E se avessimo conservato il proporzionale?

novembre 12, 2018

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Una cosa però va detta: non c’è più Berlusconi. Non si sa cosa fa, cosa pensa. A nessuno interessa la strategia di Forza Italia. L’uomo che dal 1994 al 2018 ha tenuto in ostaggio l’Italia è relegato nell’anticamera della politica italiana. Si dirà che è merito (o colpa) di Salvini, dei cinquestelle, dell’età, del destino. O chissà di che altro. In realtà la causa primaria sta nella legge elettorale prevalentemente proporzionale, che confina ogni leader nell’alveo del suo reale consenso, senza premi artificiali che ne ingigantiscono la presa sulle istituzioni.

Vale allora la pena di fare una riflessione sulla ossessione per le leggi elettorali che ci affligge fin dalla fine dell’era democristiana. Si cominciò con i referendum di Mario Segni e con la retorica del bipolarismo, che produssero la legge Mattarella. Un sistema uninominale maggioritario utilizzato nelle elezioni 1994, 1996 e 2001. Poi arrivò la legge Calderoli, un sistema maggioritario con premio alla coalizione (dichiarato incostituzionale), con il quale abbiamo votato nel 2006, nel 2008 e nel 2013. Anno in cui si è cominciato a parlare del cosiddetto Italicum, che della legge Calderoli era solamente una lieve modifica. Tutti questi sistemi avevano un denominatore comune: lo spirito coalizzante, la necessità di coagulare attorno a un leader una pletora di formazioni, con il risultato di creare agglomerati politicamene eterogenei uniti solamente dall’interesse elettorale. A riprova esemplare di ciò, va ricordata la legislatura 2001-2006, nella quale il centrodestra a quattro componenti (Forza Italia, Lega nord, Centro democratico ed Alleanza nazionale) ottenne una maggioranza schiacciante ma il relativo governo non produsse alcunché di politicamente rilevante. Un quinquennio sprecato, sol che si pensi che la Grande crisi era di là da venire e si sarebbe potuto intervenire strutturalmente sul debito pubblico.

Di questi lustri dominati dalla logica maggioritaria e bipolare ci resta quindi una sola cosa: la frattura fra berlusconismo e antiberlusconismo. L’ossessione per la governabilità, per la democrazia efficace, per i parlamenti non più ostaggio dei partiti ha prodotto l’esatto contrario: proliferazione dei micropartiti, trasformismo, coalizioni deboli, governi paralizzati. E propaganda, soprattutto propaganda. La propaganda pro-Berlusconi e quella contro Berlusconi. Cinque lustri sono trascorsi così.

Viene allora da farsi la domanda “e se…?” E se avessimo mantenuto un sistema elettorale proporzionale? Non sto a scomodare Tolstoj sulla controfattualità nella storia, ma nulla ci vieta di chiederci cosa sarebbe accaduto se avessimo mantenuto lo spirito proporzionalista saggiamente voluto dai costituenti.

Alle elezioni del 1994 Forza Italia ottenne circa il 22% dei voti ma, grazie alla spregiudicata doppia alleanza con Lega ed Alleanza Nazionale, Berlusconi ottenne la maggioranza parlamentare. Con fatica immane venne creato uno schieramento avverso, che riuscì faticosamente ad arginare B. fra il 1996 ed il 2001. Quindi, con il circa 30% dei voti, l’allora Cavaliere si riprese il governo del paese. Con leggi elettorali proporzionali non sarebbe successo. Egli avrebbe avuto certamente un numeroso gruppo parlamentare, ma senza poter mettere le mani sull’Italia, risparmiandole la venticinquennale guerra fra pro-B. ed anti-B.

Tali argomenti mi paiono sufficienti a perorare per l’oggi e per il domani il ritorno ad una legge elettorale schiettamente proporzionale, eventualmente corretta con il solo sbarramento al 5%, come ebbe ad auspicare (chissà se qualcuno se lo rammenta) l’allora Presidente Pertini durante una visita di Stato in Germania. Venendo per questo subissato di critiche.

È proprio vero che, talvolta, la miglior riforma è conservare.

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Memoria e fascismo

novembre 5, 2018

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Chi cerca una prova del fatto che le giornate della memoria e del ricordo non servono a nulla, la trova nelle chiacchiere di questi giorni sul rinato fascismo che ci affliggerebbe. Chi utilizza la categoria del fascismo per classificare, in qualsiasi senso, l’attuale fase politica, dimostra una sola cosa: di non sapere cosa è stato il fascismo. Dire che la Lega o il Movimento cinque stelle sono movimenti fascisti, o venati di fascismo, è il miglior modo per dimostrare la propria ignoranza della storia.

Già mi immagino i futuri giorni della memoria, o il 25 aprile prossimo venturo, dedicati da tanti (troppi) al tentativo esporre analogie, trovare similitudini, per trarre conclusioni sulla necessità di un nuovo antifascismo.

Se fosse solo tempo sprecato non ci sarebbe nulla di cui disperarsi. Ma non è così, perché questo uso distorto della memoria ne offusca l’uso corretto, che, per quel che riguarda l’attualità, non deve affatto risalire fino al Ventennio, ma fermarsi molto prima. Se è giusto, come è giusto, fare esercizio di memoria storica per fatti di oltre ottanta anni fa, è altrettanto giusto, se non doveroso, farlo per fatti di venti o trenta anni fa. Perché l’attuale assetto politico non è figlio del fascismo, ma dell’era berlusconiana che corre dal 1994 al 2018, e che viene erroneamente etichettata come “prima repubblica”.

Matteo Salvini e Luigi di Maio, così come il loro degno predecessore Matteo Renzi, non sono diventati adulti nelle trincee della Grande Guerra, come coloro che costituirono la massa elettorale che portò Mussolini al potere, ma sono stati cresciuti dai cartoni animati di Candy Candy e di Holly e Benji, ovvero da altri programmi come La Ruota della Fortuna. Come possiamo anche solo avvicinarli ai protagonisti di un’epoca popolata di reduci, di invalidi, di ex militari traumatizzati dai massacri del ‘15-‘18?

Per capire l’oggi, la memoria va fermata al più prossimo periodo 1994-2011, nel quale le istituzioni repubblicane finirono in ostaggio di colui che era il monopolista dell’informazione televisiva. Se la Lega odierna è erede del partito che ne fu alleato, il M5S ha costruito la propria fortuna elettorale sull’ambigua alleanza di fatto fra il Partito democratico e Forza Italia. Quindi dobbiamo concentrare la nostra attenzione su quegli anni.

In soccorso della nostra memoria giunge in libreria il volume “Il patto sporco”, di Nino di Matteo e Saverio Lodato, che sintetizza il contenuto della sentenza del “processo Trattativa” che ha visto condannati l’ex senatore Marcello Dell’Utri, tre alti ufficiali dei Carabinieri ed alcuni boss mafiosi per il reato di minaccia a corpo politico.

Alle pagine 136-137 si legge: Vittorio Mangano (lo “stalliere” di Berlusconi ad Arcore, nel 1994 reggente dello storico mandamento mafioso di Porta Nuova a Palermo), su incarico di Brusca e Bagarella contattò Dell’Utri, ricevendo da questi assicurazioni che si sarebbe adoperato per ottenere modifiche legislative nell’interesse dell’associazione mafiosa… Il fatto che Berlusconi fosse sempre stato messo a conoscenza di tali rapporti è incontestabilmente dimostrato dall’ esborso da parte delle società facenti capo a Berlusconi di ingenti somme di denaro… tali pagamenti [a Cosa nostra] sono proseguiti anche dopo che Berlusconi aveva assunto l’incarico di Presidente del Consiglio; almeno fino al dicembre 1994, quando a Giusto Di Natale (mafioso palermitano del mandamento della Noce) fu fatto annotare un versamento di duecentocinquanta milioni nel “libro mastro” che in quel momento egli gestiva (1).   

Domando: dobbiamo indagare sulle presunte analogie fra i nostri leader attuali e Mussolini, o forse interrogarci sull’avere avuto in tempi recenti un Capo del Governo, tuttora leader di un partito politico presente in Parlamento, che versava centinaia di milioni di Lire a Cosa nostra, la più pericolosa associazione criminale d’Europa di quegli anni? Quale peso ha sul presente questo agghiacciante recente passato? Possibile che di tutto ciò nessuno abbia il coraggio di parlare?

Chiunque rimuova tali interrogativi, preferendo parlare di un presunto riemergente Ventennio, fa un torto alla verità ed è complice (involontario o no) di chi, di quel passato inconfessabile, vuole cancellare ogni traccia.

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(1) Se tali affermazioni fossero appena meno che certe, il volume da cui sono tratte sarebbe già stato sequestrato ed il magistrato Di Matteo sottoposto a processo penale e disciplinare.

 

 


Debito pubblico e illegalità

ottobre 27, 2018

 

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Nei quotidiani di questi giorni dominano due notizie: il conflitto fra Governo italiano e Istituzioni sovranazionali (Commissione europea e Bce) e la tragica morte di una ragazza minorenne nel quartiere di San Lorenzo, all’interno di uno stabile abbandonato e divenuto area di spaccio di stupefacenti. Qualcosa che lega queste due notizie? Apparentemente no, ma in realtà sì.

Come ho scritto qui, lo strumento che ci consentirebbe di uscire dalle problematiche del nostro bilancio cronicamente in passivo, a mio modesto parere, è l’abolizione del denaro contante. La conseguente emersione dell’economia illegale o semi-legale e la possibilità di rendere irrilevante l’evasione fiscale, darebbero allo Stato risorse finanziarie aggiuntive e soprattutto la possibilità di trattare con le istituzioni sovranazionali soluzioni per superare il problema del debito pubblico.

Simultaneamente l’abolizione del denaro contante sarebbe il colpo di grazia per alcune forme di illegalità, quali appunto lo spaccio di strada. Se esistono aree urbane di fatto sottratte alla vita civile dai pusher di droga, lo si deve alla possibilità di acquistare stupefacenti con denaro liquido. Se il contante non esistesse, chi traffica in sostanze illegali dovrebbe trovare attività lecite di copertura: non riesco infatti ad immaginare un pusher con il POS che riceve il pagamento delle dosi a mezzo carta di credito.

Lo stesso avverrebbe per altre attività illecite come la prostituzione di strada o la vendita di beni contraffatti.

Peccato che nessuno abbia il coraggio di sostenere questa prospettiva in maniera adeguata. L’ottimo Cottarelli, che appare continuamente in televisione, e che è stato alto funzionario del Fondo Monetario Internazionale, sembra dimenticare che l’abolizione del contante è fortemente consigliato ai governi dallo stesso Fmi.

E l’Italia, paese dell’illegalità diffusa, madre delle mafie ed afflitta dall’infedeltà fiscale, potrebbe divenire grazie ad essa guida dell’innovazione economica mondiale. E forse non avremmo neppure casi come quelli della povera Desirée.


Incompatibilità fra parlamentare e ministro

ottobre 17, 2018

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Tutte le critiche alla manovra economica in corso d’elaborazione e, più in generale, all’attività del Governo, cozzano contro un dato di fatto: Movimento 5 Stelle e Lega godono di grande consenso, e con essi i rispettivi leader “populisti” Di Maio e Salvini, i quali si fanno forza dei risultati elettorali e dei sondaggi. Ma la stampa ad essi ostile non si dà pace, prefigurando la catastrofe che ci attende a causa della scelleratezza della maggioranza.

Hanno ragione i primi, nel rivendicare la guida del Governo, ma hanno ragione pure i secondi, nel denunciare l’anomalia di un Ministro dell’Interno che utilizza la sua carica a fini propagandistici e le molteplici contraddizioni fra i proclami elettorali del M5S e la prassi di Governo.

Questo conflitto è figlio di una delle nostre tante malattie: la cronica e malsana compenetrazione fra maggioranza parlamentare e Governo, fra gruppi parlamentari e Ministeri. La Repubblica è nata nello spirito resistenziale, ed era logico pensare che il Governo avrebbe dovuto essere formato dai leader dei principali partiti. Questo principio però, negli anni, ha perso la sua valenza positiva, finendo per inquinare il funzionamento delle istituzioni. Fin dal primo dopoguerra, infatti, i vertici dei partiti hanno sommato la funzione propagandistica in chiave elettorale e quella di gestione della cosa pubblica, utilizzando le cariche di Governo per conquistare e consolidare il consenso. La situazione attuale, che vede Salvini e Di Maio impegnati a varare misure economiche rivolte alle rispettive basi elettorali, è la stessa che si ripete da sempre. I capi dei partiti che vincono le elezioni corrono ad occupare i ministeri di spesa per ricompensare gli elettorati.

Lo si poteva evitare, o quantomeno limitare? Forse sì. Con l’unica riforma costituzionale che ci avrebbe giovato ma che nessuno mai ha provato neppure a proporre: l’incompatibilità fra la carica di parlamentare e quella di Ministro o sottosegretario, esattamente come avviene in Francia, paese dove, guarda caso, hanno inventato la separazione dei poteri (in questo caso legislativo ed esecutivo).

In un sistema del genere, il capopartito che raccoglie voti promettendo di buttare a mare i migranti, non può poi (far credere di) farlo realmente utilizzando la carica di ministro dell’Interno. E chi ha fatto campagna elettorale promettendo di regalare caramelle a tutti, non può utilizzare la sua posizione in Consiglio dei Ministri, in posizione sovraordinata a quella del Ministro dell’Economia, per farlo veramente.

Chi si presenta alle elezioni, se eletto, viene votato per stare in Parlamento, dove appunto si parla. Non per fare il Ministro. Così dovrebbe essere. E se nei decenni passati avessimo avuto Governi composti da persone competenti, indicate sì dai partiti, ma non direttamente coinvolte nella raccolta del consenso, forse ora avremmo un debito pubblico un po’ più basso. Perché un Ministro non parlamentare, indicato dai partiti ma nominato dal Capo dello Stato, avrebbe (avuto) forse la forza di dire “no”, almeno qualche volta. “No, non si può fare perché i soldi non ci sono”.

In più i Ministri dovrebbero stare al Ministero, a far funzionare la macchina statale, e non altrove a fare politica. Mi sovviene il triste esempio del Ministro della Giustizia Orlando, il quale, invece di lavorare in via Arenula (dove ce ne sarebbe assai bisogno, visto lo stato della nostra Giustizia) se ne andava in giro a far campagna per se stesso al congresso del suo partito. Non è un caso vedere poi i processi celebrati nei tendoni del cortile del tribunale (come a Bari), perché la sede è inagibile.

Ma una simile riforma mai è stata neppure proposta, e siamo qui, a pagare miliardi in interessi, a dolerci dell’Italia che non funziona ed a discutere di baggianate.


Costi europei e costi regionali

ottobre 12, 2018

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Qualche giorno fa mi è capitato di leggere un articolo del blog di Beppe Grillo che denuncia i costi asseritamente esorbitanti dell’Unione europea, ovvero, più precisamente, delle sue istituzioni. Un lungo elenco di voci di spesa che assommano, stando al testo, a circa due miliardi di Euro. Scandalo!

Chiunque pensi che per il funzionamento dell’UE due miliardi siano troppi, dovrebbe farsi un’idea dei costi della nostra burocrazia, e, per fare un bell’esempio, delle burocrazie regionali. Ho scaricato dal sito della Regione Friuli Venezia Giulia il bilancio di previsione per il triennio 2018-2020, e riporto qualche numero.

Il bilancio complessivo per il 2018 è di circa 8.300 milioni di Euro ed il 31,5% è assorbito dai costi della sanità regionale, che copre tutte le prestazioni, dal momento che la Regione FVG non aderisce al sistema sanitario nazionale ma ne ha uno proprio (S.S.R.), interamente gestito in loco. Tale voce di spesa è di poco inferiore a quella per “servizi istituzionali, generali e di gestione”, cioè se capisco, ai costi della burocrazia regionale: consiglio, giunta, ma soprattutto apparati (stipendi a dipendenti e funzionamento degli uffici). In numeri, se ne va in burocrazia il 31,7% dell’intero bilancio, pari a 2.600 milioni di Euro (oltre due miliardi e mezzo). Più di quanto costano le istituzioni europee, le quali però interessano circa 500 milioni di cittadini, contro il milione e duecentomila della Regione FVG.

In lire, sarebbero più di cinquemila miliardi all’anno.

La Regione FVG spende per il suo funzionamento più di quanto stanzia per la salute dei suoi abitanti; fanno circa duemila euro all’anno per ogni residente. Una cifra molto superiore a quella delle altre regioni, che sarebbe giustificata dallo statuto speciale. Mi pare di poter dire che sarebbe meglio fare a meno di tale specialità. Ognuno può farsi un’idea di quanti benefici potrebbero derivare alla popolazione del Friuli Venezia Giulia se una somma del genere fosse investita in servizi, o più semplicemente sottratta al prelievo fiscale.

Sono numeri che parlano da soli e non serve che aggiunga parole, salvo pensare che l’Europa matrigna che tanto ci vuole male, davanti a queste cifre, dovrebbe inviare in Italia non la Trojka o qualche occhiuto e severo commissario, ma forse i carri armati.

Riporto qui sotto la tabella scaricata dal sito ufficiale della Regione, sezione amministrazione trasparente.

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Cuneo fiscale

ottobre 5, 2018

 

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L’elevato debito pubblico ci impedisce di abbassare realmente le tasse. Ma l’elevata pressione fiscale sfavorisce le imprese italiane rispetto a quelle straniere e di conseguenza il nostro prodotto interno lordo non cresce a sufficienza. Anzi, proprio il peso fiscale induce le industrie italiane a delocalizzare ed è la prima causa del nostro declino industriale. Spezzare circolo vizioso debito pubblico-alta fiscalità-elevato costo del lavoro-bassa crescita sembra impossibile, ma siamo sicuri che sia così? Forse no. Forse bisognerebbe cominciare a distinguere lavoro e lavoro, e dire che non tutte le imprese sono uguali. Una cosa è l’impresa che produce beni di consumo (tipo componentistica elettronica), e deve competere sul mercato internazionale con paesi strutturalmente avvantaggiati per le più svariate ragioni (bassi salari, poche tutele sindacali eccetera); altra cosa è l’impresa – per esempio – che fornisce servizi alla Pubblica Amministrazione (tipo i pasti alle mense comunali), e che quindi non soffre la concorrenza cinese o romena. È il primo tipo di impresa che soffre per l’eccessivo cuneo fiscale, fino al punto di dover scegliere fra chiusura e migrazione all’estero, mentre il secondo no. Quindi è solo per il primo tipo di imprese che va ridotto – e drasticamente – il peso fiscale e contributivo su lavoro e produzione (quello che si chiama cuneo). Negli ultimi venti anni l’Italia ha visto quasi scomparire interi settori della propria industria: automobili, ciclomotori, aviazione, acciaio, eccetera. Eppure erano settori nei quali eravamo ben presenti. È mai possibile che in Italia si producano la Fiat 500 e la Lamborghini Diablo ma quasi nessun modello di auto nella fascia intermedia? È mai possibile che i motorini, invenzione italiana, siano quasi scomparsi dalla nostra produzione? Secondo me la strada è quella della defiscalizzazione mirata. Non riduzione delle tasse su imprese e lavoro a tutti, ma solo alle imprese del settore produttivo e manifatturiero, lasciandolo invariato per le imprese di servizi. Il minor introito fiscale sarebbe compensato dal minor ricorso alle importazioni e dalla crescita dell’occupazione. Fesseria o Uovo di Colombo?


Abolizione del contante

ottobre 2, 2018

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Evasione fiscale, lavoro nero, economia sommersa, corruzione, e soprattutto mafia.

Non sono questi i mali che la Repubblica italiana si porta dietro da sempre? I fardelli della nostra economia che schiacciano intere regioni in un eterno ed immutabile sottosviluppo? Gli ineliminabili virus dell’immoralità e dell’illegalità nazionale di cui vergognarsi al cospetto degli altri paesi europei? Quando i nostri governanti alzano la voce contro l’Europa, asseritamente matrigna, come non pensare alla inevitabile risposta che ci meritiamo da parte di uno straniero: “parlate voi che alimentate le mafie, che stanno ammorbando l’intero continente”; “parlate voi che siete la patria dell’evasione fiscale e della corruzione…” E via così.

Giustificati o no che siano tali giudizi, è fuor di dubbio che l’economia illegale, semilegale, sommersa, è il male dell’Italia. Il cancro che fin dall’Unità comprime l’intero meridione e che sta metastatizzando tutto il territorio. Gli italiani vi sembrano rassegnati, come se l’illegalità fosse un tratto ineluttabile della nostra collettività, come se le mafie fossero realtà ineliminabili, più forti delle stesse istituzioni repubblicane. Forse le risorse morali per ribaltare questo stato di fatto non ci sono, ma, come sempre è avvenuto nella storia dell’umanità, non sono le religioni, le filosofie o le morali a produrre i cambiamenti. Sono la scienza e la tecnologia. È solo grazie al progresso scientifico e tecnologico che siamo usciti dalle caverne ed ora siamo quello che siamo. Ed è la tecnologia che ci offre ora la possibilità di sconfiggere il male dell’economia illegale, sostituendo il denaro contante con moneta interamente elettronica e tracciabile.

Il traffico di stupefacenti, di esseri umani; lo sfruttamento della prostituzione; lo smaltimento illegale dei rifiuti; il racket delle estorsioni, il business delle contraffazioni; il voto di scambio; la corruzione e l’inquinamento della vita pubblica; sono questi i fondamenti dell’economia illegale e mafiosa da cui sgorga il denaro sporco che, grazie a sofisticati canali di riciclaggio, si trasforma in immensi capitali sottratti alla fiscalità che vanno ad inquinare l’economia legale. Tutto ciò prospera grazie alla moneta contante. In un mondo in cui ogni pagamento è tracciato, realizzarli sarebbe molto più difficile ed in taluni casi impossibile. Per converso, sarebbe assai facile smascherarli. Ed i benefici per le finanze pubbliche sarebbero enormi.

Sebbene non mi piaccia citare chi non è più con noi, non posso non ricordare l’insegnamento di Giovanni Falcone: follow the money. Solo così si batte la mafia. Ai suoi tempi non era possibile come lo è oggi; oggi che ogni pagamento può essere tracciato. Basta volerlo.

E non è solo questione di mafia. Pensiamo al lavoro nero. Ai lavoratori sfruttati e sottopagati. O al fenomeno degli affitti in nero. Generazioni di studenti hanno versato a proprietari di immobili nelle città universitarie capitali enormi sottratti al bilancio delle rispettive famiglie, procurando ad essi un reddito esentasse che, integrato negli anni, ha consentito l’accumulo di grandi fortune. Pensiamo alla sistematica evasione dell’iva di professionisti ed artigiani, o al business delle lezioni private. Tutti fenomeni che contribuiscono a fare dell’Italia il paese dell’arrangiarsi, e per questo degli arrangioni, dei trafficoni. Un paese che perseverando in essi si condanna ad essere arretrato fra i paesi sviluppati, o sviluppato fra quelli arretrati. Un paese sempre in mezzo al guado della mediocrità, condannato ad una perenne condizione di semi-miseria.

È giunto il momento di fare un passo avanti e di uscire da questo stato. Di mettersi all’avanguardia tecnologica e morale dell’Europa e di abolire la moneta contante. Abbassandone progressivamente la soglia per operazione: a 500 euro, poi a 100, a dieci ed infine a zero. Non mi espongo a fare cifre sui vantaggi per la finanza pubblica, ma i dati che si leggono parlano chiaro. Sarebbero 36 i miliardi che lo Stato perde annualmente per l’evasione dell’iva; mentre l’evasione fiscale nel suo complesso ammonterebbe ad oltre 110 miliardi annui. Cifre che farebbero dello Stato italiano il più virtuoso d’Europa.

Ed invece il dibattito pubblico si avviluppa in futilità come gli ottanta euro, la flat tax o il reddito di cittadinanza. Strumenti ridicoli in un paese a bassissima fedeltà fiscale come il nostro. Che senso ha elemosinare di 80 euro un lavoratore dipendente che nel tempo libero lavora in nero? Che senso ha elargire il reddito di cittadinanza nel paese dei finti poveri, dei nullatenenti e nullafacenti con la Bmw in cortile? Che senso ha concedere la flat tax ad una platea di autonomi dove vi è chi dichiara tutto, chi dichiara una parte e chi dichiara nulla? Eppure queste grottesche misure, che stanno mettendo in subbuglio il continente, costano poche decine di miliardi di euro, molto meno di quel che si ricaverebbe dalla fedeltà fiscale garantita automaticamente dall’abolizione del contante.

I benefici non sarebbero solamente di carattere fiscale. Sparirebbe lo spaccio di strada: fine dei quartieri ghetto, ostaggio del mercato fra spacciatori di droga e consumatori. Fine anche della prostituzione di strada. Chi svolge o sfrutta tali attività (non mi illudo che scompaiano) dovrebbe trovare adeguate coperture lecite, pagando le tasse e risultando più facilmente individuabile. Anche fenomeni criminali violenti come le rapine diverrebbero impraticabili. Senza denaro contante e senza ricettatori non ha senso fare rapine.

Se non sembrano sufficienti tali argomenti (ed a me pare che lo siano) ve n’è uno ulteriore. L’abolizione del contante è un auspicio delle autorità monetarie internazionali, Fmi e Bce in testa. Adottandolo come prima nazione, l’Italia si porrebbe all’avanguardia e potrebbe avanzare in contropartita alcune sacrosante richieste: un serio contrasto ai paradisi fiscali (chi se non il Fmi può farlo?); l’individuazione dei capitali illeciti sottratti alla nostra economia, ed un piano serio e collettivo per la neutralizzazione del debito pubblico. Vogliamo restare in eterno ostaggi dei nostri creditori? O vogliamo buttarci alle spalle questa condizione? Lo strumento c’è: il cigno nero dell’economia italiana non è l’uscita dall’Euro, ma l’abolizione totale del denaro contante, congiuntamente all’adozione di seri strumenti di contrasto all’economia illegale.

PS: Ho cercato in rete pareri contrari a questa proposta. Ho trovato solo argomenti sugli stati orwelliani (come se il web non sapesse già tutto di noi!) oppure baggianate sulle vecchiette in drogheria, sul gancio dei carrelli del supermercato o sulle paghette ai figlioli. Idiozie. Sarebbe il caso che l’informazione facesse fronte comune su questa prospettiva, che non è né di destra né di sinistra, né populista né europeista. È solo di buon senso.