Esproprio, regalo o semplice buonsenso?

luglio 18, 2020

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Sulla vicenda Autostrade si è letto tutto e il contrario di tutto. Che è stato un esproprio oppure un regalo ai Benetton. A conferma che il sistema dell’informazione è incapace di analisi serie, preferendo sempre e comunque la polemica. In questo i giornali italiani sono lo specchio perfetto della politica. La politica che antepone la propaganda all’azione così come l’informazione antepone la polemica all’analisi.

In realtà il governo non ha fatto altro che applicare un principio scolpito nella pietra di ogni studio legale: la transazione è sempre preferibile alla causa.

Si è trovata una soluzione, e a chi dice che “si poteva fare meglio” bisogna rispondere che è così in ogni caso: è sempre possibile fare meglio. È come dire che l’acqua è bagnata.

Quello che conta è che si è eliminato l’assurdo di un monopolio privato in un settore, quello autostradale, nel quale la concorrenza è impossibile, per cui la gestione privata è priva di senso. Abbiamo semplicemente posto rimedio a un errore madornale commesso alla fine del secolo scorso, ebbri della foga privatrizzatrice. Si dovrebbe avere il buonsenso di ammetterlo e di voltare pagina, guardando avanti.

 

 

 


Torniamo in fabbrica

giugno 25, 2020

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Crolla il prodotto interno lordo e la politica è colta dal panico. La pandemia ha semplicemente assestato un colpo fatale a un sistema tragicamente indebolito per nostra responsabilità. Non è un caso se da noi la produzione industriale crolla mentre ciò accade meno pesantemente in Germania e in Francia. Siamo stati noi, negli ultimi decenni, a demolire il nostro sistema industriale, nell’inescusabile e folle convinzione che tutti gli italiani potessero lavorare nel settore terziario. L’ho già scritto qui (al primo punto) e qui: la nostra grave colpa è stata quella di azzerare la grande industria, quasi tutta di Stato, che alimentava anche gli ordinativi per la piccola e media. Abbandonato l’acciaio, il cemento, abbiamo progressivamente rinunciato a produrre automobili e perfino le due ruote, che sono praticamente un nostra invenzione e nelle quali eravamo all’avanguardia. Stessa cosa è accaduta con altri settori come l’arredamento e gli elettrodomestici, l’elettronica (la fine di Olivetti grida ancora vendetta), la chimica e buona parte dell’agroalimentare. Come risultato, per esempio, Parmalat è finita in mano francese e tutto il settore automobilistico (dalla Fiat alla Maserati) è ormai di Parigi. Altro che Ilva: abbiamo permesso alla Citroën di comprarsi la Ferrari! Ma non è solo colpa della politica. Anche noi italiani abbiamo preso a considerare l’industria come una brutta cosa, sporca, inquinante e squalificante. Il mestiere dell’operaio (cioè di colui che produce valore aggiunto) è finito in fondo alla gerarchia sociale, col risultato che intere generazioni preferiscono impieghi precari da rider o operatori di call center all’assunzione a tempo indeterminato in una fabbrica.

Se vogliamo almeno tentare di invertire la tendenza, rivitalizzando quel che resta del nostro sistema industriale, la strada non può essere che quella di un taglio selettivo e potente del cuneo fiscale. Non a tutti, ma solo ai lavoratori dell’industria. Spingendo gli investimenti e le assunzioni nei settori produttivi a scapito dell’enorme e sovradimensionato bacino di imprese del terziario. Un taglio netto, almeno del 50-70%, per consentire a chi sceglie la fabbrica di avere redditi adeguati e alle imprese che producono ed esportano di rialzare la testa.


Confermo parola per parola

giugno 15, 2020

 

replica

Il 17 marzo avevo scritto questo post.

Lo confermo parola per parola, perchè le chiacchiere da stati generali mi fanno solamente sorridere.

 


Incostituzionalità del processo: patteggiamento

febbraio 22, 2020

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Il patteggiamento, ovvero “l’applicazione della pena su richiesta delle parti ex artt. 444-445 c.p.p.” è il rito alternativo introdotto nel nostro ordinamento con la riforma del codice di procedura penale del 1988. Grazie ad esso l’imputato ottiene uno sconto di pena e l’amministrazione giudiziaria risparmia i tempi del dibattimento. Le parti, infatti, sono accusa e difesa, che si accordano fra loro con simultaneo vantaggio. Ma che ne è, in questo caso, della persona offesa? Non è forse anche essa una parte? No, non lo è. La vittima del reato, anche se presente all’udienza nella quale si definisce il patteggiamento, non ha voce in capitolo. È parte processuale solo a parole. Ma, si penserà, dopo il patteggiamento può comunque chiedere il risarcimento in sede civile. Certo, può chiederlo, ma non è affatto certo che lo ottenga. Vi è una radicale differenza fra la sentenza di condanna con rito ordinario o abbreviato e quella di patteggiamento. La prima, oltre alla pena, condanna il reo al risarcimento del danno, che viene in genere liquidato a parte senza che si debba discutere nel merito la materialità del fatto e la responsabilità del condannato. Nel patteggiamento non è così. Nel nostro ordinamento le prove si formano a dibattimento, e tutto quello che matura prima, nelle indagini, costituisce solamente un elemento di prova, un indizio. Il patteggiamento, evitando il dibattimento, inibisce la formazione della prova e quindi priva la vittima del processo di accertamento della verità. Essa può quindi rivolgersi al giudice civile per richiedere un risarcimento, ma in quella sede il reo, che pure ha patteggiato la pena, può negare ogni responsabilità, il processo deve essere fatto da capo con altro regime probatorio, e il giudice civile è libero di dare valore o meno a quanto è maturato in sede penale. Sebbene la giurisprudenza di legittimità sia ondivaga sulla materia, la sentenza di patteggiamento è quindi solo un indizio, non una prova. Nel giudizio risarcitorio la vittima può anche soccombere e vedersi condannata a pagare le spese legali in favore del reo che ha patteggiato.

Siamo quindi di fronte a un altro strumento procedurale che costituisce uno squilibrio fra reo e vittima che confligge con l’articolo 3 della Costituzione, perché la scelta del patteggiamento è facoltà esclusiva del cittadino imputato, favorito in questo rispetto al cittadino vittima che nulla può fare per opporsi.

Ma per avere idea di quanto sia squilibrato il sistema nella sua stessa concezione, vale la pena soffermarsi su un aspetto particolare del patteggiamento, quello che avviene davanti al GIP ai sensi dell’articolo 437 c.p.p.

Solitamente il patteggiamento avviene dopo la chiusura delle indagini e all’udienza preliminare, alla presenza della parte offesa che assiste quindi alla pronunzia della sentenza. Ma può accadere che l’indagato, sopraffatto da prove schiaccianti, opti per un rito ancora più veloce, chiedendo di patteggiare davanti al GIP quando le indagini sono in corso (e ha ricevuto l’avviso di garanzia che è ignoto alla vittima). In tal caso l’udienza si tiene alla sola presenza del pubblico ministero e del reo, all’insaputa della parte offesa che ha denunciato il fatto. Se questo è già singolare ma comunque non illogico, l’aspetto paradossale di tale rito è che, una volta depositata la sentenza di patteggiamento, la vittima non viene neppure avvisata! Il procedimento penale che essa ha avviato con denuncia o querela si chiude senza che gliene sia data notizia! Alla faccia dell’uguaglianza dei cittadini davanti alla legge.


Incostituzionalità del processo: la prescrizione

febbraio 22, 2020

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Poco ho da aggiungere a quello che ho già scritto qui e qui.

Ribadisco il concetto di fondo: la prescrizione, invocata dai cosiddetti garantisti per evitare che un soggetto resti sotto processo in eterno e che venga condannato a distanza di troppo tempo dai fatti, in realtà non estingue la pena, ma estingue il reato, e con esso anche le conseguenze verso la persona offesa. Ne consegue che il danno cagionato da un reato prescritto, salvo rari casi, non viene risarcito. È vero che quanto maturato in sede penale può essere utilizzato in sede civile, ma nella stragrande maggioranza dei casi in assenza di un giudicato penale, almeno di primo grado, le prove (rectius: gli elementi di prova) maturate nel procedimento penale non hanno automaticamente valore nel processo civile e ove il giudice non è tenuto a tenerne conto. Perché il rito civile è diverso da quello penale, ha regimi probatori differenti. È appena il caso di citare esempi quali la violenza sessuale o il maltrattamento in famiglia, nei quali la prova regina resta la deposizione della vittima. Se in sede penale essa ha pieno valore, pur se valutata considerando il possibile conflitto di interessi fra reo e parte lesa, costituisce prova valutabile da giudice. Viceversa, in un parallelo giudizio civile, essa è totalmente priva di valore, poiché la vittima che cita in giudizio il reo, essendo parte, non può certo addurre come prova la propria parola!

Si è soliti dire che la prescrizione è uno strumento utilizzato dai difensori degli indagati/imputati per sottrarsi alla condanna con tecniche dilatorie. E questo è sicuramente vero, ma è solamente un corno del problema, che consente di dipingere l’avvocatura come una organizzazione dedita al perseguimento dell’impunità dei colpevoli in contrapposizione con una magistratura votata al nobile fine di far rispettare la legge. Esiste uno speculare e incoffessato interesse della magistratura a ricorrere alla prescrizione come strumento per sottrarsi al dovere di giudicare. Il giudice, o meglio in sistema giudiziario che egli impersona, che, per una ragione qualsiasi, non intende pronunciarsi su un caso, può far leva sugli enormi margini di arbitrio di cui dispone per allungare i tempi del procedimento (dalle indagini preliminari fino al dibattimento) fino a cagionare l’estinzione del reato e quindi del procedimento. La prescrizione è quindi (anche) uno strumento per ridurre gli smisurati carichi di lavoro degli uffici giudiziari, e non stupisce quindi che molti magistrati si dicano contrari alla riforma attualmente in discussione.

Chi è del tutto disarmato davanti a questa arma processuale è ancora una volta la persona offesa, che non ha alcuno strumento per accelerare l’iter del procedimento o di interrompere il decorso della prescrizione. Strumento che invece possiede in sede civile, ove il decorso della prescrizione (non di un reato, ma di un diritto) può essere interrotto in qualsiasi momento con semplice raccomandata.

Chi parla di processi infiniti a causa della prescrizione penale, dovrebbe per onestà ammettere che le cause civili già hanno questo aspetto, perché non esiste in sede civile una causa estintiva basata sul decorrere del tempo.

La disparità di trattamento che il regime della prescrizione penale crea fra reo e vittima è quindi palesemente, macroscopicamente incostituzionale, essendo un’arma che favorisce chi ha cagionato un danno (di origine penale) a scapito di chi ha la sola colpa di averlo subito.

E allora ribadisco la mia proposta per superare il nodo su cui si è arenata la riforma Bonafede: la prescrizione estingua la pena, non il reato. Qualora vi sia nel procedimento penale una parte civile costituita, il processo vada a definizione a fini civili, allo scopo cioè di sancire l’obbligo risarcitorio verso la vittima. Se nel frattempo è decorso troppo tempo, si annullino le pene.


Il medioevo della Ministra Lamorgese

febbraio 21, 2020

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“Carcere per gli spacciatori di modiche quantità”. Lo ha detto la Ministra degli Interni Lamorgese, e c’è da chiedersi dove sono i campioni del garantismo che affollano la nostra politica. Se c’è una cosa inutile nel contrasto alla diffusione delle droghe è la repressione penale che, come tutti gli studi indicano, non ha mai avuto alcuna efficacia. Se una proposta del genere l’avesse fatta Salvini, apriti cielo, sarebbe esplosa la rivolta. E le carceri sovraffollate? E i Tribunali intasati? E i diritti degli indagati? Invece niente. Sarà che questa ministra è una donna, per cui non la si può criticare, ma è sconcertante che ancora si pensi a combattere la droga con metodi medioevali. Coi gabbioni, con le manette, con le botte in carcere.

Sarà che sono da sempre antiproibizionista, come chiunque abbia studiato il fenomeno, ma mi sconforta leggere tali notizie in un’epoca in cui si potrebbe imboccare la strada giusta. Perché il contrasto a tutti i fenomeni di illegalità diffusa, come appunto il traffico di stupefacenti, non può essere fatto con la repressione, ma rendendoli antieconomici. E lo strumento per farlo è ora a nostra disposizione: la tracciabilità dei pagamenti. Lo spaccio di strada, i quartieri ostaggio dei pusher, la penetrazione nell’economia lecita del denaro proveniente dalla droga, esistono perché esiste il denaro contante. Senza contante non ci sarebbero gli spacciatori di strada (chi mai comprerebbe droga pagando con carta di credito?) e i grandi trafficanti troverebbero assai arduo riciclare i loro immensi proventi. Eliminando il contante, il manico del coltello passerebbe dalla parte dello Stato. Che invece, per bocca della Ministra Lamorgese, proclama stupide guerre a base di manette e prigioni, come un ottuso monarca medioevale.


Incostituzionalità del processo: il risarcimento negato

febbraio 21, 2020

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L’articolo 24 della Costituzione afferma che “tutti possono agire in giudizio per la tutela dei propri diritti e interessi legittimi”.

Ognuno di noi, quindi, può rivolgersi al Tribunale per chiedere la riparazione di un danno che ritiene di aver patito. Sembra un principio elementare, ma i padri costituenti sentirono la necessità di sancirlo nella Carta. Altrettanto elementare è il principio secondo cui chi commette un reato penale è tenuto a riparare il danno che ha cagionato. Ma questo obbligo non è scritto in Costituzione, neppure nel recentemente riscritto articolo 111.

Che può fare quindi la persona offesa da una reato (detta impropriamente vittima)? Innanzitutto denunciare il fatto, quindi sperare che il responsabile venga individuato, processato, condannato in via definitiva e quindi, a condanna pronunciata, chiedere di essere risarcita con un ulteriore procedimento giudiziario in sede civile. E qui sorge immediata una domanda: in un paese nel quale i processi durano decine di anni, quando arriva il risarcimento? Decine di anni dopo i fatti, non c’è nulla da fare. Ma l’interrogativo peggiore è un altro: e se la condanna del responsabile non arriva? Risposta: che la vittima si metta il cuore in pace. E sono questi i casi più frequenti. In Italia i responsabili di reati penali condannati in via definitiva sono una esigua minoranza, per via della cronica inefficacia del sistema giudiziario. Fra indagini che non si fanno, reati che cadono prescritti prima ancora che inizi il processo, procedimenti che non arrivano al termine per le più svariate ragioni, e condannati che figurano incapienti, sottraendosi in tal modo ai loro obblighi patrimoniali, la probabilità che una vittima venga effettivamente risarcita (anche a distanza di lustri) è minima.

Sarebbe lungo dire come si sia giunti a tale stato di cose, ma è evidente che tale fenomeno è taciuto e sottovalutato, perché l’evoluzione della società ha enormemente allargato la platea di soggetti danneggiati dal fatto-reato. Le vittime dei crack bancari e aziendali. Migliaia di persone che hanno visto evaporare i loro risparmi. I lavoratori che perdono il posto per la bancarotta fraudolenta del titolare. Le persone che si ammalano per fenomeni di inquinamento ambientale. Ma il diritto penale è entrato anche nelle case, nelle vite quotidiane, con l’istituzione di fattispecie come il maltrattamento in famiglia, gli atti persecutorii (stalking), i reati a sfondo sessuale. Eppure chiunque rimanga vittima di questi eventi è abbandonato a se stesso, ignorato dalle istituzioni e dagli uffici giudiziari, nei quali la sua posizione è del tutto marginale, oscurata da quella dell’indagato-imputato, che il cosiddetto garantismo imperante ha reso protagonista assoluto del processo e depositario di una serie di tutele del tutto sconosciute alla persona offesa.

Concorrono a questo stato di cose l’idea che la vittima sia alla ricerca di “vendetta”, cosa che potrebbe anche essere e non deve essere, ma che non dovrebbe ostacolare il procedimento. Concorre una certa filosofia pauperista, per cui chi subisce un torto “deve farsene una ragione”, e basta (“non vorrai mica guadagnarci!”).

Ma soprattutto domina ormai l’idea che la vera vittima, il perseguitato, è il reo, l’indagato, l’imputato. Quello che i politici che blaterano di giustizia definiscono “il cittadino”, dando per scontato che il processo penale coinvolga solo lui e non anche i danneggiati, e che la giustizia sia un affare privato fra lo Stato e il colpevole.

L’obiezione che si sente fare chi solleva tale problema è che la parte lesa può agire in giudizio civile a prescindere dalla celebrazione del processo penale, chiedendo il risarcimento a prescindere dalla condanna. Si tratta di una gigantesca mistificazione. Perché per ottenere giustizia direttamente da un Giudice civile, è necessario portare le prove, inconfutabili, dell’identità del reo, della commissione del fatto e dei danni cagionati. Elementi che un privato cittadino, salvo rarissimi e fortunati casi, non può avere. La vittima di una bancarotta, come può provare che il fallito ha portato all’estero i denari della società? Una donna violentata in un parco pubblico, come può conoscere l’identità dello stupratore? Un malato di cancro, come può provare che il suo male deriva dall’inquinamento di una determinata azienda, e come può sapere chi è il vero responsabile?

Per tale ragione affermo che il nostro ordinamento, a partire dalla Costituzione stessa, è in contrasto con l’articolo 3, discriminando in maniera intollerabile la posizione del reo rispetto a quella della vittima a favore del primo.

Eppure, nel continuo e inesauribile dibattito sulla Giustizia, nessuno solleva tale questione. Nessuno ha mai proposto di inserire nella Carta fondamentale una frase tanto semplice quanto incontrovertibile: “il processo penale deve garantire alla persona offesa un adeguato risarcimento”.

L’inefficacia del sistema giudiziario e la tenuità delle pene hanno fatto venir meno l’azione deterrente della condanna penale, incoraggiando di fatto la commissione del delitto che, è luogo comune dirlo, paga. E se il reo ne guadagna a spese di tutti, lo fa, a maggior ragione, in danno di quei cittadini che subiscono gli effetti del delitto stesso sulla carne viva.


Incostituzionalità del processo penale

febbraio 15, 2020

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Il dibattito politico, ahinoi non giuridico, sulla cosiddetta riforma della prescrizione penale nota con il nome del ministro Bonafede, ed emendata dal Presidente del consiglio, verte ora sulla presunta incostituzionalità del trattamento riservato all’imputato dichiarato innocente o colpevole nel giudizio di primo grado. Si sostiene che la disparità nel decorso della prescrizione a seconda della pronuncia del Tribunale violi il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Orrore! Avremmo un processo penale incostituzionale!

Ascoltando tali considerazioni siamo quindi indotti a ritenere che, escludendo tale riforma in itinere, il processo penale sia perfettamente aderente ai principi costituzionali, oltre che ispirato agli elementari ideali di giustizia che ognuno di noi percepisce. Celebrandosi i processi in aule di giustizia da parte di individui togati depositari del sapere giuridico, ci pare inverosimile che ciò non sia.

E invece è mia opinione che il nostro processo penale, così come strutturato, presenti diversi elementi di incostituzionalità discriminando la posizione del cittadino-reo rispetto al cittadino-vittima a discapito del secondo. La stessa Costituzione, nella parte in cui lo disciplina (articolo 111) è in contraddizione con se stessa (articolo 3).

Vediamo alcuni di tali elementi.

  1. Il diritto al risarcimento del danno patito dalla persona offesa dal reato (la vittima) non è previsto dalla Costituzione e, nei fatti, è un diritto negato.
  2. La prescrizione. Si è soliti leggere che la ratio della prescrizione penale è dovuta al venir meno dell’interesse dello Stato a punire un reato a distanza di un lasso temporale proporzionale alla sua gravità. Si dice che non ha senso punire una persona a distanza di troppi anni dalla commissione del fatto. Se così fosse effettivamente, la prescrizione dovrebbe estinguere la pena. E invece estingue il reato, e quindi tutte le sue conseguenze giuridiche, ivi compreso il diritto/dovere di risarcire la parte lesa. Domanda: se non ha senso punire una persona a distanza di lustri interi, ha senso risarcire il danneggiato a medesima distanza? Certamente sì. Sarebbe meglio risarcirla subito, ma risarcirla tardi è sempre meglio che mai!
  3. Il patteggiamento è un rito alternativo premiale grazie al quale l’indagato/imputato ottiene uno sconto di pena e il Tribunale si risparmia la celebrazione del processo, con un vataggio in termini di tempi e di costi di celebrazione. Ma esso preclude l’accertamento dei fatti e la formazione delle prove, pr quindi la possibilità per la vittima di avere giustizia (e conseguentemente il risarcimento).
  4. Le indagini preliminari, col passare del tempo, hanno sostituito per importanza il processo stesso. La filosofia garantista del nostro codice di procedura ha consegnato all’indagato una serie di prerogative nel corso di esse che invece sono precluse alla persona offesa. In virtù dell’articolo 415 bis del codice di procedura penale, vi è una fase non trascurabile delle indagini preliminari nella quale l’indagato è a conoscenza degli atti di indagine, mentre la persona offesa non lo è! Si tratta di una disparità fra reo e vittima in palese contraddizione con l’articolo 3 della Costituzione.
  5. Vi sono poi aspetti del processo che, pur non codificati esplicitamente, di fatto creano uno squilibrio smisurato fra reo e vittima. Per esemplificare, la celebrazione del processo nel contraddittorio delle parti in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale, prevede che le parti siano l’accusa (pubblico ministero) e la difesa (dell’imputato) mentre la parte civile costituita non ha la stessa dignità, anzi, la sua posizione nel processo è del tutto marginale.

Tenterò di illustrare questi aspetti in post successivi dedicati.


La sindrome del nemico della sinistra e del Bene

febbraio 8, 2020

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All’inizio era il Pci, che aveva come nemico da sconfiggere la Democrazia Cristiana. Per quarant’anni i dirigenti del partito più a sinistra dell’Europa hanno indicato il “malgoverno dei democristiani” come il Male da cui liberare il Paese, nella proclamata convinzione di incarnare il Bene. Ma quel nemico divenne istantaneamente amico all’apparire del nuovo avversario, il Cavaliere. E così quelli che erano il Bene e il Male si sposarono prima nell’Ulivo, e poi nell’Unione e nel Partito democratico, per scongiurare il nuovo pericolo per la democrazia e per tutti noi. Tuttavia anche questo nuovo Male divenne presto un soggetto da blandire e da considerare alleato, nella Bicamerale e nelle vagheggiate Larghe Intese, lasciando il sospetto che la raffigurazione che se ne dava era meramente strumentale. Una creazione propagandistica per legittimare se stessi. Questo corteggiamento che mai divenne matrimonio fece da incubatore alla crescita della nuova minaccia: Grillo e i grillini. Ancora una volta la sinistra ha cercato e trovato un nemico contro cui scagliare le sue truppe elettorali, sempre più stanche ed esigue, pur di cavalcare una battaglia da combattere contro qualcosa. Con i consueti esiti infelici, consacrati dalle elezioni del 2018 che hanno fatto del Movimento cinque stelle il primo partito. E di nuovo il nemico si è trasformato immediatamente in alleato contro il successivo nemico per la democrazia e per la Repubblica. L’esigenza ossessiva della sinistra di un avversario da combattere a tutti i costi ha raggiunto il paradosso di trasformare il mediocre e angusto Salvini in un pericolo per la Repubblica e per il convivere civile, in un mostro da esorcizzare.

In questa eterna autorappresentazione di se stessa come portatrice del Bene impegnato contro il Male, la sinistra ha via via creato nuovi miti avversari, favorendone la crescita e il successo elettorale, dimenticandosi al contempo di approfondire i mali della società e le esigenze delle persone. Preoccupata di battere i nemici da se stessa designati, li ha in realtà esaltati e inseguiti malamente, producendo politiche sbagliate e controproducenti. Liberista senza saperlo essere, federalista alla carlona, europeista senza saper dire cosa significa, ecologista solo a parole, ha abbandonato i suoi riferimenti sociali senza sostituirli, fidando sul mantenimento di una platea di elettori fideisticamente affiliati ma inevitabilmente destinata alla progressiva estinzione. Nella ormai cronica e totale sovrapposizione fra politica e propaganda, l’esito di tale autorappresentazione come portatrice del Bene contro il Male è plasticamente dimostrato dal successo a sinistra del movimento delle cosiddette Sardine, gruppi di ragazzi che scendono in piazza con la sola idea di fare propaganda contro la propaganda, incuranti che qualche cosa da dire (e da fare!) bisognerebbe pur averla.

E così la sinistra italiana ha rinunciato a ogni analisi dei mali dell’economia e della società che ci portiamo dietro dalla fine dell’era democristiana, se non dalla fine della guerra, e che ci stanno progressivamente impoverendo, facendo svanire dall’interno di noi stessi quei valori di libertà e di dignità della persona che dovrebbero essere la base della nostra convivenza. Impegnata a difendere un presente già precario contro la presunta minaccia altrui, ha consentito a partiti angusti e mediocri come la Lega e Fratelli d’Italia di conquistare largo consenso elettorale con parole d’ordine e slogan grotteschi, miseri e mendaci. Ha relegato quasi metà dell’elettorato al più rassegnato agnosticismo. Mai ha alzato la testa per affermarsi in positivo e non in negativo, mai ha saputo dare speranza e fiducia nel futuro. E chi non crede in se stesso non verrà mai creduto.


L’eterna amnesia emiliana della sinistra

gennaio 30, 2020

 

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Bonaccini, non il PD, vince le elezioni regionali e il suo partito (ri)scopre l’Emilia-Romagna, la culla della sinistra, il suo ultimo rifugio. Bologna e la regione di cui è capoluogo sono un’icona dell’immaginario progressista, il vanto, il fiore all’occhiello che da sempre viene esibito per legittimare le ambizioni di governo della nazione e per convincere gli elettori di tutta la penisola a votare a sinistra. È sempre stato così, fin dagli anni cinquanta, quando si magnificava il buongoverno delle città rosse contrapposto al “malgoverno dei democristiani” che nella propaganda comunista era una formula magica per legittimarsi. Ma c’è un interrogativo.

Già allora, negli anni del quarantennio democristiano, si verificava uno strano fenomeno. Gli amministratori emiliani tanto elogiati per il loro lavoro negli enti locali, una volta approdati alle cariche nazionali (di partito e/o parlamentari), venivano messi nell’angolino. Muti, dimenticati, premiati con la carica ma ininfluenti nelle scelte politiche nazionali. Dozza, Fanti, Zangheri, Imbeni, i sindaci della rossa Bologna avevano come massimo riconoscimento il godimento di un agiato pensionamento di lusso. Ai vertici del partito della sinistra (fosse esso il Pci, il Pds, i Ds o il Pd) rimanevano gli Ingrao, i Pajetta, i Berlinguer, giù giù fino a D’Alema, Occhetto, Fassino, Renzi.

Tanto bravi a guidare gli enti locali ma, chissà perché, inadatti a guidare il partito nazionale o, non sia mai, un ministero o un governo.

E guarda caso il partito, invece di vincere le elezioni nazionali, le perdeva e le perde. Che strano fenomeno. Chi vince sui territori viene messo da parte, chi invece a casa propria perde, sale di grado. È sempre stato così ed è così ancora oggi, tanto che, volendo cercare un politico di sinistra con una qualche credibilità o popolarità, si nominano Prodi e Bersani (due emiliani), ma il partito è guidato da un romano e continuano ad avere influenza (nefasta) i Cuperlo e le Serracchiani. Gente che fa scappare gli elettori alla prima frase pronunciata.

Temo che a Bonaccini toccherà la medesima sorte. Eroe per un giorno, per aver fermato l’avanzata del mostro (ahahah!) Salvini, verrà messo da parte. Il suo partito si dimenticherà che guida la regione con una sanità pubblica efficiente e un’economia migliore di quella del decantato Veneto, per proseguire nelle proprie politiche errate. Appena svoltate le elezioni del 26 gennaio il Pd ha ripreso a tessere la propria tela conservatrice. Non ha chiesto a Bonaccini come si governa una regione, né cosa pensa, per esempio, della legge Bonafede sulla prescrizione penale. No. Su queste cose decidono gli ultrasconfitti romani. Avanti così. Gli emiliani sono lì per portare voti e fare da specchietto, guai ad ascoltare le loro idee. Avanti così fino alla prossima sconfitta elettorale, per la quale ci si consolerà dicendo che “eh però in Emilia-Romagna la sinistra tiene”. Chissà come mai.


Riforma Bonafede e vittime

dicembre 8, 2019

 

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Il dibattito corrente sull’entrata in vigore della cosiddetta riforma della prescrizione penale mi conferma che, in tema di giustizia, la gente parla di cose che non conosce. Al punto che ne capisco più io dei presunti operatori del settore.

Senza rifare la storia dei problemi che comporta l’attuale disciplina della prescrizione penale, mi limito a considerarne gli effetti sulla persona offesa dal reato, definita giornalisticamente vittima. Mi permetto di richiamare quello che scrissi qui sull’argomento, e cerco di riassumere gli estremi opposti del dibattito in corso fra “garantisti” e “giustizialisti”.

Sostengono i primi che la riforma Bonafede produrrebbe un processo infinito, con il risultato di infliggere una pena dopo anni e anni dalla commissione del reato. E ciò non ha ragion d’essere se il fatto non è di estrema gravità.

Prendendo a pretesto la posizione della parte lesa, i secondi sostengono che bloccare il decorso della prescrizione alla sentenza di primo grado darebbe finalmente soddisfazione alle vittime, che con la disciplina attuale vedono la loro richiesta di giustizia arenarsi nei tempi morti del processo.

Entrambe le posizioni, viste con la prospettiva della persona offesa, sono errate, e mi stupisce che persone esperte le sostengono.

L’errore dei “garantisti” è nel non voler dire che la prescrizione, così come è ora, estingue il reato e non la pena. Quindi estingue anche gli effetti sulla persona offesa, ovvero il diritto al risarcimento, che una volta cessato il processo penale può essere richiesto solamente in sede civile, ma con la prospettiva di perdere la causa, poiché un privato cittadino, salvo casi rari e fortunati, non dispone delle prove necessarie per ottenere la condanna della controparte.

La riforma Bonafede risolverebbe questo problema? No! Assolutamente no. Perché il gigantesco torto che il nostro sistema giudiziario infligge alle persone offese è la decadenza del reato per intervenuta prescrizione prima della sentenza di primo grado! In questo caso la vittima rimane priva di strumenti per ottenere il ristoro del danno, salvo appunto una causa civile costosa e dall’esito incerto. Al contrario, nel fortunato caso in cui alla sentenza di primo grado si arrivi, la persona offesa ha comunque raggiunto il proprio obiettivo di una pronuncia giudiziaria, che sebbene non definitiva ha una sua valenza statuale. L’eventuale estinzione per intervenuta prescrizione nei gradi successivi non cancella la condanna al risarcimento del danno, che può comunque essere ottenuto. È quanto stabilisce l’articolo 578 del codice di procedura penale:

Quando nei confronti dell’imputato è stata pronunciata condanna, anche generica, alle restituzioni o al risarcimento dei danni cagionati dal reato, a favore della parte civile, il giudice di appello e la corte di cassazione, nel dichiarare il reato estinto per amnistia o per prescrizione, decidono sull’impugnazione ai soli effetti delle disposizioni e dei capi della sentenza che concernono gli interessi civili.

La vera svolta sarebbe quindi di interrompere definitivamente il corso della prescrizione all’atto di inizio dell’esercizio dell’azione penale, e non alla sentenza di primo grado. La riforma Bonafede, vista dalla prospettiva della vittima, aumenterebbe le probabilità di vedere il reo condannato a una pena, ma non si tratta di una conquista di civiltà. La posizione della persona offesa nel processo penale non può, non deve essere, quella di chiedere vendetta. Non vi è alcun ristoro nel vedere una persona sottoposta a una pena. La vittima deve essere risarcita economicamente, e congruamente, per le sofferenze patite, lasciando che l’irrogazione della pena sia una esclusiva prerogativa dello Stato.

E allora ribadisco quella che dovrebbe essere, secondo me, l’urgente riforma della prescrizione: si stabilisca che essa estingue la pena, e non il reato, in modo che il processo possa proseguire a fini civili senza produrre l’irrogazione di una pena a distanza di lustri dalla commissione del fatto.


Il ceto medio che ha divorato se stesso

novembre 15, 2019

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Ah, la crisi, signora mia! Parlando della stagnazione economica che sembra attanagliare irrimediabilmente l’Italia da oltre un decennio, si sente dire che essa è dovuta alla scomparsa del ceto medio, che in passato alimentava i consumi su cui si reggeva l’economia nazionale. E la colpa di questa scomparsa è ovviamente della globalizzazione, della finanziarizzazione, della precarizzazione, della politica, del mondo cattivo. Ma se mi guardo intorno e cerco di darmi una risposta da uomo della strada vedo anche altro. Che cos’è, anzi, che cos’era il ceto medio? Banalmente mi viene da dire che è la fascia che sta fra il ceto basso e il ceto alto. Se in basso ci sono i lavoratori con il livello di istruzione minimo (operai e contadini) e in alto le classi agiate e dirigenziali, a metà si trova la popolazione istruita ma non ricca. Insegnanti, professionisti, funzionari pubblici, quadri aziendali. Persone diplomate o laureate con redditi superiori a quelli dei sottoposti o degli addetti alle mansioni di livello inferiore. Ma queste figure sono scomparse? Non mi pare. E allora perché si dice che il ceto medio non c’è più? La risposta, per me, è che non esiste più il ceto basso. O meglio, se c’è, è invisibile, sommerso, residuale. La terziarizzazione esasperata dell’economia ha portato alla progressiva scomparsa della classe operaia e alla marginalizzazione dell’agricoltura, relegando a quelle attività persone sottooccupate, malpagate, immigrate, emarginate. In una parola, i poveri. E se il ceto basso è sprofondato nella povertà, quello che era ceto medio è diventato il ceto basso. Una massa di soggetti che con il proprio reddito riesce a sopravvivere, magari dignitosamente, ma non a trainare i consumi né a realizzare le proprie aspirazioni. Colpa del destino? Non solo. Colpa anche di generazioni intere di italiani che hanno potuto fruire della scolarizzazione di massa pretendendo quindi di accedere a professioni intellettuali o impiegatizie. Mentre le fabbriche chiudevano e nessuno voleva più lavorare in quelle che sopravvivevano, moltitudini di diplomati e laureati, usciti da istituti poco formativi e ancor meno selettivi, alimentavano la domanda di impieghi “da scrivania”. E la società li ha accontentati creando una massa esagerata di posizioni. Mentre sparivano i lavoratori dell’edilizia (ora sono solo stranieri stagionali) esplodeva il numero degli agenti immobiliari. Le aziende municipalizzate erogatrici di servizi (che un tempo impiegavano operai addetti alle manutenzioni e qualche impiegato per la bollettazione) sono diventate megastrutture amministrative popolate da eserciti di dirigenti e funzionari. Gli enti locali si sono gonfiati di impiegati assunti grazie a politici compiacenti, trasformandosi in mastodonti burocratici che divorano se stessi. E quando non bastano gli enti locali, ecco la galassia delle società partecipate. Soggetti di diritto privato che vivono di denari pubblici e stipendiano (lautamente) i raccomandati del posto. Gli ordini professionali hanno imbarcato pletore di mediocri laureati incapaci di fare il loro mestiere, con avvocati, per esempio, che manifestano comiche difficoltà con grammatica e ortografia. Per tacere di broker, consulenti del tutto e del niente, operatori di call center, addetti stampa dell’ufficio di ‘sta cippa.

Tutto ciò ha fatto esplodere i costi dei servizi, mentre quelli delle produzioni (agricole e manufatturiere) rimanevano invariati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Leggendo una bolletta energetica, scopriamo che il l’incidenza della fornitura sul costo totale è passata in pochi anni dall’80-90% a circa il 50%, mentre gli oneri fiscali sono saliti in proporzione per finanziare le strutture amministrative. Il costo di un’automobile è praticamente fermo da vent’anni, mentre quello del pedaggio autostradale è parallelamente raddoppiato. Lo stesso vale per i prodotti alimentari, pagati al produttore quanto vent’anni fa ma con prezzi al consumo triplicati per via della esorbitante catena distributiva, che impiega centinaia di direttori del carrello e dello scaffale.

Questa esplosione dei costi terziari, che ha visto il grande salto all’atto dell’introduzione dell’euro (e quindi la crisi del 2007 non c’entra) non è solo colpa del destino, della cattiva politica o della congiuntura planetaria, ma è dovuta proprio alla pretesa delle masse di diventare “ceto medio”, di salire di livello nella gerarchia sociale, di allontanarsi dai lavori umili per sedersi a una scrivania. Ma gli oneri economici di questo processo hanno eroso gli stessi maggiori redditi che avrebbe dovuto procurare, così che l’ambito ceto medio si è ritrovato ad essere il ceto basso, seguito solamente da una fascia di poveri. Noi tutti siamo compartecipi di questo, della nostra voglia di allontanarci dai lavori umili, di lasciarli a non si sa chi. Tutte le generazioni scolarizzate, i nati dagli anni sessanta in poi, hanno preteso (insisto: preteso) questo innalzamento sociale, ponendo le premesse per il proprio affossamento, con la complicità di un sistema scolastico e universitario che, invece di formare e selezionare, ha regalato un titolo a tutti, illudendo milioni di persone di poter fare un mestiere non raggiungibile e creando in esse l’aspettativa e la pretesa di un rango per il quale erano inadeguate. Eserciti di persone cresciute con la convinzione di avere il diritto di svolgere un lavoro improduttivo di cui non sono capaci.

E così il ceto medio non c’è più. L’insegnante ignorante vive male e guadagna poco. Lo stesso vale per il medico cretino e per il giornalista analfabeta. Eccetera. E la colpa è di tutti noi che siamo dentro questo magma.

Cosa si deve fare? Per avere un ceto medio è necessario che esista un ceto basso. Ma composto di persone vere, a pieno titolo, non di emarginati. Non di immigrati sfruttati o sottooccupati. E per cominciare (sono necessari lustri se non decenni) la prima cosa è ridurre le imposte (il cuneo fiscale) per quella fascia, per il futuro ceto basso. Per i lavoratori dell’agricoltura e del manifatturiero. Sono operai e contadini che creano il valore aggiunto e la ricchezza, non gli agenti immobiliari o gli architetti del nulla. Se un paese produce, crea ricchezza, per tutti. Anche per quello che era e dovrebbe tornare a essere il rimpianto ceto medio.


Analfabetismo al potere

novembre 9, 2019

 

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Ora che la crisi dell’Ilva di Taranto è deflagrata, prolifera l’irrisione per il già ministro dello sviluppo economico Di Maio, additato per la sua proclamata presunzione di aver risolto il problema in pochi mesi, dopo anni di vani tentativi dei predecessori. Pensosi editoriali ci illustrano l’assurdità di aver posto a capo di un dicastero tanto importante “un ragazzino che distribuiva le bibite allo stadio”. Vero. Ma si tratta del singolo aspetto di un problema ben più vasto.

La politica nazionale recente ha avuto come protagonisti principali Di Maio, Renzi e Salvini (in rigoroso ordine alfabetico). Tre fulgidi esempi del fenomeno che potremmo chiamare analfabetismo politico al potere. Dimostra analfabetismo politico un ministro che proclama di aver risolto un problema senza sapere nemmeno quale fosse, soprattutto per averlo fatto rivolgendosi non agli italiani ma solamente ai suoi elettori. Ma il medesimo analfabetismo è quello del ministro dell’Interno che fa propaganda utilizzando le sue funzioni, per salire al paradosso di un Presidente del Consiglio che impegnò il governo e la maggioranza parlamentare in una demenziale riforma costituzionale arrivando a dire che in essa “ci giochiamo tutto”. Ma cosa? Ma chi? Chi si gioca tutto? L’impotenza di un intero paese davanti allo strapotere di soggetti di tal misero spessore è l’esito di decenni di crisi culturale prima che politica. Interi lustri in cui l’Italia non ha mai guardato a fondo i suoi problemi sfruttando le proprie risorse senza saperle valorizzare.

E dire che non sarebbe stato difficile evitare il peggio. Sarebbe bastato, in tanti anni dedicati a riforme costituzionali inutili e dannose, introdurre l’unica che servirebbe: l’incompatibilità del ruolo di ministro con ogni altra funzione, prima fra tutte quella di parlamentare. In Francia, dove la separazione dei poteri è stata concepita fin dai tempi di Montesquieu, così avviene, onde evitare che le cariche di governo siano utilizzate a fini elettorali. E anche per garantire il buon funzionamento dell’esecutivo. Il ministro deve stare lì, al ministero, a far funzionare l’apparato dello Stato, non in giro a fare propaganda o addiritturaa svolgere una professione. Come ebbi già a scrivere qui, se si fosse provveduto a introdurre questa banale ed ovvia modifica della Carta, non ci troveremmo nelle attuali misere condizioni.

Nella passata legislatura assistemmo al triste spettacolo del ministro della Giustizia (Orlando) che invece di stare alla scrivania per affrontare gli enormi problemi del sistema giudiziario (non dico risolverli, ma almeno affrontarli) se ne andava in giro per l’Italia a fare campagna elettorale per se stesso in vista delle elezioni alla segreteria del suo partito! E ci si domanda perché i Tribunali non funzionano? E che dire di quella presidente della commissione Giustizia della Camera dei deputati che, reggendo la carica, continuava a esercitare la professione di avvocato?

Non sarebbe (stato) difficile. Chi assume la carica di ministro deve fare il ministro. E basta. Non il professionista, il parlamentare o il capopopolo. È facile.

 


Contante? Abolirlo, non limitarlo

settembre 25, 2019

 

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Leggo che il governo sembra intenzionato a limitare l’uso del denaro contante come forma di contrasto all’evasione fiscale, e trovo che sia una iniziativa molto positiva anche se arriva in grave ritardo. È appena il caso di ricordare che il governo Monti aveva posto il limite di mille euro alle operazioni con banconote, ma il governo Renzi si era affrettato a innalzarla nuovamente. Come ho già espresso qui, il contante è uno strumento superato, anacronistico, e si deve andare verso la sua totale eliminazione.

L’idea che la moneta cartacea favorisca solamente l’evasione fiscale è infatti riduttiva, perché il suo uso è fondamentale per quasi tutte le attività economiche illegali così come oggi le conosciamo. La sua scomparsa non le eliminerebbe, ma ne renderebbe molto più complessa la realizzazione e, al pari tempo, sarebbe molto più facile la loro individuazione e repressione.

Non può esistere spaccio di strada senza denaro contante, perché è impensabile che un pusher riscuota il prezzo dei suoi commerci con il POS, e quindi, automaticamente, verrebbe meno il fenomeno dei quartieri urbani che attualmente sono ostaggi dei piccoli eserciti di spacciatori di strada. Il fiorente mercato della contraffazione che riversa sui marciapiedi beni di consumo prodotti illegalmente troverebbe un enorme freno nell’impossibilità di acquistare oggetti fuori da luoghi adibiti legittimamente alla vendita. Stesso discorso vale per la prostituzione diffusa nelle vie urbane. Tali attività continuerebbero a esistere, ma necessiterebbero di attività di copertura lecita, sulle quali il Fisco riscuoterebbe le imposte. Inoltre, le sex workers, dovendo essere inquadrate come dipendenti regolari adibite a una qualche mansione legale, avrebbero finalmente una qualche forma di tutela. Taccio sulla corruzione minuta, sui regali, su buste e bustarelle, sulle banconote conservate scientemente fra i documenti fiscali di trasporto merci di cui ben sa chiunque operi nel commercio. Ognuno ci arriva da sé.

Faccio tali esempi perché sono le attività su cui si basa la gigantesca macchina delle mafie nazionali ed estere importate, che vedrebbero nell’abolizione del contante un ostacolo enorme nella prosecuzione delle loro condotte e uno strumento di contrasto formidabile in mano alle forze dell’ordine.

I vantaggi si estenderebbero anche ad altre forme di criminalità non meno odiosa. Le rapine, per esempio. Non avrebbe più senso rapinare banche e neppure abitazioni private, perché una eventuale refurtiva in beni di valore sarebbe invendibile sul mercato della ricettazione, essendo impensabile per un ricettatore fare un bonifico a un rapinatore. Fine quindi dei topi d’appartamento, dei mercanti di opere d’arte rubata, di tombaroli e affini. E se non fine, sicuramente una vita molto più grama e difficile.

Abbiamo a portata di mano uno strumento tecnologico, la moneta elettronica, che può far svoltare la nostra economia e porre l’Italia all’avanguardia in Europa, se saremo i primi a fare questa scelta drastica ma decisiva.

Certo, sopravviveranno le grandi frodi, i grandi evasori che ricorrono ai Paradisi fiscali, ma su di essi potranno concentrarsi le attività di contrasto attualmente disperse nell’inseguimento di piccoli fenomeni di illegalità con costi che superano i ricavi.

Il contante è la linfa delle illegalità, l’acqua vitale delle mafie. Eliminarlo sarebbe un passo avanti epocale, né di destra né di sinistra, né di centro. Sarebbe auspicabile vedere tutti determinati a volerne la fine.

 

 

 


Ma cos’è questa crisi.

agosto 10, 2019

 

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Hanno ragione i commentatori della stampa nazionale nel descrivere la tristezza e la pochezza dei protagonisti della maggioranza e la desolazione culutrale che emerge dalla crisi di governo in corso. Espressione – crisi di governo – fin troppo nobile per essere riferita a tali nullità. Ma c’è una cosa ancor più triste e misera: la sterminata vacuità delle proposte politiche alternative che dovrebbero provenire dai partiti attualmente all’opposizione. Pd, Forza Italia, Sinistra Italiana, e chi altri forse dovrebbe esistere, nulla hanno da dire di significativo. E infatti blaterano a vuoto.  Ma il peggio viene proprio dagli organi di informazione, dagli editorialisti, dai maîtres à penser nostrani che partecipano allo sceneggiato senza nulla aggiungere di originale. In questo immenso nulla, cui assisto immoto dal giorno delle ultime elezioni, non posso far altro che riproporre le dieci riforme che io farei, e che ho già elencato qui, illustrandole brevemente in post successivi:

1. Abolizione del denaro contante.
La tracciabilità di ogni pagamento, unita all’attivazione di efficaci e ragionevoli strumenti giurisdizionali (primo fra tutti una buona legge sul falso in bilancio), costituisce lo strumento in grado di avviare la definitiva sconfitta delle mafie, primaria e principale zavorra dell’economia nazionale. Non solo. La sua introduzione segnerebbe la fine delle nostre piaghe endemiche: racket, evasione fiscale, lavoro nero, economia sommersa, etc. Con benefici enormi per le finanze pubbliche.
2. Abbattimento del cuneo fiscale nei settori primario e secondario.
La riduzione generalizzata delle tasse, al momento, è improponibile. Va operata una detassazione mirata ai settori che producono valore aggiunto: agricoltura e soprattutto industria. Il lavoro manifatturiero va cioè drasticamente defiscalizzato, onde fermare il fenomeno della delocalizzazione, favorire il rimpatrio delle produzioni ed incentivare nuovi investimenti nel settore produttivo.
3. Scuola e Università: abolizione di tutte le riforme degli ultimi 30 anni.
Da Luigi Berlinguer (compreso) in poi è stata una corsa a chi faceva peggio. Abolire tutte le riforme fatte è una provocazione, ma è fuor di dubbio che il sistema di trenta anni fa era migliore.
4. Raddoppio (almeno) del numero dei magistrati.
Con contestuale riduzione del loro (ingiustificatamente alto) reddito e periodo formativo presso la Polizia Giudiziaria. Vanno poi accorpati i tribunali, in modo da portare ad almeno 500.000 il numero di cittadini di ogni circoscrizione.
5. Riscrittura del codice di procedura penale.
Riscrittura totale, con ritorno al sistema inquisitorio (in luogo di quello accusatorio), in coerenza con la nostra tradizione e con l’ordinamento degli altri paesi dell’Europa continentale.
6. Riduzione delle competenze regionali ed abbattimento dei costi relativi.
La sburocratizzazione deve partire dalle Regioni, autentiche fonti di inutili complessità amministrative, nonché centri di rovinosa spesa pubblica improduttiva e clientelare (soprattutto quelle a statuto speciale).
7. Abolizione del rogito notarile.
Il costosissimo rito medievale del rogito notarile per l’acquisto di un immobile è talmente anacronistico da indurre alla rivolta. Ora che anagrafe e catasto sono totalmente digitalizzati, una compravendita immobiliare si perfeziona con pochi clic al computer. Sostituendo il passaggio dal notaio con atto amministrativo, si liberano risorse per i consumi.
8. Imu prima casa.
Va reintrodotta la tassa sulla prima casa (ICI o IMU) ovviamente con franchigia (cioè azzerandola per gli immobili di modesto valore). L’IMU sulle case successive alla prima deve essere progressiva.
9. Legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5%.
Dopo decenni di convulsioni, la conclusione è una sola: l’Italia è paese ideologicamente e territorialmente sperequato; quindi serve una legge proporzionale pura con sbarramento al 5%. E con reintroduzione di congruo numero di firme di presentazione per tutti. Almeno 100.000 su scala nazionale. Ripeto: per tutti i partiti, nessuno escluso.
10. Incompatibilità parlamentare-ministro.
Le cariche di parlamentare e di ministro devono essere rese incompatibili con norma costituzionale. I parlamentari vengono eletti dal corpo elettorale per stare in Parlamento. A capo dei ministeri devono andare soggetti competenti dediti unicamente al funzionamento della macchina statale. Non è solo questione filosofica di separazione dei poteri, ma elementare e fondamentale strumento di efficienza amministrativa.

* * *

Non aggiungo altro se non una breve considerazione sull’ultimo punto. È scoppiato l’allarme per la posizione del Ministro dell’Interno che assommerebbe al momento più ruoli: Vicepresidente del Consiglio promotore della crisi, leader del principale partito o coalizione alle prossime elezioni, “candidato premier” e gestore della procedura elettorale. Scandalo fra i pensosi elzeviristi dei quotidiani e fra gli insigni costituzionalisti che popolano le tribune tv. Avranno anche ragione, ma questo accumulo non si sarebbe verificato se si fosse pensato all’unica modifica costituzionale che andava fatta alla carta del 1948, ovvero all’introduzione dell’incompatibilità fra ministro e candidato/parlamentare. Come è in Francia, dove le costituzioni le hanno inventate. Semplice no? Eppure nessuno ci aveva pensato.

Buonanotte.

 


Contanti e pistole

aprile 2, 2019

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Ho scritto qui quelli che secondo me sarebbero i grandi, enormi vantaggi derivanti dall’abolizione del denaro contante e dalla sua sostituzione con moneta elettronica. L’Italia detiene, a quel che si legge, il primato mondiale dell’evasione fiscale e chiunque comprende che la tracciabilità di ogni pagamento è lo strumento che potrebbe sconfiggere questa endemica piaga. Prima o poi ci arriveremo, ed allora guarderemo al passato (cioè il nostro presente fatto di cartamoneta) con lo stesso spirito con cui ora guardiamo all’epoca delle economie basate sul baratto. Con buona pace di filosofi, uomini di fede, politici ed affini, bisogna prendere atto che a migliorare le nostre vite, a cambiare il corso dell’umanità è sempre stata, e presumibilmente sarà, la tecnologia. Oggi abbiamo a disposizione lo strumento tecnologico per sanare le malattie più gravi dell’economia mondiale, ma per ragioni che nessuno vuole ammettere pubblicamente, ci ostiniamo a non volerlo utilizzare.

Evasione fiscale, sommerso, economia criminale, mafie, lavoro nero… Sono tutti fenomeni che con moneta elettronica possono essere eliminati.

Ma ci sono altri benefici meno diretti. Si parla molto, in questi giorni, della legge sulla cosiddetta (sempre) legittima difesa, prefigurando un mondo in cui sarebbe lecito sparare ai malintenzionati che accedono ad una proprietà privata. Sappiamo che tale legge cambierà ben poco, ma va riconosciuto che in tempi recenti assistiamo a una recrudescenza di reati violenti quali il furto in appartamento/villa e le rapine a commercianti. C’entra qualcosa con l’abolizione del contante? Apparentemente no, ma invece sì.

Chi ruba, qualunque cosa rubi (oggetti preziosi, opere d’arte, automobili, motocicli, beni di consumo, eccetera) non lo fa certo per proprio uso, ma per trarne un vantaggio economico che si concretizza con la rivendita di tali beni nel mercato della ricettazione. Mercato che, come ogni attività illegale, esiste grazie alla moneta contante. È infatti inverosimile pensare che un ricettatore faccia un bonifico o un assegno al ladro che gli cede la refurtiva. Sparendo la cartamoneta, sparirebbero anche ladri e rapinatori, e le pistole in casa non servirebbero più.

Vogliamo fare altri esempi? Siccome è difficile immaginare che una prostituta che esercita in strada si doti di POS, senza contante vedremmo sparire anche l’esercizio del mestiere in strada, con grande beneficio per la vita nelle città. La prostituzione certo non sparirebbe, ma dovendosi effettuare sotto la copertura di attività lecite, garantirebbe un minimo di tutela alle donne che la praticano e i relativi proventi fiscali allo Stato.

Di queste elementari considerazioni nulla traccia vi è nel dibattito pubblico, che continua ad alimentarsi di solenni fesserie, quando si continua a non considerare neppure la cosa più elementare da farsi.


Idagato da chi? PM o GI?

ottobre 29, 2018

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Immaginate di essere sottoposti a indagine. Vi chiedo: da chi vorreste che fosse condotta l’inchiesta? Da un giudice con obblighi di imparzialità, o dal Pubblico Ministero che, nell’eventualità di un processo, sarà la vostra controparte, con la funzione di chiedere la condanna?

Posta così, la domanda sembra avere una risposta ovvia. Il Pubblico Ministero, che ha funzione accusatoria ed il cui lavoro è valutato in base al numero di condanne che ottiene, è naturalmente portato a cercare le prove a carico dell’indagato, non certo quelle a suo discarico. Sembrerebbe preferibile essere indagati da un giudice con obbligo di terzietà, la cui indagine abbia funzioni cognitive, e non accusatorie.

Eppure in Italia abbiamo adottato un sistema che affida le indagini al Pubblico Ministero, giudicandolo più garantista del precedente, nel quale le indagini erano condotte dal Giudice Istruttore.

I motivi di tale modifica non li conosco, ma penso che fossero sostanzialmente due: il vecchio codice di procedura lasciava troppo spazio al Giudice Istruttore, che in taluni casi poteva addirittura assumere la veste di giudice di merito; in secondo luogo il processo in aula era una mera replica dell’istruttoria, nel quale la difesa, in pratica, non aveva margini di azione. In sostanza: se il Giudice Istruttore era convinto della colpevolezza dell’indagato, questi non aveva scampo. La necessità di meglio garantire i diritti di difesa ci ha condotto al sistema attuale, nel quale il Pubblico Ministero conduce le indagini e, successivamente, a processo, sostiene l’accusa, in contraddittorio con la difesa, innanzi ad un giudice “terzo”.

La domanda è: abbiamo creato un sistema migliore? Più garantista e più efficiente?

Se nel rito inquisitorio il problema era il processo, adesso il problema è l’indagine. L’avvocatura ora lamenta l’eccessivo potere del PM nel corso delle inchieste e la soggezione dei Tribunali davanti alle Procure. L’insistita richiesta di separare le carriere di giudici e PM è dovuta a questa presunta condizione psicologica.

In effetti la diversa impostazione procedurale ha comportato una serie di problemi, di cui ora elenco una parte, senza alcuna pretesa di generalità.

È indubbio che il Pubblico Ministero ha enormi poteri nel corso delle indagini, con il rischio che, abusandone, possa assumere un ruolo debordante rispetto alle sue funzioni istituzionali. Inoltre egli ha la facoltà di selezionare, fra centinaia di fascicoli, quelli di suo interesse, sui quali concentrare la propria azione. Approfittando dell’attuale disciplina della prescrizione, può fare in modo che i procedimenti che, per un motivo o per un altro non gli interessano, vadano in prescrizione. E le statistiche dicono che un numero enorme di procedimenti cadono prescritti durante le indagini preliminari.

L’avviso di garanzia, e la non segretezza dell’indagine, danneggiano l’indagato più di quanto non lo tutelino.

Le intercettazioni telefoniche ed ambientali. Essendo esse raccolte dall’accusa, non si può accettare che sia il PM stesso a selezionare quelle utilizzabili e quelle non utilizzabili. Quindi le difese sono costrette a volere la desecretazione di tutto il materiale intercettato, con la conseguenza che la pubblicazione sui giornali delle parti irrilevanti rischiano di danneggiare gli indagati (e non solo loro!) più di quanto non facciano il processo e l’eventuale condanna.

Nel caso in cui il PM non riscontri i termini per procedere, non può archiviare autonomamente il fascicolo, ma deve chiedere che lo faccia il GIP. Il quale ha facoltà di imporre al PM di proseguire l’indagine ovvero di formulare l’imputazione contro la sua stessa volontà. Mi domando che sistema è quello in cui il PM è obbligato ad accusare una persona che ritiene innocente.

Avendo assunto l’indagine preliminare una funzione istruttoria vera e propria, il legislatore ha introdotto le indagini difensive, con la pretesa che abbiano lo stesso valore di quelle della Polizia Giudiziaria. Nei fatti esse sono uno strumento a disposizione dei pochi che possono permettersele in termini economici, e sono tenute in scarsa considerazione dai Tribunali, ai quali non si può certo chiedere di porre sullo stesso piano privati cittadini come gli avvocati ed ufficiali di Polizia.

Mi fermo, ma mi sento di dire che, forse, sarebbe stato preferibile adottare un codice di procedura sì diverso dal precedente, ma pur sempre ispirato al sistema inquisitorio. Lasciando al giudice istruttore la funzione inquirente, a soli fini cognitivi, e al PM, ferme restando le facoltà di integrazione investigativa, la funzione requirente. La vera modifica da introdurre sarebbe stata la separazione fra fase inquirente e fase di giudizio, stabilendo l’uscita definitiva del Giudice Istruttore dal procedimento, una volta chiusa l’istruttoria.

So bene di non avere alcun titolo per sostenerlo, ma risalgo al parere di quello che è stato uno dei più grandi giuristi del secolo scorso: Giovanni Leone. Dopo le dimissioni da Presidente della Repubblica (ingiustamente forzate da una campagna di stampa denigratoria ed infondata), in qualità di senatore a vita fece parte della Commissione Giustizia del Senato, partecipando ai lavori per la riforma del codice del 1989. Alla quale fu sempre tenacemente contrario, ritenendo il rito accusatorio estraneo alla cultura giuridica italiana. Chissà, forse aveva ragione lui.


Riti alternativi e garantismo

ottobre 27, 2018

riti alternativi

Il procedimento penale celebrato con rito ordinario si articola nelle seguenti fasi: indagine preliminare, udienza preliminare e dibattimento, che termina con la sentenza del primo grado di giudizio. In caso di impugnazione seguono il processo d’appello e il giudizio di Cassazione.

L’indagine preliminare è una vera e propria istruttoria e l’udienza preliminare è divenuta, nella prassi, una sorta di grado zero di giudizio. Nel corso del dibattimento, in contraddittorio fra le parti, si formano le prove ed esso è, proprio per questo, lungo ed articolato e già in fase di stesura del codice di procedura in vigore emerse che il nuovo rito avrebbe comportato processi molto lunghi. Per tale ragione vennero introdotto i cosiddetti riti alternativi, finalizzati a definire il procedimento in maniera più spedita, quando possibile. Tali opzioni si sono andate via via arricchendo nel corso degli anni, ed ora il ventaglio è ampio: giudizio direttissimo, immediato, a citazione diretta, per decreto. Casi in cui, per la natura del fatto o per l’evidenza della prova, il rito viene privato di una delle fasi ordinarie. Ma i riti alternativi più significativi sono il patteggiamento ed il rito abbreviato, la cui adozione dipende da una scelta dell’indagato.

Il patteggiamento è un accordo fra difesa e Pubblico ministero che si perfeziona prima dell’inizio del dibattimento con il quale, prescindendo dall’accertamento dei fatti, si “applica una pena” all’indagato (prima che questi divenga appunto imputato). Il Giudice si limita a verificare l’impossibilità del proscioglimento e la congruità dell’accordo stesso. Il vantaggio per la difesa è uno sconto di pena, mentre per l’accusa è la definizione in tempi brevi del procedimento. Il rito abbreviato viene richiesto dalla difesa, e consiste nell’accettazione degli atti dell’indagine preliminare quali prove a tutti gli effetti, con rinuncia al contraddittorio. Anche in questo caso avviene uno scambio fra accusa e difesa: uno sconto di pena in cambio di un processo più veloce. A differenza del patteggiamento, tuttavia, si celebra un processo, con conseguente eventuale condanna (e non l’”applicazione della pena”), basato sugli atti del Pubblico ministero, e la sentenza può essere impugnata in appello (cosa non consentita per il patteggiamento).

Una prima domanda è: se il maggior garantismo del sistema accusatorio risiede nel contraddittorio fra le parti, riti come questi, nei quali il contraddittorio non c’è, sono ugualmente garantisti?

In astratto, chi patteggia lo fa perché, sapendo di essere colpevole, opta per un processo veloce con sconto di pena. Purtroppo, in realtà, avviene spesso che a patteggiare sia chi non ha mezzi economici per pagare il difensore in un lungo e difficile (e quindi costoso) rito ordinario. Il patteggiamento, peraltro, è un istituto mutuato dal sistema americano, che tutto è tranne che garantista. Ispirarsi alla Giustizia statunitense e dirsi garantisti, infatti, mi pare una contraddizione. Gli Usa sono il paese dei tre milioni di detenuti (a pari percentuali, noi ne avremmo circa mezzo milione, contro i circa 60mila attuali); della pena di morte; degli errori giudiziari scoperti a distanza, con il condannato riabilitato dopo decenni di carcere; dei verdetti emessi dalla giuria popolare senza dover motivare, cosicché non è possibile appellarsi se non per ragioni procedurali. Qualsiasi cosa venga dagli Usa, tutto è meno che garantista.

Diverso è il caso del rito abbreviato, che a me pare illogico. Va innanzitutto ricordato che è proprio grazie allo sconto automatico da esso previsto che gravissimi delitti vengono puniti con pene alquanto miti. L’omicida, anche efferato, che dopo meno di dieci anni torna in libertà (evento tutt’altro che raro) deve tale trattamento proprio alla scelta di tale rito. Il quale trasforma l’udienza preliminare in un vero e proprio processo sulle carte, in una via di mezzo fra un dibattimento ed un atto di ratifica. Una procedura a metà fra rito inquisitorio e rito accusatorio; un ibrido che si concretizza nello scambio fra minori garanzie processuali ed una pena più bassa.

Sintetizzando, sia il patteggiamento che il rito abbreviato si riducono ad un baratto: meno garanzie per l’indagato/imputato in cambio di una pena più mite. Sarà forse una scelta di celerità, ma non mi pare che possa dirsi garantista. Garantisce pene basse ai colpevoli, questo sì, ma non adeguati diritti di difesa.

Ed infatti il patteggiamento, in origine, era previsto per i reati di minore gravità (quelli con pena inferiore a tre anni di carcere, più o meno), ma poi lo si è esteso anche ad altri più gravi, con conseguenze discutibili. L’abbreviato, al contrario, è sempre possibile, ma la sua nefasta illogicità si è manifestata clamorosamente in alcuni casi di cronaca divenuti celebri (continua).


Cuneo fiscale

ottobre 5, 2018

 

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L’elevato debito pubblico ci impedisce di abbassare realmente le tasse. Ma l’elevata pressione fiscale sfavorisce le imprese italiane rispetto a quelle straniere e di conseguenza il nostro prodotto interno lordo non cresce a sufficienza. Anzi, proprio il peso fiscale induce le industrie italiane a delocalizzare ed è la prima causa del nostro declino industriale. Spezzare circolo vizioso debito pubblico-alta fiscalità-elevato costo del lavoro-bassa crescita sembra impossibile, ma siamo sicuri che sia così? Forse no. Forse bisognerebbe cominciare a distinguere lavoro e lavoro, e dire che non tutte le imprese sono uguali. Una cosa è l’impresa che produce beni di consumo (tipo componentistica elettronica), e deve competere sul mercato internazionale con paesi strutturalmente avvantaggiati per le più svariate ragioni (bassi salari, poche tutele sindacali eccetera); altra cosa è l’impresa – per esempio – che fornisce servizi alla Pubblica Amministrazione (tipo i pasti alle mense comunali), e che quindi non soffre la concorrenza cinese o romena. È il primo tipo di impresa che soffre per l’eccessivo cuneo fiscale, fino al punto di dover scegliere fra chiusura e migrazione all’estero, mentre il secondo no. Quindi è solo per il primo tipo di imprese che va ridotto – e drasticamente – il peso fiscale e contributivo su lavoro e produzione (quello che si chiama cuneo). Negli ultimi venti anni l’Italia ha visto quasi scomparire interi settori della propria industria: automobili, ciclomotori, aviazione, acciaio, eccetera. Eppure erano settori nei quali eravamo ben presenti. È mai possibile che in Italia si producano la Fiat 500 e la Lamborghini Diablo ma quasi nessun modello di auto nella fascia intermedia? È mai possibile che i motorini, invenzione italiana, siano quasi scomparsi dalla nostra produzione? Secondo me la strada è quella della defiscalizzazione mirata. Non riduzione delle tasse su imprese e lavoro a tutti, ma solo alle imprese del settore produttivo e manifatturiero, lasciandolo invariato per le imprese di servizi. Il minor introito fiscale sarebbe compensato dal minor ricorso alle importazioni e dalla crescita dell’occupazione. Fesseria o Uovo di Colombo?


Dieci riforme

settembre 18, 2018

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Nauseato dal fiume di parole inutili che ci ammorbano, scrivo qui le dieci riforme di cui ha bisogno l’Italia, e che ogni individuo dotato di senno non può che condividere.

1. Abolizione del denaro contante.
La tracciabilità di ogni pagamento, unita all’attivazione di efficaci e ragionevoli strumenti giurisdizionali (primo fra tutti una buona legge sul falso in bilancio), costituisce lo strumento in grado di avviare la definitiva sconfitta delle mafie, primaria e principale zavorra dell’economia nazionale. Non solo. La sua introduzione segnerebbe la fine delle nostre piaghe endemiche: racket, evasione fiscale, lavoro nero, economia sommersa, etc. Con benefici enormi per le finanze pubbliche.
2. Abbattimento del cuneo fiscale nei settori primario e secondario.
La riduzione generalizzata delle tasse, al momento, è improponibile. Va operata una detassazione mirata ai settori che producono valore aggiunto: agricoltura e soprattutto industria. Il lavoro manifatturiero va cioè drasticamente defiscalizzato, onde fermare il fenomeno della delocalizzazione, favorire il rimpatrio delle produzioni ed incentivare nuovi investimenti nel settore produttivo.
3. Scuola e Università: abolizione di tutte le riforme degli ultimi 30 anni.
Da Luigi Berlinguer (compreso) in poi è stata una corsa a chi faceva peggio. Abolire tutte le riforme fatte è una provocazione, ma è fuor di dubbio che il sistema di trenta anni fa era migliore.
4. Raddoppio (almeno) del numero dei magistrati.
Con contestuale riduzione del loro (ingiustificatamente alto) reddito e periodo formativo presso la Polizia Giudiziaria. Vanno poi accorpati i tribunali, in modo da portare ad almeno 500.000 il numero di cittadini di ogni circoscrizione.
5. Riscrittura del codice di procedura penale.
Riscrittura totale, con ritorno al sistema inquisitorio (in luogo di quello accusatorio), in coerenza con la nostra tradizione e con l’ordinamento degli altri paesi dell’Europa continentale.
6. Riduzione delle competenze regionali ed abbattimento dei costi relativi.
La sburocratizzazione deve partire dalle Regioni, autentiche fonti di inutili complessità amministrative, nonché centri di rovinosa spesa pubblica improduttiva e clientelare (soprattutto quelle a statuto speciale).
7. Abolizione del rogito notarile.
Il costosissimo rito medievale del rogito notarile per l’acquisto di un immobile è talmente anacronistico da indurre alla rivolta. Ora che anagrafe e catasto sono totalmente digitalizzati, una compravendita immobiliare si perfeziona con pochi clic al computer. Sostituendo il passaggio dal notaio con atto amministrativo, si liberano risorse per i consumi.
8. Imu prima casa.
Va reintrodotta la tassa sulla prima casa (ICI o IMU) ovviamente con franchigia (cioè azzerandola per gli immobili di modesto valore). L’IMU sulle case successive alla prima deve essere progressiva.
9. Legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5%.
Dopo decenni di convulsioni, la conclusione è una sola: l’Italia è paese ideologicamente e territorialmente sperequato; quindi serve una legge proporzionale pura con sbarramento al 5%. E con reintroduzione di congruo numero di firme di presentazione per tutti. Almeno 100.000 su scala nazionale. Ripeto: per tutti i partiti, nessuno escluso.
10. Incompatibilità parlamentare-ministro.
Le cariche di parlamentare e di ministro devono essere rese incompatibili con norma costituzionale. I parlamentari vengono eletti dal corpo elettorale per stare in Parlamento. A capo dei ministeri devono andare soggetti competenti dediti unicamente al funzionamento della macchina statale. Non è solo questione filosofica di separazione dei poteri, ma elementare e fondamentale strumento di efficienza amministrativa.