Che trionfo?

novembre 26, 2012

Un trionfo della democrazia?

In tutta franchezza non riesco ad entusiasmarmi per la celebrazione delle elezioni primarie del centrosinistra, celebrate da taluni ed irrise da altri.

E’ vero che la grande partecipazione degli elettori è un bel segno di vitalità democratica (e taccia Grillo con le sue sparate), ma la domanda è: per cosa o contro cosa hanno votato quei tre milioni di persone? Per quale prospettiva politica e culturale? Io non l’ho capito.

Ho letto ed ascoltato Bersani, Vendola, Renzi e gli altri due ed ho sentito le consuete parole d’ordine, sempre le stesse da anni. Lavoro, questione morale, scuola ed istruzione, diritti civili, ovviamente declinate con diverse sfumature. Ma alla fin fine si è trattato di una lunga elencazione di slogan. Non ci sono più i ponderosi programmi ulivisti, ma li hanno rimpiazzati con la litania delle parole d’ordine.

In realtà queste primarie sono la versione sinistrorsa della personalizzazione della politica impressa ormai da anni dal prevalere della comunicazione sull’elaborazione contenutistica. E gli elettori hanno votato per sagome di cartone dietro le quali non vi sono idee (e non parliamo di programmi, per carità!) ma solo distinti porzioni di apparato in lotta fra loro per il controllo delle amministrazioni statali e locali.

Bersani ha dalla sua il grosso dell’apparato pd, consolidato soprattutto a livello locale da decenni di governo amministrativo degli enti locali e delle strutture pubbliche e/o parapubbliche collegate. Renzi pilota la massa degli emergenti, vogliosi di farsi largo. Il suo smaccato profilo di arrivista è il miglior ritratto del gruppo di micropotere partitico diffuso che egli guida. Il distacco dei due su Vendola misura la scarsa consistenza della sinistra estrema negli organigrammi di potere.

Purtroppo questa tornata ripropone il vizio originario del partito democratico, ovvero che esso ha scelto i suoi dirigenti prima di nascere, così precludendosi la possibilità di estendere il proprio consenso elettorale al di fuori dei bacini dei due partiti costituenti. La sfida Bersani-Renzi è di fatto un dramma edipico fra il padre ed il figlio ribelle, quando invece sarebbe stato necessario, fin dal 2007, utilizzare il partito per accogliere tutte le componenti che non avevano trovato posto nei vecchi (ed inadeguati, per stessa implicita ammissione dei loro dirigenti), contenitori: ds e margherita.

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Ventennale della strage di via d’Amelio

luglio 19, 2012

Sembrerebbero due mondi diversi. Ieri, nei quotidiani, dominavano le notizie su questioni giudiziarie: intercettazioni, coinvolgimenti di politici (perfino il Capo dello Stato), processi di mafia, impugnazioni e sentenze. Oggi invece si legge di tutt’altro: di soldi. I soldi che i faccendieri della sanità lombarda passavano a Formigoni (nove milioni?); i soldi che mancano nelle casse della Regione Sicilia ma che non mancano nelle tasche dei suoi dipendenti e funzionari (un esercito); i soldi che Berlusconi ha bonificato a Dell’Utri (e a Minetti, a Mora e a una fila interminabile di persone); i soldi che i partiti hanno intascato dal 1994 ad oggi e che temono di non ricevere più; i soldi che le banche hanno truffato ai risparmiatori, piazzando derivati tossici; i soldi degli immensi capitali che le mafie riciclano nell’economia nazionale, soprattutto al nord.

Tutto questo nel ventennale della strage di via d’Amelio, dove morì, con tutta la scorta, Paolo Borsellino, l’ultimo magistrato ucciso nel nostro paese. Già, perché la magistratura ha pagato in Italia un alto tributo di sangue, ma solo fino a quel giorno. Da allora non più, e la ragione è forse che sono stati approntati strumenti più sofisticati e meno “appariscenti” per neutralizzarne l’attività.

Ma perché fu ucciso Paolo Borsellino? La risposta è l’obiettivo principale delle inchieste della procura di Palermo (ma anche di quelle di Caltanissetta e di Firenze) che puntano a squarciare il velo sulla cosiddetta trattativa fra Stato e Cosa nostra, sui mandanti occulti delle stragi del biennio 1992-93, sulle operazioni di riciclaggio che Cosa nostra conduceva all’epoca.

E’ straniante pensare a pool di magistrati e di ufficiali di polizia giudiziaria impegnati in una indagine su fatti così remoti, che dovrebbero figurare nei libri di storia anziché negli atti di un processo. Fatti che, rispetto a quello che accade ora, sembrano archeologia delinquenziale. Autori il cui profilo criminale appare quasi naif, se confrontato con quello di chi, oggi, domina la scena nazionale ed internazionale del malaffare. Non sono infatti più i tempi degli appalti stradali inquinati e gonfiati o delle speculazioni edilizie: ora le cosche mafiose sono holding sovranazionali con interessi planetari.

Eppure siamo ancora qui, a chiederci il perché di quella strage del 19 luglio 1992, e soprattutto il perché della paura che la nostra politica ha, ancora oggi, della verità su quel giorno.

La risposta, forse, viene proprio dalla lettura dei giornali di oggi, dalle notizie sul fiume di denaro che dalle tasche degli italiani finisce nelle mani di politici corrotti e loro clientele, di faccendieri e di mafiosi. Paolo Borsellino morì perché era di ostacolo. Ostacolo a un progetto politico-criminale generico e preciso a un tempo stesso: rubare.


Meno male che c’è una Procura a Palermo

luglio 18, 2012

Procuratori che non hanno paura di fare il loro lavoro e che, facendolo, ci ricordano indirettamente alcune cose.

1. Marcello Dell’Utri, uomo da sempre vicino a membri di Cosa nostra è l’unica persona rimasta a fianco di Silvio Berlusconi dall’inizio della sua attività politica (in realtà anche da prima).

2. Un partito di governo (l’Udc) siede in parlamento solo grazie ai voti garantiti da Cuffaro, attualmente in carcere per favoreggiamento alla mafia.

3. Nelle regioni meridionali il clientelismo protomafioso continua ad imperversare da decenni, nonostante sia stato lungamente al governo il partito della Lega nord, dal quale ci si sarebbe aspettato almeno un freno a tale fenomeno.

4. I partiti della cosiddetta sinistra, pur celebrando ritualmente la lotta alla mafia, sono stati colti da improvvisa amnesia e si sono adeguati alla placida convivenza fra cosche criminali e politica.

5. La progressiva sicilianizzazione dell’Italia, ovvero la penetrazione delle mafie nel tessuto economico settentrionale, è proseguita ovunque, a prescindere dai colori delle amministrazioni locali.

6. Se non fosse affetta dall’infezione mafiosa, l’Italia sarebbe forse il paese più virtuoso della zona Euro, e non saremmo costretti alle cure draconiane del governo Monti.

7. La mafia è quello che è solo perché si accorda con la politica; senza patti di convivenza con gli apparati dello Stato non esisterebbe.

Davanti a queste evidenze, l’azione del governo Monti mi pare un misero annaspare in questioni minori, eludendo la unica vera emergenza nazionale.


Vent’anni di bugie

giugno 21, 2012

A venti anni esatti dal boato di via D’Amelio, il nervo scoperto della Repubblica affiora, plasticamente, come un immaginario cavo telefonico che dai corridoi del Tribunale di Palermo arriva nel cuore della politica romana: il Quirinale.

Dalla crisi finanziaria di allora alla crisi finanziaria di oggi, la politica nazionale ha avuto fra i suoi primari compiti quello di coprire la verità sulle stragi del biennio di sangue, perché da essa sarebbe probabilmente scaturito il vero collasso del sistema di potere che governa il Paese. Non si spiegherebbero altrimenti troppe anomalie. La carriera luminosa dell’oscuro avellinese Mancino, proiettato ai massimi vertici istituzionali quando era soltanto un peone della morente democrazia cristiana; la conversione di Violante, da spietato inquisitore della politica ad acquiescente strumento della normalizzazione della magistratura; la latitanza di Provenzano, che per decenni visse beato in Sicilia, recandosi a piacimento a Roma per far visita a Ciancimino; la sconcertante conduzione del processo Borsellino uno, che mandò all’ergastolo una fila di innocenti; la tetragona inamovibilità di Dell’Utri, unico politico rimasto al fianco di Berlusconi dal ’94 ad oggi. Sono solo esempi, ma manifestamente sintomatici dell’esistenza di una verità inconfessabile che gli italiani non devono sapere, a nessun costo.

Programmi, bipolarismi, bicamerali, federalismi, riforme, sviluppo, crescita e rigore. Parole che da anni ci tirano in faccia pur di non dirci la verità. Che non può nemmeno essere la minaccia di morte per avere qualche beneficio carcerario in più. Anche questa barzelletta la vadano a raccontare a qualcun altro.


Salvatore Borsellino a Cordenons

settembre 25, 2010

Salvatore Borsellino parla nella sala consiliare di Cordenons (PN)

“Ma pensate come mi sento io, quando vedo che l’uomo sospettato di aver ordinato l’omicidio di mio fratello rappresenta lo stato italiano ai massimi livelli!” Queste parole, pronunciate quasi al termine del suo intervento, danno la misura dello spessore shakespeariano dell’uomo che le ha pronunciate: Salvatore Borsellino.

Venerdì scorso ero a Cordenons, all’incontro con il fratello del magistrato ucciso in via d’Amelio organizzato dalle Agende Rosse del Friuli Venezia Giulia (cioè Daniele, Davide, Maria Grazia ed io). Non riassumo il contenuto del discorso, perché nella frase che ho riportato c’è tutta l’intensità di una narrazione che Borsellino porta in giro per l’Italia, nell’indifferenza dei mezzi di informazione.

Chi pensa che il mondo contemporaneo abbia rimosso il dramma, il senso della tragedia, del conflitto, dovrebbe leggere le storie di mafia. Tremila sono i morti della guerra mafiosa degli anni ottanta che vide i corleonesi sconfiggere le famiglie palermitane facenti capo a Bontade. Decine e decine sono i poliziotti ed i magistrati caduti sotto i colpi delle mafie, e centinaia i familiari colpiti dai lutti. E la grottesca pantomima della politica nazionale altro non è che il riflesso pubblico di una lunga guerra di conquista dell’economia nazionale che le organizzazioni criminali stanno conducendo con successo da decenni.

La vera storia d’Italia è oscura ed indicibile, e i veri attori ci sono sconosciuti, nei loro veri ruoli. Ogni tanto ne intravediamo qualcuno, senza però capirne appieno l’importanza, senza saperli collocare. Ogni tanto si scorge una breccia e vale la pena tentare di aprirla. La verità sul 19 luglio 1992 è una di questa e l’agenda rossa di Paolo Borsellino né è il simbolo. Come è il simbolo degli infiniti misteri della Repubblica, della nostra pessima Repubblica che però, ahimè, è l’unica che abbiamo.

Il gazebo delle Agende Rosse a Pordenone (19.09.2010)


Da via d’Amelio a Montecarlo, patacche e depistaggi

settembre 23, 2010

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Faccio molta fatica a reggere le notizie che giornali e televisioni ci rovesciano addosso: dovrei chiedermi se è possibile che esponenti dei servizi segreti hanno o no fabbricato una finta lettera del ministro di un microstato caraibico nel quale si riferisce della proprietà di un bilocale a Montecarlo.

Proprio in questi giorni sto rileggendo la tragica storia di Vincenzo Scarantino, il balordo del quartiere della Guadagna di Palermo, sulle cui accuse sono state incardinate le sentenze Borsellino uno e Borsellino due. Arrestato nell’immediatezza della strage di via d’Amelio, Scarantino rimase a lungo detenuto e, dopo mesi e mesi di silenzio, si decise a “pentirsi”, accusando se stesso ed altri complici di aver partecipato alla strage. Quindi proseguì la collaborazione indicando alcuni boss di Cosa nostra come mandanti dell’attentato. Dichiarazioni che hanno portato a svariati ergastoli e ad altre pesantissime condanne.

Ma pochi sanno che la famiglia di Scarantino ha ripetutamente denunciato le torture, le sevizie cui egli fu sottoposto per indurlo a “pentirsi” ed egli stesso ritrattò ripetutamente le proprie accuse, dichiarando di essersi inventato tutto su suggerimento della polizia e dei pubblici ministeri, chiedendo con insistenza di essere arrestato e la cessazione del programma di protezione.
Ed infatti sono attualmente sotto inchiesta alcuni poliziotti della squadra mobile di Palermo per aver pilotato le deposizioni di Scarantino.

Mettiamo a fuoco: per la strage di via d’Amelio, uno dei fatti più gravi della storia della Repubblica italiana, sono attualmente in carcere numerosi innocenti (anche se alcuni di essi, in verità, sono boss mafiosi che sarebbero comunque detenuti); i reali esecutori ed i mandanti della strage sono ancora sconosciuti; numerosi pentiti indicano in Silvio Belrusconi e Marcello dell’Utri i referenti esterni a Cosa nostra “interessati” all’attentato; poliziotti e magistrati sono sospettati di aver deliberatamente seguito una falsa pista investigativa per distrarre se stessi, i colleghi, l’opinione pubblica e la stampa.

E noi siamo qui, con Santoro, Castelli e Bocchino a parlare di patacche caraibiche.


Di Fini, Feltri, Montecarlo, diffamazione, politica e storia

agosto 18, 2010

pioggia

Viviamo un nuovo fascismo? A dire il vero l’epressione “manganello mediatico” è stata evocata proprio da chi del manganello (quello vero) ha dimostrato per interi lustri di avere una grande nostalgia: a parole, da vecesegretario del Msi, e coi fatti, da vicepremier incaricato di coordinare l’ordine pubblico del G8 di Genova. La stessa persona che è stata dalla stessa parte dei calunniatori che apparecchiarono le campagne su Telekom Serbia e sul dossier Motrokhin. Quindi, nell’esser solidali con l’attuale vittima della campagna diffamatoria di Libero e del Giornale, una qualche riserva ce l’ho.

Al di là di questo, però, vien da dire che il paragone con il fascismo ci sta e non ci sta. Perchè nel ventennio gli argomenti usati dalle camice nere erano più concreti e diretti: manganelli veri.

Ma l’uso politico di una massiccia diffamazione a mezzo stampa non è un’invenzione di questo regime berlusconiano, e lo scrissi tempo fa in questo post.

Come si sa, la storia della Repubblica di Weimar racchiude molti insegnamenti trascurati. Ebert fu bersaglio d’ogni genere di diffamazione e vinse centinaia di processi. Ma la sua immagina pubblica fu distrutta da una innocua fotografia in costume da bagno, che lo rese ridicolo a fronte del suo predecessore (il Kaiser Guglielmo II) e del suo successore (il generale Von Hindenburg).

Ammettiamo che Fini provi di aver acquistato una cucina componibile per un mezzanino di periferia: gioverà alla sua carriera politica mostrare di essere un uomo che passa il suo tempo ad arredare tinelli, a fronte di uno che ha perso il conto delle ville che possiede?