Nani e ballerine

settembre 19, 2017

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La Francia ha appena scelto Macron, la Germania sta per rieleggere la Merkel. E noi? Passeremo da Renzi a Salvini o Di Maio? L’incrocio fra le pagine di politica estera e quelle di politica interna ci offrono questo desolante contrasto, ma sarebbe un errore pensare che lo iato fra la statura dei leader europei ed i nostri politicanti sia un dato recente. E’ sempre stato così. Se oltre le alpi avevano Adenauer, Brandt, Khol, De Gaulle, Giscard d’Estaing, Mitterrand, noi ci sopportavamo Rumor, Andreotti e Berlusconi ed anche i pochi possibili statisti nostrani hanno avuto vita (e morte) infelice, vedi Aldo Moro.

Viene da chiedersi perché, e le risposte sono tante, complesse, confuse. Tanto che rinuncio a perdermi nelle analisi dei nostri mali.

Poi accendo la tv, mi appare Lilli Gruber, e ripercorro mentalmente gli ospiti della sua trasmissione in questi primi giorni di settembre 2017. Oltre alle solite mummie (Cacciari, Mieli, Pansa, Severgnini), mi vengono in mente Anna Falcone, Deborahahah Serracchiani, Vittorio Sgarbi e Giulio Tremonti. E la rassegnazione si fa strada: ci toccheranno Renzi-Salvini-Di Maio per vent’anni.

La selezione del ceto politico da parte del corpo elettorale avviene grazie al filtro dell’informazione, e se i risultati sono scadenti, la responsabilità non è degli elettori, ma dei mezzi di informazione. A loro dovremmo chiedere conto di chi ci hanno offerto e di come ce li hanno rappresentati. Il fatto che un personaggio come Giulio Tremonti, che dal 1994 calca le platee politiche, possa pontificare in televisione senza la benché minima contestazione delle sue passate responsabilità, è sintomatico della pochezza del nostro sistema informativo.

Impegnati a compiacere il titolare o a rincorrere vendite o ascolti, giornali, telegiornali, opinionisti non si sono mai preoccupati di offrire una informazione completa e selettiva.

Il risultato è la desolazione che ci si offre alla vigilia delle prossime elezioni, ben rappresentata dalla quaterna degli aspiranti premier: Di Maio, Berlusconi, Salvini e Renzi.

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Non toccate la legge elettorale

aprile 13, 2015

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Se la parola democrazia ha un senso, chiunque ragioni di leggi elettorali dovrebbe dare uno sguardo al panorama partitico attuale, a poche settimane dalle elezioni regionali. I soggetti politici riconoscibili sono i seguenti:
– il partito di Renzi, ovvero quello che fu il pd;
– la dissidenza interna del fu pd, un agglomerato estraneo alla segreteria;
– la sinistra che fu SEL e che ora vede nella coalizione sociale di Landini la possibilità di schiodarsi dalle percentuali irrisorie cui è abituata;
– il Movimento cinque stelle, stabile sul 20%;
– la Lega Nord, fortissima nelle regioni settentrionali, ma solo lì;
– la frazione di centrodestra fedele a Berlusconi;
– la frazione di centrodestra (Ncd, fittiani) che ambisce a superare la figura dell’ex cavaliere.

Anche trascurando quello strano oggetto che si chiama Fratelli d’Italia, che sinceramente non saprei dove collocare e come qualificare, sono almeno sette i soggetti politici riconoscibili che risulta quasi impossibile inquadrare in due schieramenti contrapposti. Il venir meno della figura aggregante di Berlusconi (aggregante pro e contro), ci riporta alla tradizionale geografia politica nazionale, fatta di una molteplicità di partiti distinti, come è sempre stato dal dopoguerra ad oggi.

Prendere atto di questo è un dovere di chi pretende di scrivere le leggi elettorali, e la conseguenza è il riconoscimento che l’Italia non può sottrarsi al proporzionalismo. Una legge elettorale proporzionale, cancellando l’orrido concetto di “voto utile”, restituisce all’elettore la libertà piena di votare per il partito a lui più vicino, favorendo il recupero della partecipazione al voto, che era uno dei pochi vanti nazionali. Leggere di una quota di astensione vicina al 50% in un paese che esibiva una affluenza ai seggi superiore al 90% è uno dei segni peggiori di questi tempi.

A chi obietta che il proporzionalismo penalizza la “governabilità”, subordinando la formazione dell’esecutivo alle trattative fra gruppi parlamentari, rispondo che già ora è così. Con la differenza che i meccanismi premiali (che derivino dal sistema uninominale alla Mattarella o dal maggioritario alla Calderoli) costringono i partiti a mercanteggiare seggi e incarichi prima delle elezioni, quando i rapporti di forza sono dati dai sondaggi e non dai voti reali. E d’altronde chi afferma che i meccanismi premiali garantiscono coerenza fra voto popolare e maggioranza di governo dice una solenne empietà, sol che si osservi come l’attuale maggioranza sia un ibrido inimmaginabile prima del voto del 2013.

E’ quindi venuto il momento di dire che le prossime elezioni dovranno tenersi con la legge elettorale attualmente in vigore: un proporzionale puro. Dando poi ai partiti il compito di misurarsi in parlamento sulla base del consenso reale. E dando a noi poveri elettori bistrattati la possibilità di esprimerci, infine, liberamente.


Il Partito della Fazione

aprile 4, 2015

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Il piano dei renziani è chiarissimo. L’elettorato che fu di Forza Italia pesa per non meno del 30% ed attualmente è disperso fra i residui del partito che fu, il Nuovo centrodestra, la Lega, e soprattutto nel gruppone del non-voto. Conquistarlo significa garantirsi la maggioranza parlamentare per almeno un ventennio. Per riuscirci serve la rottura con l’anima “di sinistra” del pd, ed è esattamente quello che Matteo Renzi sta cercando di ottenere. Forzando la scissione a sinistra della minoranza degli ex ds, con la nascita di un partitucolo minoritario senza identità precisa, si procurerebbe il titolo di merito di aver definitivamente annientato “i comunisti”, ed il tal modo le praterie elettorali di quel che fu il centrodestra berlusconiano diventerebbero il suo pascolo esclusivo. Non saranno certo Alfano o la Meloni a potersi opporre.

In tal modo Renzi riuscirebbe laddove hanno fallito Casini, Fini, Alfano e tutti quelli che hanno pensato di poter cavalcare Berlusconi per poi prenderne il posto.

In questo quadro fanno tenerezza quei poveri cristi della minoranza pd, che fingono di non volere la scissione “per senso di responsabilità verso il partito”, quando invece sanno che è proprio il partito a volerla a tutti i costi. E sanno che, una volta consumata, finirebbero nell’angolino degli eterni sconfitti. Se poi, alle loro riunioni, fanno parlare pure d’Alema, il quadro suicidiario è completo.

Se il progetto renziano riuscirà non è dato saperlo, per ora. Ma si sa che gli azzardi in politica pagano, ed all’occorrenza spunterà un piano B.

Quello che è evidente è che lo strumento per realizzarlo passa per l’imposizione di una pessima riforma istituzionale, usata strumentalmente per lacerare il pd. L’Italia immolata sull’altare dell’erigendo partito della Nazione, padron, della Fazione.


La riforma che servirebbe

agosto 8, 2014

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Il cammino “riformatore” imboccato dall’alleanza Berlusconi-Renzi va nella direzione opposta a quella che servirebbe. L’accentramento dei poteri nel governo, grazie all’indebolimento o all’assoggettamento al potere esecutivo delle assemblee elettive e degli altri poteri di controllo, è un passo ulteriore del cammino intrapreso da anni, con l’introduzione del cosiddetto schema bipolare e con il progressivo svuotamento dei poteri del Parlamento, ottenuto con il ricorso sistematico ai decreti leggi, ai decreti legislativi, ai voti di fiducia, e soprattutto a leggi elettorali che rendono i parlamentari schiavi delle segreterie.

Un sistema che, scardinando lentamente l’assetto costituzionale del 1948, ha accompagnato il paese verso una gravissima crisi politica, economica e morale, rappresentata plasticamente dalla coesistenza di un processo di impoverimento della popolazione, di leadership politiche grottescamente inadeguate e del proliferare dell’illegalità, vista ormai come unico ascensore economico-sociale.

La verità è che, accanto ed a sostegno di riforme in materia fiscale (meno evasione), economica (più concorrenza, meno burocrazia, giudizio civile più celere) ed educativa (per una scuola più formativa ed una università più selettiva) sussiste l’inderogabile ed urgentissima esigenza di por mano ad una vera riforma della giustizia penale che vada nel senso esattamente opposto a quello per anni e tuttora preteso e perseguito da B. e dai suoi alleati. In modo da avere un sistema autenticamente garantista (verso gli innocenti, e non a favore dei colpevoli), che assicura giudizi celeri e rapporti giuridici certi, che assicuri la certezza della pena, che punisca severamente le organizzazione criminali e renda sconveniente il crimine. Che agevoli le confische dei beni ai mafiosi ma che estenda tale istituto ai corrotti della pubblica amministrazione, ai grandi evasori fiscali, ai trafficanti di droga e di armi, agli sfruttatori della prostituzione ed ai riciclatori. Un sistema, in breve, che premi l’onestà e punisca la disonestà. Poiché grazie allo smantellamento della giurisdizione penale compiuto in questi anni, immoralità ed illegalità sono divenuti le zavorre economiche, morali e culturali del paese.

Serve cioè una riforma che inverta la tendenza presa dalla politica italiana negli ultimi venti anni, la quale ha prodotto una lunga catena di leggi criminogene tuttora in vigore che hanno favorito e favoriscono il crimine in maniera vergognosa.

La vera riforma che ci serve parte quindi dall’abolizione delle cosiddette “leggi vergogna” che ho cercato di riassumere qui https://sentieriepensieri.wordpress.com/2014/08/08/promemoria-delle-leggi-vergogna-in-materia-penale/ e che sono ancora tutte in vigore. Per continuare con il ripristino dei principi elementari della giurisdizione con radicali e coraggiose modifiche del codice penale e del codice di procedura penale. Valutando soluzioni drastiche come l’abolizione dell’appello e il ritorno al sistema inquisitorio.

Di questo abbiamo bisogno. Altro che Senato dei nominati.


Il grande inganno permanente

agosto 7, 2014

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“Alle prossime elezioni in Pd andrà da solo”. Sono le parole del segretario del neonato partito democratico, che ne impressero la linea fin dal 2007. Linea che si tradusse nell’immediata caduta del governo Prodi e nelle elezioni politiche del 2008.

Un esordio che, letto allora come oggi, delinea il senso stesso del partito democratico: larghe intese. La strategia veltroniana del 2008, non può dedursi che questo, era finalizzata a “pareggiare” le elezioni, ottenendo un numero di senatori pari a quelli del centrodestra, in modo da rendere inevitabile un governo di coalizione con i vincitori (della Camera). Il progetto fallì, ma rimase in quel partito la voglia irresistibile dell’accordo con Silvio B., come dimostra la storia successiva, con relative variazioni sul tema (l’alleanza strumentale con Sel), sia che ci fossero Franceschini o Bersani. E come dimostra la fase attuale, con il premier e segretario Renzi proteso a ricercare l’accordo politico con Forza Italia, sia per il governo che per le cosiddette riforme istituzionali.

E gli elettori del Pd sono le vittime di questo permanente grande inganno. Chiamati a votare contro B., per ritrovarsi alleati di B.


Rottamare il renzismo

agosto 7, 2014

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La speranza è che il renzismo sia l’ultimo rantolo dell’ondata di cretinismo che affligge la Repubblica italiana dalla fine dell’era democristiana.

Quando si rileggerà la storia di questi anni, non si potrà non sottolineare la bizzarria di un contesto politico dominato da tre personalità totalmente inadeguate: un vecchio pregiudicato, un ex comico e uno sprovveduto parvenu. Tre soggetti accomunati  dal non essere parlamentari, dal possedere doti demagogico-propagandistiche sufficienti ad attrarre a sé una buona dose di consenso e dall’essere privi di una qualsiasi base ideale e/o ideologica da mettere in pratica.

L’immagine del pregiudicato per frode fiscale che, durante l’espiazione della pena, viene ricevuto a Palazzo Chigi per dare consigli in materia economica al Presidente del consiglio dovrebbe far vergognare ogni cittadino. Ma più di tutti i militanti del Pd, che per decenni hanno chiesto agli elettori il voto contro le “leggi vergogna” promulgate dal pregiudicato stesso e tutt’ora in pieno vigore, senza che si pensi di modificarle.

E’ questa l’immagine che rende plasticamente verosimile l’idea del commissariamento dell’Italia. Non i dati sul Pil. Perché un governo legittimo e capace è sempre preferibile ad una autorità esterna. Ma se il governo di un paese nel quale una organizzazione criminale ha un giro di affari di cento miliardi di euro all’anno (è quello che la ‘ndrangheta ricava dal mercato della cocaina), non riesce a trovare qualche spicciolo per onorare i contratti con i suoi dipendenti in pensione e si riduce a dipendere dai voti veicolati da un pregiudicato espulso dal Parlamanto, beh, quel paese ha bisogno di aiuto.

Il Babbeo al governo ed il corollario di incapaci che si è scelto dovrebbero prendere atto della propria totale inadeguatezza e “cambiare verso”. Del tutto.


NO a riforme di serie B.

luglio 13, 2014

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Auspicando che gli italiani preferiscano dedicarsi ai bagni di sole e non alla politica (e l’eliminazione dell’Italia proprio non ci voleva!), il governo sta imponendo al Parlamento l’avvio del riassetto istituzionale concordato da Renzi e Berlusconi col patto del Nazareno.

Su sito di Libertà e Giustizia (http://www.libertaegiustizia.it/) trovate autorevoli pareri secondo i quali l’insieme delle modifiche costituzionali in discussione prefigurano una autentica “svolta autoritaria”. E’ possibile che sia così, ma devo dire che attribuire a Matteo Renzi la paternità di un disegno “piduista” e autoritario potrebbe essere una sopravvalutazione delle sue doti, dal momento che non può escludersi che neppure lui abbia idea di quello che sta facendo. Il quadro complessivo delle riforme, infatti, è caratterizzato da una totale disomogeneità ed estemporaneità; mancano un visione di insieme e un’ispirazione generale. Le proposte di legge sembrano il frutto di estenuanti mediazioni e ritocchi ad una base priva di senso compiuto.

Quello che è certo è che le riforme attualmente in discussione sono pessime. E’ incomprensibile la prefigurata modifica del Senato, che per come viene ridisegnato rischia di diventare un istituto inutile e dannoso, dando ragione a chi giudica preferibile la sua totale abolizione. E’ pessimo lo schema di legge elettorale previsto per la Camera, che restringe gli spazi di partecipazione democratica (con altissime e differenziate soglie di sbarramento), regala premi di maggioranza spropositati in maniera incongrua (un partito del venti per cento potrebbe finire per avere il 55% dei deputati) e ripropone l’incostituzionale sistema delle liste bloccate.

Senza invocare i foschi presagi dei costituzionalisti di L&G, mi limito a immaginare quello che sarebbe il risultato, in un quadro che già ora vede il Parlamento di fatto svuotato delle sue prerogative e trasformato in organo di ratifica dei provvedimenti del governo. Governo che, a sua volta, si limita ad attuare direttive e imposizioni che provengono da altre istituzioni o entità: organismi esteri o sovranazionali (Commissione europea, Bce, Fmi, governo tedesco), lobby economiche e multinazionali, giù giù fino alle corporazioni nazionali (dalle assicurazioni ai taxisti, dalle banche ai notai).

Il nuovo assetto istituzionale pensato da Silvio&Matteo pare perfettamente funzionale al consolidamento e perfezionamento di tale sistema. Il governo riceve gli ordini dai veri detentori del potere politico ed economico, li trasforma in provvedimenti (leggi o decreti) ed un Parlamento addomesticato li ratifica supinamente.

Ancor prima della svolta autoritaria io vedo questo: lo svuotamento del meccanismo della rappresentanza e del processo democratico di formazione delle leggi e del governo.

Bocciatura, quindi, nel merito. E passando al metodo la critica deve essere ancor più radicale. Questo complesso di riforme trae origine da un colloquio semiclandestino, opaco nelle forme ed avvolto dal mistero sui alcuni suoi contenuti, fra l’attuale premier e Silvio Berlusconi. E’ fondato sospetto che esso sia il frutto di un immondo baratto: il voto in Parlamento in cambio del salvacondotto giudiziario. Un obbrobrio che ogni italiano dovrebbe rigettare con ribrezzo e che rende lo stesso iter costituzionale, oltre che riprovevole, del tutto incerto, essendo esso esposto alle reazioni di B. alle sentenze della magistratura. Non è un caso che in questi giorni la stampa berlusconiana (Libero e Il Giornale) scriva di tutto tranne che delle riforme in corso: su di esse nemmeno una parola. Segno che quella parte politica si tiene libera di appoggiarle o di affossarle, a seconda della convenienza del momento. Subordinare la vita politica del governo e della legislatura a tali variabili incontrollate pare un azzardo sconsiderato.

Per queste ragioni è legittimo etichettare le riforme in discussione come di serie B. B. come la categoria cui appartengono (scadente), B. come Silvio B., loro beneficiario ed ispiratore.

Pur apparentemente minoritari, e sfidando l’accusa di essere “frenatori”, “conservatori” o “professoroni”, rivendichiamo il diritto di dire “no” a queste pessime riforme.

Di ben altre leggi avrebbe bisogno l’Italia. Riforme del fisco e del lavoro che stimolino l’impresa produttiva di valore aggiunto (agricoltura e industria) e non più l’ipertrofico settore terziario; riforme della giustizia che consentano di stroncare le mafie e la corruzione; riforma del sistema scolastico ed universitario per innalzare il livello culturale del paese.

Ma, purtroppo, i renziani stanno sprecando il grande consenso di cui godono in una inutile (se finirà in nulla) e dannosa (se andrà in porto) modifica costituzionale. Ahinoi.