Riforma Bonafede e vittime

dicembre 8, 2019

 

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Il dibattito corrente sull’entrata in vigore della cosiddetta riforma della prescrizione penale mi conferma che, in tema di giustizia, la gente parla di cose che non conosce. Al punto che ne capisco più io dei presunti operatori del settore.

Senza rifare la storia dei problemi che comporta l’attuale disciplina della prescrizione penale, mi limito a considerarne gli effetti sulla persona offesa dal reato, definita giornalisticamente vittima. Mi permetto di richiamare quello che scrissi qui sull’argomento, e cerco di riassumere gli estremi opposti del dibattito in corso fra “garantisti” e “giustizialisti”.

Sostengono i primi che la riforma Bonafede produrrebbe un processo infinito, con il risultato di infliggere una pena dopo anni e anni dalla commissione del reato. E ciò non ha ragion d’essere se il fatto non è di estrema gravità.

Prendendo a pretesto la posizione della parte lesa, i secondi sostengono che bloccare il decorso della prescrizione alla sentenza di primo grado darebbe finalmente soddisfazione alle vittime, che con la disciplina attuale vedono la loro richiesta di giustizia arenarsi nei tempi morti del processo.

Entrambe le posizioni, viste con la prospettiva della persona offesa, sono errate, e mi stupisce che persone esperte le sostengono.

L’errore dei “garantisti” è nel non voler dire che la prescrizione, così come è ora, estingue il reato e non la pena. Quindi estingue anche gli effetti sulla persona offesa, ovvero il diritto al risarcimento, che una volta cessato il processo penale può essere richiesto solamente in sede civile, ma con la prospettiva di perdere la causa, poiché un privato cittadino, salvo casi rari e fortunati, non dispone delle prove necessarie per ottenere la condanna della controparte.

La riforma Bonafede risolverebbe questo problema? No! Assolutamente no. Perché il gigantesco torto che il nostro sistema giudiziario infligge alle persone offese è la decadenza del reato per intervenuta prescrizione prima della sentenza di primo grado! In questo caso la vittima rimane priva di strumenti per ottenere il ristoro del danno, salvo appunto una causa civile costosa e dall’esito incerto. Al contrario, nel fortunato caso in cui alla sentenza di primo grado si arrivi, la persona offesa ha comunque raggiunto il proprio obiettivo di una pronuncia giudiziaria, che sebbene non definitiva ha una sua valenza statuale. L’eventuale estinzione per intervenuta prescrizione nei gradi successivi non cancella la condanna al risarcimento del danno, che può comunque essere ottenuto. È quanto stabilisce l’articolo 578 del codice di procedura penale:

Quando nei confronti dell’imputato è stata pronunciata condanna, anche generica, alle restituzioni o al risarcimento dei danni cagionati dal reato, a favore della parte civile, il giudice di appello e la corte di cassazione, nel dichiarare il reato estinto per amnistia o per prescrizione, decidono sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili.

La vera svolta sarebbe quindi di interrompere definitivamente il corso della prescrizione all’atto di inizio dell’esercizio dell’azione penale, e non alla sentenza di primo grado. La riforma Bonafede, vista dalla prospettiva della vittima, aumenterebbe le probabilità di vedere il reo condannato a una pena, ma non si tratta di una conquista di civiltà. La posizione della persona offesa nel processo penale non può, non deve essere, quella di chiedere vendetta. Non vi è alcun ristoro nel vedere una persona sottoposta a una pena. La vittima deve essere risarcita economicamente, e congruamente, per le sofferenze patite, lasciando che l’irrogazione della pena sia una esclusiva prerogativa dello Stato.

E allora ribadisco quella che dovrebbe essere, secondo me, l’urgente riforma della prescrizione: si stabilisca che essa estingue la pena, e non il reato, in modo che il processo possa proseguire a fini civili senza produrre l’irrogazione di una pena a distanza di lustri dalla commissione del fatto.


Il ceto medio che ha divorato se stesso

novembre 15, 2019

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Ah, la crisi, signora mia! Parlando della stagnazione economica che sembra attanagliare irrimediabilmente l’Italia da oltre un decennio, si sente dire che essa è dovuta alla scomparsa del ceto medio, che in passato alimentava i consumi su cui si reggeva l’economia nazionale. E la colpa di questa scomparsa è ovviamente della globalizzazione, della finanziarizzazione, della precarizzazione, della politica, del mondo cattivo. Ma se mi guardo intorno e cerco di darmi una risposta da uomo della strada vedo anche altro. Che cos’è, anzi, che cos’era il ceto medio? Banalmente mi viene da dire che è la fascia che sta fra il ceto basso e il ceto alto. Se in basso ci sono i lavoratori con il livello di istruzione minimo (operai e contadini) e in alto le classi agiate e dirigenziali, a metà si trova la popolazione istruita ma non ricca. Insegnanti, professionisti, funzionari pubblici, quadri aziendali. Persone diplomate o laureate con redditi superiori a quelli dei sottoposti o degli addetti alle mansioni di livello inferiore. Ma queste figure sono scomparse? Non mi pare. E allora perché si dice che il ceto medio non c’è più? La risposta, per me, è che non esiste più il ceto basso. O meglio, se c’è, è invisibile, sommerso, residuale. La terziarizzazione esasperata dell’economia ha portato alla progressiva scomparsa della classe operaia e alla marginalizzazione dell’agricoltura, relegando a quelle attività persone sottooccupate, malpagate, immigrate, emarginate. In una parola, i poveri. E se il ceto basso è sprofondato nella povertà, quello che era ceto medio è diventato il ceto basso. Una massa di soggetti che con il proprio reddito riesce a sopravvivere, magari dignitosamente, ma non a trainare i consumi né a realizzare le proprie aspirazioni. Colpa del destino? Non solo. Colpa anche di generazioni intere di italiani che hanno potuto fruire della scolarizzazione di massa pretendendo quindi di accedere a professioni intellettuali o impiegatizie. Mentre le fabbriche chiudevano e nessuno voleva più lavorare in quelle che sopravvivevano, moltitudini di diplomati e laureati, usciti da istituti poco formativi e ancor meno selettivi, alimentavano la domanda di impieghi “da scrivania”. E la società li ha accontentati creando una massa esagerata di posizioni. Mentre sparivano i lavoratori dell’edilizia (ora sono solo stranieri stagionali) esplodeva il numero degli agenti immobiliari. Le aziende municipalizzate erogatrici di servizi (che un tempo impiegavano operai addetti alle manutenzioni e qualche impiegato per la bollettazione) sono diventate megastrutture amministrative popolate da eserciti di dirigenti e funzionari. Gli enti locali si sono gonfiati di impiegati assunti grazie a politici compiacenti, trasformandosi in mastodonti burocratici che divorano se stessi. E quando non bastano gli enti locali, ecco la galassia delle società partecipate. Soggetti di diritto privato che vivono di denari pubblici e stipendiano (lautamente) i raccomandati del posto. Gli ordini professionali hanno imbarcato pletore di mediocri laureati incapaci di fare il loro mestiere, con avvocati, per esempio, che manifestano comiche difficoltà con grammatica e ortografia. Per tacere di broker, consulenti del tutto e del niente, operatori di call center, addetti stampa dell’ufficio di ‘sta cippa.

Tutto ciò ha fatto esplodere i costi dei servizi, mentre quelli delle produzioni (agricole e manufatturiere) rimanevano invariati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Leggendo una bolletta energetica, scopriamo che il l’incidenza della fornitura sul costo totale è passata in pochi anni dall’80-90% a circa il 50%, mentre gli oneri fiscali sono saliti in proporzione per finanziare le strutture amministrative. Il costo di un’automobile è praticamente fermo da vent’anni, mentre quello del pedaggio autostradale è parallelamente raddoppiato. Lo stesso vale per i prodotti alimentari, pagati al produttore quanto vent’anni fa ma con prezzi al consumo triplicati per via della esorbitante catena distributiva, che impiega centinaia di direttori del carrello e dello scaffale.

Questa esplosione dei costi terziari, che ha visto il grande salto all’atto dell’introduzione dell’euro (e quindi la crisi del 2007 non c’entra) non è solo colpa del destino, della cattiva politica o della congiuntura planetaria, ma è dovuta proprio alla pretesa delle masse di diventare “ceto medio”, di salire di livello nella gerarchia sociale, di allontanarsi dai lavori umili per sedersi a una scrivania. Ma gli oneri economici di questo processo hanno eroso gli stessi maggiori redditi che avrebbe dovuto procurare, così che l’ambito ceto medio si è ritrovato ad essere il ceto basso, seguito solamente da una fascia di poveri. Noi tutti siamo compartecipi di questo, della nostra voglia di allontanarci dai lavori umili, di lasciarli a non si sa chi. Tutte le generazioni scolarizzate, i nati dagli anni sessanta in poi, hanno preteso (insisto: preteso) questo innalzamento sociale, ponendo le premesse per il proprio affossamento, con la complicità di un sistema scolastico e universitario che, invece di formare e selezionare, ha regalato un titolo a tutti, illudendo milioni di persone di poter fare un mestiere non raggiungibile e creando in esse l’aspettativa e la pretesa di un rango per il quale erano inadeguate. Eserciti di persone cresciute con la convinzione di avere il diritto di svolgere un lavoro improduttivo di cui non sono capaci.

E così il ceto medio non c’è più. L’insegnante ignorante vive male e guadagna poco. Lo stesso vale per il medico cretino e per il giornalista analfabeta. Eccetera. E la colpa è di tutti noi che siamo dentro questo magma.

Cosa si deve fare? Per avere un ceto medio è necessario che esista un ceto basso. Ma composto di persone vere, a pieno titolo, non di emarginati. Non di immigrati sfruttati o sottooccupati. E per cominciare (sono necessari lustri se non decenni) la prima cosa è ridurre le imposte (il cuneo fiscale) per quella fascia, per il futuro ceto basso. Per i lavoratori dell’agricoltura e del manifatturiero. Sono operai e contadini che creano il valore aggiunto e la ricchezza, non gli agenti immobiliari o gli architetti del nulla. Se un paese produce, crea ricchezza, per tutti. Anche per quello che era e dovrebbe tornare a essere il rimpianto ceto medio.


Analfabetismo al potere

novembre 9, 2019

 

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Ora che la crisi dell’Ilva di Taranto è deflagrata, prolifera l’irrisione per il già ministro dello sviluppo economico Di Maio, additato per la sua proclamata presunzione di aver risolto il problema in pochi mesi, dopo anni di vani tentativi dei predecessori. Pensosi editoriali ci illustrano l’assurdità di aver posto a capo di un dicastero tanto importante “un ragazzino che distribuiva le bibite allo stadio”. Vero. Ma si tratta del singolo aspetto di un problema ben più vasto.

La politica nazionale recente ha avuto come protagonisti principali Di Maio, Renzi e Salvini (in rigoroso ordine alfabetico). Tre fulgidi esempi del fenomeno che potremmo chiamare analfabetismo politico al potere. Dimostra analfabetismo politico un ministro che proclama di aver risolto un problema senza sapere nemmeno quale fosse, soprattutto per averlo fatto rivolgendosi non agli italiani ma solamente ai suoi elettori. Ma il medesimo analfabetismo è quello del ministro dell’Interno che fa propaganda utilizzando le sue funzioni, per salire al paradosso di un Presidente del Consiglio che impegnò il governo e la maggioranza parlamentare in una demenziale riforma costituzionale arrivando a dire che in essa “ci giochiamo tutto”. Ma cosa? Ma chi? Chi si gioca tutto? L’impotenza di un intero paese davanti allo strapotere di soggetti di tal misero spessore è l’esito di decenni di crisi culturale prima che politica. Interi lustri in cui l’Italia non ha mai guardato a fondo i suoi problemi sfruttando le proprie risorse senza saperle valorizzare.

E dire che non sarebbe stato difficile evitare il peggio. Sarebbe bastato, in tanti anni dedicati a riforme costituzionali inutili e dannose, introdurre l’unica che servirebbe: l’incompatibilità del ruolo di ministro con ogni altra funzione, prima fra tutte quella di parlamentare. In Francia, dove la separazione dei poteri è stata concepita fin dai tempi di Montesquieu, così avviene, onde evitare che le cariche di governo siano utilizzate a fini elettorali. E anche per garantire il buon funzionamento dell’esecutivo. Il ministro deve stare lì, al ministero, a far funzionare l’apparato dello Stato, non in giro a fare propaganda o addiritturaa svolgere una professione. Come ebbi già a scrivere qui, se si fosse provveduto a introdurre questa banale ed ovvia modifica della Carta, non ci troveremmo nelle attuali misere condizioni.

Nella passata legislatura assistemmo al triste spettacolo del ministro della Giustizia (Orlando) che invece di stare alla scrivania per affrontare gli enormi problemi del sistema giudiziario (non dico risolverli, ma almeno affrontarli) se ne andava in giro per l’Italia a fare campagna elettorale per se stesso in vista delle elezioni alla segreteria del suo partito! E ci si domanda perché i Tribunali non funzionano? E che dire di quella presidente della commissione Giustizia della Camera dei deputati che, reggendo la carica, continuava a esercitare la professione di avvocato?

Non sarebbe (stato) difficile. Chi assume la carica di ministro deve fare il ministro. E basta. Non il professionista, il parlamentare o il capopopolo. È facile.

 


Contante? Abolirlo, non limitarlo

settembre 25, 2019

 

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Leggo che il governo sembra intenzionato a limitare l’uso del denaro contante come forma di contrasto all’evasione fiscale, e trovo che sia una iniziativa molto positiva anche se arriva in grave ritardo. È appena il caso di ricordare che il governo Monti aveva posto il limite di mille euro alle operazioni con banconote, ma il governo Renzi si era affrettato a innalzarla nuovamente. Come ho già espresso qui, il contante è uno strumento superato, anacronistico, e si deve andare verso la sua totale eliminazione.

L’idea che la moneta cartacea favorisca solamente l’evasione fiscale è infatti riduttiva, perché il suo uso è fondamentale per quasi tutte le attività economiche illegali così come oggi le conosciamo. La sua scomparsa non le eliminerebbe, ma ne renderebbe molto più complessa la realizzazione e, al pari tempo, sarebbe molto più facile la loro individuazione e repressione.

Non può esistere spaccio di strada senza denaro contante, perché è impensabile che un pusher riscuota il prezzo dei suoi commerci con il POS, e quindi, automaticamente, verrebbe meno il fenomeno dei quartieri urbani che attualmente sono ostaggi dei piccoli eserciti di spacciatori di strada. Il fiorente mercato della contraffazione che riversa sui marciapiedi beni di consumo prodotti illegalmente troverebbe un enorme freno nell’impossibilità di acquistare oggetti fuori da luoghi adibiti legittimamente alla vendita. Stesso discorso vale per la prostituzione diffusa nelle vie urbane. Tali attività continuerebbero a esistere, ma necessiterebbero di attività di copertura lecita, sulle quali il Fisco riscuoterebbe le imposte. Inoltre, le sex workers, dovendo essere inquadrate come dipendenti regolari adibite a una qualche mansione legale, avrebbero finalmente una qualche forma di tutela. Taccio sulla corruzione minuta, sui regali, su buste e bustarelle, sulle banconote conservate scientemente fra i documenti fiscali di trasporto merci di cui ben sa chiunque operi nel commercio. Ognuno ci arriva da sé.

Faccio tali esempi perché sono le attività su cui si basa la gigantesca macchina delle mafie nazionali ed estere importate, che vedrebbero nell’abolizione del contante un ostacolo enorme nella prosecuzione delle loro condotte e uno strumento di contrasto formidabile in mano alle forze dell’ordine.

I vantaggi si estenderebbero anche ad altre forme di criminalità non meno odiosa. Le rapine, per esempio. Non avrebbe più senso rapinare banche e neppure abitazioni private, perché una eventuale refurtiva in beni di valore sarebbe invendibile sul mercato della ricettazione, essendo impensabile per un ricettatore fare un bonifico a un rapinatore. Fine quindi dei topi d’appartamento, dei mercanti di opere d’arte rubata, di tombaroli e affini. E se non fine, sicuramente una vita molto più grama e difficile.

Abbiamo a portata di mano uno strumento tecnologico, la moneta elettronica, che può far svoltare la nostra economia e porre l’Italia all’avanguardia in Europa, se saremo i primi a fare questa scelta drastica ma decisiva.

Certo, sopravviveranno le grandi frodi, i grandi evasori che ricorrono ai Paradisi fiscali, ma su di essi potranno concentrarsi le attività di contrasto attualmente disperse nell’inseguimento di piccoli fenomeni di illegalità con costi che superano i ricavi.

Il contante è la linfa delle illegalità, l’acqua vitale delle mafie. Eliminarlo sarebbe un passo avanti epocale, né di destra né di sinistra, né di centro. Sarebbe auspicabile vedere tutti determinati a volerne la fine.

 

 

 


Ma cos’è questa crisi.

agosto 10, 2019

 

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Hanno ragione i commentatori della stampa nazionale nel descrivere la tristezza e la pochezza dei protagonisti della maggioranza e la desolazione culutrale che emerge dalla crisi di governo in corso. Espressione – crisi di governo – fin troppo nobile per essere riferita a tali nullità. Ma c’è una cosa ancor più triste e misera: la sterminata vacuità delle proposte politiche alternative che dovrebbero provenire dai partiti attualmente all’opposizione. Pd, Forza Italia, Sinistra Italiana, e chi altri forse dovrebbe esistere, nulla hanno da dire di significativo. E infatti blaterano a vuoto.  Ma il peggio viene proprio dagli organi di informazione, dagli editorialisti, dai maîtres à penser nostrani che partecipano allo sceneggiato senza nulla aggiungere di originale. In questo immenso nulla, cui assisto immoto dal giorno delle ultime elezioni, non posso far altro che riproporre le dieci riforme che io farei, e che ho già elencato qui, illustrandole brevemente in post successivi:

1. Abolizione del denaro contante.
La tracciabilità di ogni pagamento, unita all’attivazione di efficaci e ragionevoli strumenti giurisdizionali (primo fra tutti una buona legge sul falso in bilancio), costituisce lo strumento in grado di avviare la definitiva sconfitta delle mafie, primaria e principale zavorra dell’economia nazionale. Non solo. La sua introduzione segnerebbe la fine delle nostre piaghe endemiche: racket, evasione fiscale, lavoro nero, economia sommersa, etc. Con benefici enormi per le finanze pubbliche.
2. Abbattimento del cuneo fiscale nei settori primario e secondario.
La riduzione generalizzata delle tasse, al momento, è improponibile. Va operata una detassazione mirata ai settori che producono valore aggiunto: agricoltura e soprattutto industria. Il lavoro manifatturiero va cioè drasticamente defiscalizzato, onde fermare il fenomeno della delocalizzazione, favorire il rimpatrio delle produzioni ed incentivare nuovi investimenti nel settore produttivo.
3. Scuola e Università: abolizione di tutte le riforme degli ultimi 30 anni.
Da Luigi Berlinguer (compreso) in poi è stata una corsa a chi faceva peggio. Abolire tutte le riforme fatte è una provocazione, ma è fuor di dubbio che il sistema di trenta anni fa era migliore.
4. Raddoppio (almeno) del numero dei magistrati.
Con contestuale riduzione del loro (ingiustificatamente alto) reddito e periodo formativo presso la Polizia Giudiziaria. Vanno poi accorpati i tribunali, in modo da portare ad almeno 500.000 il numero di cittadini di ogni circoscrizione.
5. Riscrittura del codice di procedura penale.
Riscrittura totale, con ritorno al sistema inquisitorio (in luogo di quello accusatorio), in coerenza con la nostra tradizione e con l’ordinamento degli altri paesi dell’Europa continentale.
6. Riduzione delle competenze regionali ed abbattimento dei costi relativi.
La sburocratizzazione deve partire dalle Regioni, autentiche fonti di inutili complessità amministrative, nonché centri di rovinosa spesa pubblica improduttiva e clientelare (soprattutto quelle a statuto speciale).
7. Abolizione del rogito notarile.
Il costosissimo rito medievale del rogito notarile per l’acquisto di un immobile è talmente anacronistico da indurre alla rivolta. Ora che anagrafe e catasto sono totalmente digitalizzati, una compravendita immobiliare si perfeziona con pochi clic al computer. Sostituendo il passaggio dal notaio con atto amministrativo, si liberano risorse per i consumi.
8. Imu prima casa.
Va reintrodotta la tassa sulla prima casa (ICI o IMU) ovviamente con franchigia (cioè azzerandola per gli immobili di modesto valore). L’IMU sulle case successive alla prima deve essere progressiva.
9. Legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5%.
Dopo decenni di convulsioni, la conclusione è una sola: l’Italia è paese ideologicamente e territorialmente sperequato; quindi serve una legge proporzionale pura con sbarramento al 5%. E con reintroduzione di congruo numero di firme di presentazione per tutti. Almeno 100.000 su scala nazionale. Ripeto: per tutti i partiti, nessuno escluso.
10. Incompatibilità parlamentare-ministro.
Le cariche di parlamentare e di ministro devono essere rese incompatibili con norma costituzionale. I parlamentari vengono eletti dal corpo elettorale per stare in Parlamento. A capo dei ministeri devono andare soggetti competenti dediti unicamente al funzionamento della macchina statale. Non è solo questione filosofica di separazione dei poteri, ma elementare e fondamentale strumento di efficienza amministrativa.

* * *

Non aggiungo altro se non una breve considerazione sull’ultimo punto. È scoppiato l’allarme per la posizione del Ministro dell’Interno che assommerebbe al momento più ruoli: Vicepresidente del Consiglio promotore della crisi, leader del principale partito o coalizione alle prossime elezioni, “candidato premier” e gestore della procedura elettorale. Scandalo fra i pensosi elzeviristi dei quotidiani e fra gli insigni costituzionalisti che popolano le tribune tv. Avranno anche ragione, ma questo accumulo non si sarebbe verificato se si fosse pensato all’unica modifica costituzionale che andava fatta alla carta del 1948, ovvero all’introduzione dell’incompatibilità fra ministro e candidato/parlamentare. Come è in Francia, dove le costituzioni le hanno inventate. Semplice no? Eppure nessuno ci aveva pensato.

Buonanotte.

 


Contanti e pistole

aprile 2, 2019

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Ho scritto qui quelli che secondo me sarebbero i grandi, enormi vantaggi derivanti dall’abolizione del denaro contante e dalla sua sostituzione con moneta elettronica. L’Italia detiene, a quel che si legge, il primato mondiale dell’evasione fiscale e chiunque comprende che la tracciabilità di ogni pagamento è lo strumento che potrebbe sconfiggere questa endemica piaga. Prima o poi ci arriveremo, ed allora guarderemo al passato (cioè il nostro presente fatto di cartamoneta) con lo stesso spirito con cui ora guardiamo all’epoca delle economie basate sul baratto. Con buona pace di filosofi, uomini di fede, politici ed affini, bisogna prendere atto che a migliorare le nostre vite, a cambiare il corso dell’umanità è sempre stata, e presumibilmente sarà, la tecnologia. Oggi abbiamo a disposizione lo strumento tecnologico per sanare le malattie più gravi dell’economia mondiale, ma per ragioni che nessuno vuole ammettere pubblicamente, ci ostiniamo a non volerlo utilizzare.

Evasione fiscale, sommerso, economia criminale, mafie, lavoro nero… Sono tutti fenomeni che con moneta elettronica possono essere eliminati.

Ma ci sono altri benefici meno diretti. Si parla molto, in questi giorni, della legge sulla cosiddetta (sempre) legittima difesa, prefigurando un mondo in cui sarebbe lecito sparare ai malintenzionati che accedono ad una proprietà privata. Sappiamo che tale legge cambierà ben poco, ma va riconosciuto che in tempi recenti assistiamo a una recrudescenza di reati violenti quali il furto in appartamento/villa e le rapine a commercianti. C’entra qualcosa con l’abolizione del contante? Apparentemente no, ma invece sì.

Chi ruba, qualunque cosa rubi (oggetti preziosi, opere d’arte, automobili, motocicli, beni di consumo, eccetera) non lo fa certo per proprio uso, ma per trarne un vantaggio economico che si concretizza con la rivendita di tali beni nel mercato della ricettazione. Mercato che, come ogni attività illegale, esiste grazie alla moneta contante. È infatti inverosimile pensare che un ricettatore faccia un bonifico o un assegno al ladro che gli cede la refurtiva. Sparendo la cartamoneta, sparirebbero anche ladri e rapinatori, e le pistole in casa non servirebbero più.

Vogliamo fare altri esempi? Siccome è difficile immaginare che una prostituta che esercita in strada si doti di POS, senza contante vedremmo sparire anche l’esercizio del mestiere in strada, con grande beneficio per la vita nelle città. La prostituzione certo non sparirebbe, ma dovendosi effettuare sotto la copertura di attività lecite, garantirebbe un minimo di tutela alle donne che la praticano e i relativi proventi fiscali allo Stato.

Di queste elementari considerazioni nulla traccia vi è nel dibattito pubblico, che continua ad alimentarsi di solenni fesserie, quando si continua a non considerare neppure la cosa più elementare da farsi.


Idagato da chi? PM o GI?

ottobre 29, 2018

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Immaginate di essere sottoposti a indagine. Vi chiedo: da chi vorreste che fosse condotta l’inchiesta? Da un giudice con obblighi di imparzialità, o dal Pubblico Ministero che, nell’eventualità di un processo, sarà la vostra controparte, con la funzione di chiedere la condanna?

Posta così, la domanda sembra avere una risposta ovvia. Il Pubblico Ministero, che ha funzione accusatoria ed il cui lavoro è valutato in base al numero di condanne che ottiene, è naturalmente portato a cercare le prove a carico dell’indagato, non certo quelle a suo discarico. Sembrerebbe preferibile essere indagati da un giudice con obbligo di terzietà, la cui indagine abbia funzioni cognitive, e non accusatorie.

Eppure in Italia abbiamo adottato un sistema che affida le indagini al Pubblico Ministero, giudicandolo più garantista del precedente, nel quale le indagini erano condotte dal Giudice Istruttore.

I motivi di tale modifica non li conosco, ma penso che fossero sostanzialmente due: il vecchio codice di procedura lasciava troppo spazio al Giudice Istruttore, che in taluni casi poteva addirittura assumere la veste di giudice di merito; in secondo luogo il processo in aula era una mera replica dell’istruttoria, nel quale la difesa, in pratica, non aveva margini di azione. In sostanza: se il Giudice Istruttore era convinto della colpevolezza dell’indagato, questi non aveva scampo. La necessità di meglio garantire i diritti di difesa ci ha condotto al sistema attuale, nel quale il Pubblico Ministero conduce le indagini e, successivamente, a processo, sostiene l’accusa, in contraddittorio con la difesa, innanzi ad un giudice “terzo”.

La domanda è: abbiamo creato un sistema migliore? Più garantista e più efficiente?

Se nel rito inquisitorio il problema era il processo, adesso il problema è l’indagine. L’avvocatura ora lamenta l’eccessivo potere del PM nel corso delle inchieste e la soggezione dei Tribunali davanti alle Procure. L’insistita richiesta di separare le carriere di giudici e PM è dovuta a questa presunta condizione psicologica.

In effetti la diversa impostazione procedurale ha comportato una serie di problemi, di cui ora elenco una parte, senza alcuna pretesa di generalità.

È indubbio che il Pubblico Ministero ha enormi poteri nel corso delle indagini, con il rischio che, abusandone, possa assumere un ruolo debordante rispetto alle sue funzioni istituzionali. Inoltre egli ha la facoltà di selezionare, fra centinaia di fascicoli, quelli di suo interesse, sui quali concentrare la propria azione. Approfittando dell’attuale disciplina della prescrizione, può fare in modo che i procedimenti che, per un motivo o per un altro non gli interessano, vadano in prescrizione. E le statistiche dicono che un numero enorme di procedimenti cadono prescritti durante le indagini preliminari.

L’avviso di garanzia, e la non segretezza dell’indagine, danneggiano l’indagato più di quanto non lo tutelino.

Le intercettazioni telefoniche ed ambientali. Essendo esse raccolte dall’accusa, non si può accettare che sia il PM stesso a selezionare quelle utilizzabili e quelle non utilizzabili. Quindi le difese sono costrette a volere la desecretazione di tutto il materiale intercettato, con la conseguenza che la pubblicazione sui giornali delle parti irrilevanti rischiano di danneggiare gli indagati (e non solo loro!) più di quanto non facciano il processo e l’eventuale condanna.

Nel caso in cui il PM non riscontri i termini per procedere, non può archiviare autonomamente il fascicolo, ma deve chiedere che lo faccia il GIP. Il quale ha facoltà di imporre al PM di proseguire l’indagine ovvero di formulare l’imputazione contro la sua stessa volontà. Mi domando che sistema è quello in cui il PM è obbligato ad accusare una persona che ritiene innocente.

Avendo assunto l’indagine preliminare una funzione istruttoria vera e propria, il legislatore ha introdotto le indagini difensive, con la pretesa che abbiano lo stesso valore di quelle della Polizia Giudiziaria. Nei fatti esse sono uno strumento a disposizione dei pochi che possono permettersele in termini economici, e sono tenute in scarsa considerazione dai Tribunali, ai quali non si può certo chiedere di porre sullo stesso piano privati cittadini come gli avvocati ed ufficiali di Polizia.

Mi fermo, ma mi sento di dire che, forse, sarebbe stato preferibile adottare un codice di procedura sì diverso dal precedente, ma pur sempre ispirato al sistema inquisitorio. Lasciando al giudice istruttore la funzione inquirente, a soli fini cognitivi, e al PM, ferme restando le facoltà di integrazione investigativa, la funzione requirente. La vera modifica da introdurre sarebbe stata la separazione fra fase inquirente e fase di giudizio, stabilendo l’uscita definitiva del Giudice Istruttore dal procedimento, una volta chiusa l’istruttoria.

So bene di non avere alcun titolo per sostenerlo, ma risalgo al parere di quello che è stato uno dei più grandi giuristi del secolo scorso: Giovanni Leone. Dopo le dimissioni da Presidente della Repubblica (ingiustamente forzate da una campagna di stampa denigratoria ed infondata), in qualità di senatore a vita fece parte della Commissione Giustizia del Senato, partecipando ai lavori per la riforma del codice del 1989. Alla quale fu sempre tenacemente contrario, ritenendo il rito accusatorio estraneo alla cultura giuridica italiana. Chissà, forse aveva ragione lui.