Coronavirus: andrà tutto bene se…

marzo 17, 2020

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Le grandi crisi sono tragedie, ma anche grandi opportunità. Anche l’epidemia di coronavirus, con tutto quello che si porta con sé, può darci la possibilità di rifondare il nostro paese con alcune elementari ma fondamentali operazioni che avremmo potuto fare ma non abbiamo fatto. Forse abbiamo l’occasione di provvedere ora.

Lavoro. Dobbiamo ridare l’importanza che merita al lavoro produttivo, al lavoro che produce valore aggiunto: agricoltura e industria. La forsennata terziarizzazione dell’economia ci ha impoverito tanto quanto la globalizzazione e la finanziarizzazione. Il cuneo fiscale non va tagliato a tutti, ma solo ai lavoratori dell’agricoltura, dell’industria (meccanica, manifatturiera, chimica, farmaceutica, tessile, alimentare eccetera) e del turismo.

Economia. È venuto il momento di eliminare il denaro contante, stroncando l’evasione fiscale e tutte le forme di economia illegale (droga, prostituzione, racket delle estorsioni, lavoro nero, contraffazione, riciclaggio). Non abbiamo sconfitto le mafie con la repressione, ma possiamo farlo rendendo antieconomiche e individuabili le attività illegali. Col tracciamento di ogni pagamento è possibile.

Giustizia. Torniamo al sistema inquisitorio, affidando a un giudice (istruttore) la fase di indagine, mettendo nelle mani di una figura di garanzia i formidabili mezzi tecnologici investigativi di cui disponiamo, sottraendoli al Pubblico ministero, che è una parte. Adottiamo come regola la detenzione domiciliare, limitando ai casi estremi la reclusione in carcere. E legalizziamo il consumo di stupefacenti.

Istruzione. Buttiamo a mare tutte le cazzate carrieristiche sulla meritocrazia e ridiamo dignità alla figura dei docenti di ogni livello, liberandoli inoltre dal demenziale carico di adempimenti burocratici.

Clima. Approfittiamo di questa fase di confinamento personale per ripensare i nostri comportamenti quotidiani e le nostre città. Abbattendo gli spostamenti in automobile e le emissioni.

Sanità. Uniformare i vari sistemi regionali prendendo a modello quelli più efficienti, privilegiando il sistema pubblico rispetto a quello privato.

Burocrazia. Grazie alla tecnologia, possiamo ridurre il peso economico degli apparati burocratici.

Regioni. Aboliamo le regioni a statuto speciale, riduciamo i costi di tutte le regioni, ora gonfiati dalle clientele politiche locali.

Stato. Sconfiggiamo il dogma del privatismo. In Italia lo Stato imprenditore ha avuto grandi meriti, se usato con criterio può risolvere tanti problemi. Al contrario, le privatizzazioni sono state quasi sempre catastrofiche.

Europa. Abbandoniamo l’idea che l’Europa sia madre o matrigna, soggetto che può risolvere i nostri problemi o aggravarli. Facciamo da noi e potremmo essere noi a guidarla, meglio di Francia e Germania che sono colossi con i piedi d’argilla, con problemi grandi quanto i nostri.


Incostituzionalità del processo: la prescrizione

febbraio 22, 2020

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Poco ho da aggiungere a quello che ho già scritto qui e qui.

Ribadisco il concetto di fondo: la prescrizione, invocata dai cosiddetti garantisti per evitare che un soggetto resti sotto processo in eterno e che venga condannato a distanza di troppo tempo dai fatti, in realtà non estingue la pena, ma estingue il reato, e con esso anche le conseguenze verso la persona offesa. Ne consegue che il danno cagionato da un reato prescritto, salvo rari casi, non viene risarcito. È vero che quanto maturato in sede penale può essere utilizzato in sede civile, ma nella stragrande maggioranza dei casi in assenza di un giudicato penale, almeno di primo grado, le prove (rectius: gli elementi di prova) maturate nel procedimento penale non hanno automaticamente valore nel processo civile e ove il giudice non è tenuto a tenerne conto. Perché il rito civile è diverso da quello penale, ha regimi probatori differenti. È appena il caso di citare esempi quali la violenza sessuale o il maltrattamento in famiglia, nei quali la prova regina resta la deposizione della vittima. Se in sede penale essa ha pieno valore, pur se valutata considerando il possibile conflitto di interessi fra reo e parte lesa, costituisce prova valutabile da giudice. Viceversa, in un parallelo giudizio civile, essa è totalmente priva di valore, poiché la vittima che cita in giudizio il reo, essendo parte, non può certo addurre come prova la propria parola!

Si è soliti dire che la prescrizione è uno strumento utilizzato dai difensori degli indagati/imputati per sottrarsi alla condanna con tecniche dilatorie. E questo è sicuramente vero, ma è solamente un corno del problema, che consente di dipingere l’avvocatura come una organizzazione dedita al perseguimento dell’impunità dei colpevoli in contrapposizione con una magistratura votata al nobile fine di far rispettare la legge. Esiste uno speculare e incoffessato interesse della magistratura a ricorrere alla prescrizione come strumento per sottrarsi al dovere di giudicare. Il giudice, o meglio in sistema giudiziario che egli impersona, che, per una ragione qualsiasi, non intende pronunciarsi su un caso, può far leva sugli enormi margini di arbitrio di cui dispone per allungare i tempi del procedimento (dalle indagini preliminari fino al dibattimento) fino a cagionare l’estinzione del reato e quindi del procedimento. La prescrizione è quindi (anche) uno strumento per ridurre gli smisurati carichi di lavoro degli uffici giudiziari, e non stupisce quindi che molti magistrati si dicano contrari alla riforma attualmente in discussione.

Chi è del tutto disarmato davanti a questa arma processuale è ancora una volta la persona offesa, che non ha alcuno strumento per accelerare l’iter del procedimento o di interrompere il decorso della prescrizione. Strumento che invece possiede in sede civile, ove il decorso della prescrizione (non di un reato, ma di un diritto) può essere interrotto in qualsiasi momento con semplice raccomandata.

Chi parla di processi infiniti a causa della prescrizione penale, dovrebbe per onestà ammettere che le cause civili già hanno questo aspetto, perché non esiste in sede civile una causa estintiva basata sul decorrere del tempo.

La disparità di trattamento che il regime della prescrizione penale crea fra reo e vittima è quindi palesemente, macroscopicamente incostituzionale, essendo un’arma che favorisce chi ha cagionato un danno (di origine penale) a scapito di chi ha la sola colpa di averlo subito.

E allora ribadisco la mia proposta per superare il nodo su cui si è arenata la riforma Bonafede: la prescrizione estingua la pena, non il reato. Qualora vi sia nel procedimento penale una parte civile costituita, il processo vada a definizione a fini civili, allo scopo cioè di sancire l’obbligo risarcitorio verso la vittima. Se nel frattempo è decorso troppo tempo, si annullino le pene.


Il medioevo della Ministra Lamorgese

febbraio 21, 2020

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“Carcere per gli spacciatori di modiche quantità”. Lo ha detto la Ministra degli Interni Lamorgese, e c’è da chiedersi dove sono i campioni del garantismo che affollano la nostra politica. Se c’è una cosa inutile nel contrasto alla diffusione delle droghe è la repressione penale che, come tutti gli studi indicano, non ha mai avuto alcuna efficacia. Se una proposta del genere l’avesse fatta Salvini, apriti cielo, sarebbe esplosa la rivolta. E le carceri sovraffollate? E i Tribunali intasati? E i diritti degli indagati? Invece niente. Sarà che questa ministra è una donna, per cui non la si può criticare, ma è sconcertante che ancora si pensi a combattere la droga con metodi medioevali. Coi gabbioni, con le manette, con le botte in carcere.

Sarà che sono da sempre antiproibizionista, come chiunque abbia studiato il fenomeno, ma mi sconforta leggere tali notizie in un’epoca in cui si potrebbe imboccare la strada giusta. Perché il contrasto a tutti i fenomeni di illegalità diffusa, come appunto il traffico di stupefacenti, non può essere fatto con la repressione, ma rendendoli antieconomici. E lo strumento per farlo è ora a nostra disposizione: la tracciabilità dei pagamenti. Lo spaccio di strada, i quartieri ostaggio dei pusher, la penetrazione nell’economia lecita del denaro proveniente dalla droga, esistono perché esiste il denaro contante. Senza contante non ci sarebbero gli spacciatori di strada (chi mai comprerebbe droga pagando con carta di credito?) e i grandi trafficanti troverebbero assai arduo riciclare i loro immensi proventi. Eliminando il contante, il manico del coltello passerebbe dalla parte dello Stato. Che invece, per bocca della Ministra Lamorgese, proclama stupide guerre a base di manette e prigioni, come un ottuso monarca medioevale.


Incostituzionalità del processo penale

febbraio 15, 2020

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Il dibattito politico, ahinoi non giuridico, sulla cosiddetta riforma della prescrizione penale nota con il nome del ministro Bonafede, ed emendata dal Presidente del consiglio, verte ora sulla presunta incostituzionalità del trattamento riservato all’imputato dichiarato innocente o colpevole nel giudizio di primo grado. Si sostiene che la disparità nel decorso della prescrizione a seconda della pronuncia del Tribunale violi il principio di uguaglianza dei cittadini davanti alla legge. Orrore! Avremmo un processo penale incostituzionale!

Ascoltando tali considerazioni siamo quindi indotti a ritenere che, escludendo tale riforma in itinere, il processo penale sia perfettamente aderente ai principi costituzionali, oltre che ispirato agli elementari ideali di giustizia che ognuno di noi percepisce. Celebrandosi i processi in aule di giustizia da parte di individui togati depositari del sapere giuridico, ci pare inverosimile che ciò non sia.

E invece è mia opinione che il nostro processo penale, così come strutturato, presenti diversi elementi di incostituzionalità discriminando la posizione del cittadino-reo rispetto al cittadino-vittima a discapito del secondo. La stessa Costituzione, nella parte in cui lo disciplina (articolo 111) è in contraddizione con se stessa (articolo 3).

Vediamo alcuni di tali elementi.

  1. Il diritto al risarcimento del danno patito dalla persona offesa dal reato (la vittima) non è previsto dalla Costituzione e, nei fatti, è un diritto negato.
  2. La prescrizione. Si è soliti leggere che la ratio della prescrizione penale è dovuta al venir meno dell’interesse dello Stato a punire un reato a distanza di un lasso temporale proporzionale alla sua gravità. Si dice che non ha senso punire una persona a distanza di troppi anni dalla commissione del fatto. Se così fosse effettivamente, la prescrizione dovrebbe estinguere la pena. E invece estingue il reato, e quindi tutte le sue conseguenze giuridiche, ivi compreso il diritto/dovere di risarcire la parte lesa. Domanda: se non ha senso punire una persona a distanza di lustri interi, ha senso risarcire il danneggiato a medesima distanza? Certamente sì. Sarebbe meglio risarcirla subito, ma risarcirla tardi è sempre meglio che mai!
  3. Il patteggiamento è un rito alternativo premiale grazie al quale l’indagato/imputato ottiene uno sconto di pena e il Tribunale si risparmia la celebrazione del processo, con un vataggio in termini di tempi e di costi di celebrazione. Ma esso preclude l’accertamento dei fatti e la formazione delle prove, pr quindi la possibilità per la vittima di avere giustizia (e conseguentemente il risarcimento).
  4. Le indagini preliminari, col passare del tempo, hanno sostituito per importanza il processo stesso. La filosofia garantista del nostro codice di procedura ha consegnato all’indagato una serie di prerogative nel corso di esse che invece sono precluse alla persona offesa. In virtù dell’articolo 415 bis del codice di procedura penale, vi è una fase non trascurabile delle indagini preliminari nella quale l’indagato è a conoscenza degli atti di indagine, mentre la persona offesa non lo è! Si tratta di una disparità fra reo e vittima in palese contraddizione con l’articolo 3 della Costituzione.
  5. Vi sono poi aspetti del processo che, pur non codificati esplicitamente, di fatto creano uno squilibrio smisurato fra reo e vittima. Per esemplificare, la celebrazione del processo nel contraddittorio delle parti in condizioni di parità davanti a un giudice terzo e imparziale, prevede che le parti siano l’accusa (pubblico ministero) e la difesa (dell’imputato) mentre la parte civile costituita non ha la stessa dignità, anzi, la sua posizione nel processo è del tutto marginale.

Tenterò di illustrare questi aspetti in post successivi dedicati.


La sindrome del nemico della sinistra e del Bene

febbraio 8, 2020

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All’inizio era il Pci, che aveva come nemico da sconfiggere la Democrazia Cristiana. Per quarant’anni i dirigenti del partito più a sinistra dell’Europa hanno indicato il “malgoverno dei democristiani” come il Male da cui liberare il Paese, nella proclamata convinzione di incarnare il Bene. Ma quel nemico divenne istantaneamente amico all’apparire del nuovo avversario, il Cavaliere. E così quelli che erano il Bene e il Male si sposarono prima nell’Ulivo, e poi nell’Unione e nel Partito democratico, per scongiurare il nuovo pericolo per la democrazia e per tutti noi. Tuttavia anche questo nuovo Male divenne presto un soggetto da blandire e da considerare alleato, nella Bicamerale e nelle vagheggiate Larghe Intese, lasciando il sospetto che la raffigurazione che se ne dava era meramente strumentale. Una creazione propagandistica per legittimare se stessi. Questo corteggiamento che mai divenne matrimonio fece da incubatore alla crescita della nuova minaccia: Grillo e i grillini. Ancora una volta la sinistra ha cercato e trovato un nemico contro cui scagliare le sue truppe elettorali, sempre più stanche ed esigue, pur di cavalcare una battaglia da combattere contro qualcosa. Con i consueti esiti infelici, consacrati dalle elezioni del 2018 che hanno fatto del Movimento cinque stelle il primo partito. E di nuovo il nemico si è trasformato immediatamente in alleato contro il successivo nemico per la democrazia e per la Repubblica. L’esigenza ossessiva della sinistra di un avversario da combattere a tutti i costi ha raggiunto il paradosso di trasformare il mediocre e angusto Salvini in un pericolo per la Repubblica e per il convivere civile, in un mostro da esorcizzare.

In questa eterna autorappresentazione di se stessa come portatrice del Bene impegnato contro il Male, la sinistra ha via via creato nuovi miti avversari, favorendone la crescita e il successo elettorale, dimenticandosi al contempo di approfondire i mali della società e le esigenze delle persone. Preoccupata di battere i nemici da se stessa designati, li ha in realtà esaltati e inseguiti malamente, producendo politiche sbagliate e controproducenti. Liberista senza saperlo essere, federalista alla carlona, europeista senza saper dire cosa significa, ecologista solo a parole, ha abbandonato i suoi riferimenti sociali senza sostituirli, fidando sul mantenimento di una platea di elettori fideisticamente affiliati ma inevitabilmente destinata alla progressiva estinzione. Nella ormai cronica e totale sovrapposizione fra politica e propaganda, l’esito di tale autorappresentazione come portatrice del Bene contro il Male è plasticamente dimostrato dal successo a sinistra del movimento delle cosiddette Sardine, gruppi di ragazzi che scendono in piazza con la sola idea di fare propaganda contro la propaganda, incuranti che qualche cosa da dire (e da fare!) bisognerebbe pur averla.

E così la sinistra italiana ha rinunciato a ogni analisi dei mali dell’economia e della società che ci portiamo dietro dalla fine dell’era democristiana, se non dalla fine della guerra, e che ci stanno progressivamente impoverendo, facendo svanire dall’interno di noi stessi quei valori di libertà e di dignità della persona che dovrebbero essere la base della nostra convivenza. Impegnata a difendere un presente già precario contro la presunta minaccia altrui, ha consentito a partiti angusti e mediocri come la Lega e Fratelli d’Italia di conquistare largo consenso elettorale con parole d’ordine e slogan grotteschi, miseri e mendaci. Ha relegato quasi metà dell’elettorato al più rassegnato agnosticismo. Mai ha alzato la testa per affermarsi in positivo e non in negativo, mai ha saputo dare speranza e fiducia nel futuro. E chi non crede in se stesso non verrà mai creduto.


L’eterna amnesia emiliana della sinistra

gennaio 30, 2020

 

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Bonaccini, non il PD, vince le elezioni regionali e il suo partito (ri)scopre l’Emilia-Romagna, la culla della sinistra, il suo ultimo rifugio. Bologna e la regione di cui è capoluogo sono un’icona dell’immaginario progressista, il vanto, il fiore all’occhiello che da sempre viene esibito per legittimare le ambizioni di governo della nazione e per convincere gli elettori di tutta la penisola a votare a sinistra. È sempre stato così, fin dagli anni cinquanta, quando si magnificava il buongoverno delle città rosse contrapposto al “malgoverno dei democristiani” che nella propaganda comunista era una formula magica per legittimarsi. Ma c’è un interrogativo.

Già allora, negli anni del quarantennio democristiano, si verificava uno strano fenomeno. Gli amministratori emiliani tanto elogiati per il loro lavoro negli enti locali, una volta approdati alle cariche nazionali (di partito e/o parlamentari), venivano messi nell’angolino. Muti, dimenticati, premiati con la carica ma ininfluenti nelle scelte politiche nazionali. Dozza, Fanti, Zangheri, Imbeni, i sindaci della rossa Bologna avevano come massimo riconoscimento il godimento di un agiato pensionamento di lusso. Ai vertici del partito della sinistra (fosse esso il Pci, il Pds, i Ds o il Pd) rimanevano gli Ingrao, i Pajetta, i Berlinguer, giù giù fino a D’Alema, Occhetto, Fassino, Renzi.

Tanto bravi a guidare gli enti locali ma, chissà perché, inadatti a guidare il partito nazionale o, non sia mai, un ministero o un governo.

E guarda caso il partito, invece di vincere le elezioni nazionali, le perdeva e le perde. Che strano fenomeno. Chi vince sui territori viene messo da parte, chi invece a casa propria perde, sale di grado. È sempre stato così ed è così ancora oggi, tanto che, volendo cercare un politico di sinistra con una qualche credibilità o popolarità, si nominano Prodi e Bersani (due emiliani), ma il partito è guidato da un romano e continuano ad avere influenza (nefasta) i Cuperlo e le Serracchiani. Gente che fa scappare gli elettori alla prima frase pronunciata.

Temo che a Bonaccini toccherà la medesima sorte. Eroe per un giorno, per aver fermato l’avanzata del mostro (ahahah!) Salvini, verrà messo da parte. Il suo partito si dimenticherà che guida la regione con una sanità pubblica efficiente e un’economia migliore di quella del decantato Veneto, per proseguire nelle proprie politiche errate. Appena svoltate le elezioni del 26 gennaio il Pd ha ripreso a tessere la propria tela conservatrice. Non ha chiesto a Bonaccini come si governa una regione, né cosa pensa, per esempio, della legge Bonafede sulla prescrizione penale. No. Su queste cose decidono gli ultrasconfitti romani. Avanti così. Gli emiliani sono lì per portare voti e fare da specchietto, guai ad ascoltare le loro idee. Avanti così fino alla prossima sconfitta elettorale, per la quale ci si consolerà dicendo che “eh però in Emilia-Romagna la sinistra tiene”. Chissà come mai.


Il ceto medio che ha divorato se stesso

novembre 15, 2019

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Ah, la crisi, signora mia! Parlando della stagnazione economica che sembra attanagliare irrimediabilmente l’Italia da oltre un decennio, si sente dire che essa è dovuta alla scomparsa del ceto medio, che in passato alimentava i consumi su cui si reggeva l’economia nazionale. E la colpa di questa scomparsa è ovviamente della globalizzazione, della finanziarizzazione, della precarizzazione, della politica, del mondo cattivo. Ma se mi guardo intorno e cerco di darmi una risposta da uomo della strada vedo anche altro. Che cos’è, anzi, che cos’era il ceto medio? Banalmente mi viene da dire che è la fascia che sta fra il ceto basso e il ceto alto. Se in basso ci sono i lavoratori con il livello di istruzione minimo (operai e contadini) e in alto le classi agiate e dirigenziali, a metà si trova la popolazione istruita ma non ricca. Insegnanti, professionisti, funzionari pubblici, quadri aziendali. Persone diplomate o laureate con redditi superiori a quelli dei sottoposti o degli addetti alle mansioni di livello inferiore. Ma queste figure sono scomparse? Non mi pare. E allora perché si dice che il ceto medio non c’è più? La risposta, per me, è che non esiste più il ceto basso. O meglio, se c’è, è invisibile, sommerso, residuale. La terziarizzazione esasperata dell’economia ha portato alla progressiva scomparsa della classe operaia e alla marginalizzazione dell’agricoltura, relegando a quelle attività persone sottooccupate, malpagate, immigrate, emarginate. In una parola, i poveri. E se il ceto basso è sprofondato nella povertà, quello che era ceto medio è diventato il ceto basso. Una massa di soggetti che con il proprio reddito riesce a sopravvivere, magari dignitosamente, ma non a trainare i consumi né a realizzare le proprie aspirazioni. Colpa del destino? Non solo. Colpa anche di generazioni intere di italiani che hanno potuto fruire della scolarizzazione di massa pretendendo quindi di accedere a professioni intellettuali o impiegatizie. Mentre le fabbriche chiudevano e nessuno voleva più lavorare in quelle che sopravvivevano, moltitudini di diplomati e laureati, usciti da istituti poco formativi e ancor meno selettivi, alimentavano la domanda di impieghi “da scrivania”. E la società li ha accontentati creando una massa esagerata di posizioni. Mentre sparivano i lavoratori dell’edilizia (ora sono solo stranieri stagionali) esplodeva il numero degli agenti immobiliari. Le aziende municipalizzate erogatrici di servizi (che un tempo impiegavano operai addetti alle manutenzioni e qualche impiegato per la bollettazione) sono diventate megastrutture amministrative popolate da eserciti di dirigenti e funzionari. Gli enti locali si sono gonfiati di impiegati assunti grazie a politici compiacenti, trasformandosi in mastodonti burocratici che divorano se stessi. E quando non bastano gli enti locali, ecco la galassia delle società partecipate. Soggetti di diritto privato che vivono di denari pubblici e stipendiano (lautamente) i raccomandati del posto. Gli ordini professionali hanno imbarcato pletore di mediocri laureati incapaci di fare il loro mestiere, con avvocati, per esempio, che manifestano comiche difficoltà con grammatica e ortografia. Per tacere di broker, consulenti del tutto e del niente, operatori di call center, addetti stampa dell’ufficio di ‘sta cippa.

Tutto ciò ha fatto esplodere i costi dei servizi, mentre quelli delle produzioni (agricole e manufatturiere) rimanevano invariati. Il risultato è sotto gli occhi di tutti. Leggendo una bolletta energetica, scopriamo che il l’incidenza della fornitura sul costo totale è passata in pochi anni dall’80-90% a circa il 50%, mentre gli oneri fiscali sono saliti in proporzione per finanziare le strutture amministrative. Il costo di un’automobile è praticamente fermo da vent’anni, mentre quello del pedaggio autostradale è parallelamente raddoppiato. Lo stesso vale per i prodotti alimentari, pagati al produttore quanto vent’anni fa ma con prezzi al consumo triplicati per via della esorbitante catena distributiva, che impiega centinaia di direttori del carrello e dello scaffale.

Questa esplosione dei costi terziari, che ha visto il grande salto all’atto dell’introduzione dell’euro (e quindi la crisi del 2007 non c’entra) non è solo colpa del destino, della cattiva politica o della congiuntura planetaria, ma è dovuta proprio alla pretesa delle masse di diventare “ceto medio”, di salire di livello nella gerarchia sociale, di allontanarsi dai lavori umili per sedersi a una scrivania. Ma gli oneri economici di questo processo hanno eroso gli stessi maggiori redditi che avrebbe dovuto procurare, così che l’ambito ceto medio si è ritrovato ad essere il ceto basso, seguito solamente da una fascia di poveri. Noi tutti siamo compartecipi di questo, della nostra voglia di allontanarci dai lavori umili, di lasciarli a non si sa chi. Tutte le generazioni scolarizzate, i nati dagli anni sessanta in poi, hanno preteso (insisto: preteso) questo innalzamento sociale, ponendo le premesse per il proprio affossamento, con la complicità di un sistema scolastico e universitario che, invece di formare e selezionare, ha regalato un titolo a tutti, illudendo milioni di persone di poter fare un mestiere non raggiungibile e creando in esse l’aspettativa e la pretesa di un rango per il quale erano inadeguate. Eserciti di persone cresciute con la convinzione di avere il diritto di svolgere un lavoro improduttivo di cui non sono capaci.

E così il ceto medio non c’è più. L’insegnante ignorante vive male e guadagna poco. Lo stesso vale per il medico cretino e per il giornalista analfabeta. Eccetera. E la colpa è di tutti noi che siamo dentro questo magma.

Cosa si deve fare? Per avere un ceto medio è necessario che esista un ceto basso. Ma composto di persone vere, a pieno titolo, non di emarginati. Non di immigrati sfruttati o sottooccupati. E per cominciare (sono necessari lustri se non decenni) la prima cosa è ridurre le imposte (il cuneo fiscale) per quella fascia, per il futuro ceto basso. Per i lavoratori dell’agricoltura e del manifatturiero. Sono operai e contadini che creano il valore aggiunto e la ricchezza, non gli agenti immobiliari o gli architetti del nulla. Se un paese produce, crea ricchezza, per tutti. Anche per quello che era e dovrebbe tornare a essere il rimpianto ceto medio.