La riforma che servirebbe

agosto 8, 2014

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Il cammino “riformatore” imboccato dall’alleanza Berlusconi-Renzi va nella direzione opposta a quella che servirebbe. L’accentramento dei poteri nel governo, grazie all’indebolimento o all’assoggettamento al potere esecutivo delle assemblee elettive e degli altri poteri di controllo, è un passo ulteriore del cammino intrapreso da anni, con l’introduzione del cosiddetto schema bipolare e con il progressivo svuotamento dei poteri del Parlamento, ottenuto con il ricorso sistematico ai decreti leggi, ai decreti legislativi, ai voti di fiducia, e soprattutto a leggi elettorali che rendono i parlamentari schiavi delle segreterie.

Un sistema che, scardinando lentamente l’assetto costituzionale del 1948, ha accompagnato il paese verso una gravissima crisi politica, economica e morale, rappresentata plasticamente dalla coesistenza di un processo di impoverimento della popolazione, di leadership politiche grottescamente inadeguate e del proliferare dell’illegalità, vista ormai come unico ascensore economico-sociale.

La verità è che, accanto ed a sostegno di riforme in materia fiscale (meno evasione), economica (più concorrenza, meno burocrazia, giudizio civile più celere) ed educativa (per una scuola più formativa ed una università più selettiva) sussiste l’inderogabile ed urgentissima esigenza di por mano ad una vera riforma della giustizia penale che vada nel senso esattamente opposto a quello per anni e tuttora preteso e perseguito da B. e dai suoi alleati. In modo da avere un sistema autenticamente garantista (verso gli innocenti, e non a favore dei colpevoli), che assicura giudizi celeri e rapporti giuridici certi, che assicuri la certezza della pena, che punisca severamente le organizzazione criminali e renda sconveniente il crimine. Che agevoli le confische dei beni ai mafiosi ma che estenda tale istituto ai corrotti della pubblica amministrazione, ai grandi evasori fiscali, ai trafficanti di droga e di armi, agli sfruttatori della prostituzione ed ai riciclatori. Un sistema, in breve, che premi l’onestà e punisca la disonestà. Poiché grazie allo smantellamento della giurisdizione penale compiuto in questi anni, immoralità ed illegalità sono divenuti le zavorre economiche, morali e culturali del paese.

Serve cioè una riforma che inverta la tendenza presa dalla politica italiana negli ultimi venti anni, la quale ha prodotto una lunga catena di leggi criminogene tuttora in vigore che hanno favorito e favoriscono il crimine in maniera vergognosa.

La vera riforma che ci serve parte quindi dall’abolizione delle cosiddette “leggi vergogna” che ho cercato di riassumere qui https://sentieriepensieri.wordpress.com/2014/08/08/promemoria-delle-leggi-vergogna-in-materia-penale/ e che sono ancora tutte in vigore. Per continuare con il ripristino dei principi elementari della giurisdizione con radicali e coraggiose modifiche del codice penale e del codice di procedura penale. Valutando soluzioni drastiche come l’abolizione dell’appello e il ritorno al sistema inquisitorio.

Di questo abbiamo bisogno. Altro che Senato dei nominati.

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La seconda repubblica

settembre 24, 2013

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Nelle prime pagine di oggi c’è tutta l’Italia di questo inizio di terzo millennio.

L’unica impresa nazionale di telecomunicazioni, a suo tempo regalata dal governo D’Alema ai capitani coraggiosi della speculazione, viene svenduta ai concorrenti spagnoli; nella giornata in cui si celebra il predominio di un paese – la Germania – dove le telecomunicazioni sono saldamente in mano allo Stato.

la Direzione antimafia di Milano provvede ad arrestare gli eredi di Vittorio Mangano: mafiosi felicemente installatisi nel cuore dell’imprenditoria lombarda.

E’ la plastica rappresentazione dell’esito del percorso cominciato con la fine dell’era democristiana: mentre le imprese pubbliche (dei carrozzoni o dei gioielli, a seconda dalla convenienza del momento) venivano regalate a capitani d’industria assistiti ed avidi di lucrare sulla pelle degli italiani, i boss mafiosi salivano al rango di imprenditori per impadronirsi dell’economia ricca del nord.

Un cammino che ha proceduto incontrastato, mentre la politica si occupava di demolire l’azione giurisdizionale con una serie di leggi criminogene finalizzate ad agevolare le peggiori degenerazioni affaristiche (Parmalat e Montepaschi, per far due esempi) e la scalata delle organizzazioni mafiose: legge sui pentiti, giusto processo, depenalizzazione del falso in bilancio, ex Cirielli, indulto, indagini difensive, eccetera.

Al tempo stesso si picconavano le conquiste di civiltà, precarizzando il lavoro e mortificando scuola, università, esercito e sanità pubblica.

Ma niente paura: a Trieste abbiamo la stele contro le leggi razziali e il monumento all’esodo istriano. Quindi va tutto bene.

Di targhe, di monumenti e di giornate della memoria ne abbiamo già un certo numero, ma ne servirebbero altre.

Per ricordare agli sbadati l’origine del pensiero unico liberista, garantista ed antistatalista; progenitore della seconda repubblica basata sul bipolarismo, la cui applicazione ha significato la progressiva distruzione della Repubblica.

Di fronte alla quale i tre partiti che dovrebbero rappresentare il popolo italiano si occupano rispettivamente di:

  1. stabilire regole congressuali che garantiscano uno stipendio ad ognuno dei millemila dirigenti (partito A);
  2. trovare un sotterfugio per evitare il carcere all’unico dirigente (partito B);
  3. nascondere la totale assenza di idee dei due unici dirigenti (partito C).

Ci dicono che l’Italia rischia di essere commissariata. MAGARI – dico io – MAGARI!