Difendere Annozero. Hanno ragione Di Pietro e Travaglio

ottobre 14, 2010

vento3

Dobbiamo dare ragione a Di Pietro ed a Travaglio. Se è vero che a primavera si andrà a votare, la sospensione di Annozero è un segnale ben preciso. Berlusconi ha intenzione di silenziare ogni voce di dissenso che sia in grado di viaggiare per l’etere, cominciando da quella per lui più molesta e fastidiosa, ma con l’intenzione di andare avanti. Se un “vaffanbicchiere” è sufficiente a sospendere il programma televisivo di approfondimento più seguito, non sarà difficile trovare pretesti per chiudere la bocca al Tg3 a Corradino Mineo, alla Busi, a Iacona, alla Gabanelli ed a chiunque altro osi dissentire. Una scusa si trova sempre.

Per quanto non ami (ed è un eufemismo) Santoro ed il suo stile, la sua trasmissione sembra essere la trincea, l’ultima barricata prima del conflitto fra l’informazione totale unica ed il popolo dei senza voce. Senza voce anche perchè i partiti di opposizione sono ormai vittime totali della sindrome di Stoccolma.

Ha ragione Travaglio a rivolgersi direttamente a Fini perchè ci faccia capire la sua linea sul tema dell’informazione. Quali che siano i suoi piani, il nuovo partito della destra rischia di essere soffocato sul nascere dal regime unico dell’informazione, se ancora una volta (come avviene da sedici anni) la reazione all’attacco del Cavaliere sarà incerta, tardiva o mediata.

Difendere i presìdi di informazione libera a prescindere da qualsiasi considerazione di merito e di metodo è ora, alla vigilia dell’incrocio storico del 2011, un obbligo per chiunque voglia difendere la democrazia. Un dovere cui nessuno può sottrarsi.

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Ci salveranno le teste di minchia?

ottobre 10, 2009

La puntata di Annozero di giovedì scorso ha avuto molti pregi, primo fra tutti quello di rivelare agli italiani (i quali, ne sono sicuro, lo ignoravano) l’esistenza di una trattativa fra Cosa Nostra e lo Stato italiano (impersonato da soggetti istituzionali al momento imprecisati) per restaurare la pax mafiosa dopo la sentenza definitiva del maxiprocesso di Palermo (gennaio 1992). Trattativa cui lo Stato fu indotto dalla cupola con le stragi del 1992 (Capaci e via d’Amelio) e del 1993 (Roma, Milano, Firenze).

Ma personalmente ho trovato di enorme interesse ascoltare le parole vive di Massimo Ciancimino (di cui conoscevo solo il volto ed il contenuto riassunto di alcune deposizioni) che, seppur distillate, descrivono nitidamente il clima mafioso della politica palermitana. Lo si è visto rappresentare il proprio terrore nel solo nominare “l’ingegner Lo Verde” (cioè Bernardo Provenzano), ospite abituale del padre, anche nella di lui casa romana, fino a pochi giorni prima della morte, avvenuta nel 2002. “Queste sono cose dalle quali non ti posso difendere nemmeno io” avrebbe confidato al giovane quartogenito don Vito, parlando dei suoi rapporti con il capo dei corleonesi. E poi le visite dei grandi andreottiani siciliani, i Salvo, Lima e Gioia, già negli anni settanta e ottanta, quando Ciancimino padre era un intoccabile e chi osava indicarlo come un mafioso (Pino Arlacchi su tutti) veniva descritto e deriso come visionario.

Ma la frase più illuminante è stata per me quella che Massimo Ciancimino ha attribuito al padre allorquando questi si trovò per le prima volta fra le mani il “papello”, ovvero l’elenco in dodici punti che Salvatore Riina stilò come richieste allo Stato per far cessare le stragi che stavano insanguinando il paese: “la solita testa di minchia!”.

Così Ciancimino considerava il capo della Cupola, e non deve meravigliare. Se gli italiani, anche i più distratti, hanno dovuto prendere atto dell’esistenza di Cosa Nostra e della sua pericolosità  e se la magistratura ha potuto affondare alcuni colpi contro di essa, infatti, lo si deve proprio, indirettamente, alla “solita testa di minchia”. Fu lui ha volere ed a condurre la sanguinosissima guerra di mafia degli anni ottanta che, con lo sterminio delle famiglie palermitane, consentì ai periferici corleonesi di spodestare Stefano Bontate ed assumere la guida di Cosa Nostra. Ma in conseguenza di ciò Buscetta (unico sopravvissuto della sua famiglia) decise di raccontare la struttura della mafia siciliana a Giovanni Falcone cosicché, da allora, un fenomeno giudiziariamente pressocché sconosciuto ed impenetrabile divenne intelligibile agli investigatori. Ne seguì, appunto, il maxiprocesso di Palermo che sancì storicamente l’esistenza di una potentissima organizzazione criminale con sede a Palermo, denominata Cosa Nostra, attiva su scala internazionale.

Senza la “testa di minchia”, probabilmente, la mafia siciliana sarebbe rimasta quella struttura sommersa che cerca in tutti i modi di tornare ad essere, invisibile o semi-invisibile agli italiani, alla polizia ed ai magistrati. Ora che Riina è ristretto, Cosa Nostra si guarda bene dall’usare la violenza contro poliziotti o magistrati, consapevole che un atto di tal genere azzererebbe tutti gli sforzi di mimetizzazione condotti fino ad oggi per riallacciare gli indispensabili legami con il mondo politico nazionale e locale.

Legami che però vengono in parte svelati proprio da Massimo Ciancimino, il quale ci racconta che gli ufficiali dei Carabinieri che incontravano il padre (inteso come interfaccia di Riina e di Provenzano) vantavano coperture politiche nelle persone, presumibilmente, di Nicola Mancino e di Virginio Rognoni,  forse di Luciano Violante e di chissà chi altri. Che Massimo Ciancimino non sia un mafioso lo si deduce proprio da questo: i veri mafiosi non parlano mai, e se lo fanno (come collaboratori, per alleviare le conseguenze delle proprie condanne) riferiscono solamente dei fatti di sangue, della struttura “militare”, non certo dei rapporti con la politica senza i quali Cosa Nostra muore. Per cui Massimo Ciancimino, pur fra mille esitazioni, ci sta dando informazioni preziosissime su come decifrare il sistema di potere criminale che ci affligge. Ci offre una speranza – piccola, ma non nulla – di comprendere la natura profonda della mafia e di finalmente sconfiggerla.

E allora mi chiedo cosa penserebbe don Vito di questi racconti del suo quartogenito. Probabilmente una cosa sola: “che figlio testa di minchia!”.


Annozero. Silvio, Noemi ed il reato di atti sessuali con minorenni, art. 609 quater c.p.

Mag 8, 2009

Nel delirio demenziale della puntata di ieri di Annozero è emersa la seguente ricostruzione dei rapporti fra Papi e Noemi, attribuibile principalmente a Ghedini.
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