Perchè l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino.

luglio 20, 2010

Sono passati due anni e tre mesi dalle ultime elezioni politiche che videro la sfida ad esito scontato fra le alleanze PDL+Lega e PD+IdV. Alcune delle parole d’ordine dello schieramento sconfitto a priori, guidato, se la memoria non mi inganna, da un certo Veltroni, erano “reciproco riconoscimento” (senza curarsi che gli altri dicessero alcunché di simile, e quindi reciproco un corno), “si può fare” (non ci credeva nessuno, nemmeno loro, nemmeno Veltroni) e “vocazione maggioritaria” (alla luce della considerazione precedente, si sarebbe dovuto dire “vocazione minoritaria”).

Nel generale clima mistificatorio, la campagna elettorale fu insignificante, giudicata tutti i commentatori come “noiosa”. La ragione è che mancava in essa l’argomento principe: la Giustizia. Che il centrodestra sia refrattario al tema lo si sa e lo si comprende. Meno chiara (ma anche no) è l’avversione del centrosinistra, che sembra irrimediabilmente folgorato dalla sindrome per cui l’argomento giustizia coincide con l’antiberlusconismo che, nella diabolicamente contorta filosofia imperante, favorirebbe Berlusconi stesso. Sta di fatto che il problema della Giustizia, sia nei due anni di governo Prodi che nel corso della campagna elettorale, sembrava accantonato, pur avendo animato il quinquennio delle leggi vergogna (2001-2006).
Nell’illusione che il confronto fra i due schieramenti si sarebbe articolato sulla “politica”, sui “programmi”, sulle “cose che interessano gli italiani” (come se agli italiani non interessasse la giustizia) i partiti omisero di affrontare la questione, dedicandosi ad altro.

Ma il risveglio, ed il successivo tunnel di incubi, lo conosciamo. Sebbene il paese sia attanagliato da una crisi economica pesantissima che ha imposto licenziamenti di massa, fallimenti, riduzioni dei redditi, tagli indiscriminati a servizi essenziali come scuola e sanità; sebbene siano entrati in vigore principi devastanti come la privatizzazione dell’acqua ed il ritorno all’energia nucleare, il dibattito politico si è acceso sui seguenti argomenti: Lodo Alfano, processo breve, legittimo impedimento, revisione (abolizione) delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, Lodo Alfano bis, “riforma della giustizia”; nonché dai reiterati ed inaccettabili attacchi della maggioranza di governo alla magistratura (quella che indaga e processa, non certo quella che insabbia). Infine siamo stati travolti dalle indagini sulla cricca, sul G8 della Maddalena (quando ancora non si sono chiusi i processi sui fatti del G8 di Genova), sulla Protezione Civile e sulla cosiddetta P3. Inchieste che più che degenerazioni del sistema, sembrano rivelare la sua irrimediabile putrescenza: l’impressione è che gli indagati siano solo malcapitati membri di un sistema intrinsecamente corrotto, nel quale tutti vìolano la legge e càpita a qualche sventurato di essere pizzicato. Davanti a queste evidenze non si può far altro che prendere atto che la questione politica nazionale è una questione giudiziaria e giurisdizionale. Punto e basta. So che fa storcere il naso a politologi e menti raffinate, e non c’è nessun gusto personale nel dirlo, ma è così.

Se vogliamo capire qualcosa del paese in cui viviamo dobbiamo partire da qui: dalla diffusione della cultura dell’illegalità e del delitto nella classe dirigente.

In tutti i paesi del mondo esistono la corruzione e si arrestano politici, in tutti i paesi del mondo membri della classe dirigente (non solo politica) commettono reati; ma solo in pochi, e l’Italia è uno di questi – l’unico del G8 e forse l’unico del G20 – si assiste alla crescita del tasso di illegalità con il progredire del grado di responsabilità pubblica. Se nei paesi europei evoluti il grado di illegalità è grosso modo il medesimo in tutte le fasce sociali, in Italia no: al salire del rango, aumenta. Tanto che il Parlamento è il luogo di lavoro nazionale (forse anche a livello mondiale) con la più elevata percentuale di persone indagate/condannate.

Esistono ragioni storiche profonde che spiegano questo fenomeno. Basti pensare che la classe dirigente italica si è evoluta dal quinto secolo dopo Cristo sopravvivendo a una serie di dominazioni senza eguali nel pianeta (a partire dagli Unni per finire agli Asburgo, ai Borboni ed a Napoleone). E basti pensare che il Regno d’Italia nacque da un compromesso (i plebisciti nei quali si votò con la legge sabauda che conferiva l’elettorato attivo solo al 3% della popolazione, ovvero alla classe dirigente) fra potentati locali e Casa Savoia; compromesso in base al quale i primi (poteri economici, ecclesiastici, aristocratici, militari) accettavano la sovranità piemontese a condizione di poter continuare ad autogovernarsi secondo la “loro” legge, anziché quella dello Stato cui andavano ad assoggettarsi.

La doppia obbedienza alla legge dello Stato ed alla propria (ed in caso di conflitto prevale la seconda) è il germe dell’illegalità della classe dirigente, che neppure il suffragio universale, il fascismo, la resistenza, e la transizione repubblicana (realizzata da partiti portatori di ideologie spesso conflittuali con la nozione di legalità) hanno soppresso. E se il fenomeno è diffuso su scala nazionale, al sud esso ha sempre trovato la sua espressione apicale, con la sopravvivenza, il consolidamento e l’affermazione dell’aristocrazie e della borghesia massoniche e mafiose, affiancate di recente dalle associazioni criminali di nuova generazione (camorre e ‘ndrine).

La cronica, storica, miseria economica del meridione, la tumultuosa crescita economica del nord nel dopoguerra, la preminenza dello Stato nella grande industria e soprattutto nel credito, il centralismo amministrativo, lo spirito corporativo e conservatore della magistratura, un clero attivo sul territorio, la presenza di un grande partito comunista fortemente legalitario (anche se per ragioni più propagandistiche che ideali) avevano arginato il dilagare della criminalità nei palazzi della politica, nei gangli dell’economia, nelle stanze della pubblica amministrazione, nei vestiboli delle curie, nei collegi professionali, nelle corsie degli ospedali e nei corridoi degli atenei. Il venir meno di questi elementi negli ultimi due decenni ha dato il via libera ai poteri occulti ed anticostituzionali, ed oggi gli italiani si trovano davanti questo macigno: la classe dirigente (politica, imprenditoriale, finanziaria, giudiziaria, accademica ed amministrativa) agisce largamente in deroga e/o in violazione delle leggi della Repubblica.

Tralascio forme e dettagli di come ciò avvenga e di come il sistema legislativo abbia creato gli strumenti, le forme ed i metodi di realizzazione; prenderebbe spazio ed ogni italiano avveduto se ne è fatto un’idea vagolando per uffici pubblici ed interagendo con gli imprenditori “di successo”.

Il fatto è che sembra di essere arrivati ad un punto di non ritorno, al discrimine; oltre il quale non è dato comprendere esattamente cosa ci sia, se non una società regolata dalla legge del più forte, del più violento, del più spregiudicato, del più corrotto.

Se vogliamo evitare di superare quel discrimine, o almeno salvare la nostra coscienza, dobbiamo invocare per noi stessi e per i nostri concittadini i principi di Verità e di Giustizia per tutto quello che è accaduto nella nostra storia, recente e meno recente.

L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino, la sua scomparsa fra le fiamme di via d’Amelio in quel 19 luglio 1992, e la conseguente richiesta di conoscerne la sorte, sono la plastica rappresentazione di questa estrema esigenza. Ormai è chiaro, a chiunque si sia documentato, che quel tragico giorno si ruppe il diaframma che conteneva al di fuori della vita della maggioranza degli italiani la più potente organizzazione criminale del mondo (Cosa Nostra) e le sue propaggini continentali. Da quel giorno i pupari di Riina, di Provenzano (giù giù fino a Spatuzza), nonché le loro ramificazioni sul territorio, hanno preso a marciare verso il controllo dell’economia nazionale, e, conseguentemente, del paese. Anche i nostri attuali governanti altro non appaiono se non miseri burattini. Solo così si spiegano la demenziale, assurda, illogica, insensata (agli occhi di un cittadino onesto) attività legislativa della maggioranza parlamentare e del governo in materia di giustizia e la politica sugli appalti statali e sulla privatizzazione improduttiva dei servizi pubblici, finalizzata unicamente a favorire gli investimenti parassitari invocati e voluti dall’economia illegale.

E’ per questo che ieri, rivendicando autonomia da chiunque, ho trascinato in piazza Cavana un gazebo, un tavolo e due sedie (presi a prestito), nonché un trolley di libri (miei), per organizzare la prima manifestazione pubblica della mia vita; per testimoniare, prima di tutto a me stesso, la mia consapevolezza di ciò che ho scritto e di cosa questo paese necessita. Solo la verità accertata dei fatti accaduti in sessanta anni di storia repubblicana, dagli episodi storico-politici remoti alle responsabilità penali personali; solo l’individuazione precisa e personale delle fortune economiche illecitamente accumulate (si sente parlare di 600 miliardi di euro detenuti all’estero, più di un terzo del debito pubblico nazionale); solo l’epurazione definitiva della classe dirigente dai suoi membri dediti all’illegalità ed al crimine – o collusi con esso – e la loro sostituzione con soggetti (uomini o donne, giovani o vecchi) animati da passione civile e da tensione morale potranno ridare speranza all’Italia; che è e resta un paese potenzialmente ricco e prospero, se solo la sua gente avesse la volontà di prendere in mano il proprio futuro.


Ma…

luglio 1, 2010

…qualcuno ha avvisato Bersani che per la prima volta nella storia d’Italia un senatore è stato condannato per mafia? Sa che fin dai tempi di Notarbartolo e di Depretis la magistratura tenta invano di processare i potenti collusi coi poteri criminali? Qualcuno ha cercato di fargli capire la portata storica dell’evento, se non altro per la vicinanza del condannato al presidente del consiglio? No, perchè a giudicare dal vuoto di parole (per tacer del resto) che viene da questo cosiddetto partito di opposizione si direbbe che abbiano confuso la mafia con una bocciofila.


Silvio ed il trionfo del femminismo.

marzo 31, 2010

pecorina

Da quand’ero adolescente ad oggi – ultimo esempio viene dall’attrice comica (cosi’ dicono) Littizzetto – ho sentito ripetere frasi di questo tenore: l’emancipazione femminile potra’ dirsi realizzata quando una donna stupida avra’ rovinato la vita di un uomo intelligente.

Osservo che il ministro Mariastella Gelmini, con pochi e bene assestati colpi, sta demolendo la scuola pubblica e l’universita’, compromettendo con cio’ sul nascere le esistenze di milioni di giovani uomini. Anche quelle delle giovani donne, ma il fatto e’ secondario. Quel che e’ certo che in tal modo il femminismo potra’ dirsi piu’ che realizzato, conclamato. Brava Mariastella! Bravo Silvio!


Morali e protocolli.

marzo 4, 2010

protocollo

L’esclusione di alcune liste di centrodestra per vizio di forma mi suona come un limpido contrappasso. Se penso a quale è stato il mutamento culturale e sociale più profondo degli ultimi lustri mi sembra di individuarlo nella sostituzione della morale con un combinato disposto di egoismo e di legalismo protocollare.

La cosiddetta “fine delle ideologie” in realtà ha prodotto un risultato abbastanza preciso. Le ideologie, ci piaccia o no, hanno una pretesa: stabilire cosa è bene e cosa è male, ovvero fissare principi morali. Esattamente quelli di cui ciascuno di noi non può fare a meno. Ci tengo a dirlo. Il sostantivo e l’aggettivo “morale” sono da anni rinchiusi in un recinto lessicale di utilizzabilità parziale e quasi vergognosa. Tanto che ne vengono usati maggiormente i vocaboli neganti (immorale, amorale..) ovvero li si sostituisce con i derivati di “etica” che invece è un’altra cosa (l’etica è lo studio della morale). Mi sembrano anche alquanto generiche e confuse le opinioni che circolano sulla ormai fantomatica e mitologica “questione morale” invocata da Enrico Berlinguer nella notte dei tempi. Chiedere ma soprattutto imporsi comportamenti morali sembra essere una pretesa vetusta, noiosa, polverosa quando non addirittura reazionaria. Ma in realtà il punto non è questo. La morale, dizionario alla mano, è il complesso di convinzioni, principi, idee, ideali, precetti (eccetera) cui l’uomo attinge per distinguere il bene dal male; in una parola, per decidere come comportarsi. Pertanto è impossibile farne a meno: ciascuno di noi ha una sua morale e ogni collettività ha una sua morale collettiva, più o meno definita. Il problema è che abbiamo smesso di interrogarci su cosa e quale sia, di discuterne, di confrontarci su di essa e ciò ha segnato un regresso sociale. E’ come se davanti alla scelta cruciale sul bene e sul male (personale e collettivo) fossimo degli analfabeti, dei principianti senza una guida, dei gattini ciechi.

Quante volte abbiamo sentito usare argomenti del tipo “non è reato e quindi si può fare”. A pensarci bene, è un concetto primitivo, primordiale ed aberrante. Decidere di/come agire/non agire solo in ragione del timore di una pena è una logica da cavernicoli. Eppure – a ben pensarci – è così che stiamo costruendo il nostro vivere civile, da quando abbiamo detto che erano “cadute le ideologie” e che il “mercato” avrebbe governato l’economia e quindi le nostre vite. Ne è derivato il principio che in ogni ambito della nostra vita sociale il motore delle azioni è l’egoismo, l’interesse personale, contemperato da normative protocollari che dovrebbero contenere gli abusi e regolare il vivere comune nell’interesse collettivo.

Il magistrato deve preoccuparsi di rispettare la procedura più che di stabilire se l’imputato è colpevole o innocente; il medico deve preoccuparsi di rispettare il protocollo previsto per quella patologia, non di curare il malato; il docente deve compilare ordinatamente registri e schede, rispettare orari e calendari, e non importa se le sue lezioni fanno vomitare; l’imprenditore deve puntare al profitto, e non importa se evade il fisco, se inquina, se distrugge le vite degli operai, se delocalizza l’attività ed abbandona le fabbriche.

E’ questa la catastrofica conseguenza dell’idea assolutamente demenziale in base alla quale il mondo procede liberando gli istinti dei singoli all’interno di un quadro regolatorio, come per lo scorrere dell’acqua di un fiume in un sistema di dighe e di chiuse.

No. Il mondo non può funzionare così. Perché ciascuno di noi e ciascuna collettività – e datemi pure del reazionario – HA e deve avere una morale. Ogni genitore sa cosa è bene e cosa e male per i suoi figli, e se non lo sa se lo deve chiedere, e se non se lo chiede non può educare i suoi figli. Un insegnante sa come fare bene la sua lezione e capisce quando la fa male. Un giudice sa e deve sapere come gestire un procedimento nell’interesse della Giustizia, quella con la G maiuscola che sta a discriminare quello che è giusto da quello che è ingiusto. Un medico ha la missione di curare i malati, non di far funzionare una “azienda ospedaliera”. Un imprenditore sa e deve sapere se sta creando ricchezza, lavoro e benessere o se li sta distruggendo. Perché ognuno di noi, davanti ai casi della vita dice a se stesso mille volte “è giusto” o “non è giusto”. E la motivazione non viene, non può venire, non verrà mai da un codice, da un protocollo e tantomeno dal conseguimento di un qualche vantaggio per chicchessia.

Questo è il senso del principio di moralità ed anche di giustizia che, parimenti, viene sostituita col principio più debole di “legalità” o stemperato con l’aggettivo “sociale”. Anche qui non ci siamo: invocare solo e semplicemente la legalità non basta, perché facendolo si ricade nella logica protocollare e non si deve dimenticare che la legge può essere ingiusta.

Parlando di morale si allude spesso (per ipocrisia o superficialità) alla morale sessuale, esercitandosi accademicamente sull’idea che predicare una morale sessuale è retaggio da anni ’50: ognuno vive la sessualità come vuole ed una morale sessuale collettiva non può esistere. E’ il pensiero più semplice ed anche il più comodo. Ma purtroppo è solo il più comodo, perché in realtà, anche se rifiutiamo di riconoscerlo, esiste una morale sessuale collettiva. La prova l’ho avuta di recente quando ho scoperto che un politico che va a puttane va capito, mentre quello che va a trans va cacciato. Quindi a puttane sì ma a trans no: me lo sono segnato.


Sabato 26 settembre.

settembre 28, 2009

Non serve che vi racconti il corteo, è facile immaginarlo o vederne le immagini su youtube: fra le mille e le duemila persone, con un libretto rosso in mano, che hanno camminato da piazza Bocca della Verità fino a piazza Navona, passando per piazza Venezia e per via delle Botteghe Oscure. Non serve che vi riassuma gli interventi perché trovate anche quelli; né posso discuterli o spiegarli perché sarebbe o lungo o riduttivo ed in alcuni casi inutile o per me impossibile.

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Il delitto.

agosto 17, 2009

La corruzione è un delitto gravissimo. Ma il delitto è la forma più perniciosa di corruzione, perchè corrompe chi lo commette. Con esso l’autore perde la dignità ed il rispetto di se stesso, e chi non ha rispetto di se stesso non può averlo per l’altro.