Boldrini, la mamma, la pubblicità

settembre 26, 2013

manet

Dal mio punto di vista la pubblicità televisiva non propone alcun modello. La sua funzione è vendere prodotti di largo consumo ed utilizza quindi simboli immediati. I soggetti protagonisti degli spot non sono reali e costituiscono non modelli sociali, ma stereotipi, sia maschili che femminili. Positivi o negativi, o né l’uno né l’altro, ma per me non ha nessuna importanza. Sono assimilabili alle figure della commedia dell’arte (Arlecchino e Colombina sono modelli negativi? E Brighella?), come i personaggi dei cartoni animati (l’olandesina, il Gigante buono, Jo Condor erano diseducativi?).

Tuttavia, se qualcuno la pensa diversamente e ritiene che certe tipologie di spot vadano criticate (spero che nessuno pensi alla censura, ci mancherebbe solo questo), è sacrosanto che lo faccia. Pur non guardando mai la tv, prendo atto delle parole della Presidente della Camera sugli spot che rappresenterebbero modelli femminili (solo femminili? Siamo sicuri?) diseducativi, per quanto irreali.

Ma del modello – questo sì realissimo – della donna che si afferma nelle professioni, negli enti pubblici, nelle imprese private, nella politica solo perché moglie-compagna-amante-concubina (o figlia, protetta, pupilla) di un uomo di potere non ne vogliamo parlare? Va bene così? D’accordo, è colpa degli uomini (quando si entra in questo genere di argomenti le donne non hanno mai colpa di nulla), ma non è comunque un caso da affrontare? Un fenomeno da discutere, pur senza voler addossare colpe e responsabilità? O mi si vuol dire che non esiste? O che “vale per le donne come per gli uomini” (questa sì, è comica)? Non è un modello ancor più diseducativo, in quanto reale, realissimo, attualissimo e concreto al contrario delle figurine della pubblicità? Un modello che ispira milioni di giovani donne che fin dalla pubertà sognano di “fare le veline” per conquistarsi uno spazio nella società?

Un dubbio viene.

Non che tutte le donne si siano fatte strada così, perché non è vero.

Ma che essendo un fatto reale e non virtuale, televisivo, parlarne andrebbe di sicuro contro gli interessi e contro la suscettibilità di qualcuno/a e causerebbe la contrarietà di troppi soggetti reali che fanno parte della (propria) comunità. In una parola: è un tabù; e come tale va rimosso, evitato, taciuto, nascosto. Agli uomini ed alle donne.

E’ decisamente più facile prendersela con le donnine delle pubblicità, che sono finte e non protestano, non vanno dal protettore a lamentarsi, non fanno casino e non rompono la solidarietà di genere. Si fa bella figura, si fa parlar di sé e non si scontenta nessuno.

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Earl Boykins!

agosto 6, 2008

Sfumato Will Bynum, quando sembrava certa la riconferma del non più giovanissimo Travis Best, la Virtus ha piazzato un colpaccio, firmando Earl Boykins.


Sono stato assente..

luglio 7, 2008

.. ed ho trascurato il blog. Me ne dispiaccio e mi scuso con i lettori. Ma ritornando alla vita normale ho cercato di vedere se ci sono delle novità. Apparentemente pare di no: Berlusconi vuole fermare i processi contro di lui e litiga con tutti tranne Veltroni. Poi scorrendo i siti che abitualmente frequento ho scoperto che la Virtus ha firmato un tal Bynum. E chicazz’è?

Questo.


Difesa, ma anche resistenza.

giugno 16, 2008

Maria mi invia il simbolo.


Tito e Lili Marleen

maggio 3, 2008

Josip Broz, il maresciallo Tito, passò a miglior vita il 4 maggio 1980.

Mi ero sempre chiesto perché Kusturica avesse scelto Lili Marleen come commento musicale per il funerale di Tito. E pensavo che fosse una scelta priva di ragioni storiche; ma sbagliavo (forse).
Il testo di Lili Marleen fa parte di una raccolta di poesie scritte da Hans Leip, uno scrittore e soldato tedesco impegnato sul fronte russo nella prima guerra mondiale. Nel 1937 Norbert Schultze, un musicista e fervente nazista, lo musicò, fondendo il tono malinconico del testo, nel quale il soldato rievoca il proprio amore per una giovane prostituta conosciuta davanti alla caserma, col ritmo di una marcetta in due quarti e si bemolle minore. Ne scaturì un capolavoro melodico che, quantunque detestato da Hitler, che vi udiva una vena antimilitarista e stupidamente sentimentale, conquistò immediatamente il cuore dei soldati tedeschi e conobbe una rapidissima diffusione.

Fra questi anche Erwin Rommel che, quando fu inviato in nordafrica in soccorso delle malmesse truppe italiane del generale Graziani, si trovò a non poter ascoltare il suo motivo preferito, giacchè Radio Berlino non raggiungeva quelle zone. L’aneddotica (verità o leggenda?) vuole che del suo stato maggiore facesse parte un ufficiale legato da amicizia con un collega impiegato a Belgrado, presso la stazione radiofonica ivi impiantata dai nazisti dopo l’invasione della Yugoslavia dell’aprile 1941. Per intercessione di questo sottoposto, Rommel chiese che Radio Belgrado, le cui trasmissioni erano captate anche in Libia, programmasse Lili Marleen, e fu accontentato. Così, per tutto il periodo dell’occupazione tedesca dei Balcani, alle 21.55 di ogni sera, prima della fine delle trasmissioni e prima quindi che il totale silenzio radio calasse sulla Yugoslavia, dalla capitale occupata si diffondevano le struggenti note della canzone di Schultze, che raggiungevano anche l’Italia, la Grecia, il nordafrica e i paesi dell’Europa sud-orientale, fino al fronte russo meridionale.

La canzone si diffuse quindi fra i soldati di tutti gli eserciti, oltre a quello tedesco, tanto che, onde evitare che essi la cantassero in lingua originale, ne furono diffuse versioni in tutte le lingue.

E Lili Marleen conquistò anche il maresciallo Tito, comandante dell’esercito partigiano che conduceva la sua resistenza dai monti della Bosnia. Per questo (credo) le sue note accompagnano la narrazione di “Underground” e le immagini delle esequie del dittatore yugoslavo.

Il testo.

1. Vor der Kaserne
Vor dem großen Tor
Stand eine Laterne
Und steht sie noch davor
So woll’n wir uns da wieder seh’n
Bei der Laterne wollen wir steh’n
|: Wie einst Lili Marleen. : |

2. Unsere beide Schatten
Sah’n wie einer aus
Daß wir so lieb uns hatten
Das sah man gleich daraus
Und alle Leute soll’n es seh’n
Wenn wir bei der Laterne steh’n
|: Wie einst Lili Marleen. : |

3. Schon rief der Posten,
Sie blasen Zapfenstreich
Das kann drei Tage kosten
Kam’rad, ich komm sogleich
Da sagten wir auf Wiedersehen
Wie gerne wollt ich mit dir geh’n
|: Mit dir Lili Marleen. : |

4. Deine Schritte kennt sie,
Deinen zieren Gang
Alle Abend brennt sie,
Doch mich vergaß sie lang
Und sollte mir ein Leids gescheh’n
Wer wird bei der Laterne stehen
|: Mit dir Lili Marleen? : |

5. Aus dem stillen Raume,
Aus der Erde Grund
Hebt mich wie im Traume
Dein verliebter Mund
Wenn sich die späten Nebel drehn
Werd’ ich bei der Laterne steh’n
|: Wie einst Lili Marleen. : |

In italiano (la traduzione è mia).

Fuor della caserma
proprio sul portone,
c’era una lanterna
e forse ancora c’è.
Là ci vedremo ancora un dì
e alla lanterna resteremo.
Un dì, Lili Marleen.

Le nostre ombre unite
come cosa sola,
il nostro amore vero
che il mondo conosceva.
Tutti un giorno lo vedranno
quando ci ritroveremo.
Un dì, Lili Marleen

Il piantone disse:
“affrettati soldato,
se non vuoi tre giorni
all’appello devi andar.”
Così allor ti dissi “addio,
ma ancor con te vorrei restar.”
Con te, Lili Marleen.

Illumina ogni sera
il passo tuo deciso,
la tua figura snella
ch’è orfana di me.
Se mai qualcosa mi accadrà,
alla lanterna chi sarà,
con te Lili Marleen?

Dal mio quieto stare
da questa stanca vita,
in sogno tu mi liberi
con le tue labbra vive.
Quando la notte annebbia e scende
alla lanterna va il pensier.
Da te, Lili Marleen.


Il campo di concentramento di Arbe (Rab)

aprile 30, 2008

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Il primo giugno 1940, dieci giorni prima dell’entrata in guerra, il Ministero degli Interni di Roma diramò a tutte le prefetture la seguente direttiva: “Appena dichiarato lo stato di guerra dovranno essere arrestate e tradotte in carcere le persone pericolosissime sia italiane che straniere di qualsiasi razza, capaci di turbare l’ordine pubblico o di commettere sabotaggi o attentati nonché le persone italiane o straniere segnalate dai centri di controspionaggio per l’immediato internamento.” Se fino a quel giorno il fascismo aveva adottato il confinamento come strumento repressivo nei confronti degli antifascisti, l’inizio della guerra vedeva l’inasprimento di tale provvedimento nella forma dell’internamento. Ed infatti, fra il 1940 ed il 1943, in attuazione della menzionata direttiva, lo stato italiano aprì e gestì circa quindici campi di concentramento nei quali rinchiuse i soggetti “pericolosissimi”.
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Appendice.

aprile 26, 2008

Non accusatemi di megalomania, questa volta rispondo a precise richieste.