Il Pd celebra la vendetta di B.

agosto 8, 2014

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E così il partito democratico ha entusiasticamente celebrato la vendetta di Silvio B. sull’assemblea del Senato, che pochi mesi fa lo espulse, decretandone la decadenza dalla carica per effetto della condanna per frode fiscale. Non mi meraviglia che egli abbia tenacemente voluto il voto di oggi, col quale sancisce che, se non può essere senatore lui, non lo sarà più nessuno di quelli che gli hanno votato contro. E che un’assemblea che vota contro di lui è destinata a scomparire. E’ nella natura vendicativa del personaggio. E’ incredibile (o forse no) la disciplina con la quale i senatori pd hanno obbedito al pregiudicato, il quale si sta scopertamente servendo del segretario pd per regolare i suoi conti con la Politica e con la Giustizia. E’ meno incredibile se si torna con la mente alla cosiddetta “congiura dei 101”, che fu in realtà una prova di assoggettamento a B. da parte del Pd; la prova che il partito democratico è di fatto berlusconiano, organico agli stessi poteri che governano Forza Italia.

Ora si attende la preannunciata “riforma della Giustizia”, ovvero la vendetta di B. contro i magistrati, che egli imporrà come precondizione per confermare il voto di oggi nei successivi passaggi parlamentari. Un panino di votazioni che imprigiona Renzi in una morsa letale e impegnerà il Parlamento nel varo di leggi inutili o dannose, sottraendolo all’indispensabile azione normativa di cui avrebbe urgente necessità l’Italia, come pure ha appena comunicato la Bce. La quale ha invocato riforme in materia di fisco, concorrenza e giustizia; e non di assemblee elettive.

Il partito democratico accompagna il paese lungo il piano inclinato del declino. Economico, politico e morale.

 

 

 

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Processo Ruby: il delirio non si arresta

luglio 23, 2014

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Sono passati alcuni giorni e ancora leggo gente gridare allo scandalo. Prima condannato e poi assolto: orrore, vergogna ed ignominia!

Ma, scusate, il fatto che esistano il giudizio di primo grado e quello d’appello, emessi da collegi diversi, prevede ontologicamente che possono aversi sentenze diverse. Se i giudici d’appello non avessero la libertà e la possibilità di riformare la sentenza del Tribunale, che senso avrebbe l’appello in sé?

State calmi. La condanna di primo grado non ha avuto nessuna conseguenza sull’imputato. E attendiamo anche la Cassazione, che non mica finita qui.

 


Processo Ruby e leggi ad personam

luglio 22, 2014

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Il processo Ruby racchiude alcune delle peggiori degenerazioni della giustizia penale italiana, effetto della legislazione prodotta da una classe politica dedita alla commissione del delitto anziché alla sua repressione.

  1. La proliferazione dei riti. Il rito del processo penale dovrebbe essere uno solo, per tutti i reati e per tutti gli imputati. In Italia, invece, si è perso il conto dei riti alternativi: patteggiamento, abbreviato, immediato, per direttissima, per decreto, citazione diretta. Una conseguenza è stata l’incomprensibile scelta della Procura di processare B. separatamente da Fede, Mora e Minetti; duplicazione antieconomica e foriera di possibili conflitti di giudicato.
  2. “Giusto processo”. La riforma dell’art. 111 della Costituzione (centrosinistra, anno 2000) ha stravolto il regime della testimonianza nel processo penale. Pensata per neutralizzare i processi di Tangentopoli (e centrò l’obiettivo) tale riforma toglie valore processuale alle testimonianze raccolte nel corso delle indagini da Polizia Giudiziaria e Pubblico Ministero, rinviando la formazione della prova al dibattimento. In tal modo l’indagato ha anni di tempo per subornare i testimoni e questi di “dimenticare” i fatti. Gli investigatori perdono in tal modo interesse a svolgere indagini accurate e la prova testimoniale perde la sua caratteristica principale: la genuinità.
  3. Indagini difensive. Se B. ha potuto inquinare il processo Ruby fin dalla sua genesi, lo si deve anche all’orrenda legge sulle indagini difensive (anno 2000, centrosinistra), che trasforma i difensori dell’indagato in investigatori di fatto autorizzati per legge a raccogliere testimonianze false fin dall’inizio delle indagini. Combinando “giusto processo” e indagini difensive, i PM hanno di fatto le armi spuntate.
  4. Gli italiani si sono ormai assuefatti all’idea che il Parlamento legiferi su un reato penale per salvare un politico sotto processo. Un’aberrazione che fa inorridire, ma la comunione di intenti fra Pd e Forza Italia l’ha ormai resa una prassi accettata. Mi riferisco in particolare alla modifica del reato di concussione che ora risulta di difficile punizione in tutti i casi.

Analizzando altri processi a personaggi pubblici, troveremmo mille altri casi in cui la legislazione di favore a consentito a qualche imputato eccellente di farla franca. Non senza ricordare che di tali leggi criminogene beneficiano anche i delinquenti comuni, i signori nessuno che godono di riflesso dei delitti altrui.

Ciò premesso, in punto di diritto la sentenza assolutoria è probabilmente giusta. Perché da quel che si è letto manca o è insufficiente la prova dei rapporti sessuali fra l’imputato e la ragazza nonché della sua consapevolezza della di lei minore età; perché la concussione (o l’induzione indebita) non è un reato pensato per punire un capo di governo; soprattutto perché la riforma Severino del reato di concussione è stata fatta apposta.

Resta la desolazione di vedere un paese ormai assuefatto alla conquista delle istituzioni da parte di chi pratica sistematicamente la violazione della legge.


Boldrini, la mamma, la pubblicità

settembre 26, 2013

manet

Dal mio punto di vista la pubblicità televisiva non propone alcun modello. La sua funzione è vendere prodotti di largo consumo ed utilizza quindi simboli immediati. I soggetti protagonisti degli spot non sono reali e costituiscono non modelli sociali, ma stereotipi, sia maschili che femminili. Positivi o negativi, o né l’uno né l’altro, ma per me non ha nessuna importanza. Sono assimilabili alle figure della commedia dell’arte (Arlecchino e Colombina sono modelli negativi? E Brighella?), come i personaggi dei cartoni animati (l’olandesina, il Gigante buono, Jo Condor erano diseducativi?).

Tuttavia, se qualcuno la pensa diversamente e ritiene che certe tipologie di spot vadano criticate (spero che nessuno pensi alla censura, ci mancherebbe solo questo), è sacrosanto che lo faccia. Pur non guardando mai la tv, prendo atto delle parole della Presidente della Camera sugli spot che rappresenterebbero modelli femminili (solo femminili? Siamo sicuri?) diseducativi, per quanto irreali.

Ma del modello – questo sì realissimo – della donna che si afferma nelle professioni, negli enti pubblici, nelle imprese private, nella politica solo perché moglie-compagna-amante-concubina (o figlia, protetta, pupilla) di un uomo di potere non ne vogliamo parlare? Va bene così? D’accordo, è colpa degli uomini (quando si entra in questo genere di argomenti le donne non hanno mai colpa di nulla), ma non è comunque un caso da affrontare? Un fenomeno da discutere, pur senza voler addossare colpe e responsabilità? O mi si vuol dire che non esiste? O che “vale per le donne come per gli uomini” (questa sì, è comica)? Non è un modello ancor più diseducativo, in quanto reale, realissimo, attualissimo e concreto al contrario delle figurine della pubblicità? Un modello che ispira milioni di giovani donne che fin dalla pubertà sognano di “fare le veline” per conquistarsi uno spazio nella società?

Un dubbio viene.

Non che tutte le donne si siano fatte strada così, perché non è vero.

Ma che essendo un fatto reale e non virtuale, televisivo, parlarne andrebbe di sicuro contro gli interessi e contro la suscettibilità di qualcuno/a e causerebbe la contrarietà di troppi soggetti reali che fanno parte della (propria) comunità. In una parola: è un tabù; e come tale va rimosso, evitato, taciuto, nascosto. Agli uomini ed alle donne.

E’ decisamente più facile prendersela con le donnine delle pubblicità, che sono finte e non protestano, non vanno dal protettore a lamentarsi, non fanno casino e non rompono la solidarietà di genere. Si fa bella figura, si fa parlar di sé e non si scontenta nessuno.


Adesso però basta

agosto 15, 2013

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La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

E’ il secondo comma dell’articolo uno della Costituzione e la sua applicazione è consentita. Sua ovvia conseguenza è che a decidere sulla presenza in Parlamento di Silvio Berlusconi è il Parlamento, eletto (quasi) democraticamente nel febbraio scorso.

Berlusconi, lo sanno anche le pietre, era ineleggibile fin dal 1994 e lo è tuttora. La sua presenza in Parlamento è una violazione di legge che i partiti hanno finto di non vedere per quasi venti anni. Ora è venuto il momento di sanare la questione applicando la L. 361/1957.

Si obietta che, non essendo stata applicata tale disposizione nelle cinque elezioni precedenti, non è possibile mutarne l’interpretazione.

Dissento. Innanzitutto perchè sbagliare cinque volte non legittima la sesta ripetizione. Ma soprattutto per l’emersione di un fatto nuovo: il contenuto della sentenza Mediaset.

All’epoca della “discesa in campo”, Silvio Berlusconi promise che si sarebbe dedicato al “paese che ama” e che avrebbe lasciato ad altri la conduzione delle sue aziende. Nessuna persona seria poteva crederci, ma, in nome della volontà elettorale, era politcamente legittimo fornire un’apertura di credito. Immaginiamo di aver pensato: farà solo il politico e non più l’imprenditore concessionario pubblico, quindi non vi è conflitto di interessi e la violazione di legge è solo formale e non sostanziale. Va bene. Su tali premesse si è concesso a Berlusconi di sedere in Parlamento.

Ma ora le cose sono chiare. La sentenza Mediaset, a prescindere dai suoi effetti penali, afferma incontestabilmente che Silvio Berlusconi, nel periodo in cui ricopriva la carica di Presidente del Consiglio, dirigeva personalmente gli affari Mediaset, ed in particolare il suo core business (diritti tv). Quindi, ad ogni candidatura ha sempre sistematicamente mentito agli italiani, ai suoi elettori, agli organi di informazione di controllo. Non solo, la sua amministrazione di fatto di Mediaset era macroscopicamente illegale, essendo finalizzata alla frode fiscale.

Di fronte a ciò il Parlamento non può che prendere un decisione politica netta. Decisione politica e non giuridica. Affermando che Berlusconi ha mentito sistematicamente ed ingannato le Camere, inducendole a concedere una facoltà (l’eleggibilità) che gli doveva invece essere negata.

Divieto che può e deve essere opposto ora: dichiarando ineleggibile Silvio Berlusconi ed estromettendolo dal Senato in base alla normativa vigente. E ciò a prescindere dalla pena accessoria comminata dalla Corte d’Appello di Milano, da qualsivoglia interpretazione delle Legge Severino e da qualsiasi provvedimento di “clemenza” dovesse piovere dal Quirinale.

Un tentennamento, comunque motivato, da parte dei partiti che siedono in Parlamento (Pd per primo) non può e non deve essere tollerato.


Ruby uno, due e.. ?

maggio 25, 2013

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Il caso Ruby ci accompagnerà a lungo. Ci sono già il processo Ruby uno (a Berlusconi) e Ruby due (a Fede, Minetti e Mora). Seguiranno i relativi appelli, i giudizi di legittimità, i possibili riti di rinvio o di revisione, eccetera. Molto probabilmente si celebreranno altri processi (Ruby tre, quattro, cinque …) per la gigantesca corruzione dei testimoni che è stata messa in piedi per inquinare i primi due.

Nel merito giudiziario c’è poco da dire. Sono fatti privati di cui si discuterà all’infinito (a vuoto) per convincersi se costituiscono reato oppure no, se ci sono le prove oppure no, se esse  sono genuine e credibili oppure no.  Se ce ne deve importare qualcosa oppure no.

Ai miei occhi il caso dimostra una sola cosa: fra gli italiani e Berlusconi sussiste un permanente, irredimibile incancellabile stato di infatuazione. Non lo chiamerei consenso e nemmeno fiducia. E’ un sentimento che attanaglia tutti (compresi gli oppositori veri o presunti) e che fa sì che a Silvio tutto venga concesso, a prescindere. A dispetto di tutto e di tutti.

Basta provare ad immaginare cosa accadrebbe se in una vicenda analoga quella di Ruby fosse coinvolto un altro personaggio pubblico. Che so, Romano Prodi; o Mario Monti. Proviamo a chiederci che reazioni susciterebbe sapere che uno di essi si sollazza invitando in casa propria prostitute dedite alla messa in scena di “spettacolini” a sfondo erotico. Cadrebbero nell’oblio più totale nel giro di un secondo e nessuno oserebbe nemmeno proporli per una qualsiasi carica pubblica. Sbaglia chi sostiene che “in qualsiasi altro paese lo scandalo Ruby avrebbe cancellato qualsiasi politico dalla scena pubblica”. Sbaglia perché così sarebbe anche in Italia per chiunque non si chiami Silvio Berlusconi.

 Il Cavaliere domina la scena politica da quasi vent’anni. Ma non vi è una sola legge a lui riconducibile per la quale gli italiani gli possano essere grati; non un’opera pubblica di cui lui possa vantar merito; non un provvedimento, non un decreto, non un atto politico nazionale o internazionale di cui si possa dire: “beh, almeno questo lo ha fatto”. Niente. Ma gli italiani continuano a concedergli tutto.

Compresi coloro che dicono di avversarlo.


Perchè l’Agenda Rossa di Paolo Borsellino.

luglio 20, 2010

Sono passati due anni e tre mesi dalle ultime elezioni politiche che videro la sfida ad esito scontato fra le alleanze PDL+Lega e PD+IdV. Alcune delle parole d’ordine dello schieramento sconfitto a priori, guidato, se la memoria non mi inganna, da un certo Veltroni, erano “reciproco riconoscimento” (senza curarsi che gli altri dicessero alcunché di simile, e quindi reciproco un corno), “si può fare” (non ci credeva nessuno, nemmeno loro, nemmeno Veltroni) e “vocazione maggioritaria” (alla luce della considerazione precedente, si sarebbe dovuto dire “vocazione minoritaria”).

Nel generale clima mistificatorio, la campagna elettorale fu insignificante, giudicata tutti i commentatori come “noiosa”. La ragione è che mancava in essa l’argomento principe: la Giustizia. Che il centrodestra sia refrattario al tema lo si sa e lo si comprende. Meno chiara (ma anche no) è l’avversione del centrosinistra, che sembra irrimediabilmente folgorato dalla sindrome per cui l’argomento giustizia coincide con l’antiberlusconismo che, nella diabolicamente contorta filosofia imperante, favorirebbe Berlusconi stesso. Sta di fatto che il problema della Giustizia, sia nei due anni di governo Prodi che nel corso della campagna elettorale, sembrava accantonato, pur avendo animato il quinquennio delle leggi vergogna (2001-2006).
Nell’illusione che il confronto fra i due schieramenti si sarebbe articolato sulla “politica”, sui “programmi”, sulle “cose che interessano gli italiani” (come se agli italiani non interessasse la giustizia) i partiti omisero di affrontare la questione, dedicandosi ad altro.

Ma il risveglio, ed il successivo tunnel di incubi, lo conosciamo. Sebbene il paese sia attanagliato da una crisi economica pesantissima che ha imposto licenziamenti di massa, fallimenti, riduzioni dei redditi, tagli indiscriminati a servizi essenziali come scuola e sanità; sebbene siano entrati in vigore principi devastanti come la privatizzazione dell’acqua ed il ritorno all’energia nucleare, il dibattito politico si è acceso sui seguenti argomenti: Lodo Alfano, processo breve, legittimo impedimento, revisione (abolizione) delle intercettazioni telefoniche ed ambientali, Lodo Alfano bis, “riforma della giustizia”; nonché dai reiterati ed inaccettabili attacchi della maggioranza di governo alla magistratura (quella che indaga e processa, non certo quella che insabbia). Infine siamo stati travolti dalle indagini sulla cricca, sul G8 della Maddalena (quando ancora non si sono chiusi i processi sui fatti del G8 di Genova), sulla Protezione Civile e sulla cosiddetta P3. Inchieste che più che degenerazioni del sistema, sembrano rivelare la sua irrimediabile putrescenza: l’impressione è che gli indagati siano solo malcapitati membri di un sistema intrinsecamente corrotto, nel quale tutti vìolano la legge e càpita a qualche sventurato di essere pizzicato. Davanti a queste evidenze non si può far altro che prendere atto che la questione politica nazionale è una questione giudiziaria e giurisdizionale. Punto e basta. So che fa storcere il naso a politologi e menti raffinate, e non c’è nessun gusto personale nel dirlo, ma è così.

Se vogliamo capire qualcosa del paese in cui viviamo dobbiamo partire da qui: dalla diffusione della cultura dell’illegalità e del delitto nella classe dirigente.

In tutti i paesi del mondo esistono la corruzione e si arrestano politici, in tutti i paesi del mondo membri della classe dirigente (non solo politica) commettono reati; ma solo in pochi, e l’Italia è uno di questi – l’unico del G8 e forse l’unico del G20 – si assiste alla crescita del tasso di illegalità con il progredire del grado di responsabilità pubblica. Se nei paesi europei evoluti il grado di illegalità è grosso modo il medesimo in tutte le fasce sociali, in Italia no: al salire del rango, aumenta. Tanto che il Parlamento è il luogo di lavoro nazionale (forse anche a livello mondiale) con la più elevata percentuale di persone indagate/condannate.

Esistono ragioni storiche profonde che spiegano questo fenomeno. Basti pensare che la classe dirigente italica si è evoluta dal quinto secolo dopo Cristo sopravvivendo a una serie di dominazioni senza eguali nel pianeta (a partire dagli Unni per finire agli Asburgo, ai Borboni ed a Napoleone). E basti pensare che il Regno d’Italia nacque da un compromesso (i plebisciti nei quali si votò con la legge sabauda che conferiva l’elettorato attivo solo al 3% della popolazione, ovvero alla classe dirigente) fra potentati locali e Casa Savoia; compromesso in base al quale i primi (poteri economici, ecclesiastici, aristocratici, militari) accettavano la sovranità piemontese a condizione di poter continuare ad autogovernarsi secondo la “loro” legge, anziché quella dello Stato cui andavano ad assoggettarsi.

La doppia obbedienza alla legge dello Stato ed alla propria (ed in caso di conflitto prevale la seconda) è il germe dell’illegalità della classe dirigente, che neppure il suffragio universale, il fascismo, la resistenza, e la transizione repubblicana (realizzata da partiti portatori di ideologie spesso conflittuali con la nozione di legalità) hanno soppresso. E se il fenomeno è diffuso su scala nazionale, al sud esso ha sempre trovato la sua espressione apicale, con la sopravvivenza, il consolidamento e l’affermazione dell’aristocrazie e della borghesia massoniche e mafiose, affiancate di recente dalle associazioni criminali di nuova generazione (camorre e ‘ndrine).

La cronica, storica, miseria economica del meridione, la tumultuosa crescita economica del nord nel dopoguerra, la preminenza dello Stato nella grande industria e soprattutto nel credito, il centralismo amministrativo, lo spirito corporativo e conservatore della magistratura, un clero attivo sul territorio, la presenza di un grande partito comunista fortemente legalitario (anche se per ragioni più propagandistiche che ideali) avevano arginato il dilagare della criminalità nei palazzi della politica, nei gangli dell’economia, nelle stanze della pubblica amministrazione, nei vestiboli delle curie, nei collegi professionali, nelle corsie degli ospedali e nei corridoi degli atenei. Il venir meno di questi elementi negli ultimi due decenni ha dato il via libera ai poteri occulti ed anticostituzionali, ed oggi gli italiani si trovano davanti questo macigno: la classe dirigente (politica, imprenditoriale, finanziaria, giudiziaria, accademica ed amministrativa) agisce largamente in deroga e/o in violazione delle leggi della Repubblica.

Tralascio forme e dettagli di come ciò avvenga e di come il sistema legislativo abbia creato gli strumenti, le forme ed i metodi di realizzazione; prenderebbe spazio ed ogni italiano avveduto se ne è fatto un’idea vagolando per uffici pubblici ed interagendo con gli imprenditori “di successo”.

Il fatto è che sembra di essere arrivati ad un punto di non ritorno, al discrimine; oltre il quale non è dato comprendere esattamente cosa ci sia, se non una società regolata dalla legge del più forte, del più violento, del più spregiudicato, del più corrotto.

Se vogliamo evitare di superare quel discrimine, o almeno salvare la nostra coscienza, dobbiamo invocare per noi stessi e per i nostri concittadini i principi di Verità e di Giustizia per tutto quello che è accaduto nella nostra storia, recente e meno recente.

L’Agenda Rossa di Paolo Borsellino, la sua scomparsa fra le fiamme di via d’Amelio in quel 19 luglio 1992, e la conseguente richiesta di conoscerne la sorte, sono la plastica rappresentazione di questa estrema esigenza. Ormai è chiaro, a chiunque si sia documentato, che quel tragico giorno si ruppe il diaframma che conteneva al di fuori della vita della maggioranza degli italiani la più potente organizzazione criminale del mondo (Cosa Nostra) e le sue propaggini continentali. Da quel giorno i pupari di Riina, di Provenzano (giù giù fino a Spatuzza), nonché le loro ramificazioni sul territorio, hanno preso a marciare verso il controllo dell’economia nazionale, e, conseguentemente, del paese. Anche i nostri attuali governanti altro non appaiono se non miseri burattini. Solo così si spiegano la demenziale, assurda, illogica, insensata (agli occhi di un cittadino onesto) attività legislativa della maggioranza parlamentare e del governo in materia di giustizia e la politica sugli appalti statali e sulla privatizzazione improduttiva dei servizi pubblici, finalizzata unicamente a favorire gli investimenti parassitari invocati e voluti dall’economia illegale.

E’ per questo che ieri, rivendicando autonomia da chiunque, ho trascinato in piazza Cavana un gazebo, un tavolo e due sedie (presi a prestito), nonché un trolley di libri (miei), per organizzare la prima manifestazione pubblica della mia vita; per testimoniare, prima di tutto a me stesso, la mia consapevolezza di ciò che ho scritto e di cosa questo paese necessita. Solo la verità accertata dei fatti accaduti in sessanta anni di storia repubblicana, dagli episodi storico-politici remoti alle responsabilità penali personali; solo l’individuazione precisa e personale delle fortune economiche illecitamente accumulate (si sente parlare di 600 miliardi di euro detenuti all’estero, più di un terzo del debito pubblico nazionale); solo l’epurazione definitiva della classe dirigente dai suoi membri dediti all’illegalità ed al crimine – o collusi con esso – e la loro sostituzione con soggetti (uomini o donne, giovani o vecchi) animati da passione civile e da tensione morale potranno ridare speranza all’Italia; che è e resta un paese potenzialmente ricco e prospero, se solo la sua gente avesse la volontà di prendere in mano il proprio futuro.