Bertone e il PD

dicembre 30, 2007
Vassily Kandinsky

Vassily Kandinsky

La stampa odierna ci informa dell’intervista rilasciata a Famiglia Cristiana dal Cardinal Bertone, segretario di Stato del Vaticano. Non avendo letto il testo dell’intervista ma soltanto i resoconti de La Repubblica e de Il Corriere della Sera, sarei tentato di astenermi da ogni commento e vorrei tanto credere che i giornalisti abbiano fatto confusione, ma so che non è così e non riesco a tacere.

Bertone parla come se fosse ormai universalmente assodato che la morale, il saper distinguere il bene dal male, è una prerogativa ideale del cristiano, se non addirittura del cattolico, e, raffrontando i politici attuali a Togliatti ed a Berlinguer (i quali, essendo morti, non possono difendersi) distribuisce patenti di moralità in ragione del grado di “rispetto” dei valori cattolici.

Insomma, a questo mondo si è buoni o cattivi in proporzione a quanto si aderisce alle prediche della Chiesa, come se l’esistenza di una morale laica fosse una assurdità. Ed infatti il cardinale ci informa di aver parlato con Veltroni di “valori non negoziabili” ispirati dal “diritto naturale”. Fatico ad esprimere quanta arrogante grossolanità leggo in simili parole. Considerato che il “diritto naturale” (un concetto primitivo che già gli antichi romani avevano superato), quand’anche invocabile, dovrebbe preesistere alla cristianità e quindi non si capisce perché mai la Chiesa dovrebbe esserne interprete privilegiata, c’è da domandarsi se fra i “valori non negoziabili” rientra anche l’attuale meccanismo di calcolo dell’otto per mille: una frode fiscale che obbliga tutti noi a finanziare uno Stato estero, una organizzazione confessionale internazionale ed una poderosa macchina di raccolta del consenso politico-elettorale. Davanti all’affermazione secondo la quale la Chiesa è una risorsa per la politica italiana, mi verrebbe da dire che a me sembra l’esatto contrario. Chi si autoinveste del primato universale della morale non dovrebbe per prima cosa invocare un meccanismo di finanziamento contributivo “giusto”? Ma figuriamoci.

Non vado oltre ad interrogarmi su cosa possa sortire dall’interazione di questi signori con i vertici del partito democratico per non rovinarmi i festeggiamenti di fine d’anno.

Scusate tanto, ma non se può più. Non del fatto che i vertici ecclesiastici facciano sentire la loro voce: sono il primo a dire che essi hanno il diritto di parlare e di esprimersi quanto vogliono, come è giusto che sia in un paese libero. Non se può più di sentire queste corbellerie, questa continua offesa ipocrita all’intelligenza, dietro la quale, peraltro, si celano (non solo, ma anche) meschini interessi di bottega.

Va detto però che ai nostri politici Bertone ha lasciato un barlume di speranza di autonomia, additando come esempio Sarkozy, che avrebbe riconosciuto la Chiesa come una risorsa per la Francia (dubito infatti che i contribuenti d’oltralpe siano soggetti all’otto per mille come noi). Ed infatti una certa preoccupazione comincia a serpeggiare fra le consorti dei nostri amati leader: da Linda Giuva a Barbara Palombelli, le mogli dei vertici del centrosinistra si scambiano testi sul diritto di famiglia ed i nomi dei migliori avvocati divorzisti. Per converso il sito paginebianche.it ha registrato dai computer di Montecitorio e dei vari ministeri un boom di contatti alla voce “Bruni, Carla”.

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Laicità, religione e legge di Hume

dicembre 20, 2007

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La rivista Micromega dedica un numero speciale, intitolato “per una riscossa laica”, ad un tema di grande attualità: la reazione del mondo laico di fronte all’offensiva teocon in atto in tutto il mondo occidentale ed in particolare nel nostro paese, soggetto alla pesante influenza ideale, politica ed elettorale del Vaticano. E’ fuor di dubbio che la sinistra, e più in generale l’universo non confessionale, deve fare i conti con la pervasività del pensiero di ispirazione religiosa nella politica, nell’informazione e nella cultura.

Su questo argomento ascoltare le personalità politiche è frustrante. La preoccupazione di perdere qualche fetta di consenso le induce a pronunziare solo mezze proposizioni, per tacere dell’epifania di vocazioni cristiane esibita da numerosi ed autorevoli esponenti della sinistra, i quali, pur di non urtare il potere ecclesiastico, scoprono di aver sempre nutrito una qualche forma di fede. E dei rari casi nei quali vengono pronunciate parole nette non c’è di che essere entusiasti. Gli esponenti della Rosa nel Pugno (ammesso che tale formazione esista ancora) sono gli unici che innalzano senza esitare la bandiera della laicità dello Stato; ma lo fanno, appunto, come si esibisce uno stemma, e quindi come un dogma. Ma il prerequisito essenziale della laicità è, appunto, il rifiuto di ogni dogma, ed assumere essa stessa come tale non è forse una contraddizione in sé?

Ho quindi cercato nel numero di Micromega un nucleo ideale sul quale fondare una proposizione critica e positiva della laicità, ovvero l’affermazione dell’esistenza di una morale laica. Una morale dinamica e moderna, che sola può legittimare la prevalenza dello spirito collettivo (secolare, antidogmatico e tollerante) sulla pretesa del credente di essere depositario dell’etica pubblica e privata, della verità, della declinazione del bene. Purtroppo non l’ho trovato. Ho letto virulenti attacchi al pontefice ed ai suoi aedi, dotte disquisizioni teologiche e, finalmente, alcune analisi astratte sulla necessità di fondare lo stato moderno a prescindere dal giusnaturalismo dogmatico caro ai pensatori credenti.

Va bene, ma fondarlo su cosa? Perché se rifiutiamo – come dobbiamo rifiutare – l’idea che solo la fede fornisce all’uomo quella base di prescrizioni etiche sulle quali scrivere le regole di convivenza, dovremo pur proporre qualcosa di sostitutivo, che sommato alla ragione (illuministicamente intesa) costituisca le fondamenta dello Stato. La ragione è strumento conoscitivo e la legge di Hume (o della Grande Divisione) ci insegna che non è sufficiente alla costruzione dell’edificio giuridico costituzionale, pena la ricaduta nel giuspositivismo, che, in ultima analisi, consiste nell’affidare la produzione della legge ai meccanismi politico-sociali. Un approccio che, la storia del secolo scorso lo insegna, rischia di esporre l’umanità alle più atroci ingiustizie.

E visto che la mia ricerca è andata a vuoto, l’affermazione la faccio io, qui.

E’ vero che tutti noi (credenti e no) non possiamo non dirci cristiani. Perché, anche se atei, viviamo in una società che eredita due millenni di cristianesimo e siamo permeati della sua storia. Ma è altresì vero che tutti noi (credenti e no) non possiamo non dirci laici. Perché nei problemi quotidiani, grandi e piccoli, ci affidiamo alle strutture della società, che nulla traggono dalla fede. Ci rivolgiamo al medico, allo psicologo, all’avvocato, all’insegnante, al giudice, al commercialista, all’elettricista, all’idraulico, eccetera. Mica al prete. Ed ognuno di noi, nell’affrontare ciò che la vita ci pone davanti ogni giorno, sa distinguere ciò che è “bene” e ciò che è “male”. E lo sa non perché è vergato nelle scritture, in costituzione o in qualche legge o regolamento. Lo sa e basta. Lo sa perché esiste una morale laica: la capacità di distinguere il bene dal male, in virtù della nostra esistenza di uomini fra uomini. In virtù della consapevolezza che il nostro benessere soggettivo non può prescindere dal benessere collettivo.

Nel saper elaborare ed articolare questa consapevolezza, adattandola al trascorrere del tempo ed all’evoluzione della società, sta la superiorità della morale laica su quella religiosa. L’uomo, inteso come membro della collettività, cambia, muta, si evolve, e con esso mutano le sue esigenze. Solo una elaborazione continua dell’etica laica consente di adeguare il corpo normativo e culturale all’evoluzione della società, mentre la morale religiosa, che per sua natura è statica, essendo dogmatica, è costantemente inadeguata.

E’ così difficile? A me sembra di no, ma non lo trovo scritto da alcuna parte.