Coronavirus: andrà tutto bene se…

marzo 17, 2020

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Le grandi crisi sono tragedie, ma anche grandi opportunità. Anche l’epidemia di coronavirus, con tutto quello che si porta con sé, può darci la possibilità di rifondare il nostro paese con alcune elementari ma fondamentali operazioni che avremmo potuto fare ma non abbiamo fatto. Forse abbiamo l’occasione di provvedere ora.

Lavoro. Dobbiamo ridare l’importanza che merita al lavoro produttivo, al lavoro che produce valore aggiunto: agricoltura e industria. La forsennata terziarizzazione dell’economia ci ha impoverito tanto quanto la globalizzazione e la finanziarizzazione. Il cuneo fiscale non va tagliato a tutti, ma solo ai lavoratori dell’agricoltura, dell’industria (meccanica, manifatturiera, chimica, farmaceutica, tessile, alimentare eccetera) e del turismo.

Economia. È venuto il momento di eliminare il denaro contante, stroncando l’evasione fiscale e tutte le forme di economia illegale (droga, prostituzione, racket delle estorsioni, lavoro nero, contraffazione, riciclaggio). Non abbiamo sconfitto le mafie con la repressione, ma possiamo farlo rendendo antieconomiche e individuabili le attività illegali. Col tracciamento di ogni pagamento è possibile.

Giustizia. Torniamo al sistema inquisitorio, affidando a un giudice (istruttore) la fase di indagine, mettendo nelle mani di una figura di garanzia i formidabili mezzi tecnologici investigativi di cui disponiamo, sottraendoli al Pubblico ministero, che è una parte. Adottiamo come regola la detenzione domiciliare, limitando ai casi estremi la reclusione in carcere. E legalizziamo il consumo di stupefacenti.

Istruzione. Buttiamo a mare tutte le cazzate carrieristiche sulla meritocrazia e ridiamo dignità alla figura dei docenti di ogni livello, liberandoli inoltre dal demenziale carico di adempimenti burocratici.

Clima. Approfittiamo di questa fase di confinamento personale per ripensare i nostri comportamenti quotidiani e le nostre città. Abbattendo gli spostamenti in automobile e le emissioni.

Sanità. Uniformare i vari sistemi regionali prendendo a modello quelli più efficienti, privilegiando il sistema pubblico rispetto a quello privato.

Burocrazia. Grazie alla tecnologia, possiamo ridurre il peso economico degli apparati burocratici.

Regioni. Aboliamo le regioni a statuto speciale, riduciamo i costi di tutte le regioni, ora gonfiati dalle clientele politiche locali.

Stato. Sconfiggiamo il dogma del privatismo. In Italia lo Stato imprenditore ha avuto grandi meriti, se usato con criterio può risolvere tanti problemi. Al contrario, le privatizzazioni sono state quasi sempre catastrofiche.

Europa. Abbandoniamo l’idea che l’Europa sia madre o matrigna, soggetto che può risolvere i nostri problemi o aggravarli. Facciamo da noi e potremmo essere noi a guidarla, meglio di Francia e Germania che sono colossi con i piedi d’argilla, con problemi grandi quanto i nostri.


Napolitano e Gelmini alla Sissa

luglio 13, 2010

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Tace il ministro Gelmini all’inaugurazione della nuova sede SISSA di via Bonomea 265 (Trieste), e tocca all’intraprendente Capo dello Stato legittimare e giustificare una riforma universitaria fatta di tagli, davanti a una platea diffidente e timidamente contestatrice (qualche studente con maglietta protestataria in fondo alla platea). Nella cornice di un discorso fumosamente politico sull’annosa questione del confine orientale e di elogio dei valori della ricerca scientifica (non senza una velata frecciatina indiretta al profilo eccessivamente teorico e scarsamente applicativo della Scuola), il Presidente ci informa che in passato si sono sprecate risorse, agevolando la nascita di troppe sedi univeristarie e di un numero eccessivo di fantasiosi corsi di laurea. Perciò è venuto il momento di usare l’accetta.

E bravo Napolitano.

Peccato che queste degenerazioni sono proprio figlie dell’intervento della politica nella gestione universitaria. Ricordo bene i tempi non lontani in cui le parole d’ordine erano “i ragazzi studiano tanto e non trovano lavoro”, “all’università si studiano cose inutili”; “ci sono studenti cui manca un esame e la tesi, ma non hanno nemmeno un titolo che riconosca lo studio fatto” (e allora? cavoli loro); “dobbiamo fare corsi di laurea vicini alle esigenze delle economie locali, legati al territorio”, “le grandi univiersità cittadine vessano i fuorisede con affitti astronomici, servono sedi decentrate in ogni provincia”. E così via. Tutte fesserie che uscivano dalla bocca dei politici e che il mondo accademico ha subito, rivendicando stupidamente, in cambio, la cosiddetta ‘autonomia universitaria’ grazie alla quale adesso i rettori sono indebitati e senza soldi. E grazie alla quale, all’interno degli atenei, si sono fatti strada i soggetti più spregiudicati, abili nel catturare finanziamenti pubblici con le invenzioni più stravaganti. E’ infatti appena il caso di ricordare che in Italia, a dispetto della chiacchiera corrente, nulla si fa che non sia varato dal Governo, controfirmato dal Capo dello Stato e pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale. Vale per le leggi ad personam ma anche per i decreti istitutivi di nuovi corsi di laurea, di nuovi dottorati, di nuove facoltà.

Ora che quegli slogan sono diventati realtà, siamo a sbattere la testa al muro, davanti ai disastri del 3+2, ai corsi di laurea in pubbliche relazioni, in economia del turismo, in scienze vitivinicole, in gastronomia e altre amenità … Con tutto il rispetto, insegnamenti che hanno scarso o nullo contenuto scientifico e che andrebbero inquadrati in Scuole, più snelle, più aperte al privato, e non in corsi universitari dai costi elevatissimi. Per tacere dei corsi di laurea ‘tradizionali’ improvvisati senza mezzi e senza docenti all’altezza, in strutture inadeguate, con fondi insufficienti. Fabbriche di ignoranti, di falliti, di ‘professionisti’ dannosi per la collettività. Entità che hanno succhiato risorse enormi, sottraendole agli atenei storici che hanno dovuto tirare a campare con mezzi sempre più ridotti. Ora i responsabili di queste scelte scellerate pretendono di abbattere la mannaia su tutto, non solo sui mostri che hanno creato, ma anche su quello che scienza è, su chi avrebbe dovuto crescere ed invece è rimasto compresso, sottodimensionato, moritficato; su quello cui un paese avanzato non dovrebbe rinunciare.

Sarebbe bello sentirne almeno uno ammetterlo: “abbiamo sbagliato noi”. Ma figurarsi.


La maturità delle foibe e degli UFO

giugno 22, 2010

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Lo ricorderemo così, l’esame di Stato del 2010, che supera per surrealtà quello del 2008 con traccia sul ruolo salvifico e consolatorio della donna.

Questa la traccia.

Ai sensi della legge 30 marzo 2004, n. 92, “la Repubblica riconosce il 10 febbraio quale «Giorno del ricordo» al fine di conservare e rinnovare la memoria della tragedia degli italiani e di tutte le vittime delle foibe, dell’esodo dalle loro terre degli istriani, fiumani e dalmati nel secondo dopoguerra e della più complessa vicenda del confine orientale”.
Il candidato delinei la “complessa vicenda del confine orientale”, dal Patto (o Trattato) di Londra (1915) al Trattato di Osimo (1975), soffermandosi, in particolare, sugli eventi degli anni compresi fra il 1943 e il 1954.

La “complessa vicenda del confine orientale” è un argomento storico interessantissimo, per chi lo ha approfondito, ma è specialistico, e non si capisce perchè gli studenti dovrebbero conoscerlo meglio di altri ben più rilevanti. Ma quel che mi irrita è la chiosa: “soffermandosi in particolare sugli eventi degli anni compresi fra il 1943 3 il 1954”. Il ché obbliga il candidato a delineare il vittimismo nazionalistico e non già la vicenda del confine orientale. Più che il tema in sè, è la spudoratezza dell’imposizione ideologica che si dà alla Storia, come se l’esame di maturità fosse luogo di propaganda.

Se la destra postfascista esulta, si associa ad essa Roberto Giacobbo, che vede riconosciute a livello scolastico le colossali minchiate che propina ai telespettatori di raidue su un argomento suggestivo quanto si vuole, ma che di scientifico possiede NULLA. Così i ragazzi si convinceranno che non serve andare a scuola e tanto vale stare a casa davanti alla tv, chè lì si impara come svolgere i temi per la maturità.

Non oso pensare cosa dobbiamo attenderci nei prossimi anni. A occhio i Templari ed i miracoli di Padre Pio. Amen.


Salvifico e consolatorio?

giugno 20, 2008

Alla lettura delle tracce per l’esame di Maturità, tutti hanno puntato l’indice sull’errore più vistoso: la poesia di Montale era ispirata dal ricordo di un uomo, non di una donna. Va bene, ma andiamo oltre. La traccia così si conclude: Interpretazione complessiva e approfondimenti: sviluppa con osservazioni originali anche con riferimento ad altri testi il tema del ruolo salvico e consolatorio della figura femminile. In alternativa inquadra la lirica di montale nel contesto del tempo.

“Salvifico e consolatorio”? E’ questo il ruolo della donna nella mente del Ministero dell’Istruzione retto dall’ottima Gelmini? Ma in senso relativo o assoluto? E relativamente a cosa? Vi confesso che io non sarei stato in grado di scrivere nemmeno una riga. Perchè è ben vero che spesso in letteratura figure femminili hanno assunto ruoli simbolici interpretabili – in parte – in tal senso, ma la traccia sembra porre la questione in termini assoluti. Capisco che il tema della maturità non è necessariamente lo specchio dei tempi, ma di tutti i possibili ruoli che la figura femminile può assumere su questa terra, bisognava scegliere proprio quello “salvifico e consolatorio?”.