Stupro di gruppo e misure cautelari

febbraio 5, 2012

realismo astrattismo

Leggendo i titoli dei giornali di qualche giorno fa ed i conseguenti commenti sui social network, pareva che la Corte di cassazione avesse depenalizzato lo stupro di gruppo, aperto le celle e rimesso in libertà i branchi di violentatori seriali. Sbigottito, ho approfondito la notizia, apprendendo che si tratta di una sentenza della terza sezione della cassazione relativa ad un procedimento penale per violenza sessuale commessa a Latina da due giovani in danno di una ragazza di minore età.

Ma cosa dice la sentenza? Me la sono andata a leggere.

I due autori della presunta violenza sono stati tradotti in carcere in attesa di giudizio per effetto del terzo comma dell’art. 275 c.p.p. così come modificato dal decreto “antistupri” del 23 febbraio 2009 che ha reso inapplicabili agli indagati per reati sessuali le misure cautelari alternative alla detenzione.

Tale decreto, emanato sull’onda emotiva di un presunto allarme sociale per violenze sulle donne, stabilì appunto che all’indagato per stupro (di gruppo o no), qualora sussistano gravi indizi di colpevolezza, non possono essere applicate misure cautelari diverse dalla detenzione in carcere: o libero o in galera; al giudice per le indagini preliminari non è concessa alcuna via terza. Un principio introdotto solamente per reati sessuali e di criminalità organizzata ma non, per esempio, per altre gravi fattispecie come l’omicidio, l’estorsione, il traffico di esseri umani o di droga. E sottolineo che stiamo parlando di persone indagate, non condannate.

Nel luglio 2010 la Corte costituzionale, investita del problema in un caso di stupro (non di gruppo), dichiarò l’illegittimità costituzionale di tale disposizione, argomentando, in sostanza, che all’indagato per reati sessuali spettano gli stessi diritti di tutti gli indagati, ivi compresa la gradazione della misura cautelare in relazione alle esigenze investigative. Va ricordato infatti che le restrizioni alla libertà personale della persona sottoposta ad indagine possono essere applicate solamente in tre casi (art. 274 c.p.p.): pericolo di inquinamento probatorio, pericolo di fuga e pericolo di reiterazione del reato o di altri reati più gravi. Con la specifica che la sussistenza di tali pericoli deve essere concretamente provata dal pubblico ministero e non desunta da considerazioni astratte.

Nel caso in esame i due soggetti accusati di violenza sessuale si sono visti arrestare ed il giudice, dovendo applicare il decreto “antistupri”, non ha potuto applicare gli arresti domiciliari o l’obbligo di firma (per esempio), sentendosi obbligato a disporre la custodia cautelare in carcere. I difensori di costoro, forti della sentenza della Corte costituzionale, sono ricorsi per cassazione avverso l’ordinanza del GIP, chiedendo di applicare ai loro assistiti la disciplina desunta dalla pronuncia della Consulta, ovvero di investirla nuovamente in relazione allo stupro “di gruppo”, così come era stato fatto per lo stupro “semplice”.

La Cassazione, a mio avviso correttamente, ha ritenuto che la pronuncia della Corte costituzionale potesse essere estesa anche al caso in esame, argomentando che le tutele degli indagati devono essere le medesime per tutti, per quanto aberrante sia l’oggetto del procedimento. Questo significa semplicemente che il GIP potrà applicare agli indagati di cui stiamo parlando misure quali, ad esempio, gli arresti domiciliari. Ma è pacifico che, se condannati, costoro sconteranno la pena in carcere.

La violenza sessuale è un reato odioso, aberrante, ma la presunzione di innocenza vale anche in questo caso ed agli indagati vanno concesse le tutele che spettano a chiunque sia soggetto ad indagini. Tradurre in carcere una persona sospettata di stupro che poi dovesse rivelarsi innocente può risultare un errore giudiziario catastrofico.

Di seguito trovate la sentenza di cassazione integrale e gli articoli del codice di procedura citati.

sentenzacassazione

Art. 274.
Esigenze cautelari.
1. Le misure cautelari sono disposte:

a) quando sussistono specifiche ed inderogabili esigenze attinenti alle indagini relative ai fatti per i quali si procede, in relazione a situazioni di concreto ed attuale pericolo per l’acquisizione o la genuinità della prova, fondate su circostanze di fatto espressamente indicate nel provvedimento a pena di nullità rilevabile anche d’ufficio. Le situazioni di concreto ed attuale pericolo non possono essere individuate nel rifiuto della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato di rendere dichiarazioni né nella mancata ammissione degli addebiti;

b) quando l’imputato si è dato alla fuga o sussiste concreto pericolo che egli si dia alla fuga, sempre che il giudice ritenga che possa essere irrogata una pena superiore a due anni di reclusione;

c) quando, per specifiche modalità e circostanze del fatto e per la personalità della persona sottoposta alle indagini o dell’imputato, desunta da comportamenti o atti concreti o dai suoi precedenti penali, sussiste il concreto pericolo che questi commetta gravi delitti con uso di armi o di altri mezzi di violenza personale o diretti contro l’ordine costituzionale ovvero delitti di criminalità organizzata o della stessa specie di quello per cui si procede. Se il pericolo riguarda la commissione di delitti della stessa specie di quello per cui si procede, le misure di custodia cautelare sono disposte soltanto se trattasi di delitti per i quali è prevista la pena della reclusione non inferiore nel massimo a quattro anni.

Art. 275.
Criteri di scelta delle misure.

1. Nel disporre le misure, il giudice tiene conto della specifica idoneità di ciascuna in relazione alla natura e al grado delle esigenze cautelari da soddisfare nel caso concreto.

1-bis. Contestualmente ad una sentenza di condanna, l’esame delle esigenze cautelari è condotto tenendo conto anche dell’esito del procedimento, delle modalità del fatto e degli elementi sopravvenuti, dai quali possa emergere che, a seguito della sentenza, risulta taluna delle esigenze indicate nell’articolo 274, comma 1, lettere b) e c). (1)

2. Ogni misura deve essere proporzionata all’entità del fatto e alla sanzione che sia stata o si ritiene possa essere irrogata.

2-bis. Non può essere disposta la misura della custodia cautelare se il giudice ritiene che con la sentenza possa essere concessa la sospensione condizionale della pena.

2-ter. Nei casi di condanna di appello le misure cautelari personali sono sempre disposte, contestualmente alla sentenza, quando, all’esito dell’esame condotto a norma del comma 1-bis, risultano sussistere esigenze cautelari previste dall’articolo 274 e la condanna riguarda uno dei delitti previsti dall’articolo 380, comma 1, e questo risulta commesso da soggetto condannato nei cinque anni precedenti per delitti della stessa indole. (2)

3. La custodia cautelare in carcere può essere disposta soltanto quando ogni altra misura risulti inadeguata. Quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui all’articolo 51, commi 3-bis e 3-quater, nonchè in ordine ai delitti di cui agli articoli 575, 600-bis, primo comma, 600-ter, escluso il quarto comma, e 600-quinquies del codice penale (3), è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari. Le disposizioni di cui al periodo precedente si applicano anche in ordine ai delitti previsti dagli articoli 609-bis, 609-quater e 609-octies del codice penale, salvo che ricorrano le circostanze attenuanti dagli stessi contemplate. (4)

4. Non può essere disposta la custodia cautelare in carcere, salvo che sussistano esigenze cautelari di eccezionale rilevanza, quando imputati siano donna incinta o madre di prole di età inferiore a tre anni con lei convivente, ovvero padre, qualora la madre sia deceduta o assolutamente impossibilitata a dare assistenza alla prole, ovvero persona che ha superato l’età di settanta anni.

4-bis. Non può essere disposta né mantenuta la custodia cautelare in carcere quando l’imputato è persona affetta da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria accertate ai sensi dell’articolo 286-bis, comma 2, ovvero da altra malattia particolarmente grave, per effetto della quale le sue condizioni di salute risultano incompatibili con lo stato di detenzione e comunque tali da non consentire adeguate cure in caso di detenzione in carcere.

4-ter. Nell’ipotesi di cui al comma 4-bis, se sussistono esigenze cautelari di eccezionale rilevanza e la custodia cautelare presso idonee strutture sanitarie penitenziarie non è possibile senza pregiudizio per la salute dell’imputato o di quella degli altri detenuti, il giudice dispone la misura degli arresti domiciliari presso un luogo di cura o di assistenza o di accoglienza. Se l’imputato è persona affetta da AIDS conclamata o da grave deficienza immunitaria, gli arresti domicliari possono essere disposti presso le unità operative di malattie infettive ospedaliere ed universitarie o da altre unità operative prevalentemente impegnate secondo i piani regionali nell’assistenza ai casi di AIDS, ovvero presso una residenza collettiva o casa alloggio di cui all’articolo 1, comma 2, della legge 5 giugno 1990, n. 135.

4-quater. Il giudice può comunque disporre la custodia cautelare in carcere qualora il soggetto risulti imputato o sia stato sottoposto ad altra misura cautelare per uno dei delitti previsti dall’articolo 380, relativamente a fatti commessi dopo l’applicazione delle misure disposte ai sensi dei commi 4-bis e 4-ter. In tal caso il giudice dispone che l’imputato venga condotto in un istituto dotato di reparto attrezzato per la cura e l’assistenza necessarie.

4-quinquies. La custodia cautelare in carcere non può comunque essere disposta o mantenuta quando la malattia si trova in una fase così avanzata da non rispondere più, secondo le certificazioni del servizio sanitario penitenziario o esterno, ai trattamenti disponibili e alle terapie curative.

(1) Comma inserito dall’art. 16, comma 1, del D.L. 24 novembre 2000, n. 341, convertito con modificazioni nella L. 19 gennaio 2001, n. 4.
(2) Comma inserito dall’art. 14, comma 1, lett. c ) della L. 26 marzo 2001, n. 128
(3) Parole inserite dall’art. 2, comma 1, lett. a) del D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito con modificazioni, nella L. 23 aprile 2009, n. 38
(4) Periodo inserito dall’art. 2, comma 1, lett. a) del D.L. 23 febbraio 2009, n. 11, convertito con modificazioni, nella L. 23 aprile 2009, n. 38. Successivamente, la Corte costituzionale, con sentenza 7-21 luglio 2010, n. 265 (G. U n. 30 del 28 luglio 2010 – Prima serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità del secondo e terzo periodo del presente comma, così come modificato nella parte in cui – nel prevedere che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine ai delitti di cui agli articoli 600-bis, primo comma, 609-bis e 609-quater del codice penale, è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari – non fa salva, altresì, l’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure. La stessa Corte, con sentenza 9-12 maggio 2011, n. 164 (G. U. n. 21 del 18 maggio 2011 – Prima serie speciale), ha dichiarato l’illegittimità del secondo e terzo periodo dello stesso comma, nella parte in cui – nel prevedere che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine al delitto di cui all’art. 575 del codice penale, è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari – non fa salva, altresì, l’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure. Infine la Corte Costituzionale, con sentenza 22 luglio 2011, n. 231, ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’articolo 275, comma 3, secondo periodo nella parte in cui – nel prevedere che, quando sussistono gravi indizi di colpevolezza in ordine al delitto di cui all’articolo 74 del DPR 9 ottobre 1990, n. 309, è applicata la custodia cautelare in carcere, salvo che siano acquisiti elementi dai quali risulti che non sussistono esigenze cautelari – non fa salva, altresì, l’ipotesi in cui siano acquisiti elementi specifici, in relazione al caso concreto, dai quali risulti che le esigenze cautelari possono essere soddisfatte con altre misure.


Il maschilismo di ritorno/2.

giugno 19, 2009

GiambattistaTiepoloRitrattodiFlora

Bisogna essere onesti: siamo un po’ tutti senza parole. Ed il motivo è che sul ruolo della donna nella nostra società abbiamo dato per scontate troppe fantasie e ci siamo rifiutati di guardare in faccia la realtà di una emancipazione proclamata solo a parole e dietro cui, dopo la parentesi degli anni settanta, si è riconfermata una figura femminile ancorata ai ruoli più rigorosamente maschilisti: madre, amante o puttana (per tacere delle suore che ormai sono scomparse).

Sarebbe forse il caso di riflettere sul fatto che il femminismo, quello vero, in Italia non c’è mai stato, che l’emancipazione femminile – salvo qualche isola nella borghesia istruita urbana del nord Italia – è stata solamente la rivoluzione delle figlie di papà, e che in questi anni recenti sono state poste le basi per la riaffermazione del più autentico maschilismo. Perché se l’affermazione sociale della donna passa (quasi) esclusivamente per il suo corpo, con la portata corruttiva che ciò comporta, la comunità non può che difendersi con lo strumento preventivo della discriminazione.

Ora tutti (tutte) gridano allo scandalo del “ciarpame senza pudore”, ma è di pochi mesi fa la solidarietà di tutte le parlamentari donne per Mara Carfagna “attaccata perché donna”, quando invece era stata attaccata per essere “un certo tipo di donna”. Reazione ribadita di fronte al brusco linguaggio di Beppe Grillo in Commissione Affari Costituzionali. E’ solo un esempio. Abbiamo celebrato la donna magistrato, la donna primario, la donna scienziato, la donna astronauta, la donna ministro, la donna torero, eccetera, credendo che fossero le rappresentanti di tutte le donne, quando in realtà non è così.

La realtà è che la “scorciatoia” dell’uso del proprio corpo per l’affermazione sociale (essere fidanzata, moglie, amante o accompagnatrice di qualcuno) non è mai stata ripudiata dal sentimento femminile dominante, aprendo la strada a quello che è un fenomeno a tutti gli effetti corruttivo, socialmente e massivamente corruttivo, quantunque penalmente imperseguibile. E quando un fenomeno moralmente riprovevole e socialmente pernicioso risulta non reprimibile per via istituzionale, non resta che lo strumento “culturale” preventivo, che in questo caso si chiama maschilismo: “le donne stiano a casa”.

E si dovrebbe anche riflettere sul fatto che, sebbene l’emancipazione femminile (comunque la si intenda) sia percepita come un fenomeno acquisito e non revocabile, la nostra società sta integrando milioni di soggetti portatori di culture (africane, orientali, arabe) rigorosamente maschiliste e patriarcali, diffuse in popolazioni che, numericamente, sovrastano quelle del mondo occidentale (Nordamerica ed Europa) dove è riconosciuto il principio della parità dei sessi.

Sicchè il rischio di regredire, su questo aspetto, mi pare molto più concreto di quanto si pensi.


L’incapacità di parlare di donne. E non solo di parlarne.

maggio 8, 2009

Una sorta di marasma mentale sembra aver colto chiunque si sia cimentato nel tentativo di commentare la vicenda personale del presidente del consiglio, diviso fra le sue famiglie, le sue ministre e la platea di giovani donne desiderose di affermarsi nello spettacolo o nella politica che si affollano (metaforicamente) sotto il suo balcone.
Leggi il seguito di questo post »


Annozero. Silvio, Noemi ed il reato di atti sessuali con minorenni, art. 609 quater c.p.

maggio 8, 2009

Nel delirio demenziale della puntata di ieri di Annozero è emersa la seguente ricostruzione dei rapporti fra Papi e Noemi, attribuibile principalmente a Ghedini.
Leggi il seguito di questo post »


Sesso e potere

luglio 11, 2008

7 Figures on a Beach

Non è una questione di gossip né di politica né di costume. L’ascesa ai vertici governativi per meriti non politici di Mara Carfagna (ammesso che le ricostruzioni fornite siano esatte) investe secondo me una questione profonda che ho cercato di affrontare nel post “il maschilismo di ritorno”.

Non ho voglia di farla lunga. Ci rendiamo conto che il maschilismo, nella sua connotazione più autentica e profonda, storicamente radicata, geograficamente ed antropologicamente estesa, è stato concepito e si è sviluppato esattamente per prevenire i fenomeni che ci sono di fronte? Ditemi se sbaglio.

Di fronte alla macroscopica e perniciosa anomalia di una giovinetta che assurge a posizione di potere per meriti sessuali, ed alle infinite repliche del fenomeno che si producono ad ogni livello sociale, quale strumento difensivo ha la società se non quello di escludere preventivamente le donne dalla vita pubblica e di privarle dell’autonomia nella gestione del loro corpo? Il principio “tu non sei tua” (che, per negazione, esprime il germe del maschilismo), non è forse l’unico tragico strumento che la collettività adotta per impedire alle donne più scaltre di insidiare il potere, di corrompere la società e di provocarne la crisi con la loro inettitudine ed irresponsabilità collocate in ruoli di responsabilità? Perché la corruzione sessuale, a differenza di quella economica, non conosce proporzionalità fra mezzi e fini: il suo potere distruttivo non è controllabile e può essere solamente prevenuto.

La figura paradigmatica (né salvifica né consolatoria) di Mara Carfagna non è forse il preludio al ritorno del maschilismo, al principio per cui “le donne no, stiano a casa”?

E se così è, non è un po’ troppo precipitosa la solidarietà che le è stata concessa da tutte le donne di tutti i partiti? E sono esse sicure di interpretare il sentire di tutte le donne? Tante forse sì, ma tutte forse no. Non risulta infatti ancora pervenuta a Mara Carfagna la solidarietà di Veronica Lario.