Contante? Abolirlo, non limitarlo

settembre 25, 2019

 

banconota

Leggo che il governo sembra intenzionato a limitare l’uso del denaro contante come forma di contrasto all’evasione fiscale, e trovo che sia una iniziativa molto positiva anche se arriva in grave ritardo. È appena il caso di ricordare che il governo Monti aveva posto il limite di mille euro alle operazioni con banconote, ma il governo Renzi si era affrettato a innalzarla nuovamente. Come ho già espresso qui, il contante è uno strumento superato, anacronistico, e si deve andare verso la sua totale eliminazione.

L’idea che la moneta cartacea favorisca solamente l’evasione fiscale è infatti riduttiva, perché il suo uso è fondamentale per quasi tutte le attività economiche illegali così come oggi le conosciamo. La sua scomparsa non le eliminerebbe, ma ne renderebbe molto più complessa la realizzazione e, al pari tempo, sarebbe molto più facile la loro individuazione e repressione.

Non può esistere spaccio di strada senza denaro contante, perché è impensabile che un pusher riscuota il prezzo dei suoi commerci con il POS, e quindi, automaticamente, verrebbe meno il fenomeno dei quartieri urbani che attualmente sono ostaggi dei piccoli eserciti di spacciatori di strada. Il fiorente mercato della contraffazione che riversa sui marciapiedi beni di consumo prodotti illegalmente troverebbe un enorme freno nell’impossibilità di acquistare oggetti fuori da luoghi adibiti legittimamente alla vendita. Stesso discorso vale per la prostituzione diffusa nelle vie urbane. Tali attività continuerebbero a esistere, ma necessiterebbero di attività di copertura lecita, sulle quali il Fisco riscuoterebbe le imposte. Inoltre, le sex workers, dovendo essere inquadrate come dipendenti regolari adibite a una qualche mansione legale, avrebbero finalmente una qualche forma di tutela. Taccio sulla corruzione minuta, sui regali, su buste e bustarelle, sulle banconote conservate scientemente fra i documenti fiscali di trasporto merci di cui ben sa chiunque operi nel commercio. Ognuno ci arriva da sé.

Faccio tali esempi perché sono le attività su cui si basa la gigantesca macchina delle mafie nazionali ed estere importate, che vedrebbero nell’abolizione del contante un ostacolo enorme nella prosecuzione delle loro condotte e uno strumento di contrasto formidabile in mano alle forze dell’ordine.

I vantaggi si estenderebbero anche ad altre forme di criminalità non meno odiosa. Le rapine, per esempio. Non avrebbe più senso rapinare banche e neppure abitazioni private, perché una eventuale refurtiva in beni di valore sarebbe invendibile sul mercato della ricettazione, essendo impensabile per un ricettatore fare un bonifico a un rapinatore. Fine quindi dei topi d’appartamento, dei mercanti di opere d’arte rubata, di tombaroli e affini. E se non fine, sicuramente una vita molto più grama e difficile.

Abbiamo a portata di mano uno strumento tecnologico, la moneta elettronica, che può far svoltare la nostra economia e porre l’Italia all’avanguardia in Europa, se saremo i primi a fare questa scelta drastica ma decisiva.

Certo, sopravviveranno le grandi frodi, i grandi evasori che ricorrono ai Paradisi fiscali, ma su di essi potranno concentrarsi le attività di contrasto attualmente disperse nell’inseguimento di piccoli fenomeni di illegalità con costi che superano i ricavi.

Il contante è la linfa delle illegalità, l’acqua vitale delle mafie. Eliminarlo sarebbe un passo avanti epocale, né di destra né di sinistra, né di centro. Sarebbe auspicabile vedere tutti determinati a volerne la fine.

 

 

 


Ma cos’è questa crisi.

agosto 10, 2019

 

crisi

Hanno ragione i commentatori della stampa nazionale nel descrivere la tristezza e la pochezza dei protagonisti della maggioranza e la desolazione culutrale che emerge dalla crisi di governo in corso. Espressione – crisi di governo – fin troppo nobile per essere riferita a tali nullità. Ma c’è una cosa ancor più triste e misera: la sterminata vacuità delle proposte politiche alternative che dovrebbero provenire dai partiti attualmente all’opposizione. Pd, Forza Italia, Sinistra Italiana, e chi altri forse dovrebbe esistere, nulla hanno da dire di significativo. E infatti blaterano a vuoto.  Ma il peggio viene proprio dagli organi di informazione, dagli editorialisti, dai maîtres à penser nostrani che partecipano allo sceneggiato senza nulla aggiungere di originale. In questo immenso nulla, cui assisto immoto dal giorno delle ultime elezioni, non posso far altro che riproporre le dieci riforme che io farei, e che ho già elencato qui, illustrandole brevemente in post successivi:

1. Abolizione del denaro contante.
La tracciabilità di ogni pagamento, unita all’attivazione di efficaci e ragionevoli strumenti giurisdizionali (primo fra tutti una buona legge sul falso in bilancio), costituisce lo strumento in grado di avviare la definitiva sconfitta delle mafie, primaria e principale zavorra dell’economia nazionale. Non solo. La sua introduzione segnerebbe la fine delle nostre piaghe endemiche: racket, evasione fiscale, lavoro nero, economia sommersa, etc. Con benefici enormi per le finanze pubbliche.
2. Abbattimento del cuneo fiscale nei settori primario e secondario.
La riduzione generalizzata delle tasse, al momento, è improponibile. Va operata una detassazione mirata ai settori che producono valore aggiunto: agricoltura e soprattutto industria. Il lavoro manifatturiero va cioè drasticamente defiscalizzato, onde fermare il fenomeno della delocalizzazione, favorire il rimpatrio delle produzioni ed incentivare nuovi investimenti nel settore produttivo.
3. Scuola e Università: abolizione di tutte le riforme degli ultimi 30 anni.
Da Luigi Berlinguer (compreso) in poi è stata una corsa a chi faceva peggio. Abolire tutte le riforme fatte è una provocazione, ma è fuor di dubbio che il sistema di trenta anni fa era migliore.
4. Raddoppio (almeno) del numero dei magistrati.
Con contestuale riduzione del loro (ingiustificatamente alto) reddito e periodo formativo presso la Polizia Giudiziaria. Vanno poi accorpati i tribunali, in modo da portare ad almeno 500.000 il numero di cittadini di ogni circoscrizione.
5. Riscrittura del codice di procedura penale.
Riscrittura totale, con ritorno al sistema inquisitorio (in luogo di quello accusatorio), in coerenza con la nostra tradizione e con l’ordinamento degli altri paesi dell’Europa continentale.
6. Riduzione delle competenze regionali ed abbattimento dei costi relativi.
La sburocratizzazione deve partire dalle Regioni, autentiche fonti di inutili complessità amministrative, nonché centri di rovinosa spesa pubblica improduttiva e clientelare (soprattutto quelle a statuto speciale).
7. Abolizione del rogito notarile.
Il costosissimo rito medievale del rogito notarile per l’acquisto di un immobile è talmente anacronistico da indurre alla rivolta. Ora che anagrafe e catasto sono totalmente digitalizzati, una compravendita immobiliare si perfeziona con pochi clic al computer. Sostituendo il passaggio dal notaio con atto amministrativo, si liberano risorse per i consumi.
8. Imu prima casa.
Va reintrodotta la tassa sulla prima casa (ICI o IMU) ovviamente con franchigia (cioè azzerandola per gli immobili di modesto valore). L’IMU sulle case successive alla prima deve essere progressiva.
9. Legge elettorale proporzionale con sbarramento al 5%.
Dopo decenni di convulsioni, la conclusione è una sola: l’Italia è paese ideologicamente e territorialmente sperequato; quindi serve una legge proporzionale pura con sbarramento al 5%. E con reintroduzione di congruo numero di firme di presentazione per tutti. Almeno 100.000 su scala nazionale. Ripeto: per tutti i partiti, nessuno escluso.
10. Incompatibilità parlamentare-ministro.
Le cariche di parlamentare e di ministro devono essere rese incompatibili con norma costituzionale. I parlamentari vengono eletti dal corpo elettorale per stare in Parlamento. A capo dei ministeri devono andare soggetti competenti dediti unicamente al funzionamento della macchina statale. Non è solo questione filosofica di separazione dei poteri, ma elementare e fondamentale strumento di efficienza amministrativa.

* * *

Non aggiungo altro se non una breve considerazione sull’ultimo punto. È scoppiato l’allarme per la posizione del Ministro dell’Interno che assommerebbe al momento più ruoli: Vicepresidente del Consiglio promotore della crisi, leader del principale partito o coalizione alle prossime elezioni, “candidato premier” e gestore della procedura elettorale. Scandalo fra i pensosi elzeviristi dei quotidiani e fra gli insigni costituzionalisti che popolano le tribune tv. Avranno anche ragione, ma questo accumulo non si sarebbe verificato se si fosse pensato all’unica modifica costituzionale che andava fatta alla carta del 1948, ovvero all’introduzione dell’incompatibilità fra ministro e candidato/parlamentare. Come è in Francia, dove le costituzioni le hanno inventate. Semplice no? Eppure nessuno ci aveva pensato.

Buonanotte.

 


Sesto potere

aprile 18, 2019

modulo

Se i tre poteri tradizionali degli stati moderni sono il legislativo, l’esecutivo e il giudiziario; se per gergo comune il quarto potere è il giornalismo e il quinto è la televisione, un nuovo potere ha steso i suoi tentacoli sulle nostre vite. La burocrazia. La massa di strutture e sovrastrutture amministrative che dominano, condizionano e divorano le istituzioni, pubbliche e private.

La burocrazia è sempre esistita, ma chi ha memoria sufficiente la ricorda come una banale e noiosa appendice di ogni attività umana, generalmente affidata a chi effettivamente svolgeva una determinata attività. Chi si recava in ospedale riferiva i propri dati all’infermiere o al medico di turno, che compilava un modulo per poi procedere ai propri compiti. Scuole e università avevano modeste segreterie che svolgevano la semplice ma necessaria attività di supporto a didattica e ricerca. Gli enti locali impiegavano operai, assistenti sociali, operatori di vario tipo e quel minimo di impiegati dedicati agli essenziali compiti di stato civile, servizi elettorali e amministrazione. Le società pubbliche di servizio si occupavano di acqua, gas, energia elettrica, e le relative strutture burocratiche erano contenute all’essenziale. I pochi grandi burocrati erano invisibili, collocati ai vertici delle strutture nazionali: i ministeri, le banche pubbliche, gli enti nazionali come INPS, INAIL, eccetera.

Ora no. Il lavoro, quello manuale, pratico, di servizio alle persone, è appaltato a imprese private, mentre gli enti pubblici sono megastrutture di dirigenti amministrativi che gestiscono gli appalti. Le aziende sanitarie occupano più amministrativi che medici. I quali amministrativi si preoccupano di tagliare i posti letto e le prestazioni, ma non di ridurre gli uffici, che si estendono progressivamente all’interno delle strutture ospedaliere che vengono man mano chiuse.

Gli enti locali occupano ormai solo funzionari e creano una pletora incontrollabile di società partecipate anch’esse dedicate a compiti più burocratici che concreti. L’assurda burocratizzazione dell’attività delle Procure ha trasformato gli investigatori della Polizia Giudiziaria in funzionari, gravati dall’onere di compilazione di inutili e monumentali faldoni cartacei. Negli ultimi trent’anni il legislatore ha burocratizzato tutto: fisco, sanità, istruzione, ricerca, assistenza, previdenza, lavori pubblici.

Al centro di questo cancro ineliminabile che drena enormi risorse pubbliche vi è la crescente casta dei burocrati; un esercito di individui inadeguati ai loro compiti che non conoscono la macchina che gestiscono e paralizzano ogni attività. Irresponsabili per i loro errori e per la loro ignoranza, creano conflitti di competenza, frenano le attività reali, mortificano le qualità di chi opera, divorano le strutture che dovrebbero far funzionare. Insegnanti, medici, infermieri, ricercatori, investigatori, imprenditori, tecnici di ogni ramo sono oppressi da una caotica montagna di protocolli e di direttive che ne mortifica l’attività, ne condiziona la carriera e ne avvelena l’esistenza.

I politici che tuonano contro la burocrazia europea sono responsabili di aver creato una ben peggiore burocrazia nazionale e locale, popolata di raccomandati assunti per convenienza politico-elettorale o personale, affogando le attività del paese con una ossessione di procedure inutili e di normative ridondanti, oppressive, contraddittorie.

Perché il tratto caratteristico della burocrazia è l’ottusità. Ottuso è, per definizione, il burocrate, e ottusa è, per costituzione, ogni struttura burocratica. Che non sa, non vede, non capisce, non ha idee. Non può fare nulla se non frenare, fermare, vessare.

Questo nuovo potere ottuso è il tratto caratteristico del nostro presente ottuso e meschino, privo di sogni e di idee, privo di soluzioni e di speranze. La mentalità burocratica che ci attanaglia è figlia dell’ignoranza, della pochezza. È la proiezione astratta della mente di un burocrate, che una cosa sola sa fare: compilare un modulo prestampato. E il bilancio dello Stato affonda per mantenere un mare di strutture ottuse, inutili e dannose che divorano loro stesse e il Paese.


Contanti e pistole

aprile 2, 2019

pistola

Ho scritto qui quelli che secondo me sarebbero i grandi, enormi vantaggi derivanti dall’abolizione del denaro contante e dalla sua sostituzione con moneta elettronica. L’Italia detiene, a quel che si legge, il primato mondiale dell’evasione fiscale e chiunque comprende che la tracciabilità di ogni pagamento è lo strumento che potrebbe sconfiggere questa endemica piaga. Prima o poi ci arriveremo, ed allora guarderemo al passato (cioè il nostro presente fatto di cartamoneta) con lo stesso spirito con cui ora guardiamo all’epoca delle economie basate sul baratto. Con buona pace di filosofi, uomini di fede, politici ed affini, bisogna prendere atto che a migliorare le nostre vite, a cambiare il corso dell’umanità è sempre stata, e presumibilmente sarà, la tecnologia. Oggi abbiamo a disposizione lo strumento tecnologico per sanare le malattie più gravi dell’economia mondiale, ma per ragioni che nessuno vuole ammettere pubblicamente, ci ostiniamo a non volerlo utilizzare.

Evasione fiscale, sommerso, economia criminale, mafie, lavoro nero… Sono tutti fenomeni che con moneta elettronica possono essere eliminati.

Ma ci sono altri benefici meno diretti. Si parla molto, in questi giorni, della legge sulla cosiddetta (sempre) legittima difesa, prefigurando un mondo in cui sarebbe lecito sparare ai malintenzionati che accedono ad una proprietà privata. Sappiamo che tale legge cambierà ben poco, ma va riconosciuto che in tempi recenti assistiamo a una recrudescenza di reati violenti quali il furto in appartamento/villa e le rapine a commercianti. C’entra qualcosa con l’abolizione del contante? Apparentemente no, ma invece sì.

Chi ruba, qualunque cosa rubi (oggetti preziosi, opere d’arte, automobili, motocicli, beni di consumo, eccetera) non lo fa certo per proprio uso, ma per trarne un vantaggio economico che si concretizza con la rivendita di tali beni nel mercato della ricettazione. Mercato che, come ogni attività illegale, esiste grazie alla moneta contante. È infatti inverosimile pensare che un ricettatore faccia un bonifico o un assegno al ladro che gli cede la refurtiva. Sparendo la cartamoneta, sparirebbero anche ladri e rapinatori, e le pistole in casa non servirebbero più.

Vogliamo fare altri esempi? Siccome è difficile immaginare che una prostituta che esercita in strada si doti di POS, senza contante vedremmo sparire anche l’esercizio del mestiere in strada, con grande beneficio per la vita nelle città. La prostituzione certo non sparirebbe, ma dovendosi effettuare sotto la copertura di attività lecite, garantirebbe un minimo di tutela alle donne che la praticano e i relativi proventi fiscali allo Stato.

Di queste elementari considerazioni nulla traccia vi è nel dibattito pubblico, che continua ad alimentarsi di solenni fesserie, quando si continua a non considerare neppure la cosa più elementare da farsi.


E se avessimo conservato il proporzionale?

novembre 12, 2018

elezioni

Una cosa però va detta: non c’è più Berlusconi. Non si sa cosa fa, cosa pensa. A nessuno interessa la strategia di Forza Italia. L’uomo che dal 1994 al 2018 ha tenuto in ostaggio l’Italia è relegato nell’anticamera della politica italiana. Si dirà che è merito (o colpa) di Salvini, dei cinquestelle, dell’età, del destino. O chissà di che altro. In realtà la causa primaria sta nella legge elettorale prevalentemente proporzionale, che confina ogni leader nell’alveo del suo reale consenso, senza premi artificiali che ne ingigantiscono la presa sulle istituzioni.

Vale allora la pena di fare una riflessione sulla ossessione per le leggi elettorali che ci affligge fin dalla fine dell’era democristiana. Si cominciò con i referendum di Mario Segni e con la retorica del bipolarismo, che produssero la legge Mattarella. Un sistema uninominale maggioritario utilizzato nelle elezioni 1994, 1996 e 2001. Poi arrivò la legge Calderoli, un sistema maggioritario con premio alla coalizione (dichiarato incostituzionale), con il quale abbiamo votato nel 2006, nel 2008 e nel 2013. Anno in cui si è cominciato a parlare del cosiddetto Italicum, che della legge Calderoli era solamente una lieve modifica. Tutti questi sistemi avevano un denominatore comune: lo spirito coalizzante, la necessità di coagulare attorno a un leader una pletora di formazioni, con il risultato di creare agglomerati politicamene eterogenei uniti solamente dall’interesse elettorale. A riprova esemplare di ciò, va ricordata la legislatura 2001-2006, nella quale il centrodestra a quattro componenti (Forza Italia, Lega nord, Centro democratico ed Alleanza nazionale) ottenne una maggioranza schiacciante ma il relativo governo non produsse alcunché di politicamente rilevante. Un quinquennio sprecato, sol che si pensi che la Grande crisi era di là da venire e si sarebbe potuto intervenire strutturalmente sul debito pubblico.

Di questi lustri dominati dalla logica maggioritaria e bipolare ci resta quindi una sola cosa: la frattura fra berlusconismo e antiberlusconismo. L’ossessione per la governabilità, per la democrazia efficace, per i parlamenti non più ostaggio dei partiti ha prodotto l’esatto contrario: proliferazione dei micropartiti, trasformismo, coalizioni deboli, governi paralizzati. E propaganda, soprattutto propaganda. La propaganda pro-Berlusconi e quella contro Berlusconi. Cinque lustri sono trascorsi così.

Viene allora da farsi la domanda “e se…?” E se avessimo mantenuto un sistema elettorale proporzionale? Non sto a scomodare Tolstoj sulla controfattualità nella storia, ma nulla ci vieta di chiederci cosa sarebbe accaduto se avessimo mantenuto lo spirito proporzionalista saggiamente voluto dai costituenti.

Alle elezioni del 1994 Forza Italia ottenne circa il 22% dei voti ma, grazie alla spregiudicata doppia alleanza con Lega ed Alleanza Nazionale, Berlusconi ottenne la maggioranza parlamentare. Con fatica immane venne creato uno schieramento avverso, che riuscì faticosamente ad arginare B. fra il 1996 ed il 2001. Quindi, con il circa 30% dei voti, l’allora Cavaliere si riprese il governo del paese. Con leggi elettorali proporzionali non sarebbe successo. Egli avrebbe avuto certamente un numeroso gruppo parlamentare, ma senza poter mettere le mani sull’Italia, risparmiandole la venticinquennale guerra fra pro-B. ed anti-B.

Tali argomenti mi paiono sufficienti a perorare per l’oggi e per il domani il ritorno ad una legge elettorale schiettamente proporzionale, eventualmente corretta con il solo sbarramento al 5%, come ebbe ad auspicare (chissà se qualcuno se lo rammenta) l’allora Presidente Pertini durante una visita di Stato in Germania. Venendo per questo subissato di critiche.

È proprio vero che, talvolta, la miglior riforma è conservare.


Memoria e fascismo

novembre 5, 2018

memoria2

Chi cerca una prova del fatto che le giornate della memoria e del ricordo non servono a nulla, la trova nelle chiacchiere di questi giorni sul rinato fascismo che ci affliggerebbe. Chi utilizza la categoria del fascismo per classificare, in qualsiasi senso, l’attuale fase politica, dimostra una sola cosa: di non sapere cosa è stato il fascismo. Dire che la Lega o il Movimento cinque stelle sono movimenti fascisti, o venati di fascismo, è il miglior modo per dimostrare la propria ignoranza della storia.

Già mi immagino i futuri giorni della memoria, o il 25 aprile prossimo venturo, dedicati da tanti (troppi) al tentativo esporre analogie, trovare similitudini, per trarre conclusioni sulla necessità di un nuovo antifascismo.

Se fosse solo tempo sprecato non ci sarebbe nulla di cui disperarsi. Ma non è così, perché questo uso distorto della memoria ne offusca l’uso corretto, che, per quel che riguarda l’attualità, non deve affatto risalire fino al Ventennio, ma fermarsi molto prima. Se è giusto, come è giusto, fare esercizio di memoria storica per fatti di oltre ottanta anni fa, è altrettanto giusto, se non doveroso, farlo per fatti di venti o trenta anni fa. Perché l’attuale assetto politico non è figlio del fascismo, ma dell’era berlusconiana che corre dal 1994 al 2018, e che viene erroneamente etichettata come “prima repubblica”.

Matteo Salvini e Luigi di Maio, così come il loro degno predecessore Matteo Renzi, non sono diventati adulti nelle trincee della Grande Guerra, come coloro che costituirono la massa elettorale che portò Mussolini al potere, ma sono stati cresciuti dai cartoni animati di Candy Candy e di Holly e Benji, ovvero da altri programmi come La Ruota della Fortuna. Come possiamo anche solo avvicinarli ai protagonisti di un’epoca popolata di reduci, di invalidi, di ex militari traumatizzati dai massacri del ‘15-‘18?

Per capire l’oggi, la memoria va fermata al più prossimo periodo 1994-2011, nel quale le istituzioni repubblicane finirono in ostaggio di colui che era il monopolista dell’informazione televisiva. Se la Lega odierna è erede del partito che ne fu alleato, il M5S ha costruito la propria fortuna elettorale sull’ambigua alleanza di fatto fra il Partito democratico e Forza Italia. Quindi dobbiamo concentrare la nostra attenzione su quegli anni.

In soccorso della nostra memoria giunge in libreria il volume “Il patto sporco”, di Nino di Matteo e Saverio Lodato, che sintetizza il contenuto della sentenza del “processo Trattativa” che ha visto condannati l’ex senatore Marcello Dell’Utri, tre alti ufficiali dei Carabinieri ed alcuni boss mafiosi per il reato di minaccia a corpo politico.

Alle pagine 136-137 si legge: Vittorio Mangano (lo “stalliere” di Berlusconi ad Arcore, nel 1994 reggente dello storico mandamento mafioso di Porta Nuova a Palermo), su incarico di Brusca e Bagarella contattò Dell’Utri, ricevendo da questi assicurazioni che si sarebbe adoperato per ottenere modifiche legislative nell’interesse dell’associazione mafiosa… Il fatto che Berlusconi fosse sempre stato messo a conoscenza di tali rapporti è incontestabilmente dimostrato dall’ esborso da parte delle società facenti capo a Berlusconi di ingenti somme di denaro… tali pagamenti [a Cosa nostra] sono proseguiti anche dopo che Berlusconi aveva assunto l’incarico di Presidente del Consiglio; almeno fino al dicembre 1994, quando a Giusto Di Natale (mafioso palermitano del mandamento della Noce) fu fatto annotare un versamento di duecentocinquanta milioni nel “libro mastro” che in quel momento egli gestiva (1).   

Domando: dobbiamo indagare sulle presunte analogie fra i nostri leader attuali e Mussolini, o forse interrogarci sull’avere avuto in tempi recenti un Capo del Governo, tuttora leader di un partito politico presente in Parlamento, che versava centinaia di milioni di Lire a Cosa nostra, la più pericolosa associazione criminale d’Europa di quegli anni? Quale peso ha sul presente questo agghiacciante recente passato? Possibile che di tutto ciò nessuno abbia il coraggio di parlare?

Chiunque rimuova tali interrogativi, preferendo parlare di un presunto riemergente Ventennio, fa un torto alla verità ed è complice (involontario o no) di chi, di quel passato inconfessabile, vuole cancellare ogni traccia.

——————————————————————————————————————————————

(1) Se tali affermazioni fossero appena meno che certe, il volume da cui sono tratte sarebbe già stato sequestrato ed il magistrato Di Matteo sottoposto a processo penale e disciplinare.

 

 


Debito pubblico e illegalità

ottobre 27, 2018

 

pillole-droghe-legalizzate-50x70cm-97358

Nei quotidiani di questi giorni dominano due notizie: il conflitto fra Governo italiano e Istituzioni sovranazionali (Commissione europea e Bce) e la tragica morte di una ragazza minorenne nel quartiere di San Lorenzo, all’interno di uno stabile abbandonato e divenuto area di spaccio di stupefacenti. Qualcosa che lega queste due notizie? Apparentemente no, ma in realtà sì.

Come ho scritto qui, lo strumento che ci consentirebbe di uscire dalle problematiche del nostro bilancio cronicamente in passivo, a mio modesto parere, è l’abolizione del denaro contante. La conseguente emersione dell’economia illegale o semi-legale e la possibilità di rendere irrilevante l’evasione fiscale, darebbero allo Stato risorse finanziarie aggiuntive e soprattutto la possibilità di trattare con le istituzioni sovranazionali soluzioni per superare il problema del debito pubblico.

Simultaneamente l’abolizione del denaro contante sarebbe il colpo di grazia per alcune forme di illegalità, quali appunto lo spaccio di strada. Se esistono aree urbane di fatto sottratte alla vita civile dai pusher di droga, lo si deve alla possibilità di acquistare stupefacenti con denaro liquido. Se il contante non esistesse, chi traffica in sostanze illegali dovrebbe trovare attività lecite di copertura: non riesco infatti ad immaginare un pusher con il POS che riceve il pagamento delle dosi a mezzo carta di credito.

Lo stesso avverrebbe per altre attività illecite come la prostituzione di strada o la vendita di beni contraffatti.

Peccato che nessuno abbia il coraggio di sostenere questa prospettiva in maniera adeguata. L’ottimo Cottarelli, che appare continuamente in televisione, e che è stato alto funzionario del Fondo Monetario Internazionale, sembra dimenticare che l’abolizione del contante è fortemente consigliato ai governi dallo stesso Fmi.

E l’Italia, paese dell’illegalità diffusa, madre delle mafie ed afflitta dall’infedeltà fiscale, potrebbe divenire grazie ad essa guida dell’innovazione economica mondiale. E forse non avremmo neppure casi come quelli della povera Desirée.