È sempre colpa degli altri

giugno 18, 2017

colpa

Senza distinzione di colore o di categoria, l’Italia è popolata di maestri di pensiero che eccellono nel puntare il dito contro i soggetti responsabili dei mali nazionali.

Per qualcuno sono i sindacati, per altri i magistrati, oppure gli evasori fiscali, per moltissimi sono i partiti, per tacere della burocrazia. Pochi, davvero pochi, indicano i malfattori (mafiosi, corrotti, truffatori…), ma l’elenco può continuare. Con i fannulloni, ovviamente con gli immigrati, con i meridionali (categoria in ribasso ma sempre in agguato), con i dipendenti statali, eccetera. Un ceto mette tutti d’accordo: i politici. Quasi nessuno, nemmeno i politici stessi, li salva e li esclude dal proprio novero personale delle classi nocive alla collettività, e fra i principali accusatori del mondo politico vi è l’insieme degli intellettuali, o definiti tali, che il sistema mediatico ha eletto a censori permanenti del costume nazionale, grazie a posizioni fisse su quotidiani e settimanali e soprattutto nei programmi televisivi.

Personalità come Massimo Cacciari, Michele Serra, Ernesto Galli della Loggia (e mi fermo per esigenza di sintesi), da decenni fustigano, spesso con valide ragioni, va riconosciuto, la classe politica nazionale, la quale, va detto pure questo, è lì perché scelta dagli elettori e non per le proprie doti culturali.

Raramente però qualcuno ha osato criticare proprio il mondo intellettuale che, appunto perché tale, avrebbe forse potuto fare qualcosa di più e di meglio, anziché correre a schierarsi con questa o quella fazione, come di fatto è avvenuto, mettendo a disposizione delle parti politiche e non della collettività le proprie competenze e capacità.

Scendendo nello specifico vorrei tornare al triennio 1991-1994, che segna una svolta cruciale nel percorso storico nazionale.

Il dissolvimento dell’Unione sovietica e la fine della tutela statunitense sulla politica nazionale, che aveva fatto dell’Italia una repubblica a sovranità limitata, comportò la deflagrazione dei partiti tradizionali e la transizione al nuovo sistema cosiddetto bipolare – che di fatto bipolare non fu mai – incardinato su due non-ideologie contrapposte: berlusconismo ed anti-berlusconismo. Due non-ideologie che hanno prodotto l’alternanza fra schieramenti depositari di non-politiche e di non-programmi, con il risultato che ora assistiamo al dissolvimento della politica tout-court ed al dilagare del “populismo”. Ma chissà come mai.

Mi domando: non erano forse gli intellettuali a doverci mettere in guardia da questa deriva? Mentre i politici, come è logico che sia, andavano in cerca di consensi, non toccava forse agli intellettuali avvisarci del gigantesco inganno che si stava consumando ai danni degli italiani?

Ed invece gli intellettuali, gli stessi che tuttora pontificano in tv, erano anch’essi schierati, se non direttamente impegnati in politica, su questo o quel versante, intenti a baloccarsi in disquisizioni su bipolarismi, liberalismi, grandi riforme e superamenti (di questo o di quello, c’era sempre qualcosa da superare) e su altre questioni che mai hanno realmente trovato attuazione o concreto riscontro nella realtà.

In verità, in quegli anni di svolta, una era la cosa fondamentale da dire, e toccava agli intellettuali raccontarla, imporla all’attenzione di tutti. Con la fine della Guerra fredda cessava l’epoca della tutela americana sull’Italia, finiva il nostro dopoguerra di Paese sconfitto nella seconda guerra mondiale divenuto avamposto USA nella susseguente guerra all’URSS. E bisognava dire a noi stessi che era venuto il momento in cui l’Italia doveva cominciare a camminare con le proprie gambe, senza la tutela della maggior superpotenza mondiale, che ci teneva sì sotto controllo, ma ci lasciava anche grande libertà interna. Infatti, in cambio dell’esclusione del Pci dal governo e della presenza militare sul nostro territorio, alla politica italiana era consentito quasi tutto: gestione para-socialista dell’economia, debito pubblico e deficit quanto si voleva (tripla A di rating pur in presenza di un grave disavanzo primario), energia, credito e servizi interamente nazionalizzati, scuola e sanità come meglio ci piaceva.

Finita questa epoca, avremmo dovuto per la prima volta fare delle scelte autonome, affrontare la realtà con la consapevolezza di poter contare solo su noi stessi. Ed invece, complice il ceto intellettuale, ci siamo imbarcati in una grottesca guerra interna su inutili riforme costituzionali (fortunatamente mai fatte), su leggi elettorali sempre più strane (cominciammo con Mario Segni e siamo ancora qui, in un dibattito che sembra non finire mai), su berlusconismo ed antiberlusconismo, su federalismo sì o no, su comunismo, anticomunismo e post-comunismo, su fascismo, antifascismo e post-fascismo.

E mentre ci si accecava con queste vuote discussioni, l’apparato industriale quasi miracolosamente creato dagli oggi rimpianti democristiani è andato disperso. E soprattutto, orfani della tutela americana ed incapaci di assumerci le nostre responsabilità storiche e politiche, ci siamo consegnati ad altri soggetti extra o sovra nazionali (siano essi organismi ONU, europei, o Stati esteri), i quali, a differenza degli Stati Uniti che furono, ci dettano le politiche da attuare. Ci dicono cosa produrre e come produrlo, che tasse imporre e che pensioni pagare, come gestire i servizi, la sanità e la scuola. Ci impongono, senza neppure usare eufemismi, i “compiti a casa”.

Se c’era qualcuno che poteva e doveva dire allora: “guardate che finirà così”, credo che fossero proprio gli storici, gli economisti, i politologi, i sociologi. I quali, invece, erano in prima fila a battibeccare nel pollaio nazionale, allora come ora.

 


Lettera aperta ai berlusconiani pentiti

agosto 16, 2011

L’ultimo che sta per aggiungersi alla lista è Antonio Martino, tessera numero due di Forza Italia ed esponente di punta del gruppo di chi si dice deluso dal Cavaliere, il quale avrebbe tradito la “rivoluzione liberale” che aveva promesso. Aspettiamo che dia l’addio anche lui alla nave del PdL.

Ma il prototipo dei berlusconiani pentiti ai miei occhi è Filippo Rossi, penna prolifica del sito FareFuturo ed ora de Il Futurista; chiedo scusa ma mi sono un po’ smarrito nella diaspora dei seguaci di Fini. In qualità di finiano doc ha scritto più di un articolo per denunciare pubblicamente la sua disillusione ed il suo scoramento per aver sostenuto strenuamente per sedici anni Berlusconi e la sua politica, contribuendo ad annacquare nel polo delle libertà e nel PdL il patrimonio ideale della destra italiana. Ora si batte i pugni sul petto nell’assistere allo scempio che del paese il Cavaliere sta facendo. E credo che tanti la pensino come lui, fra chi ha votato e militato in Alleanza Nazionale, nell’Unione di Centro, nella Lega Nord, nei Radicali ed anche in Forza Italia. Inutile fare i nomi, sarebbe un elenco interminabile.

A noi, che siamo sempre stati dalla parte opposta a quella di Berlusconi, interessa questo pentimento tardivo? Ci vogliamo o dobbiamo credere? Dobbiamo accoglierli con il classico “benvenuti fra noi” o dobbiamo invece rinfacciargli il passato con un secco “eh no, cari, troppo tardi”?

Per quel che mi riguarda né l’una né l’altra cosa, ma un invito mi sento di inviarglielo. Perché non dimostrate la vostra buona fede concretamente, adoperandovi per rimediare, nella parte in cui è possibile, ai danni del periodo berlusconiano? Sono una miriade le leggi che avete propagandato, difeso, votato ed imposto a tutti noi (irridendoci pure) e che sono tuttora in vigore con la loro carica nefasta. Bene. Datevi da fare a raccogliere le firme per abolirle. Laddove si può con referendum abrogativi, altrimenti con leggi di iniziativa popolare che ne correggano gli effetti dannosi. Vi faccio un elenco approssimativo, ripromettendomi di aggiornarlo.

1. Una legge che ripristini il falso in bilancio come reato procedibile d’ufficio ed adeguatamente punito, come era prima del 2001.
2. Una legge che ripristini tempi congrui per la prescrizione penale, accorciata vergognosamente dalla ex Cirielli.
3. Un referendum abrogativo della legge Gasparri.
4. Una legge che incentivi il pentimento dei mafiosi e la collaborazione con la Giustizia.
5. Un referendum per abolire quel pastrocchio chiamato “giusto processo” inserito in costituzione.
6. Una legge per ripristinare il reato di attentato alla costituzione come era prima della recente modifica.
7. Un referendum per abolire la legge istitutiva dei mediatori civili.
8. Un referendum per abolire la legge Cirami.
9. Un referendum per abolire le indagini difensive.
10. Un referendum per abolire la legge elettorale Calderoli.
11. Una severa legge anticorruzione.
12. Una severa legge contro l’evasione fiscale.

Nel caso dovesse essere votato il processo lungo, un referendum per fulminarlo immediatamente.

Alcune delle mostruosità da abolire o modificare sono state varate, seppure nell’interesse di Silvio, dal centrosinistra; quindi dovreste anche avere il compito agevolato.

Cari berlusconiani pentiti, primo fra tutti Gianfranco Fini, voi siete già in politica e, a differenza di noi comuni cittadini, potete installare gazebo e banchetti nelle piazze (in occasione delle ultime elezioni amministrative ci avete sommerso con i vostri gazebo grondanti promesse che nessuno manterrà mai), ed avete sedi e ricchi finanziamenti pubblici che vi danno la possibilità di raccogliere milioni di firme fra i vostri militanti/simpatizzanti.

Accogliendo questo mio invito dimostrereste, al di là delle vuote parole, che il vostro pentimento di essere stati berlusconiani è autentico e non strumentale, ovvero finalizzato a ritagliarvi uno spazio nell’Italia post-Cavaliere.

Un’ultima prece. Quando sarete ai banchetti a raccogliere le firme contro le leggi berlusconiane che voi avete votato, sarebbe onesto che indossaste una maglietta con su scritto “i coglioni eravamo noi”.


La crepa

agosto 15, 2011

Ma voi ci credete che aboliranno 29 province e tutti i comuni sotto i mille abitanti? Le province risalgono al periodo fascista (se non sbaglio) mentre i territori comunali affondano la loro storia nei secoli remoti. Pensiamo di cancellarli con un tratto di penna ferragostano?
Ci dicono che bisogna aspettare il censimento del prossimo autunno, dopodiché sul territorio cominceranno le battaglie per la difesa delle singole istituzioni; alla fine non se ne farà nulla o quasi.
La porzione della manovra dedicata ai costi della politica va giudicata per quello che è: folklore. Ma non di questo voglio scrivere oggi.

Tralascio gli espetti economici (che non ho gli strumenti per commentare) e mi interrogo sulle conseguenze politiche della manovra, che ha smascherato, e questa volta si spera definitivamente, il bluff propagandistico berlusconiano. La domanda che molti si pongono è: “capiranno finalmente gli italiani che siamo governati da un illusionista?”. Non lo so e al momento non è questo il punto, poiché non ripongo grande fiducia nel discernimento politico del corpo elettorale. La svolta potrebbe venire non dall’elettorato, ma dalla nomenklatura berlusconiana la quale, se da tempo ha capito che è finito il tempo della cuccagna (quando chiunque si avvicinasse a B. veniva proiettato ai vertici della politica o delle istituzioni), vede lo spettro dello sfascio generale.

I sintomi ci sono tutti. In molte aree del paese il PdL si avvia ad essere partito marginale. In Veneto, dove comanda la Lega, in Emilia, dove se cede la sinistra si avvantaggiano la Lega, Di Pietro o Grillo. In Sicilia, dove le formazioni “sudiste” si fanno sempre più consistenti per contrastare le spinte federaliste della maggioranza. Da tempo si percepisce nell’universo berlusconiano il clima da imminente naufragio, tanto da attendersi l’inizio del fuggi fuggi generale. Forse il momento è venuto.

Partiamo dai parlamentari PdL. Sanno che nella prossima legislatura il loro partito perderà moltissimi seggi, sia alla Camera che al Senato (non c’è mica sempre un salame come Veltroni che regala le vittorie agli avversari) per non parlare dell’insistenza con cui si parla di riduzione del numero totale. In più il Cavaliere dovrà ricambiare con seggi sicuri chi lo sta tenendo a galla, ovvero i vari Moffa, Scilipoti, Pionati e compagnia. Considerando che non può liberarsi della stretta cerchia di fedelissimi (chiamiamoli così i soggetti che hanno riportato condanne per proteggere lui) quali Dell’Utri, Sciascia, Berruti ed altri ancora, saranno tanti i parlamentari PdL a dover dire addio al seggio, senza nemmeno la garanzia di una qualche poltrona di consolazione, visto che anche in quel settore siamo in saturazione e l’opinione pubblica non pare più propensa a chiudere gli occhi.

Ecco allora che i malumori (che sempre ci sono stati) diventano evidenti, non per coerenza o dirittura morale, ma per semplice istinto di conservazione: la ricerca di una visibilità che possa garantire un futuro politico. Così vanno lette le uscite del fin qui letargico Antonio Martino, uno che, per inciso, non ha bisogno di finire la legislatura per garantirsi la pensione, ma desidera certamente riprendersi una ribalta dal quale è stato escluso.

E se scendiamo va anche peggio. A livello locale il PdL, da sempre debole sul territorio, non ha alcuna possibilità di avanzare, incalzato dai tanti partiti avidi di voti di centrodestra quali udc, fli, lega, api, sudisti, idv … Quindi addio a poltrone in regioni, comuni, province e municipalizzate, fermo restando che il clima generale tende a limitarle comunque.

A venir meno è quindi lo strumento principe della cooptazione berlusconiana: la promessa di una poltrona ben retribuita al parvenu della politica, estraneo ai partiti tradizionali e desideroso di trovare la scorciatoia.

Se questo è il quadro, le crepe che vediamo ora potrebbero anticipare la rottura della diga ed il disfacimento dell’armata berlusconiana.


Le ovvietà di Fini a Mirabello

settembre 6, 2010

mare

Il commento più lucido al discorso di Fini a Mirabello va attribuito a Berlusconi: “sembra di ascoltare Di Pietro”. E’ vero, in queste parole c’è tutto. Il presidente della Camera ha infilato una sconvolgente serie di ovvietà, di cose che chi ha un briciolo di discernimento conosce da sempre. Ed è quantomeno straniante prendere atto che il principale evento politico degli ultimi anni consista in un discorso fatto di banalità.

Quel discorso avremmo potuto farlo tutti, nei contenuti, e costituisce la più limpida autoaccusa che un politico può fare; Fini ha di fatto rinnegato tutta la sua storia di leader politico: dall’accordo del 1994 sul “Polo del Buongoverno” fino alla nascita del PdL, passando per Fiuggi. Il cortocircuito che si è creato non può lasciare indifferente nessuno, men che meno quelli che sono stati (apparentemente) dall’altra parte.

La denuncia totale e radicale del berlusconismo ora deve venire da chi ha diretto il centrosinistra in tutti questi anni, orchestrando un’opposizione fasulla. Non mi aspetto né pretendo suicidi politici o autocritiche in stile vetero marxista, ma l’ammissione dei propri imperdonabili errori, delle tragiche debolezze, dei vergognosi compromessi, delle oscene ipocrisie che hanno consentito al Cavaliere di impadronirsi del paese e della mente di tanti italiani, quello sì.