Incostituzionalità del processo: patteggiamento

febbraio 22, 2020

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Il patteggiamento, ovvero “l’applicazione della pena su richiesta delle parti ex artt. 444-445 c.p.p.” è il rito alternativo introdotto nel nostro ordinamento con la riforma del codice di procedura penale del 1988. Grazie ad esso l’imputato ottiene uno sconto di pena e l’amministrazione giudiziaria risparmia i tempi del dibattimento. Le parti, infatti, sono accusa e difesa, che si accordano fra loro con simultaneo vantaggio. Ma che ne è, in questo caso, della persona offesa? Non è forse anche essa una parte? No, non lo è. La vittima del reato, anche se presente all’udienza nella quale si definisce il patteggiamento, non ha voce in capitolo. È parte processuale solo a parole. Ma, si penserà, dopo il patteggiamento può comunque chiedere il risarcimento in sede civile. Certo, può chiederlo, ma non è affatto certo che lo ottenga. Vi è una radicale differenza fra la sentenza di condanna con rito ordinario o abbreviato e quella di patteggiamento. La prima, oltre alla pena, condanna il reo al risarcimento del danno, che viene in genere liquidato a parte senza che si debba discutere nel merito la materialità del fatto e la responsabilità del condannato. Nel patteggiamento non è così. Nel nostro ordinamento le prove si formano a dibattimento, e tutto quello che matura prima, nelle indagini, costituisce solamente un elemento di prova, un indizio. Il patteggiamento, evitando il dibattimento, inibisce la formazione della prova e quindi priva la vittima del processo di accertamento della verità. Essa può quindi rivolgersi al giudice civile per richiedere un risarcimento, ma in quella sede il reo, che pure ha patteggiato la pena, può negare ogni responsabilità, il processo deve essere fatto da capo con altro regime probatorio, e il giudice civile è libero di dare valore o meno a quanto è maturato in sede penale. Sebbene la giurisprudenza di legittimità sia ondivaga sulla materia, la sentenza di patteggiamento è quindi solo un indizio, non una prova. Nel giudizio risarcitorio la vittima può anche soccombere e vedersi condannata a pagare le spese legali in favore del reo che ha patteggiato.

Siamo quindi di fronte a un altro strumento procedurale che costituisce uno squilibrio fra reo e vittima che confligge con l’articolo 3 della Costituzione, perché la scelta del patteggiamento è facoltà esclusiva del cittadino imputato, favorito in questo rispetto al cittadino vittima che nulla può fare per opporsi.

Ma per avere idea di quanto sia squilibrato il sistema nella sua stessa concezione, vale la pena soffermarsi su un aspetto particolare del patteggiamento, quello che avviene davanti al GIP ai sensi dell’articolo 437 c.p.p.

Solitamente il patteggiamento avviene dopo la chiusura delle indagini e all’udienza preliminare, alla presenza della parte offesa che assiste quindi alla pronunzia della sentenza. Ma può accadere che l’indagato, sopraffatto da prove schiaccianti, opti per un rito ancora più veloce, chiedendo di patteggiare davanti al GIP quando le indagini sono in corso (e ha ricevuto l’avviso di garanzia che è ignoto alla vittima). In tal caso l’udienza si tiene alla sola presenza del pubblico ministero e del reo, all’insaputa della parte offesa che ha denunciato il fatto. Se questo è già singolare ma comunque non illogico, l’aspetto paradossale di tale rito è che, una volta depositata la sentenza di patteggiamento, la vittima non viene neppure avvisata! Il procedimento penale che essa ha avviato con denuncia o querela si chiude senza che gliene sia data notizia! Alla faccia dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.


Incostituzionalità del processo: la prescrizione

febbraio 22, 2020

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Poco ho da aggiungere a quello che ho già scritto qui e qui.

Ribadisco il concetto di fondo: la prescrizione, invocata dai cosiddetti garantisti per evitare che un soggetto resti sotto processo in eterno e che venga condannato a distanza di troppo tempo dai fatti, in realtà non estingue la pena, ma estingue il reato, e con esso anche le conseguenze verso la persona offesa. Ne consegue che il danno cagionato da un reato prescritto, salvo rari casi, non viene risarcito. È vero che quanto maturato in sede penale può essere utilizzato in sede civile, ma nella stragrande maggioranza dei casi in assenza di un giudicato penale, almeno di primo grado, le prove (rectius: gli elementi di prova) maturate nel procedimento penale non hanno automaticamente valore nel processo civile e ove il giudice non è tenuto a tenerne conto. Perché il rito civile è diverso da quello penale, ha regimi probatori differenti. È appena il caso di citare esempi quali la violenza sessuale o il maltrattamento in famiglia, nei quali la prova regina resta la deposizione della vittima. Se in sede penale essa ha pieno valore, pur se valutata considerando il possibile conflitto di interessi fra reo e parte lesa, costituisce prova valutabile da giudice. Viceversa, in un parallelo giudizio civile, essa è totalmente priva di valore, poiché la vittima che cita in giudizio il reo, essendo parte, non può certo addurre come prova la propria parola!

Si è soliti dire che la prescrizione è uno strumento utilizzato dai difensori degli indagati/imputati per sottrarsi alla condanna con tecniche dilatorie. E questo è sicuramente vero, ma è solamente un corno del problema, che consente di dipingere l’avvocatura come una organizzazione dedita al perseguimento dell’impunità dei colpevoli in contrapposizione con una magistratura votata al nobile fine di far rispettare la legge. Esiste uno speculare e incoffessato interesse della magistratura a ricorrere alla prescrizione come strumento per sottrarsi al dovere di giudicare. Il giudice, o meglio in sistema giudiziario che egli impersona, che, per una ragione qualsiasi, non intende pronunciarsi su un caso, può far leva sugli enormi margini di arbitrio di cui dispone per allungare i tempi del procedimento (dalle indagini preliminari fino al dibattimento) fino a cagionare l’estinzione del reato e quindi del procedimento. La prescrizione è quindi (anche) uno strumento per ridurre gli smisurati carichi di lavoro degli uffici giudiziari, e non stupisce quindi che molti magistrati si dicano contrari alla riforma attualmente in discussione.

Chi è del tutto disarmato davanti a questa arma processuale è ancora una volta la persona offesa, che non ha alcuno strumento per accelerare l’iter del procedimento o di interrompere il decorso della prescrizione. Strumento che invece possiede in sede civile, ove il decorso della prescrizione (non di un reato, ma di un diritto) può essere interrotto in qualsiasi momento con semplice raccomandata.

Chi parla di processi infiniti a causa della prescrizione penale, dovrebbe per onestà ammettere che le cause civili già hanno questo aspetto, perché non esiste in sede civile una causa estintiva basata sul decorrere del tempo.

La disparità di trattamento che il regime della prescrizione penale crea fra reo e vittima è quindi palesemente, macroscopicamente incostituzionale, essendo un’arma che favorisce chi ha cagionato un danno (di origine penale) a scapito di chi ha la sola colpa di averlo subito.

E allora ribadisco la mia proposta per superare il nodo su cui si è arenata la riforma Bonafede: la prescrizione estingua la pena, non il reato. Qualora vi sia nel procedimento penale una parte civile costituita, il processo vada a definizione a fini civili, allo scopo cioè di sancire l’obbligo risarcitorio verso la vittima. Se nel frattempo è decorso troppo tempo, si annullino le pene.


Incostituzionalità del processo: il risarcimento negato

febbraio 21, 2020

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L’articolo 24 della Costituzione afferma che “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”.

Ognuno di noi, quindi, può rivolgersi al Tribunale per chiedere la riparazione di un danno che ritiene di aver patito. Sembra un principio elementare, ma i padri costituenti sentirono la necessità di sancirlo nella Carta. Altrettanto elementare è il principio secondo cui chi commette un reato penale è tenuto a riparare il danno che ha cagionato. Ma questo obbligo non è scritto in Costituzione, neppure nel recentemente riscritto articolo 111.

Che può fare quindi la persona offesa da una reato (detta impropriamente vittima)? Innanzitutto denunciare il fatto, quindi sperare che il responsabile venga individuato, processato, condannato in via definitiva e quindi, a condanna pronunciata, chiedere di essere risarcita con un ulteriore procedimento giudiziario in sede civile. E qui sorge immediata una domanda: in un paese nel quale i processi durano decine di anni, quando arriva il risarcimento? Decine di anni dopo i fatti, non c’è nulla da fare. Ma l’interrogativo peggiore è un altro: e se la condanna del responsabile non arriva? Risposta: che la vittima si metta il cuore in pace. E sono questi i casi più frequenti. In Italia i responsabili di reati penali condannati in via definitiva sono una esigua minoranza, per via della cronica inefficacia del sistema giudiziario. Fra indagini che non si fanno, reati che cadono prescritti prima ancora che inizi il processo, procedimenti che non arrivano al termine per le più svariate ragioni, e condannati che figurano incapienti, sottraendosi in tal modo ai loro obblighi patrimoniali, la probabilità che una vittima venga effettivamente risarcita (anche a distanza di lustri) è minima.

Sarebbe lungo dire come si sia giunti a tale stato di cose, ma è evidente che tale fenomeno è taciuto e sottovalutato, perché l’evoluzione della società ha enormemente allargato la platea di soggetti danneggiati dal fatto-reato. Le vittime dei crack bancari e aziendali. Migliaia di persone che hanno visto evaporare i loro risparmi. I lavoratori che perdono il posto per la bancarotta fraudolenta del titolare. Le persone che si ammalano per fenomeni di inquinamento ambientale. Ma il diritto penale è entrato anche nelle case, nelle vite quotidiane, con l’istituzione di fattispecie come il maltrattamento in famiglia, gli atti persecutorii (stalking), i reati a sfondo sessuale. Eppure chiunque rimanga vittima di questi eventi è abbandonato a se stesso, ignorato dalle istituzioni e dagli uffici giudiziari, nei quali la sua posizione è del tutto marginale, oscurata da quella dell’indagato-imputato, che il cosiddetto garantismo imperante ha reso protagonista assoluto del processo e depositario di una serie di tutele del tutto sconosciute alla persona offesa.

Concorrono a questo stato di cose l’idea che la vittima sia alla ricerca di “vendetta”, cosa che potrebbe anche essere e non deve essere, ma che non dovrebbe ostacolare il procedimento. Concorre una certa filosofia pauperista, per cui chi subisce un torto “deve farsene una ragione”, e basta (“non vorrai mica guadagnarci!”).

Ma soprattutto domina ormai l’idea che la vera vittima, il perseguitato, è il reo, l’indagato, l’imputato. Quello che i politici che blaterano di giustizia definiscono “il cittadino”, dando per scontato che il processo penale coinvolga solo lui e non anche i danneggiati, e che la giustizia sia un affare privato fra lo Stato e il colpevole.

L’obiezione che si sente fare chi solleva tale problema è che la parte lesa può agire in giudizio civile a prescindere dalla celebrazione del processo penale, chiedendo il risarcimento a prescindere dalla condanna. Si tratta di una gigantesca mistificazione. Perché per ottenere giustizia direttamente da un Giudice civile, è necessario portare le prove, inconfutabili, dell’identità del reo, della commissione del fatto e dei danni cagionati. Elementi che un privato cittadino, salvo rarissimi e fortunati casi, non può avere. La vittima di una bancarotta, come può provare che il fallito ha portato all’estero i denari della società? Una donna violentata in un parco pubblico, come può conoscere l’identità dello stupratore? Un malato di cancro, come può provare che il suo male deriva dall’inquinamento di una determinata azienda, e come può sapere chi è il vero responsabile?

Per tale ragione affermo che il nostro ordinamento, a partire dalla Costituzione stessa, è in contrasto con l’articolo 3, discriminando in maniera intollerabile la posizione del reo rispetto a quella della vittima a favore del primo.

Eppure, nel continuo e inesauribile dibattito sulla Giustizia, nessuno solleva tale questione. Nessuno ha mai proposto di inserire nella Carta fondamentale una frase tanto semplice quanto incontrovertibile: “il processo penale deve garantire alla persona offesa un adeguato risarcimento”.

L’inefficacia del sistema giudiziario e la tenuità delle pene hanno fatto venir meno l’azione deterrente della condanna penale, incoraggiando di fatto la commissione del delitto che, è luogo comune dirlo, paga. E se il reo ne guadagna a spese di tutti, lo fa, a maggior ragione, in danno di quei cittadini che subiscono gli effetti del delitto stesso sulla carne viva.


Incostituzionalità del processo penale

febbraio 15, 2020

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Il dibattito politico, ahinoi non giuridico, sulla cosiddetta riforma della prescrizione penale nota con il nome del ministro Bonafede, ed emendata dal Presidente del consiglio, verte ora sulla presunta incostituzionalità del trattamento riservato all’imputato dichiarato innocente o colpevole nel giudizio di primo grado. Si sostiene che la disparità nel decorso della prescrizione a seconda della pronuncia del Tribunale violi il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Orrore! Avremmo un processo penale incostituzionale!

Ascoltando tali considerazioni siamo quindi indotti a ritenere che, escludendo tale riforma in itinere, il processo penale sia perfettamente aderente ai principi costituzionali, oltre che ispirato agli elementari ideali di giustizia che ognuno di noi percepisce. Celebrandosi i processi in aule di giustizia da parte di individui togati depositari del sapere giuridico, ci pare inverosimile che ciò non sia.

E invece è mia opinione che il nostro processo penale, così come strutturato, presenti diversi elementi di incostituzionalità discriminando la posizione del cittadino-reo rispetto al cittadino-vittima a discapito del secondo. La stessa Costituzione, nella parte in cui lo disciplina (articolo 111) è in contraddizione con se stessa (articolo 3).

Vediamo alcuni di tali elementi.

  1. Il diritto al risarcimento del danno patito dalla persona offesa dal reato (la vittima) non è previsto dalla Costituzione e, nei fatti, è un diritto negato.
  2. La prescrizione. Si è soliti leggere che la ratio della prescrizione penale è dovuta al venir meno dell’interesse dello Stato a punire un reato a distanza di un lasso temporale proporzionale alla sua gravità. Si dice che non ha senso punire una persona a distanza di troppi anni dalla commissione del fatto. Se così fosse effettivamente, la prescrizione dovrebbe estinguere la pena. E invece estingue il reato, e quindi tutte le sue conseguenze giuridiche, ivi compreso il diritto/dovere di risarcire la parte lesa. Domanda: se non ha senso punire una persona a distanza di lustri interi, ha senso risarcire il danneggiato a medesima distanza? Certamente sì. Sarebbe meglio risarcirla subito, ma risarcirla tardi è sempre meglio che mai!
  3. Il patteggiamento è un rito alternativo premiale grazie al quale l’indagato/imputato ottiene uno sconto di pena e il Tribunale si risparmia la celebrazione del processo, con un vataggio in termini di tempi e di costi di celebrazione. Ma esso preclude l’accertamento dei fatti e la formazione delle prove, pr quindi la possibilità per la vittima di avere giustizia (e conseguentemente il risarcimento).
  4. Le indagini preliminari, col passare del tempo, hanno sostituito per importanza il processo stesso. La filosofia garantista del nostro codice di procedura ha consegnato all’indagato una serie di prerogative nel corso di esse che invece sono precluse alla persona offesa. In virtù dell’articolo 415 bis del codice di procedura penale, vi è una fase non trascurabile delle indagini preliminari nella quale l’indagato è a conoscenza degli atti di indagine, mentre la persona offesa non lo è! Si tratta di una disparità fra reo e vittima in palese contraddizione con l’articolo 3 della Costituzione.
  5. Vi sono poi aspetti del processo che, pur non codificati esplicitamente, di fatto creano uno squilibrio smisurato fra reo e vittima. Per esemplificare, la celebrazione del processo nel contraddittorio delle parti in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale, prevede che le parti siano l’accusa (pubblico ministero) e la difesa (dell’imputato) mentre la parte civile costituita non ha la stessa dignità, anzi, la sua posizione nel processo è del tutto marginale.

Tenterò di illustrare questi aspetti in post successivi dedicati.


Liste, firme e Costituzione

gennaio 4, 2018

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Probabilmente Il partito PiùEuropa non sarà sulla scheda elettorale del 4 marzo, e se vi sarà, non figurerà alleato con il Pd. Il motivo è che non è in condizione di raccogliere le firme di presentazione, incombenza che grava esclusivamente su tale lista. E fra chi critica il Viminale per non voler risolvere il problema e chi invece accusa Emma Bonino di cercare scuse per sottrarsi all’annunciata alleanza con Renzi, nessuno sottolinea la palese incostituzionalità di una norma discriminatoria che esonera i partiti collegati a gruppi parlamentari uscenti dall’onere di raccogliere le firme di presentazione.

Fino al varo della (incostituzionale) legge Calderoli, tutti i partiti, dovevano farlo, in base ai sacrosanti principi che per presentarsi ad una elezione bisogna dimostrare di esistere e che tutti si è uguali davanti alla legge. Ma ormai ci si è adattati all’iniqua logica per cui chi è già in Parlamento gode del diritto di perpetrarsi al potere, in spregio ai più elementari criteri di uguaglianza. Il prossimo passo quale potrebbe essere? Stabilire che solo chi è già parlamentare o suo parente o protetto può candidarsi?

Vi è poi un ulteriore elemento di illogicità, arditamente aggirato: gruppi parlamentari e partiti sono entità diverse (organi parlamentari i primi, associazioni private i secondi) ed il loro collegamento avviene in maniera legalmente discutibile. La conseguenza è che mentre piùEuropa è un partito nuovo perciò obbligato a raccogliere le firme, tali non sono Insieme (Verdi+Psi) e Civici e popolari (gli amici della Lorenzin), che possono inverosimilmente accreditarsi come partiti consolidati per il solo fatto di poter ricandidare parlamentari già eletti (rectius: nominati) con la (incostituzionale) legge Calderoli.

Sono questi obbrobri i parti dei moderni riformatori, gli stessi che hanno tentato di imporre una riscrittura della Carta, e che testimoniano i tratti prevalenti della politica contemporanea: l’analfabetismo politico-costituzionale abbinato a determinazione e sfrontatezza nel perseguimento di finalità di parte o addirittura personali. Il livello di competenza è il più basso di sempre, ma l’ambizione e la spregiudicatezza delle condotte sono ai massimi.

Avere nel prossimo Parlamento persone di maggior competenza e serietà è vana speranza, e grave responsabilità di questo desolante orizzonte va ascritta al mondo dell’informazione, che ha sempre anteposto le logiche di schieramento e di interesse al proprio compito primario. Perciò non finiremo mai di maledire questo quarto di secolo nel quale il principale attore politico del paese è stato il monopolista dell’informazione televisiva generalista. Non a caso ispiratore delle peggiori politiche in materia scolastica e perciò maggior responsabile politico del degrado culturale del Paese.

Di questo va conservata memoria per il futuro più e meno prossimo.


Perché No

novembre 25, 2016

no

Della riforma costituzionale abbiamo letto a sufficienza, e le ragioni del No, espresse per esempio da Zagrebelsky, da Onida e da Carlassare, sono molto più convincenti di quelle a favore del Sì, formulate, ad esempio, da Cacciari (è una “puttanata”, “fa schifo”, ma la voterò), da Ceccanti e da Fusaro, le quali sono riassumibili in due soli argomenti:

  • attualmente le cose non vanno, quindi bisogna cambiare la Costituzione;
  • dimostrino i contrari alla riforma che essa è peggiorativa.

Affermazioni del tutto inidonee a convincermi a votare Sì. Innanzitutto i difetti e le degenerazioni della vita politica nazionale non dipendono affatto dal testo costituzionale; in secondo luogo, dovrebbero essere i suoi sostenitori a dimostrare che la riforma è migliorativa. Impresa ardua se non impossibile, poiché nessuno è in grado di prevedere come evolverà la vita politica nazionale nell’eventualità che la modifica vada in porto.

Ciò premesso, il quattro dicembre voterò No per i seguenti motivi, i quali racchiudono implicitamente le ragioni del No già lucidamente ed autorevolmente enunciate da altri, meglio di come potrei fare io.

Le Costituzioni e le loro modifiche hanno e devono avere contenuti e motivazioni di carattere politico, storico e giuridico.

Sul piano politico le norme costituzionali devono essere dettate da alte ispirazione ideali. Ogni Carta fondamentale è nata su tali basi, e non certo al fine di velocizzare il processo legislativo o di risparmiare sui conti dello Stato. La Costituzione americana, nata dalla guerra di indipendenza, o quella francese, ispirata dalla Rivoluzione e dalla Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ne sono esempi preclari. Ma anche in tempi attuali, una modifica della Legge fondamentale dello Stato, la quale ha supremazia su tutte le altre leggi, deve conformarsi a principi ideali superiori che nel caso presente neppure intravedo.

Sul piano storico, la nascita e le modifiche della Costituzioni sono sempre state dettate dalla necessità: le Costituzioni vennero scritte perché bisognava scriverle. Esempio è la nostra Carta del 1948, che fu pensata e promulgata perché era necessario farlo, dal momento che lo Statuto albertino era stato ridotto a vuoto scheletro dal fascismo e dalle occupazioni militari. Non a caso esistono paesi evoluti che una Carta costituzionale non ce l’hanno: il Regno Unito non ha una Costituzione, semplicemente perché quel popolo non ne ha mai sentita la necessità. Oggi, in Italia, una tale necessità non la percepisco.

Sul piano giuridico una Costituzione, come ogni corpo normativo, deve soddisfare requisiti di logicità e di chiarezza. Ed il testo che uscirebbe dalla riforma che ci sottopongono tutto è tranne che logico e chiaro. Mi limito ad osservare che nessuno è in grado di prevedere o di spiegare quali saranno gli effettivi poteri del nuovo Senato. Se essi saranno reali, con facoltà di intervento sulle leggi di bilancio, ci troveremo in un pantano peggiore dell’attuale. Se saranno virtuali o fittizi, ci verrà consegnata una istituzione inutile e dannosa. Quanto alla manifesta illogicità, è sufficiente rilevare che la riforma pretende di rafforzare le istituzioni territoriali con la creazione del Senato a designazione regionale, ed al contempo ridimensiona grandemente le competenze amministrative decentrate, riportando allo Stato una vasta area di prerogative. E si potrebbe continuare con l’inspiegabile mantenimento delle regioni a statuto speciale e con l’incomprensibile istituzione dei senatori di nomina presidenziale settennale.

In sintesi, trovo questa riforma politicamente ingiustificata ed inconsistente, storicamente immotivata, giuridicamente illogica e confusa. Direi che basta per dire No.


Prescrizione e persona offesa

maggio 22, 2016

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Il progetto della maggioranza per la riforma della prescrizione penale, attualmente in discussione, non contempla la modifica da più parti invocata: interromperne definitivamente il decorso all’atto del rinvio a giudizio, in modo che il processo termini sempre con una pronunzia di assoluzione o di condanna, e mai con una declaratoria di estinzione del reato per decorrenza dei termini.

La profonda ingiustizia dell’attuale sistema, per cui la prescrizione può scattare a processo in corso, emerge se si osserva la questione dalla posizione, sempre negletta, della persona offesa dal reato.

Chi subisce un reato non ha altra strada se non quella di rivolgersi alla Procura della Repubblica, chiedendo l’individuazione dei responsabili e la loro condanna, che determina contestualmente la pena e l’obbligo al risarcimento del danno. La vittima, in veste di parte civile, assiste quasi passivamente al processo, attendendo per anni la condanna dell’imputato, finché, allo scattare della prescrizione, si sente dire: “siamo spiacenti, ma, a causa del lungo tempo trascorso, non possiamo pronunciare alcunché sul suo caso”. E quindi addio al risarcimento, perché con la prescrizione del reato si prescrive anche il diritto al risarcimento della persona offesa.
Oltre al danno del reato subito, ecco la beffa del risarcimento negato, gravato dalla lunga e vana attesa e dall’onere di dover comunque saldare il conto dell’avvocato.

L’obiezione secondo cui sarebbe possibile, per la persona offesa, promuovere contestualmente (o alternativamente) una causa in sede civile, ove non operano le norme della prescrizione penale, è inconsistente, perché, salvo rari casi, citare in giudizio il presunto responsabile di un reato prima che sia maturata la condanna penale è una iniziativa temeraria, ed il rischio di soccombenza, con conseguenze economicamente rovinose, è altissimo.

Da queste sintetiche considerazioni emergono due aspetti.

1. Il processo penale è totalmente sbilanciato a favore dell’indagato/imputato, che gode di poteri e tutele enormi, fra cui la prescrizione, se raffrontate a quelli, quasi nulli, della persona offesa.
2. Esiste una evidente disparità fra la disciplina degli illeciti penali e di quelli civili. Infatti chi è vittima di un illecito di natura civilistica matura un diritto risarcitorio esso pure soggetto a prescrizione, che però può essere interrotta illimitatamente e, una volta avviato il giudizio in Tribunale, cessa di decorrere fino alla sentenza definitiva senza alcun limite temporale. Paradossalmente, quindi, il nostro ordinamento favorisce il responsabile di un illecito penale rispetto a quello di un illecito civile e, corrispondentemente, penalizza la vittima di un reato penale rispetto al danneggiato civile.

Se già tali rilievi configurano profili di incostituzionalità (irragionevolezza e disuguaglianza davanti alla legge), ve ne è uno ulteriore. Il reato penale colpisce in genere beni costituzionalmente protetti, come la salute (nei reati contro la persona), il lavoro (dipendenti che perdono l’impiego per la bancarotta commessa dal titolare) o la proprietà (reati contro il patrimonio). Il regime attuale della prescrizione, denegando il risarcimento del danno da reato penale senza che la vittima possa far nulla, non avendo il potere di accelerare il processo, mentre l’imputato ha mille strumenti per rallentarlo, viola il principio della tutela minima, che impone alla Repubblica l’obbligo di garantire – perlomeno “al minimo” – i beni protetti dalla Costituzione.

Se la prescrizione è quindi uno strumento che ha salvato moltitudini di imputati, vista dalla parte delle persone offese appare palesemente incostituzionale, a meno che, come avviene nei paesi evoluti, non si stabilisca che essa cessi definitivamente di decorrere all’avvio del processo.

Contrariamente a quanto da più parti si sostiene, in tal modo non si allungherebbe la durata dei procedimenti, i cui tempi esorbitanti dipendono dalle eccessive garanzie procedurali e non sostanziali del nostro codice, dalla pessima organizzazione dei Tribunali, dall’inerzia di molti magistrati e soprattutto dalle tecniche difensive dilatorie, attuate proprio per conseguire la prescrizione del reato.

Ma con l’attuale maggioranza, che comprende chi votò la legge ex-Cirielli, che ridusse i termini di prescrizione, non ci si possono fare illusioni. Lo stesso linguaggio utilizzato dai sedicenti garantisti tradisce la logica di favore verso l’imputato, a discapito della persona offesa e, più in generale, dell’ordinamento. L’imputato viene descritto come “perseguitato” da quelle lungaggini processuali che spesso dipendono dalla sua stessa linea difensiva e viene identificato come “il cittadino”, come se, nel processo penale, non vi fosse anche un “cittadino persona offesa”, vittima pure lui, oltre che del reato, anche delle lungaggini processuali.

Qualcuno potrebbe obiettare che per molti reati la persona offesa non c’è, ovvero non è una persona fisica. In quel caso ad essere danneggiata è la società, siamo tutti noi. E per avere idea di quanto sia iniquo e devastante l’attuale regime, basta leggere questa notizia.

 

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