Riti alternativi e garantismo

ottobre 27, 2018

riti alternativi

Il procedimento penale celebrato con rito ordinario si articola nelle seguenti fasi: indagine preliminare, udienza preliminare e dibattimento, che termina con la sentenza del primo grado di giudizio. In caso di impugnazione seguono il processo d’appello e il giudizio di Cassazione.

L’indagine preliminare è una vera e propria istruttoria e l’udienza preliminare è divenuta, nella prassi, una sorta di grado zero di giudizio. Nel corso del dibattimento, in contraddittorio fra le parti, si formano le prove ed esso è, proprio per questo, lungo ed articolato e già in fase di stesura del codice di procedura in vigore emerse che il nuovo rito avrebbe comportato processi molto lunghi. Per tale ragione vennero introdotto i cosiddetti riti alternativi, finalizzati a definire il procedimento in maniera più spedita, quando possibile. Tali opzioni si sono andate via via arricchendo nel corso degli anni, ed ora il ventaglio è ampio: giudizio direttissimo, immediato, a citazione diretta, per decreto. Casi in cui, per la natura del fatto o per l’evidenza della prova, il rito viene privato di una delle fasi ordinarie. Ma i riti alternativi più significativi sono il patteggiamento ed il rito abbreviato, la cui adozione dipende da una scelta dell’indagato.

Il patteggiamento è un accordo fra difesa e Pubblico ministero che si perfeziona prima dell’inizio del dibattimento con il quale, prescindendo dall’accertamento dei fatti, si “applica una pena” all’indagato (prima che questi divenga appunto imputato). Il Giudice si limita a verificare l’impossibilità del proscioglimento e la congruità dell’accordo stesso. Il vantaggio per la difesa è uno sconto di pena, mentre per l’accusa è la definizione in tempi brevi del procedimento. Il rito abbreviato viene richiesto dalla difesa, e consiste nell’accettazione degli atti dell’indagine preliminare quali prove a tutti gli effetti, con rinuncia al contraddittorio. Anche in questo caso avviene uno scambio fra accusa e difesa: uno sconto di pena in cambio di un processo più veloce. A differenza del patteggiamento, tuttavia, si celebra un processo, con conseguente eventuale condanna (e non l’”applicazione della pena”), basato sugli atti del Pubblico ministero, e la sentenza può essere impugnata in appello (cosa non consentita per il patteggiamento).

Una prima domanda è: se il maggior garantismo del sistema accusatorio risiede nel contraddittorio fra le parti, riti come questi, nei quali il contraddittorio non c’è, sono ugualmente garantisti?

In astratto, chi patteggia lo fa perché, sapendo di essere colpevole, opta per un processo veloce con sconto di pena. Purtroppo, in realtà, avviene spesso che a patteggiare sia chi non ha mezzi economici per pagare il difensore in un lungo e difficile (e quindi costoso) rito ordinario. Il patteggiamento, peraltro, è un istituto mutuato dal sistema americano, che tutto è tranne che garantista. Ispirarsi alla Giustizia statunitense e dirsi garantisti, infatti, mi pare una contraddizione. Gli Usa sono il paese dei tre milioni di detenuti (a pari percentuali, noi ne avremmo circa mezzo milione, contro i circa 60mila attuali); della pena di morte; degli errori giudiziari scoperti a distanza, con il condannato riabilitato dopo decenni di carcere; dei verdetti emessi dalla giuria popolare senza dover motivare, cosicché non è possibile appellarsi se non per ragioni procedurali. Qualsiasi cosa venga dagli Usa, tutto è meno che garantista.

Diverso è il caso del rito abbreviato, che a me pare illogico. Va innanzitutto ricordato che è proprio grazie allo sconto automatico da esso previsto che gravissimi delitti vengono puniti con pene alquanto miti. L’omicida, anche efferato, che dopo meno di dieci anni torna in libertà (evento tutt’altro che raro) deve tale trattamento proprio alla scelta di tale rito. Il quale trasforma l’udienza preliminare in un vero e proprio processo sulle carte, in una via di mezzo fra un dibattimento ed un atto di ratifica. Una procedura a metà fra rito inquisitorio e rito accusatorio; un ibrido che si concretizza nello scambio fra minori garanzie processuali ed una pena più bassa.

Sintetizzando, sia il patteggiamento che il rito abbreviato si riducono ad un baratto: meno garanzie per l’indagato/imputato in cambio di una pena più mite. Sarà forse una scelta di celerità, ma non mi pare che possa dirsi garantista. Garantisce pene basse ai colpevoli, questo sì, ma non adeguati diritti di difesa.

Ed infatti il patteggiamento, in origine, era previsto per i reati di minore gravità (quelli con pena inferiore a tre anni di carcere, più o meno), ma poi lo si è esteso anche ad altri più gravi, con conseguenze discutibili. L’abbreviato, al contrario, è sempre possibile, ma la sua nefasta illogicità si è manifestata clamorosamente in alcuni casi di cronaca divenuti celebri (continua).

Annunci

Debito pubblico e illegalità

ottobre 27, 2018

 

pillole-droghe-legalizzate-50x70cm-97358

Nei quotidiani di questi giorni dominano due notizie: il conflitto fra Governo italiano e Istituzioni sovranazionali (Commissione europea e Bce) e la tragica morte di una ragazza minorenne nel quartiere di San Lorenzo, all’interno di uno stabile abbandonato e divenuto area di spaccio di stupefacenti. Qualcosa che lega queste due notizie? Apparentemente no, ma in realtà sì.

Come ho scritto qui, lo strumento che ci consentirebbe di uscire dalle problematiche del nostro bilancio cronicamente in passivo, a mio modesto parere, è l’abolizione del denaro contante. La conseguente emersione dell’economia illegale o semi-legale e la possibilità di rendere irrilevante l’evasione fiscale, darebbero allo Stato risorse finanziarie aggiuntive e soprattutto la possibilità di trattare con le istituzioni sovranazionali soluzioni per superare il problema del debito pubblico.

Simultaneamente l’abolizione del denaro contante sarebbe il colpo di grazia per alcune forme di illegalità, quali appunto lo spaccio di strada. Se esistono aree urbane di fatto sottratte alla vita civile dai pusher di droga, lo si deve alla possibilità di acquistare stupefacenti con denaro liquido. Se il contante non esistesse, chi traffica in sostanze illegali dovrebbe trovare attività lecite di copertura: non riesco infatti ad immaginare un pusher con il POS che riceve il pagamento delle dosi a mezzo carta di credito.

Lo stesso avverrebbe per altre attività illecite come la prostituzione di strada o la vendita di beni contraffatti.

Peccato che nessuno abbia il coraggio di sostenere questa prospettiva in maniera adeguata. L’ottimo Cottarelli, che appare continuamente in televisione, e che è stato alto funzionario del Fondo Monetario Internazionale, sembra dimenticare che l’abolizione del contante è fortemente consigliato ai governi dallo stesso Fmi.

E l’Italia, paese dell’illegalità diffusa, madre delle mafie ed afflitta dall’infedeltà fiscale, potrebbe divenire grazie ad essa guida dell’innovazione economica mondiale. E forse non avremmo neppure casi come quelli della povera Desirée.


Trattative di oggi e di ieri

gennaio 26, 2018

trama

Le cronache di questo fine gennaio 2018 ci raccontano di segreterie di partiti assediate da candidati questuanti. Parlamentari o aspiranti tali all’affannosa ricerca di un posto sicuro in lista. Se, umanamente, verrebbe da comprendere un simile comportamento, non dobbiamo dimenticare che la conservazione del seggio alla Camera o al Senato è diventato il vero e forse unico collante delle maggioranze parlamentari. Le convulse trattative fra le anime dei partiti e fra i loro componenti, sono la chiave di lettura della vita politica nazionale, poiché i governi degli ultimi anni devono la loro sopravvivenza alla pervicace volontà degli eletti di rimanere in carica più a lungo possibile, ed hanno così potuto imporre leggi e decreti con lo strumento del voto di fiducia, in modo da scongiurare l’unico voto contrario che avrebbe prodotto quasi automaticamente lo scioglimento delle camere.

Mentre a Roma si celebra questo tristo rito, di ben altro mercimonio si parla altrove. A Palermo (chissà se con studiata scelta temporale)  i pubblici ministeri pronunciano la requisitoria al cosiddetto processo “Trattativa” . Processo che prende il nome non dal reato contestato (minaccia a corpo politico), ma dalla vera materia dell’indagine che gli sottende: la trattativa fra corpi dello Stato e Cosa nostra nel biennio 1992-1994. Biennio nel quale vide la luce quella che, giornalisticamente ed erroneamente, viene chiamata Seconda Repubblica, e che invece andrebbe definita come la Repubblica del dopo Guerra Fredda. In quei due anni vide la luce il germe della politica italiana contemporanea, nella quale i partiti sono carrierifici, a livello centrale e periferico, e gli elettori che si recano alle urne sono sempre di meno. La Repubblica nella quale i programmi elettorali non valgono nulla, l’attività di governo è decisa altrove (nei centri di potere sovranazionale) e la Politica sembra essersi dimenticata degli italiani, o perlomeno di molti di essi.

Il tracollo del (l’otto settembre) 1943 consegnò l’Italia al dominio delle potenze straniere, le tragedie e le trattative del biennio stragista ci hanno portato ad oggi. Del primo sappiamo quasi tutto, delle seconde?


I Maniaci delle intercettazioni

maggio 22, 2016

maniaco

Questa volta non è un politico ad essere stato intercettato dalla Procura, ma un giornalista impegnato nel contrasto alle mafie; anzi, un campione (fino a ieri certo, ora solo presunto, domani forse solamente ex) dell’Antimafia. E non a caso non si sono levate le grida garantiste contro il giustizialismo, contro l’uso esagerato delle intercettazioni, contro la violazione della privacy, corredate dall’invocazione della solita “indispensabile” e “non più rinviabile” riforma di questo strumento investigativo.

La vicenda Maniaci è, in realtà, la miglior conferma di quanto siano insostituibili e preziose le intercettazioni telefoniche ed ambientali. Se le frasi contestate fossero state riportate da testimoni, anziché essere incise nei nastri degli inquirenti, l’opinione pubblica sarebbe ora manicheamente divisa fra i difensori di Maniaci, fautori della teoria del complotto mafioso contro l’eroico giornalista, ed i suoi detrattori, pronti a puntare l’indice contro il “professionista dell’Antimafia”. Fazioni intente a combattersi sul terreno malsicuro di prove confutabili ed incerte, senza poter pervenire ad alcuna verità convincente.

Per fortuna non è così: la discussione pubblica ed il procedimento penale, si baseranno (soprattutto) su quelle frasi inequivocabili che Maniaci dovrà spiegare per quelle che sono, senza alludere a complotti e congiure dei boss.

Riaffermata quindi l’indispensabilità delle intercettazioni come strumento investigativo che, più di ogni altro, garantisce genuinità della prova, resta la questione della diffusione e dell’uso giornalistico delle relative trascrizioni. Problema che va certamente affrontato, a condizione che non si intervenga sul codice di procedura penale con ulteriori limitazioni all’attività inquirente e requirente.

Essendo quindi un problema solo giornalistico, mi domando perché ad affrontarlo non sia l’Ordine dei Giornalisti che, in tempi recenti, si è già dotato di una pletora di Carte deontologiche.

L’Ordine potrebbe, e secondo me dovrebbe, emanare un semplice decalogo con quelle poche norme di buon senso – sulle quali, in linea di massima, tutti concordano – tali da garantire rispetto della privacy e tutela dei non indagati, senza compromettere il diritto alla buona e corretta informazione.

In tal modo eviteremmo, ad ogni nuova inchiesta, l’esplosione delle polemiche non per il contenuto delle indagini, ma per la loro stessa conduzione. E, soprattutto, si toglierebbero argomenti a chi utilizza strumentalmente gli abusi della stampa per accendere polemiche contro le Procure e contro un mezzo investigativo indispensabile.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/05/i-maniaci-delle-intercettazioni/2698888/


Renzi e la negazione della lotta alla mafia

maggio 22, 2016

lotta

Negli anni in cui Andreotti dominava la politica nazionale, la stampa libera puntava il dito contro le sue discutibili frequentazioni: Lima, Gioia, Ciancimino, i fratelli Salvo. Si scriveva che Cosa nostra e politica andavano d’accordo grazie alla protezione del divo Giulio.

In quegli anni la politica poteva permettersi di non rispondere, perché l’esposizione televisiva e giornalistica era assai minore. Toccava alla stampa allineata replicare alle accuse di collusione, e la formula era sempre la stessa: “nessuna sentenza ha stabilito che Andreotti è mafioso, quindi le accuse che gli vengono mosse sono infondate. Menzogne diffuse a scopi propagandistici”.

Nelle forme cui ci ha abituato il renzismo, questo stesso argomento entra ora nel bagaglio comunicativo del Presidente del Consiglio, che rinvia alla definizione delle sentenze la lotta alla criminalità mafiosa. Con le poche battute pronunciate da Matteo Renzi in occasione dell’anniversario dell’omicidio di Pio La Torre, la politica nazionale torna indietro, ad almeno venti anni fa. Quando, seppur parzialmente, entrò nel sentimento comune la consapevolezza che il contrasto alla criminalità deve avvenire sul piano politico, sociale, e soprattutto economico. “Follow the money” diceva Giovanni Falcone.

Come spiegò mirabilmente Paolo Borsellino, la Magistratura opera un accertamento giudiziale, ancorato a parametri di certezza che richiedono tempi e strumenti incompatibili con un adeguato contrasto del controllo mafioso sulla società.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che una sentenza di mafia colpisce il mafioso ormai innocuo, già bruciato dal suo stesso ambiente e sostituito da altri, mentre la devastazione del tessuto economico-sociale non subisce battute d’arresto. Perché, per usare ancora le parole di Paolo Borsellino, mafia e Stato hanno interessi e funzioni sovrapposte, e, quindi, o si fanno la guerra o si accordano.

Lasciare la guerra ai soli Magistrati (che oltre le sentenze non possono andare) ha avuto l’effetto che sappiamo: morti Falcone e Borsellino, le organizzazioni criminali hanno penetrato il tessuto economico nazionale, impadronendosi di fette sempre più ampie di territorio.

I poteri che proteggono Matteo Renzi vogliono un paese assuefatto alla compenetrazione fra economia legale ed illegale, al ricorso a capitali sporchi riciclati per lo “sviluppo”, alla resa di fronte al potere delle famiglie mafiose, delle cosche camorristiche e delle ‘ndrine.

Alla repubblica fondata sul lavoro è subentrata l’Italia fondata sul profitto, e poiché le attività illecite sono quelle a maggior profitto, è naturale aprire le porte dell’economia alle organizzazioni criminali.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/03/renzi-e-la-negazione-della-lotta-alla-mafia/2693194/

 

 


Un miliardo dalle ammende in Cassazione

settembre 12, 2014
dipintinmovimento-as08

Daniele Gigli

Una decina di anni fa, informandomi sul dibattito sullo snellimento dei processi penali, mi imbattei in questa proposta:

All’atto di proporre ricorso per cassazione, il ricorrente deposita una cauzione di mille euro (ma potrebbero essere anche due o tremila). Se in esito al giudizio il ricorso viene dichiarato inammissibile, la cassa delle ammende trattiene la cauzione versata.

Per legge, infatti, la dichiarazione di inammissibilità comporta un’ammenda di quell’importo (art. 616 c.p.p.) che però non viene quasi mai riscossa perché chi naviga per Tribunali sa anche come sottrarsi alle sanzioni pecuniarie (figurando incapiente).

Facciamo come se tale norma di buon senso fosse stata introdotta, appunto, dieci anni fa. Leggo oggi che nel corso del 2013 la Cassazione ha dichiarato inammissibili 33.000 ricorsi. Moltiplicati per un’ammenda di tremila euro farebbe 99 milioni, per un totale, in dieci anni, di un miliardo di euro. Incassato dallo Stato senza alcuno sforzo.


Una legge per l’autoriciclaggio

settembre 10, 2014
Roberto Chichorro

Roberto Chichorro

Ci dicono che per poter legiferare bisogna smantellare gli organi costituzionali (vedi abolizione del Senato elettivo) ed assoggettare il parlamento alle segreterie di partito ed al governo (vedi nuova legge elettorale). Tuttavia l’attuale assetto non ha impedito a questa strana maggioranza che ci ritroviamo di votare in pochi giorni (al Senato) una riforma costituzionale gigantesca che stravolge 45 articoli della Carta.

Maggioranza che invece, chissà come mai, non riesce a votare una legge che introduca il reato di autoriciclaggio. Che magari, la gente pensa, sarà una cosa complicatissima. Tanto complicata che, appunto, non si riesce a trovare una formula che vada bene.

Volete vedere una legge che istituisce il reato di autoriciclaggio? Ve la scrivo io:

Art. 1
Negli articoli 648 bis e 648 ter del codice penale, le parole “fuori dei casi di concorso nel reato” sono soppresse.

Fine. Tutto qua. Al massimo, a voler essere pignoli, si potrebbe aggiungere un articolo 2 con le disposizioni transitorie. Ma per trasformare in legge questa riga (e lo si potrebbe e dovrebbe fare per decreto), il tempo non lo trovano.