Coronavirus: andrà tutto bene se…

marzo 17, 2020

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Le grandi crisi sono tragedie, ma anche grandi opportunità. Anche l’epidemia di coronavirus, con tutto quello che si porta con sé, può darci la possibilità di rifondare il nostro paese con alcune elementari ma fondamentali operazioni che avremmo potuto fare ma non abbiamo fatto. Forse abbiamo l’occasione di provvedere ora.

Lavoro. Dobbiamo ridare l’importanza che merita al lavoro produttivo, al lavoro che produce valore aggiunto: agricoltura e industria. La forsennata terziarizzazione dell’economia ci ha impoverito tanto quanto la globalizzazione e la finanziarizzazione. Il cuneo fiscale non va tagliato a tutti, ma solo ai lavoratori dell’agricoltura, dell’industria (meccanica, manifatturiera, chimica, farmaceutica, tessile, alimentare eccetera) e del turismo.

Economia. È venuto il momento di eliminare il denaro contante, stroncando l’evasione fiscale e tutte le forme di economia illegale (droga, prostituzione, racket delle estorsioni, lavoro nero, contraffazione, riciclaggio). Non abbiamo sconfitto le mafie con la repressione, ma possiamo farlo rendendo antieconomiche e individuabili le attività illegali. Col tracciamento di ogni pagamento è possibile.

Giustizia. Torniamo al sistema inquisitorio, affidando a un giudice (istruttore) la fase di indagine, mettendo nelle mani di una figura di garanzia i formidabili mezzi tecnologici investigativi di cui disponiamo, sottraendoli al Pubblico ministero, che è una parte. Adottiamo come regola la detenzione domiciliare, limitando ai casi estremi la reclusione in carcere. E legalizziamo il consumo di stupefacenti.

Istruzione. Buttiamo a mare tutte le cazzate carrieristiche sulla meritocrazia e ridiamo dignità alla figura dei docenti di ogni livello, liberandoli inoltre dal demenziale carico di adempimenti burocratici.

Clima. Approfittiamo di questa fase di confinamento personale per ripensare i nostri comportamenti quotidiani e le nostre città. Abbattendo gli spostamenti in automobile e le emissioni.

Sanità. Uniformare i vari sistemi regionali prendendo a modello quelli più efficienti, privilegiando il sistema pubblico rispetto a quello privato.

Burocrazia. Grazie alla tecnologia, possiamo ridurre il peso economico degli apparati burocratici.

Regioni. Aboliamo le regioni a statuto speciale, riduciamo i costi di tutte le regioni, ora gonfiati dalle clientele politiche locali.

Stato. Sconfiggiamo il dogma del privatismo. In Italia lo Stato imprenditore ha avuto grandi meriti, se usato con criterio può risolvere tanti problemi. Al contrario, le privatizzazioni sono state quasi sempre catastrofiche.

Europa. Abbandoniamo l’idea che l’Europa sia madre o matrigna, soggetto che può risolvere i nostri problemi o aggravarli. Facciamo da noi e potremmo essere noi a guidarla, meglio di Francia e Germania che sono colossi con i piedi d’argilla, con problemi grandi quanto i nostri.


Le riforme

novembre 30, 2010

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Si sovrappongono in questi giorni le notizie su due riforme in elaborazione: Università e Federalismo fiscale. Una coincidenza che descrive plasticamente l’inettitudine dei nostri legislatori.

L’Università, ci dicono, versa in pessime condizioni tanto da necessitare di urgente riorganizzazione. Ma andando a vedere i mali che vengono additati dalla politica nella gestione degli atenei (proliferazione delle facoltà e dei corsi di laurea, bizzarria degli insegnamenti, eccesso di docenti, indebitamento, caos organizzativo, familismo, burocratizzazione eccetera) è elementare individuarne la causa primaria: l’autonomia universitaria, voluta da Luigi Berlinguer e portata a compimento da Letizia Moratti, unita all’irresponsabilità delle varie gestioni accademiche.

La ragione è semplice. Il dirigente italico, non appena dotato di una qualche forma di autonomia gestionale, si abbandona ai peggiori istinti, assecondato da una cultura politica imbevuta di irresponsabilità cronica. Ed infatti la cosiddetta reiforma Gelmini si ispira ad una sostanziale ricentralizzazione della gestione universitaria, con una ottusa visione decuratoria che, dopo anni ed anni di spese allegre, soprattutto a vantaggio del peggio e del superfluo, taglia indiscriminatamente tutti, compresi i migliori.

Bene. Se si volesse trovare un argomento contro il federalismo, si potrebbe prendere ad esempio proprio l’autonomia universitaria ed i suoi effetti nefasti, non tanto per l’impostazione in sè, quanto per l’interpretazione che ne è stata data nei fatti.

Ed invece marcia anche, incredibilmente, la riforma in senso federale che, non a caso, è stata criticata aspramente dagli amministratori locali pochè dietro di essa di nasconde un sostanziale centralismo, laddove si asegnano alle regioni le funzioni, ma non le risorse, ponendo una serie di vincoli finanziari decisi al centro.

Pura schizofrenia.

Detto questo, a consuntivo, una cosa si può dire. Dio ci scampi dal federalismo e, quanto all’università, la riforma più saggia sarebbe annullare tutte le riforme che sono state fatte da dodici anni a questa parte.


Perchè l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino.

luglio 20, 2010

Sono passati due anni e tre mesi dalle ultime elezioni politiche che videro la sfida ad esito scontato fra le alleanze PDL+Lega e PD+IdV. Alcune delle parole d’ordine dello schieramento sconfitto a priori, guidato, se la memoria non mi inganna, da un certo Veltroni, erano “reciproco riconoscimento” (senza curarsi che gli altri dicessero alcunché di simile, e quindi reciproco un corno), “si può fare” (non ci credeva nessuno, nemmeno loro, nemmeno Veltroni) e “vocazione maggioritaria” (alla luce della considerazione precedente, si sarebbe dovuto dire “vocazione minoritaria”).

Nel generale clima mistificatorio, la campagna elettorale fu insignificante, giudicata tutti i commentatori come “noiosa”. La ragione è che mancava in essa l’argomento principe: la Giustizia. Che il centrodestra sia refrattario al tema lo si sa e lo si comprende. Meno chiara (ma anche no) è l’avversione del centrosinistra, che sembra irrimediabilmente folgorato dalla sindrome per cui l’argomento giustizia coincide con l’antiberlusconismo che, nella diabolicamente contorta filosofia imperante, favorirebbe Berlusconi stesso. Sta di fatto che il problema della Giustizia, sia nei due anni di governo Prodi che nel corso della campagna elettorale, sembrava accantonato, pur avendo animato il quinquennio delle leggi vergogna (2001-2006).
Nell’illusione che il confronto fra i due schieramenti si sarebbe articolato sulla “politica”, sui “programmi”, sulle “cose che interessano gli italiani” (come se agli italiani non interessasse la giustizia) i partiti omisero di affrontare la questione, dedicandosi ad altro.

Ma il risveglio, ed il successivo tunnel di incubi, lo conosciamo. Sebbene il paese sia attanagliato da una crisi economica pesantissima che ha imposto licenziamenti di massa, fallimenti, riduzioni dei redditi, tagli indiscriminati a servizi essenziali come scuola e sanità; sebbene siano entrati in vigore principi devastanti come la privatizzazione dell’acqua ed il ritorno all’energia nucleare, il dibattito politico si è acceso sui seguenti argomenti: Lodo Alfano, processo breve, legittimo impedimento, revisione (abolizione) delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, Lodo Alfano bis, “riforma della giustizia”; nonché dai reiterati ed inaccettabili attacchi della maggioranza di governo alla magistratura (quella che indaga e processa, non certo quella che insabbia). Infine siamo stati travolti dalle indagini sulla cricca, sul G8 della Maddalena (quando ancora non si sono chiusi i processi sui fatti del G8 di Genova), sulla Protezione Civile e sulla cosiddetta P3. Inchieste che più che degenerazioni del sistema, sembrano rivelare la sua irrimediabile putrescenza: l’impressione è che gli indagati siano solo malcapitati membri di un sistema intrinsecamente corrotto, nel quale tutti vìolano la legge e càpita a qualche sventurato di essere pizzicato. Davanti a queste evidenze non si può far altro che prendere atto che la questione politica nazionale è una questione giudiziaria e giurisdizionale. Punto e basta. So che fa storcere il naso a politologi e menti raffinate, e non c’è nessun gusto personale nel dirlo, ma è così.

Se vogliamo capire qualcosa del paese in cui viviamo dobbiamo partire da qui: dalla diffusione della cultura dell’illegalità e del delitto nella classe dirigente.

In tutti i paesi del mondo esistono la corruzione e si arrestano politici, in tutti i paesi del mondo membri della classe dirigente (non solo politica) commettono reati; ma solo in pochi, e l’Italia è uno di questi – l’unico del G8 e forse l’unico del G20 – si assiste alla crescita del tasso di illegalità con il progredire del grado di responsabilità pubblica. Se nei paesi europei evoluti il grado di illegalità è grosso modo il medesimo in tutte le fasce sociali, in Italia no: al salire del rango, aumenta. Tanto che il Parlamento è il luogo di lavoro nazionale (forse anche a livello mondiale) con la più elevata percentuale di persone indagate/condannate.

Esistono ragioni storiche profonde che spiegano questo fenomeno. Basti pensare che la classe dirigente italica si è evoluta dal quinto secolo dopo Cristo sopravvivendo a una serie di dominazioni senza eguali nel pianeta (a partire dagli Unni per finire agli Asburgo, ai Borboni ed a Napoleone). E basti pensare che il Regno d’Italia nacque da un compromesso (i plebisciti nei quali si votò con la legge sabauda che conferiva l’elettorato attivo solo al 3% della popolazione, ovvero alla classe dirigente) fra potentati locali e Casa Savoia; compromesso in base al quale i primi (poteri economici, ecclesiastici, aristocratici, militari) accettavano la sovranità piemontese a condizione di poter continuare ad autogovernarsi secondo la “loro” legge, anziché quella dello Stato cui andavano ad assoggettarsi.

La doppia obbedienza alla legge dello Stato ed alla propria (ed in caso di conflitto prevale la seconda) è il germe dell’illegalità della classe dirigente, che neppure il suffragio universale, il fascismo, la resistenza, e la transizione repubblicana (realizzata da partiti portatori di ideologie spesso conflittuali con la nozione di legalità) hanno soppresso. E se il fenomeno è diffuso su scala nazionale, al sud esso ha sempre trovato la sua espressione apicale, con la sopravvivenza, il consolidamento e l’affermazione dell’aristocrazie e della borghesia massoniche e mafiose, affiancate di recente dalle associazioni criminali di nuova generazione (camorre e ‘ndrine).

La cronica, storica, miseria economica del meridione, la tumultuosa crescita economica del nord nel dopoguerra, la preminenza dello Stato nella grande industria e soprattutto nel credito, il centralismo amministrativo, lo spirito corporativo e conservatore della magistratura, un clero attivo sul territorio, la presenza di un grande partito comunista fortemente legalitario (anche se per ragioni più propagandistiche che ideali) avevano arginato il dilagare della criminalità nei palazzi della politica, nei gangli dell’economia, nelle stanze della pubblica amministrazione, nei vestiboli delle curie, nei collegi professionali, nelle corsie degli ospedali e nei corridoi degli atenei. Il venir meno di questi elementi negli ultimi due decenni ha dato il via libera ai poteri occulti ed anticostituzionali, ed oggi gli italiani si trovano davanti questo macigno: la classe dirigente (politica, imprenditoriale, finanziaria, giudiziaria, accademica ed amministrativa) agisce largamente in deroga e/o in violazione delle leggi della Repubblica.

Tralascio forme e dettagli di come ciò avvenga e di come il sistema legislativo abbia creato gli strumenti, le forme ed i metodi di realizzazione; prenderebbe spazio ed ogni italiano avveduto se ne è fatto un’idea vagolando per uffici pubblici ed interagendo con gli imprenditori “di successo”.

Il fatto è che sembra di essere arrivati ad un punto di non ritorno, al discrimine; oltre il quale non è dato comprendere esattamente cosa ci sia, se non una società regolata dalla legge del più forte, del più violento, del più spregiudicato, del più corrotto.

Se vogliamo evitare di superare quel discrimine, o almeno salvare la nostra coscienza, dobbiamo invocare per noi stessi e per i nostri concittadini i principi di Verità e di Giustizia per tutto quello che è accaduto nella nostra storia, recente e meno recente.

L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino, la sua scomparsa fra le fiamme di via d’Amelio in quel 19 luglio 1992, e la conseguente richiesta di conoscerne la sorte, sono la plastica rappresentazione di questa estrema esigenza. Ormai è chiaro, a chiunque si sia documentato, che quel tragico giorno si ruppe il diaframma che conteneva al di fuori della vita della maggioranza degli italiani la più potente organizzazione criminale del mondo (Cosa Nostra) e le sue propaggini continentali. Da quel giorno i pupari di Riina, di Provenzano (giù giù fino a Spatuzza), nonché le loro ramificazioni sul territorio, hanno preso a marciare verso il controllo dell’economia nazionale, e, conseguentemente, del paese. Anche i nostri attuali governanti altro non appaiono se non miseri burattini. Solo così si spiegano la demenziale, assurda, illogica, insensata (agli occhi di un cittadino onesto) attività legislativa della maggioranza parlamentare e del governo in materia di giustizia e la politica sugli appalti statali e sulla privatizzazione improduttiva dei servizi pubblici, finalizzata unicamente a favorire gli investimenti parassitari invocati e voluti dall’economia illegale.

E’ per questo che ieri, rivendicando autonomia da chiunque, ho trascinato in piazza Cavana un gazebo, un tavolo e due sedie (presi a prestito), nonché un trolley di libri (miei), per organizzare la prima manifestazione pubblica della mia vita; per testimoniare, prima di tutto a me stesso, la mia consapevolezza di ciò che ho scritto e di cosa questo paese necessita. Solo la verità accertata dei fatti accaduti in sessanta anni di storia repubblicana, dagli episodi storico-politici remoti alle responsabilità penali personali; solo l’individuazione precisa e personale delle fortune economiche illecitamente accumulate (si sente parlare di 600 miliardi di euro detenuti all’estero, più di un terzo del debito pubblico nazionale); solo l’epurazione definitiva della classe dirigente dai suoi membri dediti all’illegalità ed al crimine – o collusi con esso – e la loro sostituzione con soggetti (uomini o donne, giovani o vecchi) animati da passione civile e da tensione morale potranno ridare speranza all’Italia; che è e resta un paese potenzialmente ricco e prospero, se solo la sua gente avesse la volontà di prendere in mano il proprio futuro.


Napolitano e Gelmini alla Sissa

luglio 13, 2010

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Tace il ministro Gelmini all’inaugurazione della nuova sede SISSA di via Bonomea 265 (Trieste), e tocca all’intraprendente Capo dello Stato legittimare e giustificare una riforma universitaria fatta di tagli, davanti a una platea diffidente e timidamente contestatrice (qualche studente con maglietta protestataria in fondo alla platea). Nella cornice di un discorso fumosamente politico sull’annosa questione del confine orientale e di elogio dei valori della ricerca scientifica (non senza una velata frecciatina indiretta al profilo eccessivamente teorico e scarsamente applicativo della Scuola), il Presidente ci informa che in passato si sono sprecate risorse, agevolando la nascita di troppe sedi univeristarie e di un numero eccessivo di fantasiosi corsi di laurea. Perciò è venuto il momento di usare l’accetta.

E bravo Napolitano.

Peccato che queste degenerazioni sono proprio figlie dell’intervento della politica nella gestione universitaria. Ricordo bene i tempi non lontani in cui le parole d’ordine erano “i ragazzi studiano tanto e non trovano lavoro”, “all’università si studiano cose inutili”; “ci sono studenti cui manca un esame e la tesi, ma non hanno nemmeno un titolo che riconosca lo studio fatto” (e allora? cavoli loro); “dobbiamo fare corsi di laurea vicini alle esigenze delle economie locali, legati al territorio”, “le grandi univiersità cittadine vessano i fuorisede con affitti astronomici, servono sedi decentrate in ogni provincia”. E così via. Tutte fesserie che uscivano dalla bocca dei politici e che il mondo accademico ha subito, rivendicando stupidamente, in cambio, la cosiddetta ‘autonomia universitaria’ grazie alla quale adesso i rettori sono indebitati e senza soldi. E grazie alla quale, all’interno degli atenei, si sono fatti strada i soggetti più spregiudicati, abili nel catturare finanziamenti pubblici con le invenzioni più stravaganti. E’ infatti appena il caso di ricordare che in Italia, a dispetto della chiacchiera corrente, nulla si fa che non sia varato dal Governo, controfirmato dal Capo dello Stato e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Vale per le leggi ad personam ma anche per i decreti istitutivi di nuovi corsi di laurea, di nuovi dottorati, di nuove facoltà.

Ora che quegli slogan sono diventati realtà, siamo a sbattere la testa al muro, davanti ai disastri del 3+2, ai corsi di laurea in pubbliche relazioni, in economia del turismo, in scienze vitivinicole, in gastronomia e altre amenità … Con tutto il rispetto, insegnamenti che hanno scarso o nullo contenuto scientifico e che andrebbero inquadrati in Scuole, più snelle, più aperte al privato, e non in corsi universitari dai costi elevatissimi. Per tacere dei corsi di laurea ‘tradizionali’ improvvisati senza mezzi e senza docenti all’altezza, in strutture inadeguate, con fondi insufficienti. Fabbriche di ignoranti, di falliti, di ‘professionisti’ dannosi per la collettività. Entità che hanno succhiato risorse enormi, sottraendole agli atenei storici che hanno dovuto tirare a campare con mezzi sempre più ridotti. Ora i responsabili di queste scelte scellerate pretendono di abbattere la mannaia su tutto, non solo sui mostri che hanno creato, ma anche su quello che scienza è, su chi avrebbe dovuto crescere ed invece è rimasto compresso, sottodimensionato, moritficato; su quello cui un paese avanzato non dovrebbe rinunciare.

Sarebbe bello sentirne almeno uno ammetterlo: “abbiamo sbagliato noi”. Ma figurarsi.


Il maschilismo di ritorno/2.

giugno 19, 2009

GiambattistaTiepoloRitrattodiFlora

Bisogna essere onesti: siamo un po’ tutti senza parole. Ed il motivo è che sul ruolo della donna nella nostra società abbiamo dato per scontate troppe fantasie e ci siamo rifiutati di guardare in faccia la realtà di una emancipazione proclamata solo a parole e dietro cui, dopo la parentesi degli anni settanta, si è riconfermata una figura femminile ancorata ai ruoli più rigorosamente maschilisti: madre, amante o puttana (per tacere delle suore che ormai sono scomparse).

Sarebbe forse il caso di riflettere sul fatto che il femminismo, quello vero, in Italia non c’è mai stato, che l’emancipazione femminile – salvo qualche isola nella borghesia istruita urbana del nord Italia – è stata solamente la rivoluzione delle figlie di papà, e che in questi anni recenti sono state poste le basi per la riaffermazione del più autentico maschilismo. Perché se l’affermazione sociale della donna passa (quasi) esclusivamente per il suo corpo, con la portata corruttiva che ciò comporta, la comunità non può che difendersi con lo strumento preventivo della discriminazione.

Ora tutti (tutte) gridano allo scandalo del “ciarpame senza pudore”, ma è di pochi mesi fa la solidarietà di tutte le parlamentari donne per Mara Carfagna “attaccata perché donna”, quando invece era stata attaccata per essere “un certo tipo di donna”. Reazione ribadita di fronte al brusco linguaggio di Beppe Grillo in Commissione Affari Costituzionali. E’ solo un esempio. Abbiamo celebrato la donna magistrato, la donna primario, la donna scienziato, la donna astronauta, la donna ministro, la donna torero, eccetera, credendo che fossero le rappresentanti di tutte le donne, quando in realtà non è così.

La realtà è che la “scorciatoia” dell’uso del proprio corpo per l’affermazione sociale (essere fidanzata, moglie, amante o accompagnatrice di qualcuno) non è mai stata ripudiata dal sentimento femminile dominante, aprendo la strada a quello che è un fenomeno a tutti gli effetti corruttivo, socialmente e massivamente corruttivo, quantunque penalmente imperseguibile. E quando un fenomeno moralmente riprovevole e socialmente pernicioso risulta non reprimibile per via istituzionale, non resta che lo strumento “culturale” preventivo, che in questo caso si chiama maschilismo: “le donne stiano a casa”.

E si dovrebbe anche riflettere sul fatto che, sebbene l’emancipazione femminile (comunque la si intenda) sia percepita come un fenomeno acquisito e non revocabile, la nostra società sta integrando milioni di soggetti portatori di culture (africane, orientali, arabe) rigorosamente maschiliste e patriarcali, diffuse in popolazioni che, numericamente, sovrastano quelle del mondo occidentale (Nordamerica ed Europa) dove è riconosciuto il principio della parità dei sessi.

Sicchè il rischio di regredire, su questo aspetto, mi pare molto più concreto di quanto si pensi.


L’incapacità di parlare di donne. E non solo di parlarne.

maggio 8, 2009

Una sorta di marasma mentale sembra aver colto chiunque si sia cimentato nel tentativo di commentare la vicenda personale del presidente del consiglio, diviso fra le sue famiglie, le sue ministre e la platea di giovani donne desiderose di affermarsi nello spettacolo o nella politica che si affollano (metaforicamente) sotto il suo balcone.
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Lettera aperta al Partito Democratico.

aprile 15, 2009

1. Premessa.

Due mesi alle elezioni europee, sette al congresso. Che fare?

La politica ha come primo compito quello di affrontare i problemi del paese e pertanto si ha il dovere, innanzitutto, di individuarli e di elencarli in ordine di importanza, stabilendo quindi cosa la politica può fare e cosa no.

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Vorrei tanto che avesse ragione Berlusconi.

gennaio 26, 2009

“Intercettazioni: emergera’ il piu’ grande scandalo della nostra Storia”. Lo annuncia il Presidente del Consiglio.

Davvero?

Scopriremo finalmente i mandanti delle stragi di Capaci e di via D’Amelio?

Sapremo la verita’ sugli attentati del 1993 di via Fauro, di via dei Gerogofili, di via Palestro, di San Giovanni in Laterano, di San Giorgio al Velabro?

Scopriremo finalmente come e’ stato possibile per Provenzano vivere da latitante per 40 anni, ricevendo quotidianamente dalla moglie e dai figli biancheria pulita e pasti caldi?

Sapremo come e’ possibile che il giudice ammazzasentenze contro la mafia, Corrado Carnevale, possa rientrare (ormai ottantenne) al vertice della Corte Suprema di Cassazione?

Scopriremo finalmente come e’ stato possibile per la mafia infiltrarsi ed inquinare un terzo dell’economia italiana?

Sapremo quello che Mani Pulite non ci ha detto sul marcio della nostra politica?

Capiremo finalmente perche’ un presidente di Regione puo’ festeggiare una condanna a cinque anni di reclusione e diventare immediatamente senatore?

E quante altre verita’ scopriremo? Rocco Chinnici, il generale Dalla Chiesa, la strage del 2 agosto, le stragi, le Brigate Rosse, i mille dubbi sull’operato degli apparati dello stato in sessant’anni di vita della repubblica…

E se davvero esistesse un archivio contenente le risposte a tutto cio’?

Magari. Magari avesse ragione Berlusconi.


Nucleare?

giugno 21, 2008

Sul progetto del governo di avviare la costruzione di alcune centrali nucleari copio e incollo dal sito sinistra-democratica.it un intervento di Giorgio Parisi* che condivido in toto.

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Il maschilismo di ritorno

aprile 19, 2008

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E’ inutile nasconderselo: comunque si affronti la questione femminile (dalle quote rosa all’aborto, dalle discriminazioni sul lavoro alle violenze domestiche) emerge che la cultura del nostro paese è venata da un persistente maschilismo o, per meglio dire, da una forma di resistenza all’idea di un’autentica emancipazione femminile.

Sono passati ormai quarant’anni dall’esplosione del femminismo e dalla nascita dello speculare fenomeno del maschilismo, e tali espressioni e nozioni, a mio modo di vedere, non sono più sufficienti a descrivere la complessità del fenomeno. Basti dire che sono tantissime le donne che, pur rivendicando la propria emancipazione a tutti gli effetti, non esitano a dire di non essere e di non essere mai state femministe. E nessuno osa definirsi maschilista, né alcuno accetta che tale appellativo gli venga rivolto.

Innanzitutto è legittimo chiedersi cosa significa “femminismo” e, simmetricamente, cosa significa “maschilismo”. Sono certo che su tali interrogativi sono stati versati fiumi di inchiostro e distillati pensieri assai profondi. Non potendo e volendo attingere a ciò, tento una riflessione a livello più modesto.

Ricordiamoci quale era lo slogan portante del femminismo degli anni settanta: “io sono mia”. Intendendosi con ciò che si affermava in primis il totale governo di ogni donna sul proprio corpo. Pertanto è già possibile trovare, per negazione, una definizione del maschilismo come il principio, storicamente radicato, secondo il quale esiste una “autorità di governo” sul corpo della donna diversa dalla donna stessa. Poiché il corpo femminile ha un duplice insostituibile valore sociale (oggetto di piacere e “strumento” di procreazione), nel corso della storia la società si è organizzata in modo da impedire che un “suo” elemento tanto importante sia “autogestito” da chi ne è portatore. Quindi è necessario porre su di esso una tutela esterna, esercitata prima dalla famiglia, poi dal coniuge e, in assenza di entrambi, da altri istituti (la badessa, il protettore..).

Ma perché ciò sia effettivamente possibile è indispensabile che la donna sia impedita a sottrarsi a questa tutela, e siccome ciò può avvenire solo con l’indipendenza economica, la sottomissione della donna al “patrimonio” (del padre prima e del marito poi) diviene strumento di controllo personale e sociale. In questo quadro la donna vive la propria esistenza come ancorata alla funzione del proprio corpo inteso come “mezzo” per la sua funzione e promozione sociale.

Il femminismo propose la rottura di questo schema millenario: il corpo di ciascuna donna appartiene ad essa e ad essa sola; e ogni donna provvede alla sua affermazione sociale e personale esclusivamente con le proprie qualità, esattamente come fa l’uomo. La maternità e la possibilità di dare piacere non sono più oggettivamente elementi governati dalla società (attraverso diverse autorità) e soggettivamente “mezzi” di promozione per la donna, ma esclusive espressioni della di lei personalità. La società perde quindi ogni strumento di controllo sulla singola personalità femminile poiché ciascuna donna riesce a governare se stessa con il proprio lavoro.

Si trattava di una rivoluzione epocale che, sebbene tutti la diano per acquisita, a me sembra non venga colta nella sua interezza e profondità. Perché innanzitutto l’organizzazione sociale pre-femminista, pur nei contenuti a che riteniamo giustamente retrivi, aveva un suo equilibrio la cui rottura avrebbe potuto generare (ed ha generato) scompensi.

Osserviamo intanto che sarebbe sbagliato affermare che l’impostazione tradizionale era solamente punitiva nei confronti della donna. Sotto certi aspetti il maschilismo aveva degli elementi di tutela proprio nei suoi confronti. Se infatti la vita di una persona di sesso femminile è organizzata sulla sua possibilità di procreare e/o di dare piacere, cosa è di lei quando il suo corpo non è più in grado di soddisfare a ciò? Cosa impedisce che il suo posto in seno al matrimonio venga insidiato da altre donne più giovani? Semplice: la proibizione per esse di vivere liberamente la sessualità con altri, ivi compreso il marito di lei. L’ordine sociale basato sulla fedeltà e sulla repressione sessuale era quindi organico ad un sistema che tutelava anche le mogli e madri. In una società contadina (come è stata la nostra per millenni), dove il patrimonio era costituito da un bene materiale come la terra, la possibilità che il capofamiglia, rincorrendo altre donne al di fuori del matrimonio, magari dilapidando un bene irrecuperabile, provocando in tal modo il disastro suo, della moglie e della discendenza, era una prospettiva talmente tragica che lo strumento ostativo della sottomissione femminile risultava indispensabile. Ed infatti, anche in tempi recenti, la rigidità maschilista delle comunità contadine era ben superiore a quella del mondo borghese, nel quale la ricchezza è fondata sul lavoro e non sulla proprietà, e dove pertanto era tollerabile e tollerata una maggiore libertà.

A riprova di ciò vale la pena di sottolineare che il maschilismo non è mai stato un sentimento esclusivamente maschile. Anzi: è sempre esistito ed esiste un maschilismo delle donne, spesso più crudo, intransigente e severo di quello degli uomini.

In altre parole il maschilismo aveva la funzione di prevenire l’insidia sociale insita nella libertà sessuale delle donne. Laddove esse fossero state libere di gestire il duplice potere di cui il proprio corpo è portatore, ne sarebbe derivato un pericolo per l’ordine sociale. Più crudamente, potendo il corpo femminile divenire mezzo di corruzione, la libertà sessuale avrebbe causato un dilagare della corruzione a tutti i livelli.

La risposta del femminismo era (uso il passato perché la mia opinione è che il femminismo come fu concepito non esiste più) al tempo stesso, oltre che rivoluzionaria, semplice ed ambiziosa: la donna si riappropria del proprio corpo e rinuncia al potere sociale che il proprio corpo le conferisce, accettando la sfida dei “pari diritti e pari doveri” con l’uomo.

Ma l’ambizione di tale programma si è scontrata con la realtà nella quale le donne hanno compreso tre cose. In primo luogo rinunciare a quel potere rappresenta un grosso sacrificio ed una grande rinuncia: esso significa sistemarsi con un matrimonio, fare carriera con favori sessuali e tante altre cose. Secondariamente, rinunciando alla tradizione, si perdono le tutele che esso garantiva: un mondo di donne libere è anche un mondo di donne in competizione, senza le garanzie che l’ordine familiare fornisce. La sfida dei “pari diritti e pari doveri” è solo per poche. Per mille ragioni che adesso non serve elencare, per una donna tale sfida con gli uomini è impari, possibile solo per una ristretta minoranza. Come accaduto a tante altre rivoluzione, si è risolto in un fenomeno di elite, che ha escluso la maggioranza delle donne.

La conseguenza di tutto ciò è che la rivoluzione femminista è rimasta a metà, e già negli anni ottanta, perlomeno nel nostro paese, è rifluita verso forme più tenui. Forme che non prevedono la rinuncia al potere sociale del corpo, così come l’ho descritto, lasciando quindi che ogni donna persegua la sua affermazione nella società per mezzo della relazione con l’uomo. Con il matrimonio (più economicamente fortunato che si può), con la vita di coppia con personaggi potenti, o più sbrigativamente, laddove è possibile e serve, con il favore sessuale. Il fenomeno è particolarmente acuto in una società come quella italiana, malata di “familismo amorale”, dove la promozione sociale passa per le conoscenze, per le amicizie, per le relazioni. Con una siffatta organizzazione la relazione sessuale, il rapporto di coppia, il matrimonio, divengono strumenti formidabili di successo. E infatti l’Italia è diventato il paese delle aspiranti “veline” e “vallette” d’ogni risma, intese in senso latissimo. Ricordo un programma televisivo condotto da Marcello Veneziani nel quale le ospiti Alessandra Mussolini e Stefania Prestigiacomo arrivarono alla conclusione che “Sì, si può essere veline anche nella vita”. Non so che significato si possa dare a tale principio. Io ne vedo solo uno.

Prospera quindi quella concezione che in passato il maschilismo era inteso soffocare (perchè non vi era altro mezzo), e che ora è socialmente tollerabile perché la società non è più agricola, è articolata, più ricca e, tutto sommato, in grado di sopportare, in qualche misura, il fenomeno. Ma c’è un “ma”. Perchè se tale è il comportamento delle donne (e degli uomini che lo accettano, incoraggiano, assecondano e spesso impongono) e se esso è “in nuce” la ragione profonda del maschilismo, è naturale che con essa risorga, o sopravviva, una forma di maschilismo. E si tratta, ora, di un maschilismo consapevole, elaborato da chi ha prima compreso le ragioni del femminismo, criticandole, accettandole, rigettandole (non importa) ed ora indotto a (ri)scoprire formule di discriminazione aggiornate e adatte alla società contemporanea.

In parole povere, finchè la società (intesa come comunità di uomini e di donne) continerà a considerare naturale che la promozione sociale della donna avvenga grazie al suo corpo, dovremo aspettarci, in proporzione, forme discriminatorie di stampo maschilista.

La cronaca politica recente ci offre una sintesi cruda e triste di queste mie riflessioni. Le parole di Silvio Berlusconi sulla convenienza che una donna provveda a risolvere i propri problemi economici con un matrimonio economicamente fortunato vanno raffrontate all’immagine femminile proposta della reti televisive da egli possedute. E soprattutto dalla visione antropologicamente maschilista che emerge dalla sua politica. La società che egli, più o meno implicitamente, tratteggia, vede la donna di nuovo subordinata all’uomo ed è quindi implicitamente maschilista, nel senso retrivo del termine, ma in forme moderne e consapevoli, e per questo ben più dure da contrastare.

Ed infatti vediamo emergere, qua e là, forme pittoresche di maschilismo che altro non sono che punta di un iceberg nascosto fatto di sentimenti “reazionari” in materia di emancipazione femminile. E andrebbe anche fatta una riflessione sul fatto che essa non è un valore universalmente riconosciuto come ineludibile ed indiscutibilmente affermato. Anzi. Si tratta di un’ideologia diffusa ed accettata nel mondo occidentale (Europa e Nordamerica) ma non nei paesi abitati dalla maggioranza degli esseri umani, e le migrazioni iniettano nei paesi europei culture ostili alla visione moderna della donna che crediamo di aver affermato. A chi si dice convinto che la concezione occidentale è naturalmente destinata a prevalere anche laddove non e’ attualmente accettata, insinuo il dubbio che non è detto che debba essere necessariamente così, e comunque che la nostra visione della donna è destinata ad ibridarsi con idee molto diverse.

Chiedo scusa per la disorganicità e spero di non aver urtato alcuna suscettibilità.