Fukushima: worst case scenario

marzo 17, 2011

Cerco di capire cosa sta accadendo in Giappone e rifletto sul worst case scenario: la fusione del nocciolo.

Contrariamente a quello che qualcuno dice, la “fusione del nocciolo” non è un processo di fusione nucleare con cui si intende il fenomeno nel quale due nuclei di atomi di un elemento si fondono per dare vita al nucleo di un elemento diverso. La fusione del nocciolo è semplicemente la fusione delle barre di zirconio (acciaio) e di uranio che si trovano nel reattore e delle barre di assorbimento che vengono inserite per rallentare o fermare il processo di fissione nucleare provocato dai neutroni prodotti dal decadimento naturale dell’uranio.

Una centrale a fissione nucelare funziona quando i neutroni emessi dal decadimento dell’uranio provocano, urtando altri nuclei, ulteriori fissioni, innescando la reazione a catena; i decadimenti conseguenti liberano energia termica che scalda l’acqua in cui è immerso il combustibile e ciò (attraverso un liquido scambiatore) genera il vapore acqueo che alimenta le turbine.

Per fermare la reazione vengono inserite fra le barre di acciaio che contengono le capsule di uranio le suddette barre di assorbimento che hanno il compito di “catturare” i neutroni vaganti smorzando fino ad arrestare la reazione a catena. Vale a dire: se l’uranio è “rarefatto”, “non concentrato”, non c’è reazione a catena e lentamente il reattore si raffredda.

Come ho spiegato nel precedente post, nei reattori di Fukushima si è totalmente bloccato il sistema di raffreddamento dei reattori e quindi si sta innescando la fusione delle barre di acciaio che contengono le capsule di uranio. Tale fusione non è dovuta alla reazione a catena, che è stata fermata dalle barre di assorbimento, ma dallo spontaneo decadimento (che genera energia termica) del materiale radioattivo che si trova nel reattore.

La domanda è: perchè la fusione del nocciolo dovrebbe risultare così catastrofica? Non ho trovato nulla nei siti che ho finora consultato.

Tento una risposta. Se tutto il materiale che si trova all’interno del nocciolo fondesse, esso, liquefacendosi, si depositerebbe sul fondo del reattore. Poichè l’uranio non lega con l’acciaio ed è molto più pesante, si depositerebbe sul fondo, mentre sopra di esso si creerebbero strati di metalli più leggeri fusi. In questo modo la concentrazione di uranio fissile tornerebbe a livelli tali da riattivare la reazione di fissione a catena (mancando della rarefazione dei nuclei di uranio 138 che espellono neutroni all’atto del decadimento garantita dall’inserimento delle barre di assorbimento), con la produzione di energia termica in quantità enormi ed incontrollabili anche nel caso in cui si riattivassero i sistemi di raffreddamento. Ciò provocherebbe, probabilmente, la fusione dell’involucro in acciaio del reattore, il collasso della struttura, una specie di liquefazione totale e la creazione di una massa metallica liquida ad altissima temperatura, con conseguenze che nessuno può prevedere. Nel film “la sindrome cinese” si formulava l’ipotesi che una tale massa fusa ed incandescente potesse addirittura perforare il globo terrestre da un capo all’altro. Fantascienza, ma in effetti non credo che alcuno possa prevedere cosa succederebbe.

In breve: l’incubo consisterebbe nel pericolo che con la fusione del nocciolo si riattivi la reazione nucelare di fissione, che a quel punto diverrebbe incontrollabile.

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Le riforme

novembre 30, 2010

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Si sovrappongono in questi giorni le notizie su due riforme in elaborazione: Università e Federalismo fiscale. Una coincidenza che descrive plasticamente l’inettitudine dei nostri legislatori.

L’Università, ci dicono, versa in pessime condizioni tanto da necessitare di urgente riorganizzazione. Ma andando a vedere i mali che vengono additati dalla politica nella gestione degli atenei (proliferazione delle facoltà e dei corsi di laurea, bizzarria degli insegnamenti, eccesso di docenti, indebitamento, caos organizzativo, familismo, burocratizzazione eccetera) è elementare individuarne la causa primaria: l’autonomia universitaria, voluta da Luigi Berlinguer e portata a compimento da Letizia Moratti, unita all’irresponsabilità delle varie gestioni accademiche.

La ragione è semplice. Il dirigente italico, non appena dotato di una qualche forma di autonomia gestionale, si abbandona ai peggiori istinti, assecondato da una cultura politica imbevuta di irresponsabilità cronica. Ed infatti la cosiddetta reiforma Gelmini si ispira ad una sostanziale ricentralizzazione della gestione universitaria, con una ottusa visione decuratoria che, dopo anni ed anni di spese allegre, soprattutto a vantaggio del peggio e del superfluo, taglia indiscriminatamente tutti, compresi i migliori.

Bene. Se si volesse trovare un argomento contro il federalismo, si potrebbe prendere ad esempio proprio l’autonomia universitaria ed i suoi effetti nefasti, non tanto per l’impostazione in sè, quanto per l’interpretazione che ne è stata data nei fatti.

Ed invece marcia anche, incredibilmente, la riforma in senso federale che, non a caso, è stata criticata aspramente dagli amministratori locali pochè dietro di essa di nasconde un sostanziale centralismo, laddove si asegnano alle regioni le funzioni, ma non le risorse, ponendo una serie di vincoli finanziari decisi al centro.

Pura schizofrenia.

Detto questo, a consuntivo, una cosa si può dire. Dio ci scampi dal federalismo e, quanto all’università, la riforma più saggia sarebbe annullare tutte le riforme che sono state fatte da dodici anni a questa parte.


Napolitano e Gelmini alla Sissa

luglio 13, 2010

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Tace il ministro Gelmini all’inaugurazione della nuova sede SISSA di via Bonomea 265 (Trieste), e tocca all’intraprendente Capo dello Stato legittimare e giustificare una riforma universitaria fatta di tagli, davanti a una platea diffidente e timidamente contestatrice (qualche studente con maglietta protestataria in fondo alla platea). Nella cornice di un discorso fumosamente politico sull’annosa questione del confine orientale e di elogio dei valori della ricerca scientifica (non senza una velata frecciatina indiretta al profilo eccessivamente teorico e scarsamente applicativo della Scuola), il Presidente ci informa che in passato si sono sprecate risorse, agevolando la nascita di troppe sedi univeristarie e di un numero eccessivo di fantasiosi corsi di laurea. Perciò è venuto il momento di usare l’accetta.

E bravo Napolitano.

Peccato che queste degenerazioni sono proprio figlie dell’intervento della politica nella gestione universitaria. Ricordo bene i tempi non lontani in cui le parole d’ordine erano “i ragazzi studiano tanto e non trovano lavoro”, “all’università si studiano cose inutili”; “ci sono studenti cui manca un esame e la tesi, ma non hanno nemmeno un titolo che riconosca lo studio fatto” (e allora? cavoli loro); “dobbiamo fare corsi di laurea vicini alle esigenze delle economie locali, legati al territorio”, “le grandi univiersità cittadine vessano i fuorisede con affitti astronomici, servono sedi decentrate in ogni provincia”. E così via. Tutte fesserie che uscivano dalla bocca dei politici e che il mondo accademico ha subito, rivendicando stupidamente, in cambio, la cosiddetta ‘autonomia universitaria’ grazie alla quale adesso i rettori sono indebitati e senza soldi. E grazie alla quale, all’interno degli atenei, si sono fatti strada i soggetti più spregiudicati, abili nel catturare finanziamenti pubblici con le invenzioni più stravaganti. E’ infatti appena il caso di ricordare che in Italia, a dispetto della chiacchiera corrente, nulla si fa che non sia varato dal Governo, controfirmato dal Capo dello Stato e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Vale per le leggi ad personam ma anche per i decreti istitutivi di nuovi corsi di laurea, di nuovi dottorati, di nuove facoltà.

Ora che quegli slogan sono diventati realtà, siamo a sbattere la testa al muro, davanti ai disastri del 3+2, ai corsi di laurea in pubbliche relazioni, in economia del turismo, in scienze vitivinicole, in gastronomia e altre amenità … Con tutto il rispetto, insegnamenti che hanno scarso o nullo contenuto scientifico e che andrebbero inquadrati in Scuole, più snelle, più aperte al privato, e non in corsi universitari dai costi elevatissimi. Per tacere dei corsi di laurea ‘tradizionali’ improvvisati senza mezzi e senza docenti all’altezza, in strutture inadeguate, con fondi insufficienti. Fabbriche di ignoranti, di falliti, di ‘professionisti’ dannosi per la collettività. Entità che hanno succhiato risorse enormi, sottraendole agli atenei storici che hanno dovuto tirare a campare con mezzi sempre più ridotti. Ora i responsabili di queste scelte scellerate pretendono di abbattere la mannaia su tutto, non solo sui mostri che hanno creato, ma anche su quello che scienza è, su chi avrebbe dovuto crescere ed invece è rimasto compresso, sottodimensionato, moritficato; su quello cui un paese avanzato non dovrebbe rinunciare.

Sarebbe bello sentirne almeno uno ammetterlo: “abbiamo sbagliato noi”. Ma figurarsi.


Report e il nucleare.

novembre 3, 2008

Come ogni domenica, la puntata serale di Report mi ha inflitto il consueto pugno allo stomaco. Agghiaccianti le parole di Scajola sul nucleare, che riporto a memoria ma quasi letteralmente: “sara’ il privato che vuole costruire la centrale nucleare a scegliere il sito dove farla fra quelli indicati dalla commissione scientifica governativa”. E l’intervistatore aggiunge che la legge prevede che il governo possa commissariare gli enti locali che si oppongono alla costruzione sul proprio territorio delle centrali medesime. Tartufescamente il ministro afferma di non ricordarsi di quella norma. Strani ministri che abbiamo: scrivono leggi e decreti ma non ne conoscono mai esattamente il testo. Abbiamo comunque appreso due cose:

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Nucleare?

giugno 21, 2008

Sul progetto del governo di avviare la costruzione di alcune centrali nucleari copio e incollo dal sito sinistra-democratica.it un intervento di Giorgio Parisi* che condivido in toto.

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Il Papa e la Sapienza.

gennaio 16, 2008

Ricordo che ai tempi del liceo, nel corso della prima settimana di lezione, si teneva una messa per tutti gli studenti. Chi non voleva andarci non ci andava. Punto.