del paese è stato il monopolista dell’informazione televisiva generalista. Non a caso ispiratore delle peggiori politiche in materia scolastica e perciò maggior responsabile politico del degrado culturale del Paese.

Di questo va conservata memoria per il futuro più e meno prossimo.


Perché No

novembre 25, 2016

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Della riforma costituzionale abbiamo letto a sufficienza, e le ragioni del No, espresse per esempio da Zagrebelsky, da Onida e da Carlassare, sono molto più convincenti di quelle a favore del Sì, formulate, ad esempio, da Cacciari (è una “puttanata”, “fa schifo”, ma la voterò), da Ceccanti e da Fusaro, le quali sono riassumibili in due soli argomenti:

  • attualmente le cose non vanno, quindi bisogna cambiare la Costituzione;
  • dimostrino i contrari alla riforma che essa è peggiorativa.

Affermazioni del tutto inidonee a convincermi a votare Sì. Innanzitutto i difetti e le degenerazioni della vita politica nazionale non dipendono affatto dal testo costituzionale; in secondo luogo, dovrebbero essere i suoi sostenitori a dimostrare che la riforma è migliorativa. Impresa ardua se non impossibile, poiché nessuno è in grado di prevedere come evolverà la vita politica nazionale nell’eventualità che la modifica vada in porto.

Ciò premesso, il quattro dicembre voterò No per i seguenti motivi, i quali racchiudono implicitamente le ragioni del No già lucidamente ed autorevolmente enunciate da altri, meglio di come potrei fare io.

Le Costituzioni e le loro modifiche hanno e devono avere contenuti e motivazioni di carattere politico, storico e giuridico.

Sul piano politico le norme costituzionali devono essere dettate da alte ispirazione ideali. Ogni Carta fondamentale è nata su tali basi, e non certo al fine di velocizzare il processo legislativo o di risparmiare sui conti dello Stato. La Costituzione americana, nata dalla guerra di indipendenza, o quella francese, ispirata dalla Rivoluzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ne sono esempi preclari. Ma anche in tempi attuali, una modifica della Legge fondamentale dello Stato, la quale ha supremazia su tutte le altre leggi, deve conformarsi a principi ideali superiori che nel caso presente neppure intravedo.

Sul piano storico, la nascita e le modifiche della Costituzioni sono sempre state dettate dalla necessità: le Costituzioni vennero scritte perché bisognava scriverle. Esempio è la nostra Carta del 1948, che fu pensata e promulgata perché era necessario farlo, dal momento che lo Statuto albertino era stato ridotto a vuoto scheletro dal fascismo e dalle occupazioni militari. Non a caso esistono paesi evoluti che una Carta costituzionale non ce l’hanno: il Regno Unito non ha una Costituzione, semplicemente perché quel popolo non ne ha mai sentita la necessità. Oggi, in Italia, una tale necessità non la percepisco.

Sul piano giuridico una Costituzione, come ogni corpo normativo, deve soddisfare requisiti di logicità e di chiarezza. Ed il testo che uscirebbe dalla riforma che ci sottopongono tutto è tranne che logico e chiaro. Mi limito ad osservare che nessuno è in grado di prevedere o di spiegare quali saranno gli effettivi poteri del nuovo Senato. Se essi saranno reali, con facoltà di intervento sulle leggi di bilancio, ci troveremo in un pantano peggiore dell’attuale. Se saranno virtuali o fittizi, ci verrà consegnata una istituzione inutile e dannosa. Quanto alla manifesta illogicità, è sufficiente rilevare che la riforma pretende di rafforzare le istituzioni territoriali con la creazione del Senato a designazione regionale, ed al contempo ridimensiona grandemente le competenze amministrative decentrate, riportando allo Stato una vasta area di prerogative. E si potrebbe continuare con l’inspiegabile mantenimento delle regioni a statuto speciale e con l’incomprensibile istituzione dei senatori di nomina presidenziale settennale.

In sintesi, trovo questa riforma politicamente ingiustificata ed inconsistente, storicamente immotivata, giuridicamente illogica e confusa. Direi che basta per dire No.


Prescrizione e persona offesa

maggio 22, 2016

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Il progetto della maggioranza per la riforma della prescrizione penale, attualmente in discussione, non contempla la modifica da più parti invocata: interromperne definitivamente il decorso all’atto del rinvio a giudizio, in modo che il processo termini sempre con una pronunzia di assoluzione o di condanna, e mai con una declaratoria di estinzione del reato per decorrenza dei termini.

La profonda ingiustizia dell’attuale sistema, per cui la prescrizione può scattare a processo in corso, emerge se si osserva la questione dalla posizione, sempre negletta, della persona offesa dal reato.

Chi subisce un reato non ha altra strada se non quella di rivolgersi alla Procura della Repubblica, chiedendo l’individuazione dei responsabili e la loro condanna, che determina contestualmente la pena e l’obbligo al risarcimento del danno. La vittima, in veste di parte civile, assiste quasi passivamente al processo, attendendo per anni la condanna dell’imputato, finché, allo scattare della prescrizione, si sente dire: “siamo spiacenti, ma, a causa del lungo tempo trascorso, non possiamo pronunciare alcunché sul suo caso”. E quindi addio al risarcimento, perché con la prescrizione del reato si prescrive anche il diritto al risarcimento della persona offesa.
Oltre al danno del reato subito, ecco la beffa del risarcimento negato, gravato dalla lunga e vana attesa e dall’onere di dover comunque saldare il conto dell’avvocato.

L’obiezione secondo cui sarebbe possibile, per la persona offesa, promuovere contestualmente (o alternativamente) una causa in sede civile, ove non operano le norme della prescrizione penale, è inconsistente, perché, salvo rari casi, citare in giudizio il presunto responsabile di un reato prima che sia maturata la condanna penale è una iniziativa temeraria, ed il rischio di soccombenza, con conseguenze economicamente rovinose, è altissimo.

Da queste sintetiche considerazioni emergono due aspetti.

1. Il processo penale è totalmente sbilanciato a favore dell’indagato/imputato, che gode di poteri e tutele enormi, fra cui la prescrizione, se raffrontate a quelli, quasi nulli, della persona offesa.
2. Esiste una evidente disparità fra la disciplina degli illeciti penali e di quelli civili. Infatti chi è vittima di un illecito di natura civilistica matura un diritto risarcitorio esso pure soggetto a prescrizione, che però può essere interrotta illimitatamente e, una volta avviato il giudizio in Tribunale, cessa di decorrere fino alla sentenza definitiva senza alcun limite temporale. Paradossalmente, quindi, il nostro ordinamento favorisce il responsabile di un illecito penale rispetto a quello di un illecito civile e, corrispondentemente, penalizza la vittima di un reato penale rispetto al danneggiato civile.

Se già tali rilievi configurano profili di incostituzionalità (irragionevolezza e disuguaglianza davanti alla legge), ve ne è uno ulteriore. Il reato penale colpisce in genere beni costituzionalmente protetti, come la salute (nei reati contro la persona), il lavoro (dipendenti che perdono l’impiego per la bancarotta commessa dal titolare) o la proprietà (reati contro il patrimonio). Il regime attuale della prescrizione, denegando il risarcimento del danno da reato penale senza che la vittima possa far nulla, non avendo il potere di accelerare il processo, mentre l’imputato ha mille strumenti per rallentarlo, viola il principio della tutela minima, che impone alla Repubblica l’obbligo di garantire – perlomeno “al minimo” – i beni protetti dalla Costituzione.

Se la prescrizione è quindi uno strumento che ha salvato moltitudini di imputati, vista dalla parte delle persone offese appare palesemente incostituzionale, a meno che, come avviene nei paesi evoluti, non si stabilisca che essa cessi definitivamente di decorrere all’avvio del processo.

Contrariamente a quanto da più parti si sostiene, in tal modo non si allungherebbe la durata dei procedimenti, i cui tempi esorbitanti dipendono dalle eccessive garanzie procedurali e non sostanziali del nostro codice, dalla pessima organizzazione dei Tribunali, dall’inerzia di molti magistrati e soprattutto dalle tecniche difensive dilatorie, attuate proprio per conseguire la prescrizione del reato.

Ma con l’attuale maggioranza, che comprende chi votò la legge ex-Cirielli, che ridusse i termini di prescrizione, non ci si possono fare illusioni. Lo stesso linguaggio utilizzato dai sedicenti garantisti tradisce la logica di favore verso l’imputato, a discapito della persona offesa e, più in generale, dell’ordinamento. L’imputato viene descritto come “perseguitato” da quelle lungaggini processuali che spesso dipendono dalla sua stessa linea difensiva e viene identificato come “il cittadino”, come se, nel processo penale, non vi fosse anche un “cittadino persona offesa”, vittima pure lui, oltre che del reato, anche delle lungaggini processuali.

Qualcuno potrebbe obiettare che per molti reati la persona offesa non c’è, ovvero non è una persona fisica. In quel caso ad essere danneggiata è la società, siamo tutti noi. E per avere idea di quanto sia iniquo e devastante l’attuale regime, basta leggere questa notizia.

 

Trovi l’articolo anche a questo link.

 


Giovanardi uno di noi!

giugno 25, 2015

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La cronaca del prologo al voto di fiducia sul ddl “la buona scuola” (un appellativo semplicemente ributtante) descrive meglio di ogni dissertazione la degenerazione del processo legislativo.
Il testo di legge, prodotto da un comitato extraparlamentare, è stato pensato in totale disprezzo del corpo docente e dei sindacati, mai neppure consultati ad onta di proteste la cui veemenza avrebbe dovuto quantomeno far riflettere. E siamo nella norma: la cosiddetta riforma Gelmini del reclutamento universitario è nata esattamente allo stesso modo. Ma non finisce qui. Una parlamentare pd, sedente in Parlamento grazie all’incostituzionale legge Calderoli, ha voluto infilarci un emendamento tutto suo (in tema di educazione sessuale, ma la cosa è del tutto irrilevante). Tutto è avvenuto alle spalle del Parlamento che, seppur nominato dalla suddetta orrida legge, resta pur sempre l’unico organo legislativo nazionale. Quindi, a seguito dell’ennesima forzatura regolamentare, il testo di risulta approda in Senato per il voto di fiducia, saltando il parere (che dovrebbe essere obbligatorio), della competente commissione. Una volta approvato, sulla scuola italiana piomberà l’ennesimo macigno burocratico deciso non si sa da chi, non si sa perché, non si sa con quali effetti.
Altro che democratura, altro che autoritarismo. E’ la dittatura del caos, l’arbitrio del casino, lo stravolgimento del processo legislativo, affidato alla casualità dei processi burocratici.
Il risultato è che a balzare agli onori della cronaca parlamentare è nientemeno che Carlo Giovanardi, di cui, in tutta franchezza, avevo perso le tracce. Al suo diniego di votare la fiducia sono ora appese le speranze di quei milioni di italiani (e fra essi quasi tutti gli insegnanti cui ciascuno di noi deve la capacità di leggere e scrivere) indignati dallo sfregio che il partito democratico sta facendo delle istituzioni repubblicane.
Lontani i tempi di Pierferdinando Casini, custode della democrazia dalla poltrona di presidente della Camera, o di Gianfranco Fini argine alla protervia berlusconiana: la sinistra sfiancata e sconfitta incrocia le dita ed inneggia: Carlo Giovanardi uno di noi!


Grillo e la Costituzione (art. 67 Cost.)

marzo 3, 2013

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Il Movimento cinque stelle fa politica, politica pura. Non è antipolitica e chi lo ha così classificato è uscito giustamente scornato dalle elezioni. Grillo non è un pazzo, non è un fascista, non è un demagogo (perlomeno non nel senso tradizionale del termine) e le sue non sono proposte “populiste”; semmai sono proposte “popolari”, nel senso che riscuotono giustamente ampio consenso.

Detto questo, non si può non analizzare da vicino il suo linguaggio ed il suo modo di porre le cose. E prendiamo questo post.

http://www.beppegrillo.it/2013/03/circonvenzione.html

Vorrei essere chiaro.  Fermo restando il sacrosanto diritto di criticare qualsiasi legge o norma, questo modo di trattare la Costituzione della Repubblica, di ridurne l’analisi a discussione da bottega, ignorando che ogni articolo di una corpo normativo è tassello di un mosaico generale che non può essere fatto a pezzi e modificato a casaccio, è inaccettabile. Ogni testo legislativo ha una sua logica intrinseca generale, una sua vita propria, che si regge sui rapporti reciproci fra le varie parti. Prendere il tratto che non ci piace e pretendere di cambiarlo, di riscriverlo a piacere o di abolirlo, è una forma di analfabetismo giuridico intollerabile.

Grillo oggi, e Berlusconi prima di lui, dovrebbero sapere che se hanno determinati ruoli nella politica nazionale, lo devono proprio alla Costituzione della Repubblica, la quale regola, fra l’altro, le elezioni che li hanno portati lì dove sono. Sarebbe quindi dovuto alla Carta il rispetto che essa merita e che non tollera la foga emendatrice dell’ultimo arrivato.


Incostituzionalità del processo breve.

novembre 20, 2009

Il disegno di legge sul cosiddetto processo breve è reperibile a questo indirizzo URL:

http://www.senato.it/service/PDF/PDFServer/BGT/00444659.pdf

E’ comunque preferibile attingere alle sintesi, per esempio questa:

http://www.studiocataldi.it/news_giuridiche_asp/news_giuridica_7615.asp

Si tratta di una legge a mio parere incostituzionale in quanto vìola il principio di uguaglianza davanti alla legge.

Art. 3

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.
È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

A solo titolo di esempio sottolineo solamente qualche punto. E’ evidente che laddove la legge prevede l’applicazione dell’estinzione del processo in base ai precedenti penali del reo, essa discrimina il trattamento penale dell’imputato e della persona offesa in ragione della condizione personale del primo: se esso è incensurato si applica la legge sul processo breve (e quindi si disapplica di fatto la legge penale), se invece è pregiudicato no. Se una persona resta vittima di una truffa, come si può ragionevolmente spiegare – senza violare la logica ed il naturale senso di equità che sottende all’articolo 3 – che il suo diritto ad avere riparazione del danno dipende dall’essere il truffatore incensurato o meno?

Anche l’applicazione differenziale per tipologia di reato viola l’articolo 3. Nel nostro ordinamento (come in quasi tutti quelli avanzati, peraltro) la procedura penale è la stessa (salvo rarissime eccezioni) per qualsiasi tipo di reato. La ragione è semplice. Il processo penale (e quindi il codice di procedura che lo regolamenta) ha una funzione primaria: impedire che venga condannato un innocente, ovvero che una persona venga condannata per un delitto più grave di quello effettivamente commesso. Soggettivamente, dal punto di vista dell’imputato innocente, poco rileva la gravità del fatto contestato, poiché accusare e condannare un innocente è un sopruso intollerabile anche se il reato e la pena sono lievi. Per tale ragione le garanzie processuali sono le medesime per tutti, e non esiste una loro gradazione in base alla gravità del fatto contestato; quindi ogni norma procedurale che discrimina fra reato e reato è tendenzialmente iniqua e incostituzionale. La maggiore gravità deve riflettersi unicamente sull’entità della pena e non già sulla forma processuale, poiché essa deve rimanere neutra rispetto alle caratteristiche dell’imputato e dei capi di imputazione.

Per rendere evidente la fondatezza di questo argomento, si pensi ad un processo per estorsione a carico di un incensurato. Poiché la pena massima edittale è di dieci anni, il progetto di legge non trova applicazione e pertanto è legittimo attendersi sentenza di primo grado anche ecceduti i due anni previsti dal ddl. Ma supponiamo che, nel corso del dibattimento, emerga che il fatto commesso sia di fattispecie meno grave – per esempio esercizio arbitrario delle proprie ragioni – alla quale si applica il principio del processo breve. Si arriverebbe quindi ad una sentenza di proscioglimento per eccessiva durata anche molto dopo il secondo e ci troveremmo di fronte ad una somma di ingiustizie. Il processo è durato oltre il limite di legge previsto per il reato, con danno per l’imputato che aveva diritto ad essere prosciolto dopo due anni; ma la parte civile è rimasta ugualmente in giudizio (a proprie spese ed in attesa di una riparazione) senza ottenere alcun riscontro poiché si è giunti a proscioglimento.

Per confermare il giudizio di iniquità ed irrazionalità, si pensi ad un reato commesso in concorso da due soggetti di cui solamente uno incensurato. Per esso diverrebbe possibile l’estinzione del reato per eccessiva durata del processo, mentre per il concorrente pregiudicato si andrebbe avanti fino a condanna. Un’ingiustizia, un’assurdità, una boiata pazzesca.

Siamo evidentemente nel terreno (irrazionalità ed irragionevolezza) nel quale si cade inevitabilmente quando si definiscono norme che derogano al principio di generalità e di astrattezza, e l’irrazionalità e l’irragionevolezza delle norme sono state più volte adottate dalla Corte Costituzionale come elementi di incostituzionalità.

A mio modo di vedere il ddl viola anche il proncipio di legalità previsto dai seguenti articoli.

Art. 24

Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi.
La difesa è diritto inviolabile in ogni stato e grado del procedimento.
Sono assicurati ai non abbienti, con appositi istituti, i mezzi per agire e difendersi davanti ad ogni giurisdizione.
La legge determina le condizioni e i modi per la riparazione degli errori giudiziari.

Art. 25

Nessuno può essere distolto dal giudice naturale precostituito per legge.
Nessuno può essere punito se non in forza di una legge che sia entrata in vigore prima del fatto commesso.
Nessuno può essere sottoposto a misure di sicurezza se non nei casi previsti dalla legge.

Scusatemi se sono brutale.

L’articolo 24 dice che Tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti soggettivi e interessi legittimi. Non dice tutti possono agire in giudizio per farsi menare per il naso e ridere in faccia per tutta la vita. Perché questo accadrebbe in decine di migliaia di processi che andrebbero in fumo per impossibilità di concludere il dibattimento in tempo utile, con sommo scorno (e spesa inutile) della parte civile (che quasi sempre coincide con la persona offesa o vittima del reato) e massimo giubilo del colpevole. Il principio che si vuole introdurre avrà il solo effetto di moltiplicare gli artifici dilatori delle difese al fine di protrarre il dibattimento, con esito estintivo certo in tutti i processi che presentano una qualche articolazione per via del numero degli imputati, dei testimoni, dei periti, delle parti civili o dei capi di imputazione ovvero per la complessità tecnica per l’accertamento degli stessi. Si pensi ai processi per disastro colposo (e omicidio e/o lesioni colposi) da celebrarsi a L’Aquila per i crolli del terremoto. Le responsabilità penali sono individuabili a mezzo di complesse e vastissime perizie tecniche che devono essere esperite nel corso del dibattimento, poiché gli atti dell’indagine preliminare compiuti dalla procura sono utilizzabili come mezzo di prova e non già come prova. E’ quest’ultimo uno dei possibili strumenti dilatori inaggirabili introdotti nel processo penale come conseguenza dell’inserimento in Costituzione del cosiddetto “giusto processo” (l’ennesimo slogan berlusconiano che nasconde una trappola per la magistratura ed una frode per tutti noi) avvenuto con il colpevole concorso del centrosinistra.

E non posso non ribadire quanto da me già scritto più volte. Al momento di riformare l’art. 111 Cost: (ora detto appunto “giusto processo”) non costava molto aggiungere un semplice comma di questo tenore: “il processo assicura un equo risarcimento alla persona offesa dal reato”. Ma ai sommi giureconsulti che albergano nel nostro Parlamento non è passato nemmeno per la testa. Abituati come sono a frequentare od essere imputati, per loro il processo è una questione privata fra l’indagato/imputato e la magistratura.

I succitati articoli della Costituzione hanno chiara ispirazione garantista, ma, come ben si vede, possono e devono essere interpretati non come vantaggi unilaterali per i colpevoli (così come le leggi volute dal centrodestra berlusconiano) ma anche come obblighi per lo Stato di esercitare la legge penale. Nello spirito dei costituenti il significato del primo comma dell’art. 25 era il seguente. Nessuno può essere sottratto al suo giudice naturale precostituito per legge ed affidato ad altro giudice deciso dal governo. Il pensiero andava ai tribunali speciali voluti per processare gli antifascisti. Ma è evidente che così può rileggersi: nessuno può essere sottratto al suo giudice naturale precostituito per legge e lasciato libero di fare quel c. che gli pare. Perché va detto che questo avverrebbe per quasi tutti gli incensurati imputati di reati per i quali vale il processo breve.

I costituenti, che pure ne avevano viste di tutti i colori, non potevano certo immaginare che una banda di mafiosi e di camorristi si sarebbe impadronita della maggioranza parlamentare, ma tuttavia hanno fissato principi comunque applicabili.

Queste considerazioni si integrano con l’evidente irrazionalità ed irragionevolezza che pervadono il ddl e che, come detto, sono criteri ripetutamente assunti a base del giudizio di incostituzionalità.

Di certo i giudici costituzionali, qualora chiamati a giudicare questa legge (nella sciagurata ipotesi della sua entrata in vigore), non potranno usare gli argomenti ed i termini che ho usato io. Ma sono sicuro che pensano le stesse cose che ho scritto e troveranno il modo per esprimerlo in forma acconcia. D’altronde su questo blog scrissi più volte di essere certo della bocciatura del lodo Alfano e così è stato.


Incostituzionalità del lodo Alfano/2.

ottobre 7, 2009

Fra le tante sciocchezze che circolano in queste ore (Di Pietro e Berlusconi avanti a tutti di svariate lunghezze) ho sentito anche una cosa con qualche elemento di verità: la Corte ha smentito se stessa.

E ciò perchè, secondo gli estensori, il lodo Alfano sarebbe stato scritto apportando al suo antesignano lodo Schifani le modifiche indicate dalla sentenza della Corte che lo dichiarò incostituzionale. Scrissi qui che la Corte usò con il lodo Schifani la mano di velluto, apprezzandone lo spirito ispiratore ma bocciandolo per questioni, per così dire, secondarie. Probabilmente i giudici dell’epoca non potevano immaginare che una maggioranza parlamentare potesse essere così sfrontata da ripresentare in fotocopia una legge già bocciata. Per tale motivo i giuristi del Cavaliere trovarono gli spiragli per riproporre l’immunità per le alte cariche. E allora (faccio un’ipotesi, perchè si dovranno attendere le motivazioni) la Corte ha voluto probabilmente stabilire senza esitazioni due cose: 1) l’articolo 3 della Costituzione stabilisce un principio fondamentale, non è stato scritto per ragioni estetiche; 2) riproporre una legge già giudicata incostituzionale non è cosa gradita ai giudici supremi. Insomma, ci avete rotto le scatole con i vostri intrighi e col vostro diritto infantile, improvvisato e farlocco.

Per inciso, a difendere questo lodo Alfano c’era l’immancabile avvocato Pecorella, già autore della incostituzionale “legge Pecorella” sull’inappellabilità delle sentenze da parte del Procuratore Generale e già candidato a far parte della stessa Corte.  Complimenti.

E comunque una cosa si può dire: Napolitano avrebbe dovuto rifiutarsi di firmare in prima istanza la legge Alfano. Essendo la copia di un testo già bocciato, poteva permetterselo e obbligare la maggioranza a riproporlo forzosamente. Tante delle critiche che si fanno al Capo dello Stato sono immotivate, infondate ed inopportune. Ma su questo punto fu troppo filogovernativo, anche perchè, forse, si era ad inizio legislatura, in piena “luna di miele” fra premier ed elettorato.


Incostituzionalità del lodo Alfano: 4. Tutti a firmare.

ottobre 4, 2008

Come previsto ed anticipato, il cosiddetto lodo Alfano, ovvero l’ennesima legge salvaberlusconi, approdera’ alla Corte Costituzionale che, con ogni probabilita’, la boccera’. Comprensibile il nervosismo dei legali del premier e la loro stizza verso i giudici di Milano che hanno posto la questione.

Ancora una volta l’istituto della Consulta e’ chiamato a difenderci dall’ennesima aggressione ai principi elementari delle democrazie portata dalla personalita’ di Berlusconi e dalla sua corte.

Ma non possiamo limitarci ad attendere il responso dei supremi giudici, come se essi fossero pontifices di epoca romana prerepubblicana. Antonio Di Pietro ha annunciato una raccolta di firme per sottoporre la legge a referendum abrogativo; e’ presumibile che una tale consultazione non si terra’ mai per intervenuta abrogazione costituzionale, ma credo che ognuno di noi abbia il dovere di apporre la sua firma, per testimoniare la capacita’ e la voglia di difendere i principi di eguaglianza, di liberta’ e di giustizia che ispirano la nostra come le altre democrazie.

Con buona pace di Veltroni (che ha dichiarato che il PD non sostiene l’iniziativa) e dei suoi balbettii, io andro’ a firmare.


Incostituzionalità del lodo Alfano: 3.

settembre 29, 2008

Se vi fossero ancora dubbi sulla legittimità del lodo Alfano, le parole odierne dello stesso presidente del consiglio contribuiscono a diradarli.

Come si sa, il PM ha sollevato innanzi al Tribunale il quesito di legittimità costituzionale della legge ed ora il Giudice è chiamato a decidere se inoltrare la richiesta all’organo competente (la Suprema Corte) o rigettarla e procedere nel processo stralciando la posizione dell’imputato Silvio Berlusconi che verrebbe in tal caso valutata alla scadenza del suo mandato governativo (forse).

In questa fase sarebbe istituzionalmente apprezzabile che il Cavaliere tacesse, attendendo che gli organi istituzionali – che, si rammenta, dovrebbero essere del tutto indipendenti dal potere politico – assumano liberamente le loro decisioni. E invece no. Come è consuetudine di questo signore, che non conosce il significato della locuzione “correttezza istituzionale”, egli lancia oscure minacce alla magistratura, prefigurando una “riflessione sulla giustizia” in caso la Corte bocciasse il lodo. Fin qui si potrebbe interpretare la cosa come una forma di pressione (indebita, inutile sottolinearlo) sulla Corte Costituzionale. Ma il Cavaliere va oltre e punta il dito contro la giudice Gandus, su cui ricade l’onere e la responsabilità di decidere se porre la questione innanzi alla Corte o applicare semplicemente il lodo.

Ricordo infatti che la Corte Costituzionale non può intervenire “d’ufficio” sulle leggi votate dal parlamento, ma deve essere investita di un quesito specifico da parte di un organo giurisdizionale che sia chiamato ad applicare la disposizione di legge in oggetto; in questo caso si tratta del giudice che sta processando Berlusconi. Se Gandus si astenesse dal promuovere il ricorso, la questione di legittimità del lodo non verrebbe posta, perlomeno fino a quando un soggetto interessato (lo stesso Prsidente del Consiglio, il Capo dello Stato o uno dei presidenti delle camere) si venisse a trovare nella condizione di imputato presso qualche tribunale. Nel frattempo il premier rimarrebbe libero dal pocedimento e delle sue responsabilità penali non se parlerebbe (probabilmente mai) più.

Ecco quindi che Berlusconi in persona esercita la sua pressione sulla giudice (la sua giudice, quella che lo sta processando) cercando di indurla a non promuovere ricorso. Ed il perchè di tale solerzia e dell’esposizione personale è facilmente intuibile. Berlusconi sa, perchè glielo hanno spiegato i suoi difensori-deputati-estensori della legge, che il lodo Alfano è palesemente incostituzionale e che i giudici della Consulta non sono quindici fessi che si faranno impressionare dalle sue fanfaronate. Quindi bisogna fermare l’iter prima che parta, bloccare l’istanza prima che arrivi alla Corte, perchè una volta là, la bocciatura è sicura.


Ghedini, il lodo Alfano e Napolitano.

settembre 26, 2008

Come in ogni soap opera appena rispettabile, la vita politica italiana non può rimanere concentrata su una sola delle tragicommedie pubbliche. La vertenza Alitalia è ancora nel vivo: Epifani ha firmato ma il passaggio di proprietà fra Stato e Cai ancora non è avvenuto ed ogni minuto che passa in questa situazione non può che indispettire chi ha additato nella Cgil (manovrata dalla perfida sinistra) l’unica responsabile di un possibile fallimento della compagnia. Ma non basta. Al Tribunale di Milano prosegue il processo Mills, nonostante i difensori dell’imputato Berlusconi avessero omesso di presentarsi alla prima udienza dopo la pausa estiva. C’è da capirli: hanno lavorato sodo per varare una legge che rende improcessabile il loro cliente e perché mai dovrebbero sobbarcarsi la seccatura di andare in udienza? Quel giorno erano ovviamente indaffarati in Parlamento e, in base alle demenziali disposizioni dell’art. 420 c.p.p. (ne ho scritto in apposito post tempo fa), hanno accampato legittimo impedimento per quel giorno. Ovviamente la stampa di regime (cioè tutta) si è limitata a fare del folklore, raccontandoci della bella e giovane avvocatessa ventottenne chiamata per un giorno a difendere il divo Silvio. Nessuno che abbia sottolineato l’abnorme deformazione di un codice che impedisce la celebrazione di un processo sol perché i difensori dell’imputato hanno altro da fare.
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Incostituzionalità del lodo Alfano 2.

settembre 26, 2008

Come avevo ampiamente previsto, il PM del processo Mills ha annunciato un ricorso alla Corte Costituzionale contro il cosiddetto “lodo Alfano” che, presumibilmente, il giudice farà proprio. Non ho molto da aggiungere a quanto scrissi nel precedente post di ugual titolo e nel quale avevo riportato brani della sentenza della Corte che dichiarò incostituzionale il lodo Schifani. Una sentenza mite, nel senso che, in nuce, riconosceva la legittimità del principio ispiratore della legge, censurandone però alcuni aspetti formali. Mi auguro che questa volta la Consulta sia più netta, cassando senza esitazioni il principio di impunità per alte cariche dello Stato che, come chiunque comprende senza sforzo, confligge in maniera insanabile ed insopportabile col principio sancito dall’art. 3 Cost., ovvero l’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge.

Stiamo vivendo un momento storico particolare, nel quale lo iato fra la classe dirigente e la cittadinanza sta assumendo proporzioni patologiche ed irreversibili, tanto da ingenerare la sensazione di un suo trasformarsi in conflitto, latente od esplicito. Mi sento di dire che la Corte, mai come oggi, deve far valere la propria funzione a tutela della Carta fondamentale, ovvero dei principi ispiratori più profondi in essa contenuti. Ma non deve mancare a suo supporto la voce dell’opinione pubblica, o perlomeno di quella parte di essa (minoritaria?) non disposta ad accettare il sopruso e l’illegalità come strumenti abituali della vita pubblica.


Incostituzionalità del “lodo Alfano”.

agosto 6, 2008

Affogato nel caldo agostano ho trascurato il blog. Chiedo venia.

Ma il mondo va avanti ed è entrato nel nostro ordinamento quella che pochi mesi fa sembrava un’aberrazione definitivamente archiviata nel passato: l’immunità prevista dal cosiddetto “lodo Alfano”.
Con una singolare coincidenza, l’estate successiva alle elezioni si rivela periodo idoneo a far digerire agli italiani provvedimenti in materia di “Giustizia” (usare questo vocabolo a tali riguardi fa sbellicare ma anche un po’ piangere): se nel mese di agosto 2006 ad entrare in vigore fu l’agghiacciante indulto voluto da quasi tutti i partiti, ora ci tocca accettare lo scudo penale totale per le alte cariche dello Stato. La norma (che non riporto perché è già scritta nel blog in altro post) mi appare decisamente incostituzionale e non sono certo il solo a pensarlo.
Dichiarare immuni dal processo per qualsiasi reato quattro cittadini della Repubblica in ragione della funzione istituzionale da essi assunta è un fatto abnorme. Tuttavia la maggioranza afferma che la legge “recepisce i rilievi che la Corte Costituzionale aveva sollevato” in merito al lodo Schifani, di cui il lodo Alfano è riproposizione pedissequa, perlomeno per quanto riguarda l’oscena ed inconfessabile finalità di preservare dagli effetti del processo Mills il Presidente del Consiglio.

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E’ solo l’inizio.

luglio 23, 2008

Il lodo Alfano è legge, e al contempo è scomparsa dal decreto-sicurezza la norma blocca-processi. Tutto a posto per Berlusconi? Acque finalmente tranquille?

Non credo. Di Pietro ha precipitosamente annunciato la raccolta di firme per un referendum abrogativo, ma ho qualche dubbio sulla sua utilità. L’esperienza insegna che portare a votare più del 50% degli aventi diritto è impresa ardua anche quando la norma sottoposta a giudizio popolare ha suscitato clamore. Perchè il clamore resta circoscritto fra chi segue, almeno superficialmente, la politica, e non arriva a grandissima parte della popolazione.

Piuttosto sono certo che il tribunale di Milano (più precisamente il giudice Gandus) solleverà la questione di legittimità costituzionale riaprendo lo scontro e investendo la Consulta per la seconda volta in poco tempo del medesimo problema. E ho ragione di credere che la Corte boccerà come incostituzionale anche il lodo Alfano, così come fece con la sua versione precedente, il lodo Schifani. Ed esploderà, ancor più fragoroso, il conflitto fra le istituzioni dello Stato. Mettiamoci di mezzo anche la pretesa riforma della Giustizia che questo governo annuncia per l’autunno e siamo a posto.


Contro le nuove leggi ad personam.

luglio 4, 2008

Copio ed incollo da repubblica.it. Io ho sottoscritto il documento come consentito dal sito.

Lodo e processi rinviati
strappo all’uguaglianza

I sottoscritti professori ordinari di diritto costituzionale e di discipline equivalenti, vivamente preoccupati per le recenti iniziative legislative intese: 1) a bloccare per un anno i procedimenti penali in corso per fatti commessi prima del 30 giugno 2002, con esclusione dei reati puniti con la pena della reclusione superiore a dieci anni; 2) a reintrodurre nel nostro ordinamento l’immunità temporanea per reati comuni commessi dal Presidente della Repubblica, dal Presidente del Consiglio dei Ministri e dai Presidenti di Camera e Senato anche prima dell’assunzione della carica, già prevista dall’art. 1 comma 2 della legge n. 140 del 2003, dichiarato illegittimo dalla Corte costituzionale con la sentenza n. 24 del 2004, premesso che l’art. 1, comma 2 della Costituzione, nell’affermare che “La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione”, esclude che il popolo possa, col suo voto, rendere giudiziariamente immuni i titolari di cariche elettive e che questi, per il solo fatto di ricoprire cariche istituzionali, siano esentati dal doveroso rispetto della Carta costituzionale, rilevano, con riferimento alla legge di conversione del decreto legge n. 92 del 2008, che gli artt. 2 bis e 2 ter introdotti con emendamento a tale decreto, sollevano insuperabili perplessità di legittimità costituzionale perché: a) essendo del tutto estranei alla logica del cosiddetto decreto-sicurezza, difettano dei requisiti di straordinaria necessità ed urgenza richiesti dall’art. 77, comma 2 Cost. (Corte cost., sentenze n. 171 del 2007 e n. 128 del 2008); b) violano il principio della ragionevole durata dei processi (art. 111, comma 1 Cost., art. 6 Convenzione europea dei diritti dell’uomo); c) pregiudicano l’obbligatorietà dell’azione penale (art. 112 Cost.), in conseguenza della quale il legislatore non ha il potere di sospendere il corso dei processi, ma solo, e tutt’al più, di prevedere criteri – flessibili – cui gli uffici giudiziari debbano ispirarsi nella formazione dei ruoli d’udienza; d) la data del 30 giugno 2002 non presenta alcuna giustificazione obiettiva e razionale; e) non sussiste alcuna ragionevole giustificazione per una così generalizzata sospensione che, alla sua scadenza, produrrebbe ulteriori devastanti effetti di disfunzione della giustizia venendosi a sommare il carico dei processi sospesi a quello dei processi nel frattempo sopravvenuti; rilevano, con riferimento al cosiddetto lodo Alfano, che la sospensione temporanea ivi prevista, concernendo genericamente i reati comuni commessi dai titolari delle sopra indicate quattro alte cariche, viola, oltre alla ragionevole durata dei processi e all’obbligatorietà dell’azione penale, anche e soprattutto l’art. 3, comma 1 Cost., secondo il quale tutti i cittadini “sono eguali davanti alla legge”.

Osservano, a tal proposito, che le vigenti deroghe a tale principio in favore di titolari di cariche istituzionali, tutte previste da norme di rango costituzionale o fondate su precisi obblighi costituzionali, riguardano sempre ed esclusivamente atti o fatti compiuti nell’esercizio delle proprie funzioni. Per contro, nel cosiddetto lodo Alfano la titolarità della carica istituzionale viene assunta non già come fondamento e limite dell’immunità “funzionale”, bensì come mero pretesto per sospendere l’ordinario corso della giustizia con riferimento a reati “comuni”.

Per ciò che attiene all’analogo art. 1, comma 2 della legge n. 140 del 2003, i sottoscritti rilevano che, nel dichiararne l’incostituzionalità con la citata sentenza n. 24 del 2004, la Corte costituzionale si limitò a constatare che la previsione legislativa in questione difettava di tanti requisiti e condizioni (tra cui la doverosa indicazione del presupposto – e cioè dei reati a cui l’immunità andrebbe applicata – e l’altrettanto doveroso pari trattamento dei ministri e dei parlamentari nell’ipotesi dell’immunità, rispettivamente, del Premier e dei Presidenti delle due Camere), tali da renderla inevitabilmente contrastante con i principi dello Stato di diritto.

Ma ciò la Corte fece senza con ciò pregiudicare la questione di fondo, qui sottolineata, della necessità che qualsiasi forma di prerogativa comportante deroghe al principio di eguale sottoposizione di tutti alla giurisdizione penale debba essere introdotta necessariamente ed esclusivamente con una legge costituzionale.

Infine, date le inesatte notizie diffuse al riguardo, i sottoscritti ritengono opportuno ricordare che l’immunità temporanea per reati comuni è prevista solo nelle Costituzioni greca, portoghese, israeliana e francese con riferimento però al solo Presidente della Repubblica, mentre analoga immunità non è prevista per il Presidente del Consiglio e per i Ministri in alcun ordinamento di democrazia parlamentare analogo al nostro, tanto meno nell’ordinamento spagnolo più volte evocato, ma sempre inesattamente.

(4 luglio 2008 )


Buon compleanno.

gennaio 2, 2008

Ancora un po’ intontito dai festeggiamenti e dagli auguri mi accorgo di averne dimenticato uno importante. Ieri la Costituzione della Repubblica Italiana ha compiuto sessant’anni, essendo entrata in vigore il primo gennaio 1948. Lascio volentieri ad altri l’esercizio retorico sui segni che il tempo ha lasciato sul suo impianto: se porta bene la sua età, se ha bisogno di un lifting oppure no, eccetera eccetera. Tanto per cominciare la si dovrebbe leggere dall’inizio alla fine, ed allora mi ripropongo, per quest’anno, di tenerla a portata di mano e, tanto per convincervi che dico sul serio, ricopio qui un articolo preso (quasi) a caso.

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Friuli Venezia Giulia über alles

dicembre 7, 2007

 barca

La notizia del giorno, per chi vive in Friuli Venezia Giulia, è l’esito del primo esame della proposta di statuto regionale presentata dal consiglio regionale alla commissione affari costituzionali della Camera dei Deputati. La mole di contestazioni mosse al testo dal presidente Luciano Violante e da altri membri della commissione, nonché la rilevanza degli articoli da esse investiti, si traduce in una bocciatura del testo ed anche in un giudizio di ignoranza nei confronti di chi lo ha concepito e scritto.

Dalla stampa quotidiana si apprende che la bozza di statuto prevedeva, fra l’altro, che il presidente della Regione potesse partecipare al consiglio dei ministri dell’Unione Europea con rango di ministro della Repubblica. Una pretesa, oltre che palesemente incostituzionale, evidentemente assurda, giacchè nessuno può autopromuoversi a ranghi superiori per legge da se stesso votata. E’ come se la nella Costituzione italiana si volesse scrivere che l’Italia è membro permanente del consiglio di sicurezza dell’ONU. Lo deciderà l’ONU, semmai, non il parlamento italiano. Su tali premesse non stupisce che intere porzioni della proposta siano state seccamente cassate, e non è difficile immaginare l’ilarità dei componenti la commissione, nel leggere di una regione che pretende di attribuirsi ruoli nazionali e sovranazionali del tutto arbitrari.

Ma io mi domando: come si fa a scrivere cose del genere? E a mandarle pure in parlamento.