Art. 111 della Costituzione

marzo 14, 2013

costituzione-della-repubblica-italiana

L’ineffabile Giorgio Napolitano (oggi non mi va di chiamarlo Presidente della Repubblica) invoca l’art. 111 della Costituzione per legittimare l’inverecondo seguito che ha concesso alla protesta del PdL davanti al Tribunale di Milano. Usare la Costituzione per giustificare l’ingiustificabile è di per sè deplorevole; ma bisogna anche ricordare che la parte di tale articolo che viene invocata (il giusto processo) è un’aggiunta posticcia risalente al 1999 che un accordo bipartisan (eravamo in epoca di bicamerali) consentì di apportare evitando il referendum confermativo. Essendo stato votato anche dal centrosinistra non viene annoverato fra le “leggi vergogna”, ma forse dovrebbe esserlo. Intanto copio e incollo il vecchio ed il nuovo testo dell’art. 111: ciascuno può giudicare da sé.

***

Art. 111.

(vecchio)

Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.

Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in cassazione per violazione di legge. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra.

Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.

Art. 111.

(nuovo)

La giurisdizione si attua mediante il giusto processo regolato dalla legge.

Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale. La legge ne assicura la ragionevole durata.

Nel processo penale, la legge assicura che la persona accusata di un reato sia, nel più breve tempo possibile, informata riservatamente della natura e dei motivi dell’accusa elevata a suo carico; disponga del tempo e delle condizioni necessari per preparare la sua difesa; abbia la facoltà, davanti al giudice, di interrogare o di far interrogare le persone che rendono dichiarazioni a suo carico, di ottenere la convocazione e l’interrogatorio di persone a sua difesa nelle stesse condizioni dell’accusa e l’acquisizione di ogni altro mezzo di prova a suo favore; sia assistita da un interprete se non comprende o non parla la lingua impiegata nel processo.

Il processo penale è regolato dal principio del contraddittorio nella formazione della prova. La colpevolezza dell’imputato non può essere provata sulla base di dichiarazioni rese da chi, per libera scelta, si è sempre volontariamente sottratto all’interrogatorio da parte dell’imputato o del suo difensore.

La legge regola i casi in cui la formazione della prova non ha luogo in contraddittorio per consenso dell’imputato o per accertata impossibilità di natura oggettiva o per effetto di provata condotta illecita.

Tutti i provvedimenti giurisdizionali devono essere motivati.

Contro le sentenze e contro i provvedimenti sulla libertà personale, pronunciati dagli organi giurisdizionali ordinari o speciali, è sempre ammesso ricorso in Cassazione per violazione di legge. Si può derogare a tale norma soltanto per le sentenze dei tribunali militari in tempo di guerra.

Contro le decisioni del Consiglio di Stato e della Corte dei conti il ricorso in Cassazione è ammesso per i soli motivi inerenti alla giurisdizione.

***

Altri meglio di me, e con dovizia di particolari ed esempi, potrebbero illustrare le conseguenze nefaste che tale riforma ha prodotto sul processo penale. Prendiamo l’aspetto che viene più insistentemente ripetuto: “Ogni processo si svolge nel contraddittorio tra le parti, in condizioni di parità, davanti a giudice terzo e imparziale.” Davanti a queste parole tutti non hanno dubbi: giustissimo. Ma cosa vuol dire “condizioni di parità” nel processo penale? In che senso possono essere messi sullo stesso piano il Pubblico Ministero (che deve “costruire” l’impianto accusatorio) e la difesa dell’imputato (che deve solo demolirlo). Può esserci partità di condizioni fra chi ha obbligo di verità e chi ha facoltà di menzogna? Fra chi deve dimostrare fatti e chi può limitarsi a guadagnare tempo? Fra chi deve costruire e chi può limitarsi a distruggere?

Ci sarebbe molto da discutere, sul piano pratico, col rischio di farsi venire il mal di fegato. Per cui, per ora, soprassediamo.

E torniamo a Napolitano, che utilizza il sacrosanto l’art. 111. Ma non è il solo in questi giorni. Ad invocare il giusto processo e le sue conseguenze procedurali in Corte di cassazione sono stati di difensori di Massimo Ciancimino, i quali, facendo leva proprio sull’art. 111 Cost., hanno ottenuto il differimento della distruzione delle famigerate intercettazioni Napolitano-Mancino, ritenendo di poterle un giorno ascoltare ed utilizzare in processo. Registrazioni che in un paese normale, con leggi logiche e razionali, sarebbero state già da tempo distrutte. Non perchè coinvolgono il Capo dello Stato, ma perchè irrilevanti per il processo. Ma non in Italia, dove abbiamo l’art. 111 Cost. ed il “giusto processo”: proprio in forza dell’interpetazione che il legislatore ne ha dato, il codice di procedura penale impone di rendere pubbliche tutte le registrazioni, anche quelle irrilevanti. Tanto che, ahilui, Napolitano s’è dovuto scrivere un decreto per metterci una pezza ed investire della questione la Corte costituzionale. La quale, a sua volta, ha dovuto fare i salti mortali per dargli ragione.

Ecco perchè dico che non solo le “leggi vergogna” andrebbero abrogate; e che  il centrosinistra ha avallato e votato riforme orribili in materia di giustizia. Ed ecco perchè mi allarmo ogniqualvolta sento parlare di modifiche della Carta. Gente che ha fatto queste riforme è meglio che non tocchi nulla. Men che meno la Costituzione.


Scheda bianca, non sa/non risponde

dicembre 18, 2012

Le-prime-pagine-dei-quotidiani

Non sapete ancora se voterete o per chi voterete?

Beh, siete in buona compagnia. L’Italia è il paese dei giornalisti maestri di pensiero, che sputano sulla politica e si dimostrano sempre peggiori di essa. Da sempre i quotidiani nazionali hanno la pretesa di guidare il popolo bue e di dirci per chi dobbiamo votare. Un vizio che è transitato dall’era democristiana (quella che chiamano “prima repubblica”) all’era berlusconiana (quella che chiamano “seconda repubblica”). Viene da sorridere nel leggere le home page dei principali quotidiani, che riflettono il panico delle redazioni, incapaci di scegliere e di tenere una linea in materia elettorale.

Repubblica. Tifava per Bersani a Palazzo Chigi e Monti al Quirinale. La possibile candidatura del Professore ha spiazzato totalmente Mauro ed i suoi. Aver glorificato l’attuale governo per poi vederne il capo alla guida degli antagonisti del Pd si rivelerebbe il più grande autogol della storia del quotidiano. Ovviamente pregano che Monti sputi in faccia a Berlusconi, ma ancora non è avvenuto. Sono sgomenti.

Corriere. Pro Monti forever. Ma sostenuto da chi? Tifava per la grande coalizione, ma non se ne parla più da un pezzo. Quindi scrive solo di Monti, avulso da tutto e da tutti. Forse spera in una investitura divina.

Il Giornale. Qui la schizofrenia regna sovrana. Accusare Monti di ogni nequizia e sostenerlo come prossimo premier è un cimento titanico che sfiancherebbe chiunque. Sallusti ringrazia il cielo di poter rimanere a casa Santanché evitando di passare le giornate in redazione.

Libero. Copia il Giornale: stessi problemi ma con meno fatica.

Il Fatto Quotidiano. Siamo al dramma. Trascinati nella scia grillina da Travaglio, si sono accorti che mandare in parlamento cento e passa analfabeti telecomandati potrebbe essere un problema. Padellaro cerca di far capire che conoscere la storia del paese attraverso i titoli dei libri del vicedirettore può non essere sufficiente come base ideologica, ma sembra in minoranza. La tragedia arriva con la possibile candidatura di Ingroia, che tentenna quasi quanto Berlusconi: Travaglio tace, preferendo parlare della d’Urso e del conflitto d’interessi (lo rispolvera quando è in difficoltà, funziona sempre), gli altri fanno i perplessi, ma si coglie la disperazione.

Pubblico giornale. Nato come versione antigrillina del Fatto Quotidiano, sembra già superato dalle performance di Grillo stesso, che sta rovinando il suo movimento meglio di qualsiasi giornale. Ed infatti si parla già di chiusura.

Il Tempo. Con Monti ma senza Berlusconi, picchiando i pugni.

Il Sole 24 ore. Suggerisce subliminalmente l’abolizione delle elezioni, del Parlamento, della democrazia.

La Stampa. Parla d’altro.

Il Manifesto. Chiude.

Chissà cosa sarebbe dell’Italia se avesse un giornalismo appena appena decente.


E’ il turno di Report

ottobre 17, 2010

rosso2

Tre giorni fa ho scritto queste poche righe.

Se un “vaffanbicchiere” è sufficiente a sospendere il programma televisivo di approfondimento più seguito, non sarà difficile trovare pretesti per chiudere la bocca al Tg3 a Corradino Mineo, alla Busi, a Iacona, alla Gabanelli ed a chiunque altro osi dissentire. Una scusa si trova sempre.

E puntuale Ghedini conferma.

repubblica di oggi


Come nel 1994?

ottobre 15, 2010

vento

L’enfasi con la quale Mentana ci ha informato dell’invito a comparire (con avviso di garanzia incorporato avrebbe dovuto dire) per i due Berlusconi è semplicemente ridicola. Il Nostro ha evocato lo spettro del 1994, allorquando un analogo provvedimento fu prodromico alla caduta del primo governo Berlusconi. E giù analogie.

Ma lo sa Mentana che negli ultimi anni Berlusconi – alla faccia degli avvisi di garanzia per frode fiscale – è stato prescritto cinque o sei volte ed altre volte prosciolto grazie a leggi da lui fatte promulgare? Lo sa che Berlusconi è stato ed è indagato per concorso in strage da almeno due procure? Ma dove vive?

E, fra l’altro, le analogie mentaniane sono fallaci, perchè non fu l’avviso di garanzia a far cadere il governo di Berlusconi, ma fu la rottura con la Lega Nord e con Bossi che, guarda caso, di lì a poco prese a definire il suo ex alleato come “il mafioso di Arcore” (ma guarda che caso). Perchè le indagini sui rapporti fra la fininvest e Cosa Nostra c’erano allora come adesso, con in più, allo stato attuale, la condanna di Dell’Utri per concorso esterno. E l’aggiunta delle indagini di mafia su Renato Schifani, l’uomo che è diventato inspiegabilmente Presidente del Senato pur avendo nel proprio passato una presunta frequentazione con i fratelli Graviano (allegramente ergastolani a Tolmezzo). Di questi “ricorsi storici” Mentana non si ricorda, guarda un po’.

Ancora una volta abbiamo dovuto sentire espressioni come “scontro fra politica e magistratura” e, sinceramente, non se ne può più. La corruzione del pensiero indotta da questi manipolatori (involontari ?) delle notizie è insopportabile: se un pubblico ministero indaga il premier (obbediendo ai precetti costituzionali dell’obbligatorietà dell’azione penale e dell’uguaglianza di tutti i cittadini davanti alla legge) non siamo di fronte a nessuno scontro, ma alla normale attività di un’istituzione repubblicana. Punto.

Non ne posso più: basta basta basta.


Difendere Annozero. Hanno ragione Di Pietro e Travaglio

ottobre 14, 2010

vento3

Dobbiamo dare ragione a Di Pietro ed a Travaglio. Se è vero che a primavera si andrà a votare, la sospensione di Annozero è un segnale ben preciso. Berlusconi ha intenzione di silenziare ogni voce di dissenso che sia in grado di viaggiare per l’etere, cominciando da quella per lui più molesta e fastidiosa, ma con l’intenzione di andare avanti. Se un “vaffanbicchiere” è sufficiente a sospendere il programma televisivo di approfondimento più seguito, non sarà difficile trovare pretesti per chiudere la bocca al Tg3 a Corradino Mineo, alla Busi, a Iacona, alla Gabanelli ed a chiunque altro osi dissentire. Una scusa si trova sempre.

Per quanto non ami (ed è un eufemismo) Santoro ed il suo stile, la sua trasmissione sembra essere la trincea, l’ultima barricata prima del conflitto fra l’informazione totale unica ed il popolo dei senza voce. Senza voce anche perchè i partiti di opposizione sono ormai vittime totali della sindrome di Stoccolma.

Ha ragione Travaglio a rivolgersi direttamente a Fini perchè ci faccia capire la sua linea sul tema dell’informazione. Quali che siano i suoi piani, il nuovo partito della destra rischia di essere soffocato sul nascere dal regime unico dell’informazione, se ancora una volta (come avviene da sedici anni) la reazione all’attacco del Cavaliere sarà incerta, tardiva o mediata.

Difendere i presìdi di informazione libera a prescindere da qualsiasi considerazione di merito e di metodo è ora, alla vigilia dell’incrocio storico del 2011, un obbligo per chiunque voglia difendere la democrazia. Un dovere cui nessuno può sottrarsi.


Da via d’Amelio a Montecarlo, patacche e depistaggi

settembre 23, 2010

kandinsky_autoCut_664x230

Faccio molta fatica a reggere le notizie che giornali e televisioni ci rovesciano addosso: dovrei chiedermi se è possibile che esponenti dei servizi segreti hanno o no fabbricato una finta lettera del ministro di un microstato caraibico nel quale si riferisce della proprietà di un bilocale a Montecarlo.

Proprio in questi giorni sto rileggendo la tragica storia di Vincenzo Scarantino, il balordo del quartiere della Guadagna di Palermo, sulle cui accuse sono state incardinate le sentenze Borsellino uno e Borsellino due. Arrestato nell’immediatezza della strage di via d’Amelio, Scarantino rimase a lungo detenuto e, dopo mesi e mesi di silenzio, si decise a “pentirsi”, accusando se stesso ed altri complici di aver partecipato alla strage. Quindi proseguì la collaborazione indicando alcuni boss di Cosa nostra come mandanti dell’attentato. Dichiarazioni che hanno portato a svariati ergastoli e ad altre pesantissime condanne.

Ma pochi sanno che la famiglia di Scarantino ha ripetutamente denunciato le torture, le sevizie cui egli fu sottoposto per indurlo a “pentirsi” ed egli stesso ritrattò ripetutamente le proprie accuse, dichiarando di essersi inventato tutto su suggerimento della polizia e dei pubblici ministeri, chiedendo con insistenza di essere arrestato e la cessazione del programma di protezione.
Ed infatti sono attualmente sotto inchiesta alcuni poliziotti della squadra mobile di Palermo per aver pilotato le deposizioni di Scarantino.

Mettiamo a fuoco: per la strage di via d’Amelio, uno dei fatti più gravi della storia della Repubblica italiana, sono attualmente in carcere numerosi innocenti (anche se alcuni di essi, in verità, sono boss mafiosi che sarebbero comunque detenuti); i reali esecutori ed i mandanti della strage sono ancora sconosciuti; numerosi pentiti indicano in Silvio Belrusconi e Marcello dell’Utri i referenti esterni a Cosa nostra “interessati” all’attentato; poliziotti e magistrati sono sospettati di aver deliberatamente seguito una falsa pista investigativa per distrarre se stessi, i colleghi, l’opinione pubblica e la stampa.

E noi siamo qui, con Santoro, Castelli e Bocchino a parlare di patacche caraibiche.


Di Fini, Feltri, Montecarlo, diffamazione, politica e storia

agosto 18, 2010

pioggia

Viviamo un nuovo fascismo? A dire il vero l’epressione “manganello mediatico” è stata evocata proprio da chi del manganello (quello vero) ha dimostrato per interi lustri di avere una grande nostalgia: a parole, da vecesegretario del Msi, e coi fatti, da vicepremier incaricato di coordinare l’ordine pubblico del G8 di Genova. La stessa persona che è stata dalla stessa parte dei calunniatori che apparecchiarono le campagne su Telekom Serbia e sul dossier Motrokhin. Quindi, nell’esser solidali con l’attuale vittima della campagna diffamatoria di Libero e del Giornale, una qualche riserva ce l’ho.

Al di là di questo, però, vien da dire che il paragone con il fascismo ci sta e non ci sta. Perchè nel ventennio gli argomenti usati dalle camice nere erano più concreti e diretti: manganelli veri.

Ma l’uso politico di una massiccia diffamazione a mezzo stampa non è un’invenzione di questo regime berlusconiano, e lo scrissi tempo fa in questo post.

Come si sa, la storia della Repubblica di Weimar racchiude molti insegnamenti trascurati. Ebert fu bersaglio d’ogni genere di diffamazione e vinse centinaia di processi. Ma la sua immagina pubblica fu distrutta da una innocua fotografia in costume da bagno, che lo rese ridicolo a fronte del suo predecessore (il Kaiser Guglielmo II) e del suo successore (il generale Von Hindenburg).

Ammettiamo che Fini provi di aver acquistato una cucina componibile per un mezzanino di periferia: gioverà alla sua carriera politica mostrare di essere un uomo che passa il suo tempo ad arredare tinelli, a fronte di uno che ha perso il conto delle ville che possiede?