Museo delle guerre

novembre 7, 2013

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Qualche mese fa, leggendo dell’eterna questione sul riutilizzo del Porto vecchio mi domandai cosa mai se ne potrebbe fare.

Personalmente dubito che affidare ad investitori privati il riuso dell’area possa dare qualcosa di positivo alla città di Trieste. L’esperienza insegna che in Italia il privato che rileva qualcosa dallo Stato lo fa solo a fini speculativi e, in definitiva, provoca un danno alla collettività. E’ stato così per Telecom, possiamo aspettarci qualcosa di diverso per il Porto vecchio?

Allora, pensando alla tanto rivendicata specificità di Trieste, penso che Trieste ha sì qualcosa di particolare, di diverso dalle altre città italiane: è un simbolo di tutte le guerre del ventesimo secolo.

Per Trieste (anche per Trieste) l’Italia combatté la prima guerra mondiale.

A Trieste la seconda guerra mondiale conobbe uno dei suoi risvolti più anomali e feroci, con la resa delle truppe italiane agli jugoslavi e ed il subentro dei tedeschi a difendere la città dalle mire espansioniste di Tito. Unica città non tedesca, credo, che fu difesa solo dai tedeschi e non dai propri militari.

Trieste fu un simbolo della guerra fredda, essendo il vertice basso della cortina di ferro che partendo da Danzica tagliava il continente.

Infine Trieste è la città testimone (un po’ guardona) dell’ultima guerra europea, ovvero quella jugoslava del 1991-1995.

Allora il Porto vecchio potrebbe ospitare un Museo delle Guerre, di tutte le guerre del ventesimo secolo, nel quale archiviare ed esporre armi, uniformi, materiali, documenti e ricordi di quei conflitti. Con il vantaggio di poter accogliere oltre ai mezzi di terra anche quelli di mare. E grazie agli spazi immensi di cui dispone, anche velivoli militari.

Oggi leggo sul Piccolo che qualcuno pensa di trasferire qui a Trieste l’incrociatore “Vittorio Veneto”, ormai dismesso, per renderlo visitabile al pubblico.  Quindi non sono il solo ad avere l’idea di fare di Trieste un polo per il turismo militare.

Quindi lancio la proposta di creare in Porto vecchio il “Museo delle guerre”. Dello Stato, coi soldi del Ministero della Difesa. Per attrarre qui i tanti appassionati del genere. Archiviando per sempre l’idea di fare di quell’area un improbabile nuovo quartiere di Trieste.


Negazionismo e foibe

ottobre 20, 2013

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Oggi si sovrappongono due notizie. L’imminente varo della norma penale sul negazionismo, che punirà con la reclusione (da un anno e mezzo fino a sette anni e mezzo) chi negherà l’Olocausto e la polemica tutta triestina su uno spettacolo teatrale dedicato all’esodo degli istriani, che sarebbe stato “emendato” su sollecitazione politica al fine di addolcirne la portata antislava.

La politica si sta rivelando totalmente incapace di affrontare i problemi di oggi, ed anche per questo farebbe meglio a non occuparsi di altro. Di cultura, di storia, di arte. Farebbe meglio a lasciare la storia agli storici, l’arte agli artisti, la cultura allo spirito di libertà.

Nel merito delle cose, continuo a trovare inutile e dannoso reprimere penalmente l’espressione di una qualsiasi opinione storica, per quanto balzana, idiota ed infondata. La ricerca della verità si serve anche delle provocazioni, ed anche grazie alle teorie più inverosimili è stato possibile far emergere verità nascoste.

Chi sostiene tesi storiche fasulle è contraddetto dalla realtà dei fatti, dai documenti, dalla consapevolezza raggiunta. Il carcere non serve proprio a nulla.

Infine mi chiedo che senso ha parlare di depenalizzazione, di amnistie e di indulti, se poi non si fa altro che inventare nuovi reati.

Quanto alle polemiche nostrane, siamo di fronte all’ennesima conseguenza del nefasto clima falsamente e vanamente riconciliatorio che vorrebbe trasformare la consapevolezza storica in comunione emotiva. Quella che si chiama “memoria condivisa”. Un principio secondo il quale vittime e carnefici, preso atto dei fatti che li hanno coinvolti, dovrebbero riappacificarsi e rimuovere il senso di ostilità.

A me è sempre sembrata una grande sciocchezza. Una cosa è l’analisi della storia, altro è il modo in cui la si legge e la si vive personalmente. Vittime e carnefici, da qualsiasi parte stiano, non possono avere la stessa “memoria” degli eventi di cui sono stati protagonisti. Così come uno stupratore ed una stuprata non possono avere lo stesso ricordo emotivo dello stupro.

Gli esuli, i sopravvissuti alle foibe, i loro discendenti, hanno il diritto di rievocare quella storia come un genocidio, una pulizia etnica, un crimine contro l’umanità e di rappresentarla e ricordarla come tale. Gli ex jugoslavi hanno il diritto di considerarla la naturale conseguenza di altri crimini analoghi commessi dagli italiani, e di rappresentarla e di viverla come tale. Senza dover fare gerarchie fra il meglio ed il peggio, fra il più grave ed il meno grave.

Lo storico, e con lui ognuno di noi, sa e saprà trarre le sue conclusioni, senza che ad ogni passo si debba trovare una mediazione, un punto d’incontro e di equilibrio sotto l’imperativo fasullo di dover reprimere un conflitto che c’è stato e c’è.

I conflitti ed i drammi sono esistiti ed esistono. Negarli non serve, anzi, è peggio.


L’eterno dramma del pd (1)

febbraio 14, 2012

Le sconfitte nelle primarie di Milano (Pisapia), di Napoli (De Magistris) e di Genova (Doria) non sono il frutto di errori occasionali, vengono da lontano.

L’elettorato di sinistra, questo grande corpo sociale indistinto e trasversale a categorie professionali, territoriali e culturali, credo che esista, o che perlomeno sia esistito. Si è formato ed è cresciuto nell’epoca democristiana (quella che qualcuno chiama bizzarramente prima repubblica) raccogliendosi attorno ai partiti tradizionali dell’epoca, Pci, Psi prima poi anche sinistra estrema, Radicali e Verdi, cementato dalla convinzione che i problemi della società italiana erano attribuibili al “malgoverno dei democristiani” (citando Moretti, ma non solo), superato il quale si sarebbe aperta una stagione di prosperità politica e sociale.

Propensi a sottovalutare i meriti di De Gasperi, di Dossetti, di La Pira, perfino di Fanfani (cosa mi tocca dire!), gli elettori di sinistra vedevano soprattutto la DC clientelare, protomafiosa, curiale, maramalda: un grumo politico da sgretolare per fare spazio al buon governo di stampo “emiliano” che avrebbe finalmente trasformato l’Italia in un paese moderno.
Questo speravano gli elettori di sinistra, dimostrandosi incapaci di vedere i mali che il grande Pci degli anni settanta e ottanta portava dentro di sé. Berlinguer, specularmente al suo omologo democristiano Moro, vedeva un’Italia inesistente, ferma agli anni cinquanta, divisa in grandi gruppi sociali immobili ed omogenei estinti o destinati all’estinzione (la classe operaia, il mondo agricolo, un vasto ceto medio privo di aspirazioni, una classe dirigente intoccabile) e ricercava l’intesa del compromesso storico proprio con quella DC che i suoi elettori tanto detestavano. La prassi amministrativa dei comunisti al governo andava sempre più assimilandosi ai metodi spregiudicati dei socialisti di quel Craxi cui si rivolse pietisticamente Occhetto (successore di Berlinguer) una volta abbandonata la via del connubio coi cattolici (si chiamava alternativa di sinistra).

Ma l’elettore di sinistra, fidando forse che si trattasse di tattica politica, continuava a credere che l’avvento della sinistra al governo avrebbe segnato una svolta epocale. L’occasione arrivò nel 1992-93, a seguito della fine della tutela atlantica sul governo del nostro paese e col tracollo del binomio DC-PSI. Ma il cadavere del fu pentapartito fu il concime politico per la nascita del fenomeno Berlusconi, che nel 1994 lasciò nuovamente la sinistra fuori della cittadella del potere.

Già qui si sarebbe dovuto capire che la classe politica di sinistra non aveva la stoffa per guidare il paese. Non solo il povero Occhetto, ma tutti quanti. Ma lo strapotere mediatico del Biscione fu l’alibi usato da quell’esercito sconfitto (anzi sbaragliato) per rigenerarsi e rivivere una seconda stagione di opposizione, non più alla DC, ma al nuovo nemico (o amico?) Silvio.

Venne poi la vittoria dell’Ulivo dell’Aprile (maiuscolo citando ancora Moretti) 1996. L’attesa sconfitta dei governi di centro o di centrodestra, per dar spazio a un governo che, per la prima volta nella storia repubblicana, avesse a pieno titolo la sinistra come componente principale. E proprio nella legislatura 1996-2001 si consuma l’esiziale dramma della sinistra. Quel lustro politico fu epifanico dei suoi mali intriseci e causa di quelli susseguenti. All’ombra della sciagurata Bicamerale, vedemmo D’Alema a braccetto con De Mita (non con Andreatta, con De Mita!), vedemmo riconfermata tutta la classe dei burocrati di Stato, vedemmo sopravvivere i servizi segreti sui quali avevamo nutrito i più atroci sospetti. Luigi Berlinguer, ministro MIUR, fece rimpiangere la Falcucci, D’Alema, presidente del consiglio (con le sue sciagurate privatizzazioni di Telecom e di Autostrade) fece rimpiangere Fanfani mentre la triade Pollastrini-Turco-Melandri azzerò in un amen tutto il credito politico che le donne si erano conquistate in anni di battaglie, dal femminismo degli anni settanta in poi.

Si riproposero, sotto altre vesti, le liturgie tipiche dell’era democristiana. Come non ricordare i sovraffollati “vertici” di maggioranza e gli elzeviri televisivi di Bertinotti?

Scoprimmo così che il sogno degli antidemocristiani era di fare i democristiani.

E capimmo che l’Italia sarebbe andata avanti come prima, se non peggio.

(continua)


Salvatore Borsellino a Cordenons

settembre 25, 2010

Salvatore Borsellino parla nella sala consiliare di Cordenons (PN)

“Ma pensate come mi sento io, quando vedo che l’uomo sospettato di aver ordinato l’omicidio di mio fratello rappresenta lo stato italiano ai massimi livelli!” Queste parole, pronunciate quasi al termine del suo intervento, danno la misura dello spessore shakespeariano dell’uomo che le ha pronunciate: Salvatore Borsellino.

Venerdì scorso ero a Cordenons, all’incontro con il fratello del magistrato ucciso in via d’Amelio organizzato dalle Agende Rosse del Friuli Venezia Giulia (cioè Daniele, Davide, Maria Grazia ed io). Non riassumo il contenuto del discorso, perché nella frase che ho riportato c’è tutta l’intensità di una narrazione che Borsellino porta in giro per l’Italia, nell’indifferenza dei mezzi di informazione.

Chi pensa che il mondo contemporaneo abbia rimosso il dramma, il senso della tragedia, del conflitto, dovrebbe leggere le storie di mafia. Tremila sono i morti della guerra mafiosa degli anni ottanta che vide i corleonesi sconfiggere le famiglie palermitane facenti capo a Bontade. Decine e decine sono i poliziotti ed i magistrati caduti sotto i colpi delle mafie, e centinaia i familiari colpiti dai lutti. E la grottesca pantomima della politica nazionale altro non è che il riflesso pubblico di una lunga guerra di conquista dell’economia nazionale che le organizzazioni criminali stanno conducendo con successo da decenni.

La vera storia d’Italia è oscura ed indicibile, e i veri attori ci sono sconosciuti, nei loro veri ruoli. Ogni tanto ne intravediamo qualcuno, senza però capirne appieno l’importanza, senza saperli collocare. Ogni tanto si scorge una breccia e vale la pena tentare di aprirla. La verità sul 19 luglio 1992 è una di questa e l’agenda rossa di Paolo Borsellino né è il simbolo. Come è il simbolo degli infiniti misteri della Repubblica, della nostra pessima Repubblica che però, ahimè, è l’unica che abbiamo.

Il gazebo delle Agende Rosse a Pordenone (19.09.2010)


Agenda Rossa – anniversario della strage di via d’Amelio

luglio 18, 2010
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Vassily Kandinski

La notizia è di oggi (il Fatto Quotidiano). Una lettera autografa di Vito Ciancimino, che il figlio Massimo starebbe per consegnare ai magistrati di Palermo, proverebbe che Paolo Borsellino fu ucciso perché si era opposto con intransigenza a qualsiasi ipotesi di trattativa avviata dallo Stato (rappresentato da due ufficiali dei ROS attualmente sotto processo, ma forse anche da funzionari dei servizi segreti tuttora sconosciuti) con i boss di Cosa Nostra Totò Riina (in un primo momento) e Bernardo Provenzano (in seguito).

Da quella trattativa, secondo interpretazioni politico-giornalistiche sempre più solide, sarebbe nata la cosiddetta “Seconda Repubblica”, ovvero quell’assetto politico che sostituì i partiti storici che avevano retto il paese fino a quel momento, e che stavano cedendo sotto i colpi delle inchieste giudiziarie di Mani Pulite, anche perché la loro principale funzione storica (la lotta al comunismo sovietico) era ormai venuta meno.

E’ una storia ancora tutta da scrivere, fatta di misteri, di ipotesi agghiaccianti, di retroscena indicibili e popolata di figure inquietanti. La sempre più vasta letteratura d’inchiesta su quei fatti, ricollegandosi a quella relativi ai misteri d’Italia dei decenni precedenti (lo stragismo, il delitto Moro, la strategia della tensione, Gladio, il golpe Borghese ed il piano Solo, giusto per citare qualche titolo) lascia intendere che l’Italia non è il paese che vediamo, che crediamo di conoscere.

Uno dei simboli degli sterminati misteri italiani è l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino, sulla quale il magistrato di cui ricorre domani il diciottesimo anniversario della morte annotava gli spunti investigativi più riservati. E sulla quale, quasi certamente, aveva scritto le sue ipotesi sulla morte di Giovanni Falcone, sulle complicità istituzionali che resero possibile l’attentato di Capaci ed anche le opinioni e le informazioni sulla nascente trattativa fra lo Stato e Cosa Nostra.

Quella agenda non è mai stata ritrovata. E’ provato che Paolo Borsellino l’aveva con sé quel 19 luglio 1992, ma nella sua borsa che fu rinvenuta intatta nella sua automobile semidistrutta in via d’Amelio, non c’era. Per la scomparsa di quel preziosissimo reperto è stato indagato un ufficiale dei Carabinieri, l’attuale colonnello Arcangioli, che alcune immagini ritraggono con la borsa del giudice in mano nell’immediatezza dell’esplosione, e che non ha mai saputo dare una versione convincente del perché l’avesse asportata per poi riporla nella vettura. Confuse e contraddittorie sono le testimonianze rese da Giuseppe Ayala, intervenuto sul posto, e che disse di aver visto la borsa ma non l’agenda. Nessun processo è stato mai celebrato e la posizione dell’unico indagato Arcangioli è stata definitivamente archiviata dal gup di Palermo con una sentenza alquanto discussa, al pari di quella di conferma della Cassazione.

Cosa si cela dietro questo mistero? Quali verità? Se lo chiede da diciotto anni Salvatore Borsellino, fratello del magistrato ucciso, il quale continua a pretendere dalla magistratura, dalle forze di polizia e dalla politica di fare luce su quei fatti. Perché è ormai certo che tutte le indagini sull’attentato di via d’Amelio furono sistematicamente sviate, con la conseguenza che sono in carcere persone innocenti mentre i veri responsabili (sia i mandanti che gli esecutori materiali) sono tuttora sconosciuti. E l’opera di depistaggio sembra coinvolgere tutti gli ambiti: politica, carabinieri, polizia, magistratura, organi di informazione. Quale potere può aver piegato tutti al fine di nascondere la verità sulla morte dell’ultimo magistrato ucciso dalla mafia? E perché? Con quali conseguenze?

Già, perché dopo quel 19 luglio 1992, non è un caso, la criminalità organizzata ha cessato di compiere atti di sangue contro giudici o pubblici ministeri; ed ogni italiano avveduto comprende che ciò è accaduto non perché sia stata sconfitta, ma perché ha trovato altri sistemi per eliminare i personaggi scomodi e per perseguire i propri interessi.

Se vogliamo capire in che paese viviamo dobbiamo cercare di sapere cosa è accaduto quel 19 luglio di diciotto anni fa e cosa ne è seguito; squarciare la cortina di misteri. Per questo domani sarò in piazza, presumibilmente da solo, con un gazebo, per ricordare la strage di via d’Amelio, nella speranza che il desiderio di verità e di giustizia contagi quante più persone possibili. Anzi, me ne basta una.

Questo è il link dell’evento; grazie a chiunque vorrà passare di lì.

piazza Cavana, Trieste, dalle 15 in poi di domani 19 luglio 2010

Il guestbook


Ma…

luglio 1, 2010

…qualcuno ha avvisato Bersani che per la prima volta nella storia d’Italia un senatore è stato condannato per mafia? Sa che fin dai tempi di Notarbartolo e di Depretis la magistratura tenta invano di processare i potenti collusi coi poteri criminali? Qualcuno ha cercato di fargli capire la portata storica dell’evento, se non altro per la vicinanza del condannato al presidente del consiglio? No, perchè a giudicare dal vuoto di parole (per tacer del resto) che viene da questo cosiddetto partito di opposizione si direbbe che abbiano confuso la mafia con una bocciofila.


Sabato 26 settembre.

settembre 28, 2009

Non serve che vi racconti il corteo, è facile immaginarlo o vederne le immagini su youtube: fra le mille e le duemila persone, con un libretto rosso in mano, che hanno camminato da piazza Bocca della Verità fino a piazza Navona, passando per piazza Venezia e per via delle Botteghe Oscure. Non serve che vi riassuma gli interventi perché trovate anche quelli; né posso discuterli o spiegarli perché sarebbe o lungo o riduttivo ed in alcuni casi inutile o per me impossibile.

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11 domande sull’11 settembre.

settembre 12, 2009

Undici domande rivolte ad un cittadino statunitense a caso, facciamo Barack Obama.

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L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino.

settembre 10, 2009

Non sono uno che ama le manifestazioni. Ed in effetti non sono mai andato ad un corteo in vita mia. Non critico né esalto chi lo fa, semplicemente sono iniziative inconciliabili con il mio carattere. O forse sono solo un infingardo, un timido, un pavido, un menefreghista. Non lo so.

Tuttavia quando Salvatore Borsellino ha annunciato sulla sua bacheca che avrebbe organizzato per il 26 settembre a Roma una replica della manifestazione “Agenda Rossa” tenutasi a Palermo il 19 luglio scorso, non ho indugiato a dare la mia adesione e ci sarò.

Molti amici di facebook sanno che si terrà, ma non tutti ne conoscono il significato.

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E parla Genchi.

luglio 26, 2009

di Claudia Fusani – 26 luglio 2009
Tratto da: l’Unità

Genchi: «Ancora indizi utili»
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Parla l’avvocato di Riina

luglio 26, 2009

E’ il momento di leggere e non di scrivere. Quindi copio e incollo da antimafiaduemila.

di Giorgio Bongiovanni – 22 luglio 2009
Alla luce delle recenti dichiarazioni del capo di Cosa Nostra Salvatore Riina circa la strage di via D’Amelio e il presunto ruolo dei servizi segreti, vi riproponiamo l’intervista che il suo difensore, l’avvocato Luca Cianferoni, mi ha rilasciato il 7 aprile 2008.
Siamo infatti convinti che possa essere molto utile nella comprensione delle esternazioni di Riina e delle sue finalità.
Parla l’avvocato di Riina, Luca Cianferoni in un’intervista esclusiva al direttore di ANTIMAFIADuemila Giorgio Bongiovanni

Avvocato Cianferoni quale relazione sussiste tra le stragi del ’92 e del ’93?
A mio avviso vi sono differenze sostanziali tra le due stagioni stragiste. La vicenda Falcone ad esempio ha una sua specificità strettamente siciliana e proprio questa specificità decresce man mano che ci si avvicina agli episodi continentali. Dallo studio degli atti mi sono convinto che il contesto del ’93 sia molto diverso rispetto a quello del ’92.
Vi è poi un dato processuale, quello per cui è stata negata la continuità con i fatti del ’92, che esclude completamente la consequenzialità dei due disegni criminosi. E sebbene Riina fosse già in carcere all’epoca delle bombe del ’93 gli viene imputata la responsabilità in quanto, secondo la Corte, egli era il capo assoluto di Cosa Nostra quindi causa causae est causa causatis. Tuttavia, in concreto, come si arriva alle stragi e quale sia il percorso decisionale non viene spiegato.

Beh ma anche le stragi del ’92, secondo i documenti, hanno una forte connotazione eversiva.
Sì ma le differenze sono enormi. Le stragi Falcone e Borsellino che comunque presentano già tra loro grosse diversità, erano comunque contra personam, queste sono dirette ad edifici, sono un messaggio. Che a mio avviso non è diretto allo Stato, ma viene da un potere ed è indirizzato ad un altro potere.
Prendiamo in esame un aspetto che a mio avviso non è stato sufficientemente investigato: lo schema operativo. Non si organizza una strage di questo tipo in soli 5 mesi.
Questi sono delitti che si tirano fuori dal cassetto, già pronti, e si organizzano in 10 giorni perché si conoscono perfettamente le procedure e anche gli effetti destabilizzanti che creano. Sistemi che sono stati utilizzati per decenni nel conflitto tra “partito azzurro” e “partito arancione” quando si ricorreva alla guerriglia per arginare l’avanzata comunista. Si estrae dal cassetto ciò che serve.
All’inizio degli anni Novanta stava per sovvertirsi il sistema.
Partiamo da questa ipotesi che non è mai stata contestata dal mio cliente, sebbene nemmeno l’abbia avallata.
Vi è una concorrenza di forze che hanno interesse a incidere in maniera eversiva sul tessuto nazionale in quel preciso momento storico. Cosa Nostra per la questione del 41 bis, i servizi segreti civili per i problemi che hanno, per stare sulle generali, in quel momento storico; il mondo imprenditoriale politico e la massoneria la quale, io credo, non sia assolutamente da demonizzare nella sua interezza, anzi penso che rappresenti un momento intellettuale altissimo visto l’attuale oscurantismo in cui viviamo, ma che storicamente, in quel momento storico, soffriva di pesanti infiltrazioni negative. E’ in questo contesto, che va inserita quella dichiarazione di Craxi in un’intervista a Panorama: “Me ne vado perché ci aspetta una stagione di bombe”. E purtroppo i fatti gli dettero ragione a brevissimo.

I collaboratori di giustizia tra cui Brusca suggeriscono che si è voluta continuare la trattativa.
A mio avviso nelle carte processuali vi sono dei riferimenti, oserei dire, abbastanza ridicoli. Quando Brusca riferisce che erano in minoranza a voler fare queste stragi, che abbiano deciso gli obiettivi scegliendoli sull’atlante…
Ora, il mio cliente, Salvatore Riina, che è imputato in due differenti procedimenti: uno per cui la sua posizione era stralciata assieme a Graviano Giuseppe per problemi di pendenze, l’altro nato da un vizio procedurale del precedente (si annulla la prima sentenza solo sulla vicenda Olimpico), durante il processo, che viene riaperto nel 2004 proprio sui fatti del ’93 e sul mancato attentato, rilascia quelle famose dichiarazioni spontanee in cui ricordando che l’allora Ministro Mancino aveva preannunciato la sua prossima cattura suggerisce: “Sono stato venduto?”
Quindi se i magistrati cercavano un atteggiamento collaborativo, questo non appartiene alla figura dell’imputato che io conosco e difendo, se invece ci si vuole accostare a questi eventi come interpreti storici, anche perché, seppur pochi, questi anni che sono trascorsi, al ritmo di vita cui viviamo oggi, sono abbastanza per fare delle analisi, si comprende che Riina ha assunto una posizione piuttosto chiara, no?

Cioè?
Cioè Riina dice: “io con questi fatti del ’93 non ho nulla a che spartire e, per quanto apprendo da questo processo (le dichiarazioni di Brusca sulla trattativa ecc..) e deduco dalla dichiarazione del Ministro, il mio arresto era concordato perché si era individuata una pista investigativa per cui io dovevo essere catturato.

Eppure Brusca spiega in merito alla trattativa, con quell’ espressione “Si sono fatti sotto”, che vi erano degli interlocutori con cui Riina era in contatto.
Mi ricordo distintamente quell’udienza. Era del 24 gennaio 1998, posso sbagliare l’anno, era un sabato mattina, quando venne il generale Mori a Firenze. Non ci fu verso, lo confermano i verbali, di approfondire la questione della cattura di Riina, era un argomento, secondo la Corte, da non trattare. Questo mi ha sempre deluso come avvocato, per me era chiaramente importante poter verificare se il mio cliente fosse stato catturato a seguito di un accordo tra due parti, che non posso identificare, ma comunque un accordo, ciò significa che quell’associazione che si presume lui abbia diretto in qualche maniera ad un certo punto non era più sotto la sua direzione.

Cosa pensa della teoria secondo cui vi sarebbe Provenzano dietro la cattura di Riina?
Lo escludo totalmente, questa è dietrologia disinformata.

Beh, la sua è una risposta molto interessante.
Se da una parte Riina si reputa innocente per le stragi del ’93, quando esordisce quella specie di proclama nel quale si autodefinisce “il parafulmine d’Italia” e indica lui stesso spunti di indagine come il castello Utveggio…. Sembra abbastanza evidente che ci vuole dare dei messaggi, delle indicazioni. Giusto?
Non sono io a dovermi fare portavoce della parte, non ho questo mandato. Certamente per la difesa del Riina che io ho interpretato processualmente fino alla Cassazione e anche nella fase successiva dell’Olimpico dobbiamo intendere quelle dichiarazioni aprendo, sulle vicende del ’93, una pagina diversa sotto un duplice profilo: uno contestuale e uno diacronico.
Rispetto al primo, se prendiamo in esame le deposizioni di Brusca e anche quella del capitano De Donno in buona sostanza ben più importante rispetto a quella del generale Mori emergono elementi che vale la pena sottolineare.
Quando De Donno riferì del colloquio con Vito Ciancimino disse testualmente che questi, dialogando sulla causale della stragi del ’92, gli spiegò: “Avete tolto le ruote alla macchina, la macchina deve girare. O le indagini su Tangentopoli finiscono o le stragi non finiranno”.
Da un punto di vista diacronico invece, a mio modesto avviso, significa accorgersi che fino a quel punto, siamo nel 1992, appena dopo il crollo del muro di Berlino, l’Italia era un paese a democrazia bloccata. Si hanno accenni a questi collegamenti nel libro e nel film Romanzo Criminale e in un film che vidi una notte e poi non ne seppi più nulla, si intitolava Uno a me, uno a te, uno a Raffaele nel quale si tracciava un collegamento tra gli attentati e le opere d’arte.
Cosa intendo dire con questo? Che se si legge la storia anche in senso diacronico si constata che le bombe del ’93 sono ad oggi interpretate ufficialmente a matrice ridotta rispetto a quelle precedenti, pur recando chiari segni, anzi, di un ampliamento della prospettiva politica.

Vuol dire che Cosa Nostra si è limitata ad agire come manovalanza?
Io in aula ho sostenuto che vi sono prove non seriamente discutibili sul trasporto dell’esplosivo (per stessa ammissione dei pentiti che si sono autoaccusati), mentre sono molto molto discutibili quelle relative l’aspetto organizzativo per non parlare di quello ideativo. Cioè, sulle fasi superiori non vi è alcun elemento in grado di stabilire al di là di ogni ragionevole dubbio come si siano svolti i fatti.
Sono davvero troppi gli elementi che a mio avviso non sono stati scandagliati a dovere e che lasciano aperti molti interrogativi.
Partiamo da Antonio Scarano il quale sostiene che faceva “da tassinaro” che cioè accompagnava gli altri per Roma e che si incaricò di trovare il magazzino in cui depositare l’esplosivo. Questa persona, proprio nei giorni delle stragi, era intercettata dai carabinieri. Io ho sempre chiesto perché non sia mai stata fatta una consulenza sulle intercettazioni di Scarano. Poniamo per mera supposizione, solo una supposizione sia chiaro e ci tengo a sottolinearlo, che un consulente scopra che quelle intercettazioni siano state manipolate o tagliate espressamente ove si parlasse di stragi, magari anche indirettamente, beh sarebbe un enorme passo avanti.
C’è poi tutta la questione del cellulare clonato di Giovanni Brusca per cui non ci fu verso di ottenere dati precisi che ci furono sempre riferiti dal dottor Gratteri dello Sco, così come le famose intercettazioni tra La Barbera e Gioè di via Ughetti.
Un altro aspetto oscuro è la storia di Corsi Giuseppe, un impiegato della società di Roma di cui fu presa la macchina, la fiat uno, per compiere l’attentato ai danni di Maurizio Costanzo. Questa società aveva il nulla osta sicurezza e lavorava con il Sismi. Questo Corsi sparisce da casa (noi veniamo a conoscenza di questo fatto e apriamo l’ istruttoria sul punto) la famiglia, temendo per la sua vita, denuncia questa scomparsa e informa gli inquirenti della sua collaborazione con i servizi segreti. Viene poi ritrovato e tratto in arresto poiché aveva della droga in macchina. Come stiano realmente le cose non si sa, ma sappiamo che l’auto della bomba in via Fauro era una macchina dei servizi segreti.

Sia lei, sia l’avvocato Pepi avete spesso fatto riferimento al coinvolgimento di servizi segreti deviati, dei poteri forti e della massoneria, quali indizi vi hanno spinto in questa direzione?
Ci siamo addentrati ad esplorare questi altri ambiti perché subito ci è apparso evidente che le stragi del ’93 erano di matrice così raffinata da non poter provenire da soggetti avvezzi ad un crimine comune e non di tipo eversivo. Vi sono concreti elementi in tal senso, ma forse i tempi non sono maturi, per una verità completa. Forese questa nostra Italietta, per dirla con Moretti, non è pronta per guardarsi allo specchio.

Vale a dire che Cosa Nostra, secondo lei, è rientrata in un progetto destabilizzante con finalità molto più ampie?
Non possiamo trascurare un dato storico, per cui ormai sappiamo che le organizzazioni criminali venivano usate dalla Cia per il compimento di operazioni illegali che servivano al contrasto al c.d. “partito arancione”. Ancora oggi noi non sappiamo bene come sia andata veramente a Portella della Ginestra, ad esempio.
Siccome l’attentato così come il modo di far politica, è quello tipico in Italia dagli anni Cinquanta in avanti allora avrei voluto che  si provasse ad introdurre una similitudine operativa tra l’attentato del luglio ‘93 quando ad essere colpite furono le due chiese di Roma e il padiglione d’arte contemporanea a Milano (sulla scelta degli obiettivi si dovrebbe poi discutere a lungo) e quella che si delineò per la strage di Piazza Fontana. Ad oggi nessuno ha inteso rispondere: ma la questione rimane.
Le faccio un altro esempio: si fa oggi un gran parlare della figura di Gardini, morto in circostanze tragiche il 23 luglio del 93. La difesa del Riina all’epoca provò a dire:  guardate che una causale di attentato in quel di Milano, visto quello che dice De Donno sulle indagini di Tangentopoli, potrebbe rinvenirsi ragionevolmente nella questione degli interrogatori di Carlo Sama e Giuseppe Garofano, stretti collaboratori di Gardini che proprio in quei giorni ricostruivano quella che poi venne chiamata la madre di tutte le tangenti: la vicenda Enimont. Non vi è mai stata letteralmente risposta.

Allora, in quale senso, secondo lei, Riina dice di essere stato venduto?
Mah, se lui lo dice ha sicuramente un’idea chiara su come ha perso la sua libertà.
Anche qui, si comprende come il taglio diacronico non sia stato scandagliato, forse c’era urgenza di dare una risposta al paese questo io lo capisco, però così non è stato valutato un altro dato importante: fatti del genere smuovono interessi molto grossi. Se poco poco entriamo nella questione Ciancimino, quell’esempio delle “ruote della macchina”, che egli avrebbe fatto al Cap.  De Donno, quando questi si recò da lui a trattare l’arresto di Riina, sono questioni enormi.
Allora quello che noi chiamiamo oggi Stato, nel quale solitamente si inseriscono lo stato e l’antistato i deviati e i regolari, non è fatto di gente. Il testo primo che bisogna scegliere è un Kafka. Nel senso che proprio questa attenzione alla procedura, alle cose fatte in un certo modo, anche quando si tratta di fatti così eclatanti.
Dove porta questo discorso, mi dirà lei?
Porta che esplodono le bombe del ‘92, un evento enorme e come si reagisce? Come quando si doveva fermare il bandito Giuliano dopo la strage di Portella della Ginestra.
Per questo io in aula ho detto: “il colonnello Mori ha cantato e portato la croce”, intendendo con ciò dire che l’Arma dei Carabinieri fino a quegli anni avesse avuto un ruolo particolare. Cioè come dire: qui c’è materiale radioattivo ci mandiamo i carabinieri fedeli e affidabili e gli diamo un mandato che loro usano, usi a obbedir tacendo.

ANTIMAFIADuemila N°58 Anno VIII° Numero 2 – 2008


Una speranza di arrivare alla verità?

luglio 17, 2009

Repubblica.it di oggi ci informa della riapertura delle indagini (in realtà mai chiuse, ma la notizia va comunque salutata con favore) sugli attentati mafiosi del 1992 (Capaci e via d’Amelio) e del 1993 (via Georgofili a Firenze, via Fauro, San Giovanni in Laterano e San Giorgio al Velabro a Roma, via Palestro a Milano). Fatti per i quali sono stati condannati gli esecutori ed i mandanti “interni” a Cosa Nostra ma non i mandanti “esterni” od “occulti” la cui esistenza (ma non l’identità) è asserita nelle sentenze definitive che hanno inflitto svariati ergastoli ai componenti della Cupola.

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Riaperte le indagini sulle stragi del 1992 e del 1993.

luglio 17, 2009

Per mia memoria, prima che sparisca. Da repubblica.it.

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La Grande Rimozione.

luglio 9, 2009

letteramafia

Dagli archivi della Procura di Palermo è emerso il tassello mancante: un pizzino scritto dagli uomini di Cosa Nostra avente come destinatario l’ ”onorevole Berlusconi”.

Ma tranne L’espresso, nessun organo di informazione ne parla, nessun politico d’opposizione ne fa menzione. Nessuna domanda, nessun interrogativo, nessun commento, nessun editoriale.

E’ il segno della Grande Rimozione che la coscienza collettiva di questo disgraziato paese ha riservato al suo unico ed autentico male politico attuale: la natura criminale del suo governo nella persona che lo incarna e che lo domina.

Cadrà mai questa cappa di ipocrisia e di menzogna? Avremo mai il coraggio di rivoltare il sasso per scoprire il verminaio che si cela nei nostri palazzi del potere? E se mai ciò avverrà, quali saranno le conseguenze?


9/11: what we saw.

maggio 14, 2009

Navigare nei siti dedicati agli attentati dell’undici settembre è un’esperienza affascinante. Ore ed ore di testimonianze, rapporti, pareri, analisi tecniche e soprattutto filmati analizzati nei minimi dettagli, allo scopo di confutare ogni affermazione della versione ufficiale, di mostrare le più incredibili mistificazioni, di spalancare gli scenari più inquietanti.

A prescindere dalle opinioni che ognuno può farsi, vale comunque la pena di scorrerli. Fra le centinaia di file pesco questo video ripreso da un’abitazione privata con vista sul World Trade Center. La videocamera è stata accesa poco dopo il primo impatto e riprende fino al crollo della torre Nord (il secondo).

Sembra quasi completamente autentico, salvo un singolare (e sospetto) sussulto (un taglio?) in corrispondenza dell’impatto del secondo aereo (United Airlines 11). A tal proposito segnalo il commento immediato della persona che ha effettuato la ripresa: ” ‘t was a military plane!”.


Un raccontino per il PD e non solo.

aprile 19, 2009

Bologna, in un certo senso, è la culla dell’Ulivo e quindi, per transitività, del partito democratico. In quella città, già negli anni ottanta, prima dello sconvolgimento politico del decennio successivo, si sperimentava un’alleanza politica fra le forze “riformiste”: dal Pci alla sinistra democristiana, passando per i cosiddetti partiti laici di allora. Senza tentazioni di esclusioni della sinistra estrema e potendo contare sul fatto che la dc locale era quella di Andreatta, cosa ben diversa da quella di Andreotti, Gava, Forlani ed altri che dominava a Piazza del Gesù. Ed il Pci bolognese da anni, fin dai tempi del sindaco Renato Zangheri, predicava la possibilità per la sinistra di fare una politica interclassista, che guardasse agli interessi di tutte le componenti della società: operai e imprenditori, insegnanti e commercianti, abbienti e non abbienti, e così via. Autonomamente, senza ricercare necessariamente alleanze con partiti che rappresentassero i ceti tradizionalmente estranei alla sinistra.

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Lettera aperta al Partito Democratico.

aprile 15, 2009

1. Premessa.

Due mesi alle elezioni europee, sette al congresso. Che fare?

La politica ha come primo compito quello di affrontare i problemi del paese e pertanto si ha il dovere, innanzitutto, di individuarli e di elencarli in ordine di importanza, stabilendo quindi cosa la politica può fare e cosa no.

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Segreti di Stato. 1.

marzo 26, 2009

Brani dall’”autodifesa” di Gioacchino Genchi (fonte blog di Beppe Grillo)

“Però sicuramente la verità verrà a galla. E non ci vogliono né archivi né dati. Perché sono tre o quattro cose molto semplici. Le intercettazioni di Saladino utili saranno una decina, quando fu intercettato prima che De Magistris iniziasse le indagini. Ma sono chiarissime.

E l’attacco che viene fatto nei miei confronti parte esattamente dagli stessi soggetti che io avevo identificato la sera del 19 luglio del 1992 dopo la strage di via D’Amelio, mentre vedevo ancora il cadavere di Paolo Borsellino che bruciava e la povera Emanuela Loi che cadeva a pezzi dalle mura di via D’Amelio 19 dove è scoppiata la bomba. Le stesse persone, gli stessi soggetti, la stessa vicenda che io trovai allora la trovo adesso!

Bene, allora quello che io dico non è la parola di un folle, perché io dimostrerò tutte queste cose. E questa è l’occasione perché ci sia una resa dei conti in Italia. A cominciare dalla strage di via D’Amelio alla strage di Capaci. Perché queste collusioni tra apparati dello Stato, servizi segreti, gente del malaffare, e gente della politica, è bene che gli italiani comincino a sapere cosa è stata.”

***

Dall’interrogatorio del Maresciallo Riccio al processo in corso a Palermo contro Mori e Obinu, già alti ufficiali del ROS accusati di favoreggiamento di Cosa Nostra. Riccio parla del boss Ilardo e della sua volontà di collaborare con la Giustizia; descrive il primo incontro fra il colonnello Mori ed il mafioso (febbraio 1996) che verrà ucciso da Cosa Nostra poche settimane dopo, alcuni giorni prima che iniziassero il programma di protezione e le deposizioni al procuratore Caselli. Attualmente Mori è consulente speciale per la sicurezza del sindaco di Roma Alemanno.
Fonte: Micromega n. 2/2009.

Riccio: Eravamo io e Ilardo, … vedo passare davanti alla porta Mori. Lo chiamo: “Mario, vieni che ti presento Ilardo”… entra e dico: “Ilardo, questo è il colonnello Mori, questo è Ilardo”. Ilardo di getto va incontro al colonnello Mori, senza preamboli va di getto … e disse “certi attentati commissionati, commessi da Cosa Nostra non sono stati certo voluti da noi, ma bensì da voi e dallo Stato … certi attentati che noi abbiamo commesso non sono stati commessi per nostro interesse ma provengono da voi.”

Io pensavo che il colonnello Mori gli rispondesse “Ma come si permette? Ma se ha bisogno dica tutto”… E invece lo vedo stringersi come fa.. stringersi in se stesso, tensione, gira i tacchi e scompare. ..

Tutte quelle ansie che mi anticipava, tutti quei timori di quegli omicidi eccellenti che avrebbe parlato dei mandanti esterni, ho detto qui succederà… percepii subito l’importanza tragica, perché poi immagino dopo cosa andrà a raccontare ai magistrati.


Roberto Scarpinato: l’Italia oscena.

marzo 25, 2009

L’ultima intervista di Borsellino.

marzo 19, 2009

Da youtube e da http://www.comedonchisciotte.org

Ripresentiamo la trascrizione dell’intervista rilasciata dal magistrato Paolo Borsellino il 19 Maggio 1992 ai giornalisti Jean Pierre Moscardo e Fabrizio Calvi, così come è andata in onda in televisione. L’intervista venne registrata quattro giorni prima dell’attentato di Capaci in cui fu ucciso Giovanni Falcone. Due mesi dopo (il 19 luglio) lo stesso Borsellino fu ucciso nell’attentato di via D’Amelio a Palermo. In questa intervista si parla dei rapporti tra Berlusconi e la mafia.

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