I Maniaci delle intercettazioni

maggio 22, 2016

maniaco

Questa volta non è un politico ad essere stato intercettato dalla Procura, ma un giornalista impegnato nel contrasto alle mafie; anzi, un campione (fino a ieri certo, ora solo presunto, domani forse solamente ex) dell’Antimafia. E non a caso non si sono levate le grida garantiste contro il giustizialismo, contro l’uso esagerato delle intercettazioni, contro la violazione della privacy, corredate dall’invocazione della solita “indispensabile” e “non più rinviabile” riforma di questo strumento investigativo.

La vicenda Maniaci è, in realtà, la miglior conferma di quanto siano insostituibili e preziose le intercettazioni telefoniche ed ambientali. Se le frasi contestate fossero state riportate da testimoni, anziché essere incise nei nastri degli inquirenti, l’opinione pubblica sarebbe ora manicheamente divisa fra i difensori di Maniaci, fautori della teoria del complotto mafioso contro l’eroico giornalista, ed i suoi detrattori, pronti a puntare l’indice contro il “professionista dell’Antimafia”. Fazioni intente a combattersi sul terreno malsicuro di prove confutabili ed incerte, senza poter pervenire ad alcuna verità convincente.

Per fortuna non è così: la discussione pubblica ed il procedimento penale, si baseranno (soprattutto) su quelle frasi inequivocabili che Maniaci dovrà spiegare per quelle che sono, senza alludere a complotti e congiure dei boss.

Riaffermata quindi l’indispensabilità delle intercettazioni come strumento investigativo che, più di ogni altro, garantisce genuinità della prova, resta la questione della diffusione e dell’uso giornalistico delle relative trascrizioni. Problema che va certamente affrontato, a condizione che non si intervenga sul codice di procedura penale con ulteriori limitazioni all’attività inquirente e requirente.

Essendo quindi un problema solo giornalistico, mi domando perché ad affrontarlo non sia l’Ordine dei Giornalisti che, in tempi recenti, si è già dotato di una pletora di Carte deontologiche.

L’Ordine potrebbe, e secondo me dovrebbe, emanare un semplice decalogo con quelle poche norme di buon senso – sulle quali, in linea di massima, tutti concordano – tali da garantire rispetto della privacy e tutela dei non indagati, senza compromettere il diritto alla buona e corretta informazione.

In tal modo eviteremmo, ad ogni nuova inchiesta, l’esplosione delle polemiche non per il contenuto delle indagini, ma per la loro stessa conduzione. E, soprattutto, si toglierebbero argomenti a chi utilizza strumentalmente gli abusi della stampa per accendere polemiche contro le Procure e contro un mezzo investigativo indispensabile.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/05/i-maniaci-delle-intercettazioni/2698888/


Renzi e la negazione della lotta alla mafia

maggio 22, 2016

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Negli anni in cui Andreotti dominava la politica nazionale, la stampa libera puntava il dito contro le sue discutibili frequentazioni: Lima, Gioia, Ciancimino, i fratelli Salvo. Si scriveva che Cosa nostra e politica andavano d’accordo grazie alla protezione del divo Giulio.

In quegli anni la politica poteva permettersi di non rispondere, perché l’esposizione televisiva e giornalistica era assai minore. Toccava alla stampa allineata replicare alle accuse di collusione, e la formula era sempre la stessa: “nessuna sentenza ha stabilito che Andreotti è mafioso, quindi le accuse che gli vengono mosse sono infondate. Menzogne diffuse a scopi propagandistici”.

Nelle forme cui ci ha abituato il renzismo, questo stesso argomento entra ora nel bagaglio comunicativo del Presidente del Consiglio, che rinvia alla definizione delle sentenze la lotta alla criminalità mafiosa. Con le poche battute pronunciate da Matteo Renzi in occasione dell’anniversario dell’omicidio di Pio La Torre, la politica nazionale torna indietro, ad almeno venti anni fa. Quando, seppur parzialmente, entrò nel sentimento comune la consapevolezza che il contrasto alla criminalità deve avvenire sul piano politico, sociale, e soprattutto economico. “Follow the money” diceva Giovanni Falcone.

Come spiegò mirabilmente Paolo Borsellino, la Magistratura opera un accertamento giudiziale, ancorato a parametri di certezza che richiedono tempi e strumenti incompatibili con un adeguato contrasto del controllo mafioso sulla società.

Dovrebbe essere chiaro a tutti che una sentenza di mafia colpisce il mafioso ormai innocuo, già bruciato dal suo stesso ambiente e sostituito da altri, mentre la devastazione del tessuto economico-sociale non subisce battute d’arresto. Perché, per usare ancora le parole di Paolo Borsellino, mafia e Stato hanno interessi e funzioni sovrapposte, e, quindi, o si fanno la guerra o si accordano.

Lasciare la guerra ai soli Magistrati (che oltre le sentenze non possono andare) ha avuto l’effetto che sappiamo: morti Falcone e Borsellino, le organizzazioni criminali hanno penetrato il tessuto economico nazionale, impadronendosi di fette sempre più ampie di territorio.

I poteri che proteggono Matteo Renzi vogliono un paese assuefatto alla compenetrazione fra economia legale ed illegale, al ricorso a capitali sporchi riciclati per lo “sviluppo”, alla resa di fronte al potere delle famiglie mafiose, delle cosche camorristiche e delle ‘ndrine.

Alla repubblica fondata sul lavoro è subentrata l’Italia fondata sul profitto, e poiché le attività illecite sono quelle a maggior profitto, è naturale aprire le porte dell’economia alle organizzazioni criminali.

http://www.ilfattoquotidiano.it/2016/05/03/renzi-e-la-negazione-della-lotta-alla-mafia/2693194/

 

 


Un miliardo dalle ammende in Cassazione

settembre 12, 2014
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Daniele Gigli

Una decina di anni fa, informandomi sul dibattito sullo snellimento dei processi penali, mi imbattei in questa proposta:

All’atto di proporre ricorso per cassazione, il ricorrente deposita una cauzione di mille euro (ma potrebbero essere anche due o tremila). Se in esito al giudizio il ricorso viene dichiarato inammissibile, la cassa delle ammende trattiene la cauzione versata.

Per legge, infatti, la dichiarazione di inammissibilità comporta un’ammenda di quell’importo (art. 616 c.p.p.) che però non viene quasi mai riscossa perché chi naviga per Tribunali sa anche come sottrarsi alle sanzioni pecuniarie (figurando incapiente).

Facciamo come se tale norma di buon senso fosse stata introdotta, appunto, dieci anni fa. Leggo oggi che nel corso del 2013 la Cassazione ha dichiarato inammissibili 33.000 ricorsi. Moltiplicati per un’ammenda di tremila euro farebbe 99 milioni, per un totale, in dieci anni, di un miliardo di euro. Incassato dallo Stato senza alcuno sforzo.


Una legge per l’autoriciclaggio

settembre 10, 2014
Roberto Chichorro

Roberto Chichorro

Ci dicono che per poter legiferare bisogna smantellare gli organi costituzionali (vedi abolizione del Senato elettivo) ed assoggettare il parlamento alle segreterie di partito ed al governo (vedi nuova legge elettorale). Tuttavia l’attuale assetto non ha impedito a questa strana maggioranza che ci ritroviamo di votare in pochi giorni (al Senato) una riforma costituzionale gigantesca che stravolge 45 articoli della Carta.

Maggioranza che invece, chissà come mai, non riesce a votare una legge che introduca il reato di autoriciclaggio. Che magari, la gente pensa, sarà una cosa complicatissima. Tanto complicata che, appunto, non si riesce a trovare una formula che vada bene.

Volete vedere una legge che istituisce il reato di autoriciclaggio? Ve la scrivo io:

Art. 1
Negli articoli 648 bis e 648 ter del codice penale, le parole “fuori dei casi di concorso nel reato” sono soppresse.

Fine. Tutto qua. Al massimo, a voler essere pignoli, si potrebbe aggiungere un articolo 2 con le disposizioni transitorie. Ma per trasformare in legge questa riga (e lo si potrebbe e dovrebbe fare per decreto), il tempo non lo trovano.


La resa al crimine

settembre 10, 2014

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Sui quotidiani di oggi due notizie che spiegano molto, se non tutto, dei nostri tempi:
– La stima del contributo al prodotto interno lordo delle attività illecite ed illegali (prostituzione, stupefacenti, contraffazione, estorsione eccetera).
– L’irrisione del presidente del consiglio per le critiche mosse dall’Associazione nazionale magistrati ai preannunciati provvedimenti in materia di giustizia.

Da anni la magistratura invoca una stretta su autoriciclaggio, prescrizione e corruzione, con norme che avrebbero come effetto quantomeno il contenimento della convenienza delle attività criminali, in un paese dove il delitto si avvia ad essere il principale strumento di accumulo di capitali e di creazione di ricchezza privata.

Apparentemente, autoriciclaggio, prescrizione e corruzione appartengono a sfere diverse della disciplina penale, ma non è così. Perché un’organizzazione criminale che lucra su attività illegali (ad esempio la droga) ha bisogno di strumenti agevoli per riciclare i profitti e di “colletti bianchi” corrotti e corruttori (commercialisti, avvocati, funzionari pubblici) di cui servirsi per investire nell’economia legale. E costoro, a loro volta, necessitano di prescrizioni brevi per veder sistematicamente estinti (ovvero neppure accertati per inazione delle procure) i reati commessi ed a loro eventualmente ascritti. Attività che ora entrano a pieno titolo nel calcolo ufficiale dell’economia nazionale, con tutto quelle che ne consegue.

L’inerzia su tali fronti del nostro legislatore (ormai coincidente con il governo) è la conferma che l’Italia si avvia ad essere una sorta di Kossovo dell’Unione Europea, il nido delle principali mafie continentali. Mafie di cui gli italiani accettano evidentemente di essere i servi.


Renzi e la mafia

agosto 13, 2014

ragno

Fra Senato e gite coi boy scout, leggi elettorali e battute sui “vù cumprà”, trojke e ottantaeuro, dal dibattito pubblico è completamente scomparsa la criminalità organizzata. Digerito il fenomeno Saviano, esorcizzato da Napolitano lo spettro di Gratteri al ministero della Giustizia, confinato nell’oblio il balletto permanente sull’autoiriciclaggio (basta un decreto che cancella una riga nell’art. 648 ter del codice penale), l’Italia si è dimenticata di essere la culla delle mafie. Senza mai domandarsi se per caso è proprio la criminalità ad impedirci di avere un’economia decente. Il verso non è cambiato, se non in peggio. Ora tutti insieme, “destra” e “sinistra”, rimuovono il cancro che ci portiamo dentro da sempre.


Il Pd celebra la vendetta di B.

agosto 8, 2014

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E così il partito democratico ha entusiasticamente celebrato la vendetta di Silvio B. sull’assemblea del Senato, che pochi mesi fa lo espulse, decretandone la decadenza dalla carica per effetto della condanna per frode fiscale. Non mi meraviglia che egli abbia tenacemente voluto il voto di oggi, col quale sancisce che, se non può essere senatore lui, non lo sarà più nessuno di quelli che gli hanno votato contro. E che un’assemblea che vota contro di lui è destinata a scomparire. E’ nella natura vendicativa del personaggio. E’ incredibile (o forse no) la disciplina con la quale i senatori pd hanno obbedito al pregiudicato, il quale si sta scopertamente servendo del segretario pd per regolare i suoi conti con la Politica e con la Giustizia. E’ meno incredibile se si torna con la mente alla cosiddetta “congiura dei 101”, che fu in realtà una prova di assoggettamento a B. da parte del Pd; la prova che il partito democratico è di fatto berlusconiano, organico agli stessi poteri che governano Forza Italia.

Ora si attende la preannunciata “riforma della Giustizia”, ovvero la vendetta di B. contro i magistrati, che egli imporrà come precondizione per confermare il voto di oggi nei successivi passaggi parlamentari. Un panino di votazioni che imprigiona Renzi in una morsa letale e impegnerà il Parlamento nel varo di leggi inutili o dannose, sottraendolo all’indispensabile azione normativa di cui avrebbe urgente necessità l’Italia, come pure ha appena comunicato la Bce. La quale ha invocato riforme in materia di fisco, concorrenza e giustizia; e non di assemblee elettive.

Il partito democratico accompagna il paese lungo il piano inclinato del declino. Economico, politico e morale.