Una legge per l’autoriciclaggio

settembre 10, 2014
Roberto Chichorro

Roberto Chichorro

Ci dicono che per poter legiferare bisogna smantellare gli organi costituzionali (vedi abolizione del Senato elettivo) ed assoggettare il parlamento alle segreterie di partito ed al governo (vedi nuova legge elettorale). Tuttavia l’attuale assetto non ha impedito a questa strana maggioranza che ci ritroviamo di votare in pochi giorni (al Senato) una riforma costituzionale gigantesca che stravolge 45 articoli della Carta.

Maggioranza che invece, chissà come mai, non riesce a votare una legge che introduca il reato di autoriciclaggio. Che magari, la gente pensa, sarà una cosa complicatissima. Tanto complicata che, appunto, non si riesce a trovare una formula che vada bene.

Volete vedere una legge che istituisce il reato di autoriciclaggio? Ve la scrivo io:

Art. 1
Negli articoli 648 bis e 648 ter del codice penale, le parole “fuori dei casi di concorso nel reato” sono soppresse.

Fine. Tutto qua. Al massimo, a voler essere pignoli, si potrebbe aggiungere un articolo 2 con le disposizioni transitorie. Ma per trasformare in legge questa riga (e lo si potrebbe e dovrebbe fare per decreto), il tempo non lo trovano.


Bersani, Grillo e la prescrizione

marzo 8, 2013

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Nel gran dibattere di costi della politica, province da abolire e parlamentari da dimezzare, è sparito dal dibattito post elettorale l’argomento giustizia. E le “leggi vergogna”? Grillo e il pd non ci hanno promesso di abolirle? O forse ho capito male io? Non ci hanno rintronato con la necessità di moralizzare il paese dopo anni di ammorbamento “garantista” berlusconiano?

Mettiamo a fuoco. Per la prima volta dal 2001 Berlusconi è minoritario in entrambe le camere ed è possibile votare leggi senza il suo assenso (tacito o esplicito) e senza reclutare i senatori a vita. Per la prima volta da dodici anni! Quindi ci sono le condizioni per eliminare appunto le leggi vergogna.

Sarebbe però da superficiali pensare che ciò possa essere fatto da un giorno all’altro; molte di esse non possono essere abrogate d’un tratto. Un esempio? La legge Gasparri va riscritta, non abolita.

Un caso però c’è: la porzione di legge Cirielli che accorcia i termini della prescrizione. Allineare la normativa sulla prescrizione alle discipline europee è semplice, non serve un governo in carica e lo può fare il parlamento votando una leggina facile facile che scrivo di seguito.

*          *          *

Art. 1.

L’art. 157 c.p. è così sostituito.

La prescrizione estingue il reato:
1) in venti anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a ventiquattro anni;
2) in quindici anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione non inferiore a dieci anni;
3) in dieci anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce della reclusione inferiore a cinque anni, o la pena della multa.
4) in cinque anni, se si tratta di delitto per cui la legge stabilisce la pena della reclusione inferiore a cinque anni, o la pena della multa;
5) in tre anni, se si tratta di contravvenzione per cui la legge stabilisce la pena dell’arresto;
6) in due anni, se si tratta di contravvenzione per cui la legge stabilisce la pena dell’ammenda.
Per determinare il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo al massimo della pena stabilita dalla legge per il reato, consumato o tentato, tenuto conto dell’aumento massimo della pena stabilito per le circostanze aggravanti e della diminuzione minima stabilita per le circostanze attenuanti.
Nel caso di concorso di circostanze aggravanti e di circostanze attenuanti si applicano anche a tale effetto le disposizioni dell’articolo 69.
Quando per il reato la legge stabilisce congiuntamente o alternativamente la pena detentiva e quella pecuniaria, per determinar il tempo necessario a prescrivere si ha riguardo soltanto alla pena detentiva.”

La prescrizione è sempre espressamente rinunciabile dall’imputato.
La prescrizione non estingue i reati per i quali la legge prevede la pena dell’ergastolo, anche come effetto dell’applicazione di circostanze aggravanti.

Art. 2

L’art. 158 c.p. è così sostituito:

Il termine della prescrizione decorre, per il reato consumato, dal giorno della consumazione; per il reato tentato, dal giorno in cui è cessata l’attività del colpevole; per il reato permanente o continuato, dal giorno in cui è cessata la permanenza o la continuazione.
Quando la legge fa dipendere la punibilità del reato dal verificarsi di una condizione, il termine della prescrizione decorre dal giorno in cui la condizione si è verificata. Nondimeno nei reati punibili a querela, istanza o richiesta, il termine della prescrizione decorre dal giorno del commesso reato.

Art. 3

Il secondo comma dell’art. 161 c.p. è soppresso.

Art. 4 – Norma transitoria

I termini della prescrizione, così come computati in base alla presente legge, valgono per tutti i reati, anche se commessi nel periodo di vigenza della precedente normativa e, ferme restando le disposizioni del codice civile relativamente alla prescrizione civile, si applicano anche a tutti i procedimenti penali e civili per cui non sia stata pronunciata sentenza irrevocabile.

In tutti i procedimenti penali per i quali non sia stata pronunziata sentenza irrevocabile, è concessa la riapertura dei termini per l’applicazione delle disposizioni di cui al titolo II libro VI parte II del codice di procedura penale. La parte che intende proporne l’applicazione deve formulare istanza al giudice innanzi a cui si trova il procedimento entro novanta giorni dall’entrata in vigore della presente legge. L’imputato che ottiene l’applicazione della pena su propria richiesta è tenuto a liquidare alle parti civili costituite le spese sostenute per la costituzione e per la partecipazione al procedimento.

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Forza, Bersani e Grillo. Dal 15 marzo vi aspetto al varco. Non serve un governo, la fiducia. Mettete in calendario e votate. E se qualcuno vi dice: “Ma è contro Berlusconi!” Voi rispondete: “Sì, certamente! E’ una legge contro Berlusconi!”


Art. 649 c.p.

gennaio 10, 2008

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Da tempo medito di scrivere un post sulla violenza in famiglia, ma mi rendo conto che non è possibile: il tema è talmente complesso che non si può che rimandare ai trattati disponibili in libreria.

Alcune cose però vorrei sottolinearle, in un periodo in cui di violenza familiare si parla spesso sotto l’incalzare delle notizie di cronaca nera. La violenza familiare assume svariate forme che possiamo suddividere in quattro gruppi: fisica, sessuale, psicologica ed economica. Le violenze fisiche (che comprendono ovviamente l’omicidio) e sessuali sono quelle che maggiormente ci colpiscono e che finiscono sui giornali. E’ infatti difficile immaginare qualcosa di più aberrante di un assassinio o di uno stupro commesso in danno di un proprio congiunto; ma il verificarsi di simili fatti rientra comunque nel quadro della devianza. Appartengono invece alla sfera della “quotidianità” i fenomeni di violenza psicologica ed economica, nel senso che esse si verificano anche in famiglie apparentemente normali. Ma non va per questo sottovalutata la loro gravità.

La denigrazione, l’ingiuria, la diffamazione reiterate all’interno di un nucleo familiare (questi alcuni fra gli strumenti con cui si esplica la violenza psicologica) possono diventare vere e proprie armi di tortura, tali da danneggiare il soggetto che li subisce sotto il profilo relazionale, professionale ed affettivo, fino a comprometterne la qualità dell’esistenza in maniera anche irrimediabile. Il padre che irride e denigra il figlio, il marito sprezzante ed offensivo verso la moglie, sono esempi di comportamenti che, se reiterati nel tempo, abbinati o no ad episodi di violenza fisica, hanno il potere, come sappiamo, di annientare la personalità di chi le subisce, condannandolo ad una vita più o meno infelice.

Ma, a mio modo di vedere, la “madre” di tutte le violenze domestiche resta la violenza economica, intesa estensivamente, come strumento di potere utilizzato da un membro della famiglia contro gli altri. E’ evidente che il soggetto che dispone di una propria forza economica può sottrarsi a tutti gli altri tipi di violenza, mentre chi si trova a dover dipendere per la propria sussistenza dall’autore delle violenze non ha tale facoltà. Il reato di maltrattamenti in famiglia si verifica sovente in tali casi, quando il dominus economico del nucleo, abusando del potere che ha sugli altri, infligge ad essi vessazioni di vario tipo, nella consapevolezza che le vittime non possono emanciparsi, non avendone la possibilità materiale. Se tal fatto assume un rilievo autonomo nei casi in cui la situazione familiare è stabile sotto il profilo patrimoniale (per esempio un marito facoltoso unito ad una moglie che non lo è), esiste un problema ulteriore quando membri del nucleo familiare competono per conquistare una posizione di potere economico rispetto agli altri. Ciò può apparire erroneamente anomalo, ma non lo è, se si pensa che fra coniugi, fratelli, genitori e figli, zii e nipoti, possono intercorrere conflitti di carattere economico di ogni genere. Per esempio nella gestione dei beni familiari costituiti da proprietà immobiliari, da partecipazioni azionarie, da società familiari e così via. E’ plausibile ed accade che tali dissidi sfocino in fatti costituenti reato, sì da interessare l’autorità giudiziaria.

Se per l’omicidio (per esempio) la relazione di parentela fra vittima ed autore costituisce un’aggravante, per i reati di carattere economico accade un fenomeno opposto. Il codice penale in vigore nel nostro paese prevede limitazioni alla punibilità del reo per i delitti contro il patrimonio, specificate nell’articolo che riporto.

Art. 649 c.p.
– Non punibilità a querela della persona offesa, per fatti commessi a danno di congiunti –
Non è punibile chi ha commesso alcuno dei fatti preveduti dallo stesso titolo (art. 624 e seguenti) in danno:
1) del coniuge non legalmente separato;
2) di un ascendente o discendente o di un affine in linea retta, ovvero dell’adottante, o dell’adottato;
3) di un fratello o di una sorella che con lui convivano.
I fatti preveduti da questo titolo sono punibili a querela della persona offesa, se commessi a danno del coniuge legalmente separato, ovvero del fratello o della sorella che non convivano coll’autore del fatto, ovvero dello zio o del nipote o dell’affine in secondo grado con lui conviventi.
Le disposizioni di questo articolo non si applicano ai delitti preveduti dagli articoli 628, 629 e 630 e ad ogni altro delitto contro il patrimonio che sia commesso con violenza alle persone.

Per capirci, rientrano nel novero dei reati contemplati dall’art. 649 c.p. il furto, la truffa, l’appropriazione indebita, l’usura, la circonvenzione di incapace, il danneggiamento, la ricettazione ed in generale tutti i reati contro il patrimonio non commessi con violenza sulle persone. Restano escluse fattispecie come l’estorsione, la rapina ed il sequestro di persona a fine di estorsione.

Avete capito bene: non è punibile il marito che deruba la moglie, il padre che truffa il figlio, il nonno che presta denaro a strozzo al nipote, il fratello convivente che danneggia i beni della sorella. Beninteso (si veda il commento al post di Fulvio), i fatti in sè sono comunque illeciti e quindi il danneggiato ha diritto a chiedere la riparazione del danno in sede civile, ma l’autore non può essere penalmente perseguito. Ma non è tutto. Oltre alle esimenti totali previste dai punti 1, 2, 3, l’articolo 649 c.p. prevede limiti di procedibilità anche per i delitti commessi da fratelli (sorelle) e zii (zie) non conviventi, richiedendo la querela per tutti i reati di cui parliamo. Questo fatto può apparire marginale ma non lo è: a differenza di ciò che avviene con la denuncia, chi propone querela per un reato da lui patito si espone ad un procedimento per calunnia qualora il fatto non risulti provato (e l’indagato prosciolto). Conseguentemente, oltre alle remore che naturalmente frenano la vittima nel denunciare un congiunto, oltre alle difficoltà nel reperire le prove quando i reati sono commessi in ambito familiare, oltre ai limiti temporali per la proposizione della querela (va depositata entro novanta giorni dalla commissione del fatto), la persona offesa dal reato è scoraggiata dal rivolgersi all’autorità giudiziaria per il timore di subire conseguenze penali (e quindi anche civili e patrimoniali) in caso di esito infelice della sua querela. Oltre al danno la beffa.

Ma al di là di tali aspetti, che sono solo tracce di un esame della complessa questione, l’articolo 649 c.p. è una spia di quanto sia antiquato il nostro ordinamento. Infatti esso risale al 1889 (codice Zanardelli) con le modifiche apportate da Rocco nel 1930. Da allora è stato solo minimamente emendato, e si vedono le conseguenze. A quale società mai può appartenere una famiglia nel quale lo zio convive con il nipote? Forse ciò poteva accadere nelle famiglie patriarcali del secolo diciannovesimo, o forse nelle famiglie di immigrati clandestini che vivono ammassate negli scantinati affittati abusivamente. Ma di mezzo c’è stata un’evoluzione della società con la quale l’idea di una convivenza fra zio e nipote è diventata impensabile. E d’altronde l’articolo 649 c.p. stabilisce la non punibilità da parte dei tribunali, ma certo non autorizza i reati all’interno della famiglia. Intendo dire che rimette la questione ai rapporti familiari stessi, ovvero invita implicitamente i soggetti coinvolti (autore e vittima) a regolare la questione da sé. A legnate. In questo senso si può ben dire che è una norma giuridica che genera violenza, anzichè prevenirla o reprimerla. Essa propone un modello comportamentale adatto ad una società contadina, dove il denaro ed i beni mobili ed immateriali non esistono, basata sul baratto, sull’autorità maschile del più forte, dove il lavoro produce a malapena i mezzi essenziali di sostentamento (e quindi in famiglia non c’è alcunché da rubare). Un modello comportamentale inconciliabile con la moderna funzione del denaro e con l’attuale nozione di patrimonio e di ricchezza. Eppure l’articolo 649 c.p., questo rudere del passato, viene applicato nei nostri tribunali. Ed il giudice che, volente o nolente, pronunzia sentenze basate su di esso, assomiglia ad un tecnico radio che ripara un apparecchio sostituendo le valvole, o ad un ferroviere addetto al vagone del carbone per alimentare la caldaia del locomotore.


Codici e date

dicembre 4, 2007

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Alcuni giorni fa, nel corso di una intervista televisiva, l’ex sostituto procuratore di Milano Gherardo Colombo ha affermato che “il codice di procedura penale va consegnato alla storia e bisogna farne un altro”. Non ha detto “il sistema giudiziario nel suo complesso”, ha detto “il codice di procedura penale”. E non è un’opinione nuova; molti altri autorevoli uomini di legge lo sostengono da tempo. Posta in questi termini sembra una questione da specialisti che poco dovrebbe riguardare i comuni mortali. Ma forse non è così.

Anche se a volte ce lo dimentichiamo (o forse non ce lo hanno mai veramente insegnato), la nostra vita quotidiana riposa su concetti giuridicamente definiti. Parole come famiglia, lavoro, coniuge, domicilio, proprietà, società, possesso, debito, credito, successione, eccetera eccetera, che indicano concetti di senso comune, hanno una definizione legislativa. Lo stesso vale per vocaboli come furto, rapina, arresto, omicidio, minaccia, lesione, ingiuria, fallimento e via dicendo. In altre parole tutto o quasi quello che innerva la nostra vita quotidiana o che, in via ipotetica, la potrebbe insidiare o turbare, trova una collocazione nel codice civile o nel codice penale. E ognuno di noi, più o meno consapevolmente, regola la propria esistenza sapendo che certi comportamenti potrebbero essere soggetti ad un qualche tipo di sanzione, secondo procedure racchiuse in altri due codici: quello di procedura civile e quello di procedura penale.

Quantunque il nostro parlamento legiferi a volte freneticamente, le leggi che effettivamente ci governano sono altre e sono lì, nei codici, immutate da decenni. A ben pensarci quello che il legislatore produce abitualmente ci tocca solo marginalmente.

Sto dicendo ovvietà e banalità, ma, a volte, si ha l’impressione che, per i più, i quattro codici che ho menzionato siano oscuri e polverosi libroni cui solo per gli specialisti ha senso accedere, e con i quali si devono fare i conti solamente nel malaugurato caso di trovarsi costretti ad una causa in tribunale. In realtà non è così: quegli oscuri libroni governano, seppur indirettamente, la nostra esistenza, perché i principi in essi definiti sono l’essenza della vita pubblica e privata. Ed è un po’ strano che il diritto abbia quasi nullo spazio nell’insegnamento scolastico medio-superiore.

Vista la loro importanza, vale la pena chiedersi quando sono stati concepiti e resi efficaci. Sono andato a verificarlo.

Il codice di procedura civile ed il codice civile furono promulgati, rispettivamente, con Regi Decreti del 28 ottobre 1940 e del 16 marzo 1942, firmati da Vittorio Emanuele III e controfirmati dal capo del governo Benito Mussolini e dal ministro di Grazia e Giustizia Dino Grandi.

Ad essi va aggiunta la Legge Fallimentare, un cardine dell’ordinamento economico, promulgata con Regio Decreto anch’esso del 16 marzo 1942.

Il codice penale fu promulgato il 22 ottobre 1930 con Regio Decreto firmato da Re Vittorio Emanuele III, controfirmato dal capo del governo Benito Mussolini e dal ministro di Grazia e Giustizia Alfredo Rocco.

Il codice di procedura penale fu invece emanato con Decreto del Presidente della Repubblica del 22 settembre 1988, firmato da Francesco Cossiga (Capo dello Stato), da Ciriaco De Mita (Presidente del Consiglio) e da Giuliano Vassalli (ministro di Grazia e Giustizia).

E’ vero che nel dopoguerra sono state apportate alcune importanti modifiche al codice civile (il diritto di famiglia, per esempio) ed anche al codice penale (la legge sulla violenza sessuale), ma l’impianto originale è rimasto immutato. Che corpi di leggi tanto importanti nella vita quotidiana di tutti noi risalgano ad epoca così lontana e che siano stati votati da un parlamento non eletto democraticamente, suscita in me parecchie riflessioni. Ma che fra i quattro codici il più inadeguato si sia rivelato l’ultimo, ovvero l’unico votato da un parlamento democraticamente eletto, induce in me pensieri ancor più profondi.