Cuneo fiscale

ottobre 5, 2018

 

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L’elevato debito pubblico ci impedisce di abbassare realmente le tasse. Ma l’elevata pressione fiscale sfavorisce le imprese italiane rispetto a quelle straniere e di conseguenza il nostro prodotto interno lordo non cresce a sufficienza. Anzi, proprio il peso fiscale induce le industrie italiane a delocalizzare ed è la prima causa del nostro declino industriale. Spezzare circolo vizioso debito pubblico-alta fiscalità-elevato costo del lavoro-bassa crescita sembra impossibile, ma siamo sicuri che sia così? Forse no. Forse bisognerebbe cominciare a distinguere lavoro e lavoro, e dire che non tutte le imprese sono uguali. Una cosa è l’impresa che produce beni di consumo (tipo componentistica elettronica), e deve competere sul mercato internazionale con paesi strutturalmente avvantaggiati per le più svariate ragioni (bassi salari, poche tutele sindacali eccetera); altra cosa è l’impresa – per esempio – che fornisce servizi alla Pubblica Amministrazione (tipo i pasti alle mense comunali), e che quindi non soffre la concorrenza cinese o romena. È il primo tipo di impresa che soffre per l’eccessivo cuneo fiscale, fino al punto di dover scegliere fra chiusura e migrazione all’estero, mentre il secondo no. Quindi è solo per il primo tipo di imprese che va ridotto – e drasticamente – il peso fiscale e contributivo su lavoro e produzione (quello che si chiama cuneo). Negli ultimi venti anni l’Italia ha visto quasi scomparire interi settori della propria industria: automobili, ciclomotori, aviazione, acciaio, eccetera. Eppure erano settori nei quali eravamo ben presenti. È mai possibile che in Italia si producano la Fiat 500 e la Lamborghini Diablo ma quasi nessun modello di auto nella fascia intermedia? È mai possibile che i motorini, invenzione italiana, siano quasi scomparsi dalla nostra produzione? Secondo me la strada è quella della defiscalizzazione mirata. Non riduzione delle tasse su imprese e lavoro a tutti, ma solo alle imprese del settore produttivo e manifatturiero, lasciandolo invariato per le imprese di servizi. Il minor introito fiscale sarebbe compensato dal minor ricorso alle importazioni e dalla crescita dell’occupazione. Fesseria o Uovo di Colombo?

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Dieci riforme

settembre 18, 2018

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Nauseato dal fiume di parole inutili che ci ammorbano, scrivo qui le dieci riforme di cui ha bisogno l’Italia, e che ogni individuo dotato di senno non può che condividere.

1. Abolizione del denaro contante.
La tracciabilità di ogni pagamento, unita all’attivazione di efficaci e ragionevoli strumenti giurisdizionali (primo fra tutti una buona legge sul falso in bilancio), costituisce lo strumento in grado di avviare la definitiva sconfitta delle mafie, primaria e principale zavorra dell’economia nazionale. Non solo. La sua introduzione segnerebbe la fine delle nostre piaghe endemiche: racket, evasione fiscale, lavoro nero, economia sommersa, etc. Con benefici enormi per le finanze pubbliche.
2. Abbattimento del cuneo fiscale nei settori primario e secondario.
La riduzione generalizzata delle tasse, al momento, è improponibile. Va operata una detassazione mirata ai settori che producono valore aggiunto: agricoltura e soprattutto industria. Il lavoro manifatturiero va cioè drasticamente defiscalizzato, onde fermare il fenomeno della delocalizzazione, favorire il rimpatrio delle produzioni ed incentivare nuovi investimenti nel settore produttivo.
3. Scuola e Università: abolizione di tutte le riforme degli ultimi 30 anni.
Da Luigi Berlinguer (compreso) in poi è stata una corsa a chi faceva peggio. Abolire tutte le riforme fatte è una provocazione, ma è fuor di dubbio che il sistema di trenta anni fa era migliore.
4. Raddoppio (almeno) del numero dei magistrati.
Con contestuale riduzione del loro (ingiustificatamente alto) reddito e periodo formativo presso la Polizia Giudiziaria. Vanno poi accorpati i tribunali, in modo da portare ad almeno 500.000 il numero di cittadini di ogni circoscrizione.
5. Riscrittura del codice di procedura penale.
Riscrittura totale, con ritorno al sistema inquisitorio (in luogo di quello accusatorio), in coerenza con la nostra tradizione e con l’ordinamento degli altri paesi dell’Europa continentale.
6. Riduzione delle competenze regionali ed abbattimento dei costi relativi.
La sburocratizzazione deve partire dalle Regioni, autentiche fonti di inutili complessità amministrative, nonché centri di rovinosa spesa pubblica improduttiva e clientelare (soprattutto quelle a statuto speciale).
7. Abolizione del rogito notarile.
Il costosissimo rito medievale del rogito notarile per l’acquisto di un immobile è talmente anacronistico da indurre alla rivolta. Ora che anagrafe e catasto sono totalmente digitalizzati, una compravendita immobiliare si perfeziona con pochi clic al computer. Sostituendo il passaggio dal notaio con atto amministrativo, si liberano risorse per i consumi.
8. Imu prima casa.
Va reintrodotta la tassa sulla prima casa (ICI o IMU) ovviamente con franchigia (cioè azzerandola per gli immobili di modesto valore). L’IMU sulle case successive alla prima deve essere progressiva.
9. Legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5%.
Dopo decenni di convulsioni, la conclusione è una sola: l’Italia è paese ideologicamente e territorialmente sperequato; quindi serve una legge proporzionale pura con sbarramento al 5%. E con reintroduzione di congruo numero di firme di presentazione per tutti. Almeno 100.000 su scala nazionale. Ripeto: per tutti i partiti, nessuno escluso.
10. Incompatibilità parlamentare-ministro.
Le cariche di parlamentare e di ministro devono essere rese incompatibili con norma costituzionale. I parlamentari vengono eletti dal corpo elettorale per stare in Parlamento. A capo dei ministeri devono andare soggetti competenti dediti unicamente al funzionamento della macchina statale. Non è solo questione filosofica di separazione dei poteri, ma elementare e fondamentale strumento di efficienza amministrativa.


Trattative di oggi e di ieri

gennaio 26, 2018

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Le cronache di questo fine gennaio 2018 ci raccontano di segreterie di partiti assediate da candidati questuanti. Parlamentari o aspiranti tali all’affannosa ricerca di un posto sicuro in lista. Se, umanamente, verrebbe da comprendere un simile comportamento, non dobbiamo dimenticare che la conservazione del seggio alla Camera o al Senato è diventato il vero e forse unico collante delle maggioranze parlamentari. Le convulse trattative fra le anime dei partiti e fra i loro componenti, sono la chiave di lettura della vita politica nazionale, poiché i governi degli ultimi anni devono la loro sopravvivenza alla pervicace volontà degli eletti di rimanere in carica più a lungo possibile, ed hanno così potuto imporre leggi e decreti con lo strumento del voto di fiducia, in modo da scongiurare l’unico voto contrario che avrebbe prodotto quasi automaticamente lo scioglimento delle camere.

Mentre a Roma si celebra questo tristo rito, di ben altro mercimonio si parla altrove. A Palermo (chissà se con studiata scelta temporale)  i pubblici ministeri pronunciano la requisitoria al cosiddetto processo “Trattativa” . Processo che prende il nome non dal reato contestato (minaccia a corpo politico), ma dalla vera materia dell’indagine che gli sottende: la trattativa fra corpi dello Stato e Cosa nostra nel biennio 1992-1994. Biennio nel quale vide la luce quella che, giornalisticamente ed erroneamente, viene chiamata Seconda Repubblica, e che invece andrebbe definita come la Repubblica del dopo Guerra Fredda. In quei due anni vide la luce il germe della politica italiana contemporanea, nella quale i partiti sono carrierifici, a livello centrale e periferico, e gli elettori che si recano alle urne sono sempre di meno. La Repubblica nella quale i programmi elettorali non valgono nulla, l’attività di governo è decisa altrove (nei centri di potere sovranazionale) e la Politica sembra essersi dimenticata degli italiani, o perlomeno di molti di essi.

Il tracollo del (l’otto settembre) 1943 consegnò l’Italia al dominio delle potenze straniere, le tragedie e le trattative del biennio stragista ci hanno portato ad oggi. Del primo sappiamo quasi tutto, delle seconde?


I futuri responsabili

gennaio 21, 2018

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Le elezioni del 4 marzo non produrranno una maggioranza parlamentare. E’ questo l’argomento principe di questa campagna elettorale, e non si capisce se si tratta di un auspicio o di una minaccia.

Quello che si intende dire è che, nelle previsioni dei più, è che nessuna delle coalizioni otterrà la maggioranza dei seggi nelle due camere. Ma la legislatura appena conclusa ci insegna che questo non significa affatto paralisi parlamentare (come sta avvenendo in Germania).

L’alleanza del PD con i partiti della Lorenzin e della Bonino, nonché le candidature “anomale” quale quella di Casini a Bologna, lasciano intendere quale sarà lo scenario del dopo-voto. L’eterogenea alleanza di centrodestra otterrà la rappresentanza parlamentare più consistente, ma non sufficiente, con ogni probabilità, a sostenere un governo.

Ed ecco allora la più banale delle soluzioni: dallo schieramento sconfitto del PD, si staccherà una costola di “nuovi responsabili” pronti ad un sacrificio per il bene del paese. Sacrificio consistente nel salutare (ovviamente a malincuore) gli elettori che li hanno votati per formare un nuovo gruppo satellite di Berlusconi per sostenere il governo. E’ già possibile provare a immaginarne il nome: “Italia & responsabilità”, “centristi e solidali”, “Europa e libertà” e via via permutando sostantivi ed aggettivi, attingendo alla vasta letteratura in materia. Minor fantasia servirà per capire chi e con quali argomenti farà parte dei nuovi alleati del rinato centrodestra. Fra chi di centrodestra è sempre stato, chi lo era fino a poco tempo fa e chi riconosce grandi meriti a Berlusconi, numerosi passeranno allo schieramento opposto “per evitare il caos”, “per evitare le derive populiste”, “per scongiurare la paralisi” e, soprattutto, perché “ce lo chiede l’Europa”.

A costoro, qualche improvvido idealista, evidenzierà  il loro trasformismo, ed essi avranno agio di rispondere di aver agito in maniera politicamente ineccepibile, dal momento che anche i governi Letta, Renzi e Gentiloni si sono retti grazie al voto di parlamentari eletti con il centrodestra, e quindi non vi è nulla di anomalo nel caso inverso. Diranno di essere perfettamente coerenti con se stessi, mentre sono gli elettori di centrosinistra che li hanno votati, ben sapendo che essi di centrosinistra non sono, ad essere incoerenti con se stessi. Non sono gli eletti ad essere trasformisti, ma gli elettori ad essersi sbagliati, ad essersi sconnessi da se stessi. E la riprova è che gli eletti sono lì, beati, in parlamento ed al governo, mentre gli elettori sono là dove sono sempre stati: nella m.


La Giustizia dimenticata

gennaio 20, 2018

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Dopo aver dominato per decenni il dibattito politico, la Giustizia sembra esserne definitivamente uscita, scomparendo del tutto dalla campagna elettorale in corso. Le emergenze giudiziarie di B. non interessano più, né a lui né ai suoi (veri o presunti) avversari.

Eppure non dovrebbe essere così, perché i residui di centrosinistra che troveremo sulla scheda, per anni, hanno alimentato il loro consenso e sono così arrivati fino ad oggi tuonando contro le leggi-vergogna, suscitando l’indignazione del proprio elettorato e cavalcandone gli effetti, salvo poi tradire tutte le aspettative. E proprio su questo tradimento il Movimento cinque stelle ha fondato la propria fortuna, indicandolo, più o meno esplicitamente, come la prova regina dell’alleanza sotterranea fra i due schieramenti tradizionali.

Quel che importa è che la devastazione della giurisdizione penale operata nel ventennio berlusconiano continua a dispiegare i suoi effetti, diretti ed indiretti, e fa dell’Italia il paese dove il crimine è sempre e comunque pagante.

L’abolizione del falso in bilancio e le profonde (e poco note) modifiche alla legge fallimentare rendono praticamente improcedibili i reati di tipo finanziario. L’accorciamento della prescrizione contenuto nella legge Cirielli fa in resto, poiché, con essa, solamente i cosiddetti reati di strada risultano processabili senza l’incombenza della prescrizione. Nessun passo avanti (anzi, molti indietro) è stato fatto nel contrasto alla corruzione, mentre resta in vigore la legge sui pentiti che ne ha provocato la quasi totale estinzione.

Inutile perdere tempo sul nulla (o quasi) che in tale materia è stato prodotto nell’ultima legislatura, nel corso della quale il timido ministro Orlando è sembrato assolutamente inadeguato.

Sarebbe già angoscioso ripercorrere nel dettaglio quanto di male è stato prodotto negli ultimi decenni ma, purtroppo, su questi temi dobbiamo attendere altri e sciagurati assalti. Ascoltando Radio Radicale (la vera voce del potere), si apprende quali siano le auspicate “riforme” in materia di Giustizia. Per esempio si parla insistentemente di:

  • Innalzamento da due a quattro anni della durata che consente la sospensione condizionale della pena;
  • Innalzamento da tre a quattro della durata che dà diritto (praticamente automatico) alle pene alternative;
  • Abolizione dell’appello della procura generale.

Provvedimenti in tal senso vengono presentati come utili a velocizzare i processi ed a ridurre le carcerazioni, sulla base dell’asserito principio che la pena non è rieducativa. Nessuno si ferma a riflettere che l’impunità (reale o sostanziale) è ben più criminogena di una pena non rieducativa. La strada che l’Italia continua pervicacemente a percorrere è quella della sostanziale impunità per quasi tutti i reati, e soprattutto per quelli non violenti.

Alle spalle abbiamo i crack bancari, i collassi delle coop del Friuli Venezia Giulia, ma possiamo stare certi che i responsabili non pagheranno mai. Mai arriverà per loro una condanna definitiva e – soprattutto – essi ne sono e ne sono sempre stati perfettamente consci. Da anni ormai, e si tratta di un fatto consolidato ed acquisito alle coscienze ed al senso comune, chi compie reati finanziari (e fra questi il riciclaggio di proventi mafiosi) nulla rischia, salvo al peggio una macchia nella reputazione, che purtroppo può toccare anche a chi nessun reato ha commesso.

Non è tutto. La pronuncia della CEDU sul caso Contrada (e la previsione di un simile esito dell’istanza di Dell’Utri) danno alimento alla sistematica delegittimazione della magistratura siciliana impegnata nei processi di mafia, ed assistiamo alla vergognosa campagna denigratoria dei pubblici ministeri di Palermo, rei, agli occhi di una stampa irresponsabile, di voler fare luce sui più gravi fatti degli anni più oscuri della nostra storia recente (il triennio 1992-1994).

Ma la più sconcertante delle proposte viene dal mondo forense, che coltiva il progetto di “costituzionalizzare la figura dell’avvocato”. Si vorrebbe modificare la Carta (ancora! Insistono!) dando rango costituzionale al ruolo processuale del difensore (dell’imputato, ovviamente, giammai a quello della persona offesa). Con tale passaggio si consacrerebbe definitivamente la natura censitaria del sistema penale, che diverrebbe uno strumento moltiplicatore della disuguaglianza sociale, facendo dei Tribunali luoghi ove chi ha mezzi per difendersi può ottenere ciò che vuole (in primis l’impunità, in ogni caso), mentre chi ne è privo è destinato a veder denegata ogni forma di giustizia.

Per avere un sistema accettabile e rispettoso della costituzione e del senso minimale di giustizia che un paese moderno merita, il sistema italiano necessiterebbe di riforme poderose e strutturali, ma quelle che ci attendono sono di segno esattamente opposto, volte a spingerlo oltre il baratro nel quale si trova da tempo.

 


Liste, firme e Costituzione

gennaio 4, 2018

obbrobrio

Probabilmente Il partito PiùEuropa non sarà sulla scheda elettorale del 4 marzo, e se vi sarà, non figurerà alleato con il Pd. Il motivo è che non è in condizione di raccogliere le firme di presentazione, incombenza che grava esclusivamente su tale lista. E fra chi critica il Viminale per non voler risolvere il problema e chi invece accusa Emma Bonino di cercare scuse per sottrarsi all’annunciata alleanza con Renzi, nessuno sottolinea la palese incostituzionalità di una norma discriminatoria che esonera i partiti collegati a gruppi parlamentari uscenti dall’onere di raccogliere le firme di presentazione.

Fino al varo della (incostituzionale) legge Calderoli, tutti i partiti, dovevano farlo, in base ai sacrosanti principi che per presentarsi ad una elezione bisogna dimostrare di esistere e che tutti si è uguali davanti alla legge. Ma ormai ci si è adattati all’iniqua logica per cui chi è già in Parlamento gode del diritto di perpetrarsi al potere, in spregio ai più elementari criteri di uguaglianza. Il prossimo passo quale potrebbe essere? Stabilire che solo chi è già parlamentare o suo parente o protetto può candidarsi?

Vi è poi un ulteriore elemento di illogicità, arditamente aggirato: gruppi parlamentari e partiti sono entità diverse (organi parlamentari i primi, associazioni private i secondi) ed il loro collegamento avviene in maniera legalmente discutibile. La conseguenza è che mentre piùEuropa è un partito nuovo perciò obbligato a raccogliere le firme, tali non sono Insieme (Verdi+Psi) e Civici e popolari (gli amici della Lorenzin), che possono inverosimilmente accreditarsi come partiti consolidati per il solo fatto di poter ricandidare parlamentari già eletti (rectius: nominati) con la (incostituzionale) legge Calderoli.

Sono questi obbrobri i parti dei moderni riformatori, gli stessi che hanno tentato di imporre una riscrittura della Carta, e che testimoniano i tratti prevalenti della politica contemporanea: l’analfabetismo politico-costituzionale abbinato a determinazione e sfrontatezza nel perseguimento di finalità di parte o addirittura personali. Il livello di competenza è il più basso di sempre, ma l’ambizione e la spregiudicatezza delle condotte sono ai massimi.

Avere nel prossimo Parlamento persone di maggior competenza e serietà è vana speranza, e grave responsabilità di questo desolante orizzonte va ascritta al mondo dell’informazione, che ha sempre anteposto le logiche di schieramento e di interesse al proprio compito primario. Perciò non finiremo mai di maledire questo quarto di secolo nel quale il principale attore politico del paese è stato il monopolista dell’informazione televisiva generalista. Non a caso ispiratore delle peggiori politiche in materia scolastica e perciò maggior responsabile politico del degrado culturale del Paese.

Di questo va conservata memoria per il futuro più e meno prossimo.


Un voto ben proporzionato

ottobre 13, 2017

urna

Il triste rito cui assistiamo per l’approvazione della nuova legge elettorale dimostra, se che ne fosse ancora bisogno, il fallimento del renzismo. All’alba della sua parabola, il primo proclama di Matteo Renzi fu proprio questo: la priorità è una nuova legge elettorale. In verità, eravamo nel pieno della crisi, tutti pensavano che le priorità fossero altre: il lavoro, la disoccupazione, la difesa del welfare, la salvaguardia dell’economia nazionale. Invece no, secondo lui la priorità era la legge elettorale, a riprova della genesi tutta endopolitica della nuova leadership democratica.

Nulla di strano: Renzi era lì non per meriti propri o capacità politica, ma per scelta dell’informe corpo del PD (non del suo elettorato, ma del vasto esercito di eletti, dirigenti e soggetti contigui che ne costituisce la cosiddetta nomenclatura diffusa) allo scopo di portare a compimento il progetto iniziale del primo segretario Walter Veltroni: chiudere la stagione del centrosinistra per dare vita a quella delle larghe intese con Berlusconi. Un progetto fallito con la rovinosa sconfitta del 2008, che consegnò la maggioranza al centrodestra, ma rimasto privo di alternative vincenti, dal momento che la restaurazione dalemiana (e quindi antiveltroniana) incarnata da Bersani e dalla coalizione Italia Bene Comune si era spiaggiata nella non-vittoria del 2013.

Renzi era stato quindi issato al comando per chiudere i conti con D’Alema e Bersani (ed in effetti almeno in questo è riuscito: metterli alla porta), ma si era trovato di fronte un problema inatteso: il grande consenso elettorale del Movimento cinque stelle che privava l’agognata alleanza del titolo di Grande coalizione. Di qui nasce l’idea del cosiddetto Italicum, congegno elettorale finalizzato ad annientare il consenso elettorale grillino. Ma in questo Renzi ha dato il suo peggio, producendo una legge obbrobriosa, falcidiata dalla Corte costituzionale, e soprattutto incaponendosi a volerla incastonare in una riforma della Carta talmente malscritta da far inorridire anche i più benevoli dei suoi sostenitori.

Come risultato, si ritrova ora con un partito mutilato a dover far approvare ad altri (il Governo) una legge con la medesima finalità di soffocare il M5S, ed a farlo a ridosso delle elezioni per non dare tempo alla Corte costituzionale di pronunciarsi.

Una sovrapposizione di forzature istituzionali mai vista in tutta la storia repubblicana, ed a rendere ancor più folkoristicamente mesto il quadro, è l’aver scelto come front man un campione di sconfitte elettorali come Ettore Rosato, battuto due volte su due nelle elezioni a presidente della provincia ed a sindaco di Trieste.

A questo triste passaggio arriviamo, non casualmente, dopo decenni spesi a riporre nella legge elettorale virtù taumaturgiche che essa, ovviamente, non può avere. Non può dipendere dalla legge elettorale avere buoni o cattivi parlamentari, maggioranze stabili o no, o addirittura la possibilità di avviare processi riformatori virtuosi. La legge elettorale, comunque sia scritta, può fare due cose solamente: pesare il consenso dei partiti e contribuire a selezionare i parlamentari. La bontà delle politiche dipende dalla capacità dei partiti di selezionare persone oneste, capaci, e sinceramente dedite al bene collettivo.

Per questo motivo va ribaltato il senso stesso del dibattito degli ultimi cinque lustri. La legge elettorale non deve e non può essere un meccanismo che il ceto politico utilizza per risolvere i propri problemi, ma il canale che consente all’elettore di esprimere al meglio il proprio sentire politico. Mai come oggi si avverte il bisogno di una legge scritta pensando all’elettore e non all’eletto. I nefasti esempi della Gran Bretagna, con l’insensato voto sulla Brexit, e della Catalogna sono le spie di quel che accade quando l’elettore non dispone di strumenti idonei per integrarsi collettivamente nelle istituzioni.

In questa fase, l’Italia ha bisogno di un grande bagno di proporzionale, che restituisca al cittadino il sano potere di votare per il partito a lui più vicino, con atto scevro da calcoli sull’utilità del voto e su quote, listini e collegi.

Si dice che con il proporzionale non nascono maggioranze. Beh, neppure con gli altri sistemi è certo che ciò avvenga, e va detto che alcune delle maggioranze che ci hanno regalato le vecchie leggi ce le saremmo volentieri risparmiate. Anche in Germania (dove, guarda caso, hanno il proporzionale) sono senza una maggioranza elettoralmente espressa e privi di governo (ad alcune settimane dal voto), ma ciò non impedisce loro di essere l’attuale superpotenza economica e politica europea.

Il mio auspicio è quindi di votare con una legge proporzionale, e, se non si formerà un governo, di rivotare dopo un anno, o dopo sei mesi. In fondo, il voto è l’acqua della democrazia, e non capisco perché non abbondarne.